L’Iran ha proposto agli USA un piano per riaprire Hormuz in una settimana

L'INDIPENDENTE - Saturday, September 26, 2026

A confermare l’esistenza di un piano per la tregua tra le due parti è stato il ministro degli Esteri iraniano, Abbas, Araghchi, a margine dell’Assemblea Generale ONU. Si tratta, ha dichiarato ai media il ministro, di «un piano concreto per riaprire Hormuz in sette giorni», sottoposto a Washington tramite la mediazione del Qatar. Se le condizioni proposte da Teheran saranno accettate, ha detto, il normale transito nello Stretto sarà garantito entro appena una settimana. Araghchi non ha fornito molti dettagli, ma ha dichiarato che il piano prevede le medesime richieste avanzate dall’Iran in precedenza e accettate dagli USA con la firma del Memorandum d’Intesa tra le due parti, avvenuta lo scorso giugno. La palla passa quindi ora agli Stati Uniti: si attende, nelle prossime ore, una risposta di Trump, anche se, secondo il Wall Street Journal, il presidente avrebbe già riferito al proprio staff l’intenzione di rifiutare l’accordo. In serata, il tycoon ha inoltre pubblicato sui propri social un’immagine dello Stretto di Hormuz, ribattezzato “Stretto di Trump”.

«L’Iran non accetta coercizione, minacce o intimidazioni», ha dichiarato il ministro Araghchi, «e non rinuncerà ai suoi diritti di sovranità per le pressioni». I sette giorni necessari a implementare l’accordo inizierebbero non appena gli USA accetteranno la proposta. In quel periodo di tempo, gli USA dovrebbero mettere in atto alcune condizioni: sarebbero necessari «quattro-cinque giorni», ha dichiarato Araghchi, in modo che «al giorno sei, lo Stretto sarà aperto». Il giorno successivo, il settimo, «cominceranno i colloqui con gli USA per giungere a un accordo finale». Le condizioni che gli USA si dovrebbero impegnare a rispettare sono le medesime previste dal Memorandum, sottoscritto dalle due parti. «Non vediamo dunque alcuna difficoltà nell’implementarle», ha detto il ministro iraniano.

Il memorandum sanciva, di fatto, una sconfitta pressochè totale degli USA: Teheran si era infatti impegnata a non dotarsi di un’arma nucleare, ma in cambio aveva ottenuto la revoca di tutte le sanzioni, lo sblocco dei beni congelati e l’istituzione di un fondo da 300 miliardi di dollari come forma di risarcimento, oltre all’impegno statunitense a porre fine alle ostilità in tutti i teatri di conflitto. Quest’ultima parte includeva anche il Libano, dove Israele ad oggi sta portando avanti la propria campagna militare, nonostante i negoziati in corso per il ritiro delle sue forze, con attacchi armati continui e radendo al suolo edifici e abitazioni. Secondo le dichiarazioni del ministro Araghchi, la proposta attuale contrarrebbe in sette giorni quello che il memorandum originariamente si prefissava di ottenere in due mesi. La tenuta, in quell’occasione, era stata molto breve: dopo appena dieci giorni dalla firma erano ricominicati gli attacchi, con le due parti che si accusavano reciprocamente di aver violato il cessate il fuoco.

Alle dichiarazioni del ministro hanno fatto eco quelle il presidente iraniano Pezeshkian, che in una intervista rilasciata ai media statunitensi ha confermato quanto detto da Araghchi, aggiungendo che Teheran acconsentirà all’ingresso di ispettori nucleari delle Nazioni Unite: «se desiderano venire a effettuare ispezioni, possiamo raggiungere intese e accordi su quel tema specifico nell’ambito dei negoziati». Il presidente iraniano ha anche ribadito che l’Iran non sta cercando di costruire un’arma nucleare, in quanto questo sarebbe «haram» (ovvero proibito dalla legge islamica).

Ora, si attende una risposta ufficiale dell’amministrazione USA. Secondo il WSJ, il presidente Trump avrebbe già rifiutato la proposta, dichiarando al suo staff che una nuova campagna di bombardamenti potrebbe ripartire già dopo le elezioni di midterm, previste per il primo martedì di novembre. Il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Tommy Pigott, avrebbe dichiarato ad Al Jazeera che «la porta della diplomazia con l’Iran è stata aperta fin dall’inizio» e che «non sono stati gli Stati Uniti a impedire che ciò accadesse».

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