
Fuori dai fossili, dentro le relazioni/2
Pressenza - Saturday, September 19, 2026continua da Fuori dai fossili, dentro le relazioni/1
La transizione vera è invece riconversione e parte da un’altra domanda: di quanta energia abbiamo davvero bisogno per vivere bene insieme? E chi decide come produrla? Che rapporto abbiamo con l’energia? Visibilizzare questo rapporto è il primo compito politico.
Per rispondere a questa domanda GEA ha portato il Festival a Santa Marta. Non fisicamente, ma come orizzonte politico. Santa Marta è un fatto storico, ha spiegato Andrés Gómez Orozco. Per la prima volta cinquantasei paesi del Sud globale si sono riuniti dicendo esplicitamente che i combustibili fossili sono la causa del cambiamento climatico. Nelle trenta COP (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) precedenti quella parola non era mai entrata nel testo finale. Tutto quello che è successo a Santa Marta nasce dai fallimenti delle COP.
Si è scelto di farlo in un luogo del Sud globale che ha vissuto per secoli l’estrazione, per far capire che la soluzione non è una transizione astratta che esclude il Sud del mondo, ma un processo che parte dal Sud. L’obiettivo dichiarato è disarticolare il potere, costruire multilateralismo dal Sud. Tuvalu, l’isola del Pacifico che sta scomparendo, è diventata il centro morale di questo percorso.
Dieci anni fa sembrava utopia pronunciare la frase “lasciamo i fossili sottoterra”. Dobbiamo questa conquista a tre lotte madri vinte dalle organizzazioni sociali, non dai governi: quella per la difesa dello Yasuní in Ecuador, quella del popolo U’wa in Colombia, e la lotta contro la Shell in Nigeria. L’Alianza Colombia Libre de Fracking è l’erede più alta di questa storia che è rappresentata e incarnata da Yuvelis Morales Blanco.
La sua storia non è individuale, è l’esito di una lunga lotta collettiva che da dieci anni coinvolge tutte e tutti. Una lotta per la vita, per il fiume, per la terra. Nel 2016 Ecopetrol, che detiene l’ottanta per cento delle riserve di petrolio colombiano, ed ExxonMobil, che preleva acqua dalla falda e dai pozzi per le perforazioni e compra le terre per fare fortezze, aprono i pozzi pilota di fracking a un chilometro dalle case di Puerto Wilches, sul Rio Magdalena.
La gente si organizza fuori dai cancelli. Nel 2018 nasce AguaWil, movimento giovanile. L’Alleanza diventa una piattaforma che mette insieme cento testimonianze per studiare tutti gli effetti del fracking: spersonalizzazione, perdita di terre, contaminazione dell’acqua, militarizzazione. Yuvelis Blanco subisce minacce ed è costretta all’esilio.
Ma la mobilitazione continua. Centottanta comunità che abitano la Sierra Nevada de Santa Marta, il cuore degli ecosistemi del mondo, hanno cercato di difendere quella lotta, successivamente riconosciuta e sostenuta dal Presidente colombiano Gustavo Pedro che ha avuto il merito di sentire la gente, di accogliere e appoggiare gli attivisti, vietando il fracking, rafforzando la protezione dell’Amazzonia e dichiarando l’ambizione di ridurre progressivamente la dipendenza dai combustibili fossili.
Con G. Petro la gente si è sentita libera, dichiara commossa Yuvelis Blanco, libera di chiedere di invertire la rotta, quella stessa rotta che ha condotto a Santa Marta. Oggi in Colombia c’è un nuovo governo che collabora con gli Stati Uniti per le terre rare, ma con forza e tenacia Yuvelis Blanco sostiene la necessità di continuare a lottare poiché non si può stare “in posizione fetale”, pur nella consapevolezza che esporre il corpo e le vite sia difficile. Ma se non ci fossero queste lotte, non potremmo immaginare vite diverse.
Quindi credere in altri mondi possibili per rendere il tuo mondo possibile è un monito che si impone con amore, passione e tenerezza, chiosa Yuvelis Blanco. E poi aggiunge: “Da più di trent’anni ci dicono che la soluzione sono i combustibili fossili. Noi, dal Sud, dimostriamo che l’alternativa non sono i combustibili fossili. Facciamo parte di un mondo che distrugge, in Colombia oggi pensiamo diversamente”.
È la Minga indigena: incontro tra i popoli, lavoro comunitario, azione collettiva, appoggio, lotta, resistenza politica, rivendicazione sociale in difesa del territorio, per l’autonomia e i diritti, per la pace e la salvaguardia dell’ambiente.
Per tre giorni il percorso del Festival non è stato solo accompagnato da interventi e testimonianze, ma soprattutto da gruppi di lavoro e assemblee plenarie di restituzione. È stata una scelta deliberata di GEA, non un dettaglio organizzativo. A fronte delle grandi domande poste dal Festival, GEA ha scelto di dare corpo alla risposta nel metodo stesso: non delegare a esperti e relatori il compito di offrire soluzioni già pronte, ma mettere la comunità nelle condizioni di deliberare.
I gruppi di lavoro si sono confrontati per tre giorni in forma orizzontale, come pedagogie delle resistenze: piccoli tavoli, condivisione, discussione, creazione di legami. E le assemblee plenarie non sono state una semplice restituzione, ma il luogo dove quella deliberazione ha preso forma politica. È lì che si è mostrato in pratica il modello che il Festival propone come alternativa all’ordine fossile.
Se l’ordine fossile comanda, estrae, distribuisce, una comunità che esercita la sua capacità deliberativa fa esattamente il contrario: si interroga insieme sui bisogni, decide cosa è necessario per vivere bene nel proprio territorio, e solo dopo interroga la tecnologia e lo Stato per realizzarlo con equità.
Cinque gruppi, coordinati dai loro portavoce, hanno tenuto insieme tre livelli della stessa lotta: agire localmente, sui nostri territori e nelle città; agire globalmente, rilanciando la campagna per l’uscita dal fossile verso Tuvalu; agire istituzionalmente, chiedendo ai rappresentanti non incentivi su tecnologie già decise altrove, ma moratoria su ogni nuovo estrattivismo, deliberazione vincolante delle comunità, adesione formale delle comunità al percorso Santa Marta-Tuvalu.
Su questa pratica si è innestato l’incontro conclusivo con Giuseppe De Marzo, direttore scientifico di GEA: L’Internazionale della Terra. L’urgenza e il desiderio di una nuova alleanza tra Scienza, Natura ed Etica, per un nuovo ordine mondiale. De Marzo non ha chiuso con una sintesi esterna, ha rilanciato il senso politico di quanto accaduto nei tre giorni precedenti, dando un nome e una cornice a ciò che le assemblee avevano già praticato.
Se il Festival ha mostrato che un’altra deliberazione è possibile, l’Internazionale della Terra è il quadro che la rende necessaria. La crisi che viviamo non è solo climatica, ha ricordato De Marzo, è una crisi della relazione tra scienza, natura ed etica. Una scienza ridotta a serva dell’estrattivismo, una natura ridotta a risorsa da sfruttare, un’etica ridotta a dichiarazione di intenti. Rimetterle in alleanza significa ribaltare l’ordine fossile alla radice e su questo De Marzo ha articolato tre proposte:
1. Uscire dalla trappola tecnica e ribaltare il ricatto della soluzione già pronta. Il nodo non è quale dispositivo adottare, ma quale processo ci porta a sceglierlo. Quando la risposta arriva prima della domanda, quando il mercato impone la sua offerta prima che i territori abbiano potuto dire cosa serve per abitarli con dignità, la transizione è un inganno. Per questo serve invertire l’ordine: partire dall’ascolto dei bisogni reali e della definizione collettiva di cosa significa vivere bene, chiedere alle istituzioni di farsi garanti di un’equa redistribuzione e di tutele, e solo a quel punto valutare quali strumenti tecnici sono coerenti.
2. Fare del fossile una questione di giustizia internazionale dal basso, attivando la responsabilità sui fossili come nuovo multilateralismo. La proposta operativa è rendere Tuvalu presente ovunque: nelle delibere dei Comuni, nei percorsi nelle scuole, nelle vertenze territoriali, aderendo come Festival, realtà associative e amministrazioni comunali al Trattato di Non Proliferazione dei Combustibili Fossili e costruendo fin da ora una delegazione popolare che porti questa voce al prossimo appuntamento internazionale.
3. Costruire l’Internazionale della Terra. Non un’altra sigla, ma un’alleanza tra una scienza che non si vende al capitale verde, una natura intesa non come risorsa ma come relazione – quel territorio che ci attraversa, come dice Yuvelis Blanco – e un’etica che restituisce misura al desiderio. È questo l’aggancio: le assemblee hanno praticato la capacità deliberativa, De Marzo ne ha indicato l’orizzonte politico.
Oggi fare solidarietà internazionale, far convivere i paesi, significa attivare la responsabilità sui fossili, ascoltare le forze che con tenacia portano avanti le loro battaglie e recuperare la capacità di immaginare. Perché se smettiamo di immaginare che un altro rapporto con la terra sia possibile, il fossile ha già vinto, anche quando si dipinge di verde.