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Crisi del capitalismo, guerre e lotte di liberazione
Pubblichiamo il testo di un interessante intervento fatto il 27 marzo 2026 all’assemblea per lo sciopero tenutasi al circolo Le Lame. Ci pare un ottimo esempio di analisi della situazione politica globale nata dal dibattito tra attivisti, **** Quando parliamo … Leggi tutto L'articolo Crisi del capitalismo, guerre e lotte di liberazione sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
La fine della guerra consiste nel colmare il divario tra le illusioni di Trump e la determinazione dell’Iran
di Amos Harel,  Haaretz, 26 marzo 2026.   Trump sostiene che la guerra sia già stata vinta, mentre un Iran determinato avanza richieste di ampia portata. Nel tentativo di colmare l’enorme divario, gli Stati Uniti proseguono i preparativi per un’operazione di terra. L’intensificarsi dei lanci di razzi da parte di Hezbollah aumenta la pressione sul governo israeliano affinché agisca. Iraniani che protestano contro Israele e gli Stati Uniti a Teheran, domenica 22 marzo. Majid Asgaripour/Reuters C’è un enorme divario tra le richieste americane, pubblicate nel documento in 15 punti dell’amministrazione statunitense e riportate da Channel 12 News, e quelle che sembrano essere le massime concessioni che la leadership iraniana è disposta a fare per ora. Mercoledì 25, i media iraniani hanno pubblicato critiche feroci alla proposta americana nella sua forma attuale, ma non è ancora stata ricevuta alcuna risposta formale al piano USA. Nei prossimi giorni, fino alla scadenza del nuovo termine fissato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump nel fine settimana, si cercherà di colmare questo divario. Allo stesso tempo, le forze dei Marines statunitensi saranno dispiegate vicino al Golfo Persico, in vista di una possibile apertura forzata dello Stretto di Hormuz o di una conquista dell’Isola di Kharg. Anche se non è in vista una vasta guerra terrestre, gli americani avranno più di 50.000 soldati nella zona. L’amministrazione statunitense è entrata in questa guerra, con il vigoroso incoraggiamento di Israele, con un piano solo parziale e apparentemente una comprensione limitata del modo in cui vengono prese le decisioni a Teheran. Sembra che Trump avesse pensato che questo sarebbe stato un altro Venezuela – un colpo breve e sbalorditivo seguito da un successo quasi garantito. Nelle sue frequenti apparizioni pubbliche, il presidente degli Stati Uniti crea una realtà alternativa per i suoi ascoltatori, una realtà che non coincide con quella sul campo. Per quanto lo riguarda, l’Iran è già stato completamente sconfitto, il suo esercito distrutto e il suo regime sostituito «due o tre volte» in seguito agli omicidi di figure di spicco da parte di Israele (di cui Trump si attribuisce il merito a posteriori). Il presidente parla ora di un prezioso dono che gli iraniani gli avrebbero offerto nel settore energetico – riferendosi probabilmente al permesso concesso a diverse petroliere di attraversare lo Stretto di Hormuz. Trump ha aggiunto che se fosse un giocatore d’azzardo, scommetterebbe su un accordo imminente. Sembra che la nuova leadership a Teheran la veda diversamente. Per ora, sta trasmettendo determinazione, mentre avanza richieste estreme per raggiungere un accordo. L’Iran chiede risarcimenti per le distruzioni subite e garanzie che non verrà attaccato di nuovo. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato mercoledì che l’offensiva americana era vicina al raggiungimento dei suoi obiettivi. Ciononostante, è possibile che si verifichi un altro round di duri colpi prima che gli iraniani accettino un compromesso, ammesso che lo facciano. Potrebbe trattarsi di un bis dei tentativi di raggiungere un compromesso prima dell’inizio della guerra il 28 febbraio. Anche allora si parlava di intense trattative volte a raggiungere un accordo, che furono inaspettatamente interrotte dall’attacco israelo-americano. Nel frattempo, i raid aerei continuano come al solito, a parte l’impegno americano, imposto anche a Israele, di evitare di colpire le infrastrutture nazionali in Iran mentre i colloqui sono in corso. Negli ultimi due giorni, c’è stato un marcato aumento del numero di missili lanciati contro Israele dall’Iran. È evidente che c’è stata un’attenta pianificazione dei bombardamenti nel tentativo di terrorizzare il più possibile la popolazione israeliana. A Nabatieh, in Libano, un uomo guida una moto davanti alle macerie di un sito danneggiato da un attacco israeliano, in un contesto di escalation delle ostilità tra Israele e Hezbollah, mentre continua il conflitto tra Stati Uniti e Israele con l’Iran. Yara Nardi/ REUTERS Le indagini condotte dalle Forze di Difesa Israeliane questa settimana hanno dimostrato che i colpi diretti ai centri israeliani di  Dimona e Arad hanno suscitato grande angoscia tra la popolazione, aumentando i dubbi sulla prosecuzione della guerra, che invece ora sembra protrarsi. Ciò si ricollega a una raffica quasi continua di razzi lanciati da Hezbollah contro le comunità del nord israeliano, che a volte raggiungono Haifa e i suoi sobborghi. I ripetuti attacchi al nord aumentano la pressione sul governo e sulle IDF affinché agiscano. I sindaci e i consigli comunali in prima linea sembrano sempre più disperati. A differenza della guerra contro Hezbollah del 2024, questa volta ai residenti di queste comunità è stato chiesto di non andarsene. Tuttavia, lo stato non sta fornendo a queste città e villaggi misure di protezione sufficienti e l’attenzione del governo alle esigenze dei residenti continua a essere lenta e insufficiente. Forze della Divisione 91 dell’IDF nel Libano meridionale, martedì. Portavoce dell’IDF L’esercito sta gradualmente schierando più forze nel sud del Libano mentre si prepara a una manovra di terra più ampia che, secondo le dichiarazioni, potrebbe raggiungere il fiume Litani. Con una mossa senza precedenti, questa settimana il Libano ha espulso l’ambasciatore iraniano a Beirut. Il governo di Beirut spera ancora che le mosse diplomatiche possano persuadere Israele a non espandere la sua operazione. Per ora, gli sforzi diplomatici in Libano sembrano incapaci di tenere il passo con l’escalation militare che è in accelerazione. Pedaggio di transito iraniano Il principale vantaggio a disposizione dell’Iran è il colpo già subito dall’industria petrolifera globale, che potrebbe ancora peggiorare. Un sito infrastrutturale del Qatar è stato gravemente danneggiato di recente da un attacco iraniano. Le soluzioni attualmente in discussione riguardano ciò che l’Iran otterrà in cambio della revoca dell’assedio dello Stretto di Hormuz, che era completamente aperto alla vigilia della guerra. L’Iran sta già affermando che i suoi diritti nello stretto dovrebbero essere riconosciuti, proprio come i diritti dell’Egitto sul Canale di Suez. In altre parole, l’Iran sta chiedendo un pedaggio di transito permanente. L’Iran sta inoltre minacciando di chiudere lo stretto di Bab al-Mandeb all’imbocco del Mar Rosso, apparentemente con l’aiuto degli Houthi nello Yemen. Una nave cisterna di gas di petrolio liquefatto nello Stretto di Hormuz nel mezzo del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. REUTERS/Benoit Tessier Egitto, Turchia e Pakistan sono ora citati come mediatori coinvolti dietro le quinte nei colloqui indiretti tra americani e iraniani. Al contrario, l’Oman, che era stato coinvolto in precedenti tentativi di mediazione falliti, è caduto in disgrazia. È stata riportata la notizia di un possibile incontro diretto a Islamabad, anche se è dubbio che ciò avvenga nei prossimi giorni. Il capo di stato maggiore pakistano, Asim Munir, sta trasmettendo messaggi tra le due parti. Munir, che in virtù dello status speciale dell’esercito nel suo paese è considerato l’uomo forte del Pakistan, ha recentemente incontrato Trump ed è in contatto diretto con lui. L’ascesa del Pakistan, che è una potenza nucleare a pieno titolo, e i suoi legami sempre più stretti con l’Iran non sono visti di buon occhio da Israele, ma sembra che l’influenza di Israele sugli eventi sia molto limitata. La decisione se e come concludere un accordo rimarrà nelle mani di Trump. Il vicepresidente JD Vance, che all’interno dell’amministrazione rappresenta una posizione più cauta riguardo alla prosecuzione della guerra, potrebbe assumere un ruolo più significativo nei futuri negoziati, qualora si registrassero progressi. https://www.haaretz.com/israel-news/israel-security/2026-03-26/ty-article/.premium/ending-war-hinges-on-bridging-gap-between-trumps-delusions-and-irans-resolve/0000019d-26ce-d8a3-abff-3eee16bd0000?utm_source=mailchimp&utm_medium=Content&utm_campaign=israel-at-war&utm_content=47b16efc23 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 29, 2026
Assopace Palestina
Yom Al-Ard, il 30 marzo sarà la Giornata della Terra
Riflettori spenti su Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est Le notizie dell’aggressione israeliana a Gaza sono sparite dai media scorta mediatica del genocidio. Ieri venerdì, due bambini palestinesi sono rimasti feriti da colpi d’arma da fuoco dell’esercito israeliano durante un attacco alla parte orientale del campo profughi di al-Maghazi, nella Striscia di Gaza centrale. Oltre all’azione dei cecchini, i bombardamenti casuali sui campi di sfollati non sono mai cessati. A Gaza non c’è nessun cessate-il-fuoco. Dall’inizio dell’aggressione contro l’Iran, gli aiuti internazionali in ingresso nella striscia sono diminuiti dell’80%. Su Gaza si affaccia una nuova carestia. Alle bombe e alla fame si aggiunge il peggioramento del meteo. Gli sfollati dei campi sulla costa si trovano ad affrontare crescenti difficoltà nella vita quotidiana. Le condizioni di vita sono peggiorate a causa del freddo pungente e delle forti piogge che hanno allagato i loro rifugi temporanei, esacerbando le loro sofferenze e rendendo la sopravvivenza una sfida quotidiana. Le immagini che ci giungono dalle attiviste di Al-Najdah mostrano la difficile situazione degli sfollati che vivono in tende di plastica e listelli di legno. “sono sofferenze quotidiane, intensificate dal rigido freddo invernale, dalle forti piogge e dalle inondazioni che hanno colpito i nostri campi”, ci hanno detto. Questa situazione è aggravata dalla carenza di beni di prima necessità a Gaza, esacerbata dall’ostacolo, imposto dall’esercito di occupazione israeliano, all’ingresso di aiuti essenziali e case mobili, di cui la Striscia assediata ha disperatamente bisogno. Per il quinto venerdì sono state vietate le preghiere collettive del venerdì nella moschea di Al-Aqsa. Il divieto rimarrà in vigore fino alla metà di aprile e potrebbe essere prolungato. Lo stesso avviene per le chiese cristiane che sono state costrette a cancellare le cerimonie per le festività pasquali. Mentre continua l’occupazione sionista del sud del Libano, stamattina, per la prima volta, dallo Yemen sono partiti missili balistici in direzione del sud di Israele. L’esercito di Tel Aviv non ha fornito informazioni sulle devastazioni prodotte. Le sirene d’allarme sono risuonate a Dimona, Beersheba ed Eilat dopo che per la prima volta sono stati rilevati missili lanciati dallo Yemen. L’aggressione israelo-statunitense contro l’Iran dura da un mese Ieri i bombardieri statunitensi hanno colpito ad Isfahan una centrale per la produzione di energia elettrica e un’industria siderurgica. Le dichiarazioni di Trump, sul rinvio degli attacchi al settore energetico iraniano, sono bugie per raffreddare i prezzi petroliferi. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha dichiarato un nuovo attacco è avvenuto nei pressi della centrale nucleare di Bushehr, il terzo in 10 giorni. L’esercito israeliano ha affermato di aver bombardato obiettivi nella capitale Teheran. Washington, invece, ha annunciato l’imminente invio della portaerei US George Bush nell’area delle operazioni militari contro l’Iran. Questi sviluppi mentre Trump annunciava che il cambio di regime in Iran è già avvenuto e che il suo paese intende mettere fine alle operazioni militari. Falso e bugiardo. La stampa iraniana scrive stamattina che una famiglia di 12 persone è stata decimata interamente in un attacco missilistico israelo-statunitense su Qom. A Teheran, è stata colpita l’università. La risposta iraniana all’ultimatum di Trump non è stata presentata ieri e, forse, non sarà presentata neanche oggi. Esponenti del governo hanno espresso il loro rifiuto di una trattativa sotto i bombardamenti. Un gruppo di navi statunitensi è arrivato in zona con a bordo circa 2.500 Marines. Teheran sta organizzando la difesa dell’isola di Kharg, dove si trova il giacimento per la lavorazione del petrolio più importante dell’Iran. Ai Marines si sono aggiunti almeno 1.000 paracadutisti dell’82ª Divisione Avio addestrati ad atterrare in territorio ostile. L’ammasso di truppe è indicativo di una prossima invasione di terra statunitense dell’Iran, che oltre a causare morti e distruzioni, aggraverà ulteriormente la crisi energetica mondiale. E intanto l’Iran prosegue nella sua politica strategicamente miope di colpire i paesi arabi del Golfo. Invece di restringere il campo dei paesi nemici, lo allarga. Nella giornata di ieri e stamattina sono state colpite posizioni di Arabia Saudita, Emirati, Bahrein e Oman. Sta minando la neutralità di paesi vicini, che non entrano in guerra soltanto per non trovarsi alleati di Israele. Ad Abu Dhabi sono stati colpiti palazzi residenziali con due morti e decine di feriti. A Sallalah, in Oman, è stato colpito il porto. Dopo le denunce all’Onu e le proteste presso gli ambasciatori, Baghdad si è arresa ai diktat di Washington. È stato costituito un comitato di coordinamento iracheno-statunitense supremo per intensificare la cooperazione e prevenire gli attacchi. Il comitato ha ribadito il proprio impegno a garantire che il territorio iracheno non venga utilizzato per attaccare il popolo iracheno e le sue forze di sicurezza né per attaccare cittadini e missioni diplomatiche statunitensi. Sia la parte irachena che quella statunitense hanno ribadito il proprio impegno a mantenere l’Iraq fuori dal conflitto in corso. Yom Al-Ard (Giornata della Terra) Il giorno 30 marzo è la giornata della terra palestinese. Il prossimo lunedì sarà la 50esima ricorrenza. In tutta la Palestina e nella diaspora, si ricordano quei giorni della repressione sanguinosa delle forze israeliane che hanno ucciso i palestinesi cittadini di Israele, per aver protestato contro le confische delle loro terre. Il 30 marzo 1976, infatti, l’esercito israeliano inviò le truppe nei paesi di Sakhnin, Arraba e Deir Hanna, allo scopo di reprimere le manifestazioni spontanee che ebbero luogo a seguito della decisione delle autorità israeliane di espropriare vasti terreni agricoli alle comunità palestinesi, per presunti scopi militari che poi si sono palesati falsi. I terreni sono andati a rinforzare le colonie ebraiche in Galilea. Gli scontri ebbero un esito sanguinoso: sette palestinesi tra cui una donna rimasero uccisi. Eventi si celebreranno in tutta Italia per iniziativa delle comunità palestinesi. ANBAMED
March 28, 2026
Pressenza
Supremazia Usa nel settore militar-tecnologico: antidoto al declino della dell’egemonia unipolare americana o canto del cigno? – di Andrea Fumagalli e Roberto Romano
Nel corso del tempo, la guerra ha cambiato natura. E non può essere altrimenti, perché la guerra è sempre stata dipendente dall’evoluzione del progresso tecnologico. E, oggi, in un ambito in cui lo spirito capitalistico di mercificazione e di accumulazione si è esteso sino a innervare le nostre stesse vite e non solo il [...]
March 26, 2026
Effimera
Piombino. Il rigassificatore, la guerra e i cittadini ostaggio
L’acqua bolle a 40 gradi? Se il Governo, attualmente governo Meloni, avesse un interesse ad affermare che l’acqua bolle a 40 gradi lo farebbe con un decreto legge. E non ho dubbi che correderebbe la propria azione con autorevoli pareri … Leggi tutto L'articolo Piombino. Il rigassificatore, la guerra e i cittadini ostaggio sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Questa guerra non può essere vinta. Può solo essere allargata
> > C’è una categoria che manca nel dibattito sulla guerra in corso contro l’Iran, e la sua assenza spiega perché chi la combatte continua a sbagliare tutto. L’Iran non è un movimento partigiano come l’FLN algerino, che era un fronte senza dogma unificante – coalizione di nazionalisti, socialisti, comunisti, conservatori – tenuto insieme da un unico obiettivo: cacciare il colonizzatore. Non è il Vietnam del Nord, che era uno stato su una parte del territorio con una dottrina esportabile – il comunismo – ma dipendente da Mosca e Pechino e limitato geograficamente. Hamas, Hezbollah, gli Houthi sono milizie, entità subnazionali che usano tattiche di guerriglia perché non hanno alternativa: la loro asimmetria è coatta, non scelta. L’Iran è qualcosa di diverso e di storicamente nuovo: rappresenta il primo caso storico di stato che adotta strutturalmente la dottrina della guerra partigiana come scelta strategica sovrana, combinando la legittimità e le risorse di uno stato con la logica operativa del movimento di resistenza. Ha un esercito regolare, missili balistici, una marina, istituzioni riconosciute, è uno stato westfaliano a tutti gli effetti. E tuttavia ha scelto deliberatamente la dottrina della guerra partigiana come strategia sovrana: saturazione con armi economiche, logoramento, accettazione consapevole delle perdite territoriali pur di rendere insostenibile il costo per l’avversario. Non perché non potesse fare altrimenti, ma perché ha valutato che fosse la strategia ottimale contro una superiorità convenzionale schiacciante. Questa scelta ha una conseguenza economica devastante per chi lo combatte. Un drone Shahed costa ventimila dollari. Un intercettore THAAD costa 12,7 milioni. L’Iran ha lanciato nella prima settimana di guerra cinquecento missili balistici e quasi duemila droni. La matematica è impietosa: la guerra povera fa pagare un costo insostenibile alla guerra ricca: non sul campo di battaglia, ma nelle catene di fornitura, nei bilanci, nelle scorte di intercettori che si esauriscono più velocemente di quanto possano essere prodotti. Ma la novità più profonda non è militare: è strutturale. L’Iran ha istituzionalizzato una contraddizione che tutti i movimenti di liberazione hanno dovuto scegliere essere stato o essere rivoluzione. L’Algeria dopo il 1962 scelse di essere stato e smise di essere rivoluzione. Cuba tentò entrambe e fallì. L’Iran no: ha costruito deliberatamente una dualità permanente. L’esercito regolare è lo stato westfaliano. I Pasdaran – le Guardie della Rivoluzione – sono la rivoluzione permanente, con le loro reti regionali, le loro ramificazioni in Yemen, Iraq, Libano, tutte accomunate non da un’ideologia laica ma da una fede: l’Islam sciita come identità, memoria, trauma fondativo. Non si sceglie di essere sciiti come si sceglie di essere comunisti. È famiglia, lutto, corpo. Karbala non è un evento storico: è un paradigma cosmologico che si ripete. Il risultato è un internazionalismo religioso che non è un’alleanza tra stati, non è un’Internazionale leninista, ma una rete transnazionale tenuta insieme da una grammatica esistenziale comune che non ha bisogno di un centro di comando esplicito per coordinarsi. E poi Stati Uniti e Israele hanno fatto il regalo più grande: hanno creato il pantheon. Soleimani, Nasrallah, Khamenei: ogni eliminazione mirata che pensavano risolvesse un problema strategico ha prodotto un martire che moltiplica la coesione della rete. Nella teologia sciita la morte del leader giusto per mano dell’oppressore non è una sconfitta: è la conferma della sua giustizia. È la struttura narrativa di Karbala. Un generale vivo può sbagliare, può deludere, può invecchiare. Un martire è eterno e perfetto. Hanno riscritto, con i loro missili, il copione che l’altra parte aspettava. Ma c’è un ultimo errore, forse il più grave. Israele ha colpito le banche di Hezbollah (L’istituto Al Qardh al-Hassan) e la più grande banca iraniana (Bank Sepah). Nel mondo sciita khomeinista la banca non è un istituto finanziario: è l’infrastruttura materiale della teologia. È il meccanismo attraverso cui si distribuisce la zakat, si finanziano le opere caritative, si mantiene il patto con i mustazaafin, i più deboli, gli oppressi, i dannati della terra di Fanon. Khomeini costruì il consenso della rivoluzione su questa rete capillare di solidarietà materiale. Colpirla non indebolisce la narrativa della resistenza: la conferma. Dimostra, nella vita quotidiana di milioni di poveri, chi sono i nemici dei deboli. È la migliore propaganda possibile, realizzata dalle bombe israeliane stesse. Mettendo tutto insieme: si sta combattendo con la logica della guerra convenzionale – decapita la struttura, taglia i finanziamenti, distruggi le infrastrutture – una forma politica che non è una struttura convenzionale. È una rete simbolica, sociale, militare e religiosa volutamente costruita per essere indistruttibile proprio attraverso la distruzione. Ogni bomba che cade rafforza la narrativa. Ogni martire consolida il pantheon. Ogni banca colpita dimostra ai poveri da che parte sta l’oppressore. E se lo stato iraniano dovesse essere smembrato o sconfitto, i Pasdaran senza stato – addestrati, armati, formati in una cultura del martirio che non dipende da nessuna istituzione per sopravvivere – si distribuirebbero in una regione che va dal Libano al Pakistan, dall’Azerbaijan al Bahrain, con ramificazioni in tre continenti. Non più contenuti da nessuna struttura statale, senza niente da perdere, con martiri potentissimi e una narrativa di resistenza più forte di prima. E mentre tutto questo accade, tre segnali dicono quanto profondamente questa guerra stia sfuggendo al controllo narrativo di chi l’ha scatenata. La Turchia si aspettava milioni di rifugiati iraniani in fuga dalle bombe. Ha visto invece migliaia di iraniani che attraversano il confine in direzione opposta, per rientrare a difendere la patria. Non necessariamente il regime: l’Iran. La civiltà persiana di quattro millenni che non si lascia ridurre all’equazione “regime uguale popolo”. Il nazionalismo ferito produce ciò che anni di opposizione politica non riescono a costruire. E poi c’è Gaza. L’Iran viene attaccato dopo che il mondo ha assistito per mesi al genocidio palestinese trasmesso in diretta, documentato, negato dalle cancellerie occidentali. Per i poveri della terra, per il Sud globale, per chiunque si senta dalla parte degli umiliati, la sequenza è leggibile e brutale: chi difendeva i palestinesi viene ora bombardato dagli stessi che armavano chi li massacrava. L’Iran è diventato, nell’immaginario globale dei dannati, qualcosa che va ben oltre la politica regionale o la teologia sciita: è la promessa che si può resistere, è la vendetta simbolica di chi non ha mai avuto giustizia. Quella solidarietà non ha confini confessionali né geografici. Infine, c’è la Cina. I suoi strateghi non stanno guardando la guerra: stanno conducendo la più dettagliata valutazione possibile delle capacità reali americane in condizioni di conflitto ad alta intensità. Ogni intercettore THAAD sparato, ogni Tomahawk lanciato, ogni giorno di guerra è un dato sulla tenuta logistica e industriale dell’avversario che dovranno affrontare, un giorno, nel Pacifico. Vedono le scorte esaurirsi, i tempi di produzione che non reggono il consumo, la catena logistica sotto pressione. Stanno prendendo appunti. E non hanno bisogno di combattere per vincere questa guerra: gli basta aspettare che l’America finisca le munizioni. Questa guerra non può essere vinta. Può solo essere allargata. E il mondo lo sa. -------------------------------------------------------------------------------- Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore) Comune-info
March 22, 2026
Pressenza