
Dopo un anno, il Board of Peace ha approvato un piano per Gaza
L'INDIPENDENTE - Thursday, September 24, 2026A febbraio il presidente USA Donald Trump aveva promesso 17 miliardi di dollari per Gaza. Sette mesi dopo, il Board of Peace presenta a New York un programma per i primi sei mesi di ricostruzione dal costo stimato ridotto a 2,45 miliardi: una prima tranche ancora senza copertura finanziaria completa, mentre gran parte dei fondi annunciati a febbraio non è stata versata. Il Board, previsto nel piano del 29 settembre 2025 e costituito formalmente a Davos il 22 gennaio, elenca 66 progetti, ma non indica quando potranno iniziare. Il conteggio dei sei mesi partirà soltanto dall’ingresso nella Striscia della nuova amministrazione palestinese, ancora in attesa di assumere le proprie funzioni.
Il programma, anticipato da Barak Ravid su Axios e N12, porta la firma del Board e del comitato tecnocratico palestinese incaricato di amministrare Gaza sotto la sua supervisione. Eppure, dopo mesi di lavoro, non fissa il momento in cui quell’amministrazione potrà entrare nella Striscia. Il Board spera di avviare la ricostruzione dopo le elezioni israeliane del 27 ottobre e la formazione di un nuovo governo; un esito incerto potrebbe rinviare ulteriormente i lavori. Nickolay Mladenov, Alto rappresentante del Board per Gaza, ammette che i colloqui con Israele sono difficili durante la campagna elettorale e rivendica «progressi lenti ma costanti», ma la ricostruzione di Gaza resta in attesa delle elezioni israeliane: a stabilire quando i palestinesi potranno cominciare a ricostruire è, ancora una volta, chi controlla l’accesso alla Striscia. Il linguaggio della diplomazia serve per nascondere che il calendario della ripresa resta subordinato alla politica israeliana.
Anche i finanziamenti raccontano la distanza tra la promessa e la possibilità di realizzarla. Alla prima riunione del Board, il 19 febbraio, Trump annunciò 10 miliardi di dollari dagli Stati Uniti e altri 7 dagli alleati; il Board prospettò investimenti infrastrutturali superiori a 30 miliardi e centinaia di migliaia di nuove abitazioni. Al 23 settembre, secondo il Times of Israel, dei 17 miliardi promessi ne sono stati trasferiti appena 280 milioni. I 2,45 miliardi del nuovo programma non sono un ulteriore stanziamento: rappresentano il costo indicativo dei progetti da finanziare, la cui realizzazione dipende anche dall’accesso a Gaza. Sulla carta ci sono 400 milioni per alloggi temporanei, 275 per rimuovere macerie e ordigni inesplosi, 80 per affrontare l’inverno, 50 per medicinali e forniture sanitarie e 40 per ripristinare scuole e allestire aule. Sul lato egiziano del confine, intanto, restano ferme 5.000 case mobili donate da Egitto e Qatar a cui Israele non consente l’ingresso. La prima prova per questo piano è dunque far arrivare ai palestinesi ciò che è già disponibile, prima di annunciare nuovi cantieri.
Guardare come sono ripartiti i 2,45 miliardi aiuta a capire quale Gaza si stia progettando. Il capitolo «pace e sicurezza» assorbe circa 885 milioni di dollari, quasi tre volte i 303 milioni riservati a sanità, istruzione e assistenza. Due voci distinte da 275 milioni finanziano una sede per la commissione degli Interni e il Comitato nazionale palestinese per l’amministrazione di Gaza (NCAG) e una base fortificata a Rafah, dimensionata per 5.000 membri della Forza internazionale di stabilizzazione. Seguono 140 milioni per reclutare ed equipaggiare il contingente, 120 per formare il personale di polizia e 20 per un programma di consegna delle armi. Accanto agli ospedali e alle scuole compaiono un’identità digitale per ottenere servizi e aiuti, pagamenti elettronici, reti 4G e la futura gestione dei valichi. Il piano non si limita a ricostruire edifici: definisce chi presidierà la sicurezza e i valichi e chi gestirà gli strumenti digitali attraverso cui i palestinesi accederanno ad aiuti e servizi. Sopra la futura amministrazione della Striscia c’è il Board of Peace, il cui statuto estende la missione anche ad altre aree di conflitto. Trump lo presiede: le decisioni degli Stati membri richiedono la sua approvazione e quelle del comitato esecutivo possono essere bloccate dal suo veto, anche dopo essere entrate in vigore. Chi versa oltre un miliardo in contanti entro il primo anno di vigenza dello statuto è esentato dalla scadenza ordinaria del mandato triennale. Nel consiglio per Gaza siedono anche Marc Rowan, alla guida del colosso finanziario Apollo, e l’imprenditore immobiliare israelo-cipriota Yakir Gabay. La loro presenza evidenzia come il confine tra governo del territorio e interessi economici sia sempre più sottile.
La tabella di marcia del 30 luglio prevedeva che lo smantellamento delle armi di Hamas procedesse insieme al ritiro graduale delle truppe israeliane. Dopo un incontro con Netanyahu, il Board ha però precisato che Israele avrebbe lasciato le posizioni oltre la «linea gialla» soltanto a disarmo completato. È su questa condizione che resta sospeso anche il programma di ricostruzione: il Board promette di trasferire al comitato palestinese NCAG la gestione dei valichi e dei servizi pubblici, senza indicare quando il comitato potrà entrare a Gaza o quando potranno arrivare i materiali necessari. Intanto, si progettano una base fortificata da 275 milioni di dollari e alloggi per una popolazione di cui oltre un milione di persone vive ancora nelle tende. Il Board stima i danni materiali in 35,2 miliardi e il costo della ripresa complessiva in 71,4 miliardi nel prossimo decennio. Già nell’ottobre 2025, un rappresentante dell’UNDP stimava che circa l’84% degli edifici fosse stato danneggiato o distrutto. A fronte di questa devastazione, Israele siede nell’organismo che decide le priorità della ricostruzione, mentre i palestinesi ne restano esclusi: al loro comitato viene affidata sulla carta l’amministrazione di un territorio al quale, per ora, non può nemmeno accedere.
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