Lo straniero, capro espiatorio del sistema

Pressenza - Saturday, September 26, 2026

Il sistema ti trasforma in una gomma da masticare dolce e succosa, ti mastica fino a tirarti fuori tutto, poi ti sputa.

Il sistema espelle. Non integra, lascia fuori. E ciò che oggi scarta non è eccedenza, sono persone. Espelle gente dalle proprie case, dai propri lavori, dai propri Paesi. E quelli che non può scartare, li rinchiude dentro. Non è un guasto, è il suo modo di funzionare, è la sua meccanica quando si chiude a livello mondiale.

Espelle perché non può includere. Arriva un punto in cui il suo affare non è più aprire il futuro, è amministrare la scarsità. E amministrare la scarsità significa dire ogni giorno che non ce n’è per tutti.

Espelle all’origine e si chiude a destinazione. È un doppio movimento.

All’origine espelle. Un ragazzo in Senegal guarda la sua terra e vede che lì non c’è futuro. Non perché non ci siano terra, né acqua, né voglia. Non c’è futuro perché il sistema gli ha tolto il futuro da lì e se l’è portato da un’altra parte. Allora se ne va. Non se ne va perché vuole conoscere il mondo. Se ne va perché se resta, muore.

A destinazione si chiude. E lì comincia la seconda parte della manovra. Il governo che non ha potuto dare lavoro a chi è del posto, né sanità, né università, ha bisogno di spiegare perché non ci è riuscito. E non dirà “non ci sono riuscito perché amministro un sistema che si chiude”. Dirà qualcos’altro di molto più utile: “non ci sono riuscito perché sono arrivati quelli da fuori e ti hanno tolto ciò che era tuo”.

Rovescia lo specchio. Quello che espelle lo traveste da minaccia, usa la vecchia trappola di trasformare la vittima in colpevole.

Prende colui che è stato espulso dal sistema e lo presenta come il pericolo che viene a toglierti quel poco che ti rimane. Il tipo che arriva con quello che ha addosso, disidratato, dopo aver attraversato mezza Africa, viene presentato come una minaccia per l’europeo che ha casa, assistenza sanitaria e Stato. Lo studente boliviano che frequenta le lezioni di sera dopo aver lavorato 12 ore viene presentato come quello che toglie il posto all’università alla classe media argentina.

È un’immagine brutale se la guardiamo bene: chi non ha nulla che minaccia chi ha poco, affinché non guardiamo chi ha tutto.

Come lo giustifica il sistema?

In Argentina, il governo lo spiega così: bisogna tutelare il denaro dei contribuenti, perché si stanno formando stranieri che poi tornano nei loro Paesi. Non si tratta di obbligare a far pagare, dicono, ma di autorizzare le università nazionali, a partire dal DNU 366/2025, a far pagare agli stranieri senza residenza permanente per ottenere una fonte propria di finanziamento.

È la traduzione locale della frase: “non ce n’è per tutti.”

A Ceuta, il governo dice che bisogna mettere ordine. Decine di migliaia in due giorni, molti a nuoto, una città al collasso. Allora installa 500 metri di boe in mare, sul molo di Tarajal. Per cosa? Perché ci sia qualcosa di fisico da superare. Perché il Tribunale Supremo gli ha detto: se arrivano a nuoto, senza saltare nulla, non puoi respingerli a caldo. Devi dare loro un avvocato, un interprete, dei documenti. Ma se metti una barriera e la superano, allora sì che puoi respingerli. Le boe non servono a evitare che anneghino. Servono a rendere legale il respingimento.

Questo è l’antiumanesimo in azione. Non è un’ideologia di persone cattive. È il modo di operare di un sistema chiuso. Ha bisogno di un capro espiatorio. Ha bisogno che il dolore del residente non diventi una domanda contro il sistema, ma odio contro il nuovo vicino.

Silo (1993) spiega che quando il sistema diventa chiuso a livello mondiale e perde una direzione di cambiamento, rimane sottoposto alla logica dell’accumulazione di potere e capitale, il che sfocia inevitabilmente in un disordine generale.

Quando tutto si va chiudendo, l’esterno sarà sempre colpevole. Non perché abbia fatto qualcosa, ma perché è fuori.

Per questo oggi si discute se bisogna far pagare la UBA allo straniero a Buenos Aires e se bisogna mettere lame sulla recinzione di Ceuta. Non sono due discussioni diverse. È la stessa chiusura che agisce in due luoghi diversi.

E dove si spezza questo?

Nei grigi. Il grigio non è la teoria. È quella scena che accade ogni giorno e nessuno filma.

Il ragazzo argentino che ha imprecato per tutto il pomeriggio perché non trova lavoro e la sera passa gli appunti al suo compagno peruviano perché è rimasto senza fotocopie. Il pescatore che nel pomeriggio ripete che “ci invadono” e al mattino, quando vede le barche precarie con 50 o 60 persone che affondano davanti a Tarifa, prende una corda e le salva.

Quell’atto non chiude. Apre. In un mondo che ti addestra a chiudere, aprire è un atto rivoluzionario.

La Nazione Umana Universale nasce lì, non in un congresso. Nasce quando capisci che lo straniero non viene a toglierti il futuro. Viene a mostrarti che stanno togliendo il futuro anche a te.

Perché non ci sono due sistemi. Non ce n’è uno che espelle i senegalesi e un altro che protegge gli spagnoli. Ce n’è uno solo che espelle tutti, solo che alcuni li espelle dal loro Paese e altri li espelle all’interno del proprio Paese.

O capiamo che il futuro è per tutti o non ci sarà futuro per nessuno.

Il migrante non è il problema. È lo specchio che il sistema non vuole che tu guardi.

Germán Osmar González

Redacción Argentina