Le manovre di Trump, Netanyahu e Milei per rovesciare il presidente Lula in BrasileManca una settimana alla tornata elettorale in Brasile, che vedrà l’attuale
presidente Lula scontrarsi con Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair
Bolsonaro, condannato per un tentato colpo di Stato. Bolsonaro Jr., come lo ha
definito Trump, ha ricevuto l’endorsement di Netanyahu e del presidente
argentino Javier Milei ed è, senza ombra di dubbio, il candidato preferito dagli
Stati Uniti. L’amministrazione Lula teme possibili interferenze e ha presentato
ricorsi che hanno spinto le autorità giudiziarie ad aprire fascicoli sul
possibile tentativo degli Stati Uniti di influenzare le elezioni, riconoscendo
la potenziale concretezza di tale scenario. Non si tratta, tuttavia, soltanto di
timori: Meta ha sospeso temporaneamente gli account del presidente Lula, mentre
indagini indipendenti hanno evidenziato controversie relative ai meccanismi di
tutela delle sue piattaforme. Recentemente, gli Stati Uniti hanno inoltre
rinnovato le proprie misure economiche nei confronti del Brasile, mentre
l’amministrazione Trump mantiene solidi contatti con esponenti della famiglia
Bolsonaro, incontrandoli con regolarità.
I riferimenti fatti da Lula in occasione del discorso di apertura dell’Assemblea
generale delle Nazioni Unite lasciano poco spazio alle interpretazioni: «Il
Brasile non è il giardino di casa di nessuno», ha affermato il presidente.
«Ancora una volta assistiamo a interferenze esterne nei processi elettorali».
Sulla base delle azioni intraprese da Trump negli ultimi mesi e di un fascicolo
dei servizi segreti brasiliani reso noto dalla CNN Brasil, Lula ha sottoposto il
caso delle potenziali ingerenze statunitensi nel processo elettorale brasiliano
sia alla Corte Suprema sia al Tribunale Elettorale. Entrambi gli organi hanno
riconosciuto il potenziale rischio di interferenze da parte di Washington. Del
resto, non sarebbe la prima volta che Trump prova a intervenire nella politica
brasiliana: già lo scorso anno, il presidente degli Stati Uniti aveva imposto
pesanti dazi sul Brasile, accusando il Paese di perseguire politicamente
Bolsonaro in quella che Trump aveva definito una «caccia alle streghe
giudiziaria». La misura era dichiaratamente politica ed era accompagnata da
sanzioni nei confronti di Alexandre de Moraes, il giudice incaricato del
procedimento a carico di Bolsonaro.
Il nodo dei dazi è tornato a giugno: la nuova misura statunitense interessa
circa 3.000 beni di importazione brasiliana, tra cui mobili, macchinari,
calzature, etanolo e zucchero, sui quali è stata imposta una tariffa del 25%.
Questa volta i dazi statunitensi non sono stati annunciati esplicitamente come
forma di ritorsione politica, ma i sospetti rimangono. Tra le motivazioni delle
nuove tariffe, infatti, gli Stati Uniti menzionano la presunta mancata
«applicazione della lotta alla corruzione». Anche in questo caso, tale
riferimento parrebbe riguardare, tra gli altri, il giudice Alexandre de Moraes.
A sostegno di questa ipotesi vi sarebbero i recenti incontri, tenutisi a
settembre, tra Eduardo Bolsonaro, altro figlio di Jair, e l’amministrazione
statunitense, che, secondo quanto dichiarato dallo stesso Bolsonaro all’agenzia
di stampa Reuters, sarebbero stati finalizzati proprio all’imposizione di nuove
sanzioni nei confronti del magistrato. Bolsonaro ha affermato che il caso è in
agenda da tempo, ma il tempismo degli incontri, avvenuti a meno di un mese dalle
elezioni, risulta quanto meno degno di attenzione.
Tra le varie misure, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni anche nei confronti
dei gruppi criminali Comando Vermelho e Primeiro Comando da Capital,
designandoli come organizzazioni terroristiche. Lula ha criticato la scelta di
Trump, definendola un’ingerenza negli affari interni del Brasile e mettendo in
guardia dalla possibilità che la nuova classificazione possa aprire la strada a
un intervento statunitense nel Paese. Non sarebbe, in ogni caso, la prima volta
che gli Stati Uniti utilizzano la minaccia rappresentata da gruppi criminali —
reali o presunti — per giustificare un intervento in Paesi terzi, o anche
soltanto per formulare accuse e dichiarazioni volte a delegittimare governi
rivali: è già accaduto con il Venezuela di Maduro e con la Colombia di Petro.
Le manovre più controverse nei confronti dell’amministrazione Lula, tuttavia,
starebbero venendo portate avanti da Meta. Nonostante le proprie linee guida,
sulle piattaforme social del colosso tecnologico sono comparsi centinaia di
profili e migliaia di contenuti fittizi che invocano la mobilitazione per
«riprendere Brasilia», richiamando il tentato colpo di Stato dell’8 gennaio
2023. Secondo un’analisi della ONG Eko, Meta avrebbe approvato l’87% degli
annunci generati con l’intelligenza artificiale che diffondono disinformazione
elettorale, incitano alla violenza e prendono di mira i legislatori con discorsi
d’odio. Lula ha denunciato il caso al Tribunale Elettorale, che ha accettato di
aprire un fascicolo sulla vicenda. Secondo la denuncia del presidente, il
fenomeno avrebbe raggiunto 1.826 pubblicazioni collaborative riconducibili a 492
profili, potenzialmente in grado di raggiungere una platea vastissima. Meta ha
inoltre bloccato temporaneamente gli account di Lula e della sua campagna
elettorale, senza fornire alcuna spiegazione. Parallelamente, Bolsonaro sta
trovando l’appoggio dello stesso Trump, che starebbe facendo monitorare le
elezioni da uffici di analisi a lui vicini, del presidente argentino Javier
Milei e di Benjamin Netanyahu, che hanno espresso pubblicamente il proprio
sostegno alla sua candidatura.
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Lula in Brasile appeared first on L'INDIPENDENTE.