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Fuori dai fossili, dentro le relazioni/2
continua da Fuori dai fossili, dentro le relazioni/1 La transizione vera è invece riconversione e parte da un’altra domanda: di quanta energia abbiamo davvero bisogno per vivere bene insieme? E chi decide come produrla? Che rapporto abbiamo con l’energia? Visibilizzare questo rapporto è il primo compito politico.                                                          Per rispondere a questa domanda GEA ha portato il Festival a Santa Marta. Non fisicamente, ma come orizzonte politico. Santa Marta è un fatto storico, ha spiegato Andrés Gómez Orozco. Per la prima volta cinquantasei paesi del Sud globale si sono riuniti dicendo esplicitamente che i combustibili fossili sono la causa del cambiamento climatico. Nelle trenta COP (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) precedenti quella parola non era mai entrata nel testo finale. Tutto quello che è successo a Santa Marta nasce dai fallimenti delle COP.                          Si è scelto di farlo in un luogo del Sud globale che ha vissuto per secoli l’estrazione, per far capire che la soluzione non è una transizione astratta che esclude il Sud del mondo, ma un processo che parte dal Sud. L’obiettivo dichiarato è disarticolare il potere, costruire multilateralismo dal Sud. Tuvalu, l’isola del Pacifico che sta scomparendo, è diventata il centro morale di questo percorso.  Dieci anni fa sembrava utopia pronunciare la frase “lasciamo i fossili sottoterra”.  Dobbiamo questa conquista a tre lotte madri vinte dalle organizzazioni sociali, non dai governi: quella per la difesa dello Yasuní in Ecuador, quella del popolo U’wa in Colombia, e la lotta contro la Shell in Nigeria. L’Alianza Colombia Libre de Fracking è l’erede più alta di questa storia che è rappresentata e incarnata da Yuvelis  Morales Blanco. La sua storia non è individuale, è l’esito di una lunga lotta collettiva che da dieci anni coinvolge tutte e tutti. Una lotta per la vita, per il fiume, per la terra. Nel 2016 Ecopetrol, che detiene l’ottanta per cento delle riserve di petrolio colombiano, ed ExxonMobil, che preleva acqua dalla falda e dai pozzi per le perforazioni e compra le terre per fare fortezze, aprono i pozzi pilota di fracking a un chilometro dalle case di Puerto Wilches, sul Rio Magdalena. La gente si organizza fuori dai cancelli. Nel 2018 nasce AguaWil, movimento giovanile. L’Alleanza diventa una piattaforma che mette insieme cento testimonianze per studiare tutti gli effetti del fracking: spersonalizzazione, perdita di terre, contaminazione dell’acqua, militarizzazione. Yuvelis Blanco subisce minacce ed è costretta all’esilio. Ma la mobilitazione continua. Centottanta comunità che abitano la Sierra Nevada de Santa Marta, il cuore degli ecosistemi del mondo, hanno cercato di difendere quella lotta, successivamente riconosciuta e sostenuta dal Presidente colombiano Gustavo Pedro che ha avuto il merito di sentire la gente, di accogliere e appoggiare gli attivisti, vietando il fracking, rafforzando la protezione dell’Amazzonia e dichiarando l’ambizione di ridurre progressivamente la dipendenza dai combustibili fossili.                             Con G. Petro la gente si è sentita libera, dichiara commossa Yuvelis Blanco, libera  di chiedere di invertire la rotta, quella stessa rotta che ha condotto a Santa Marta. Oggi in Colombia c’è un nuovo governo che collabora con gli Stati Uniti per le terre rare, ma con forza e tenacia Yuvelis Blanco sostiene la necessità di continuare a lottare poiché non si può stare “in posizione fetale”, pur nella consapevolezza che esporre il corpo e le vite sia difficile. Ma se non ci fossero queste lotte, non potremmo immaginare vite diverse. Quindi credere in altri mondi possibili per rendere il tuo mondo possibile è un monito che si impone con amore, passione e tenerezza, chiosa Yuvelis Blanco. E poi aggiunge: “Da più di trent’anni ci dicono che la soluzione sono i combustibili fossili. Noi, dal Sud, dimostriamo che l’alternativa non sono i combustibili fossili. Facciamo parte di un mondo che distrugge, in Colombia oggi pensiamo diversamente”. È la Minga indigena: incontro tra i popoli, lavoro comunitario, azione collettiva, appoggio, lotta, resistenza politica, rivendicazione sociale in difesa del territorio, per l’autonomia e i diritti, per la pace e la salvaguardia dell’ambiente.                     Per tre giorni il percorso del Festival non è stato solo  accompagnato da interventi e testimonianze,  ma soprattutto da  gruppi di lavoro e assemblee plenarie di restituzione. È stata una scelta deliberata di GEA, non un dettaglio organizzativo. A fronte delle grandi domande poste dal Festival, GEA ha scelto di dare corpo alla risposta nel metodo stesso: non delegare a esperti e relatori il compito di offrire soluzioni già pronte, ma mettere la comunità nelle condizioni di deliberare.                                        I gruppi di lavoro si sono confrontati per tre giorni in forma orizzontale, come pedagogie delle resistenze: piccoli tavoli, condivisione, discussione, creazione di legami. E le assemblee plenarie non sono state una semplice restituzione, ma il luogo dove quella deliberazione ha preso forma politica. È lì che si è mostrato in pratica il modello che il Festival propone come alternativa all’ordine fossile. Se l’ordine fossile comanda, estrae, distribuisce, una comunità che esercita la sua capacità deliberativa fa esattamente il contrario: si interroga insieme sui bisogni, decide cosa è necessario per vivere bene nel proprio territorio, e solo dopo interroga la tecnologia e lo Stato per realizzarlo con equità. Cinque gruppi, coordinati dai loro portavoce, hanno tenuto insieme tre livelli della stessa lotta: agire localmente, sui nostri territori e nelle città; agire globalmente, rilanciando la campagna per l’uscita dal fossile verso Tuvalu; agire istituzionalmente, chiedendo ai rappresentanti non incentivi su tecnologie già decise altrove, ma moratoria su ogni nuovo estrattivismo, deliberazione vincolante delle comunità, adesione formale delle comunità al percorso Santa Marta-Tuvalu. Su questa pratica  si è innestato l’incontro conclusivo con Giuseppe De Marzo, direttore scientifico di GEA: L’Internazionale della Terra. L’urgenza e il desiderio di una nuova alleanza tra Scienza, Natura ed Etica, per un nuovo ordine mondiale. De Marzo non ha chiuso con una sintesi esterna, ha rilanciato il senso politico di quanto accaduto nei tre giorni precedenti, dando un nome e una cornice a ciò che le assemblee avevano già praticato. Se il Festival ha mostrato che un’altra deliberazione è possibile, l’Internazionale della Terra è il quadro che la rende necessaria. La crisi che viviamo non è solo climatica, ha ricordato De Marzo, è una crisi della relazione tra scienza, natura ed etica. Una scienza ridotta a serva dell’estrattivismo, una natura ridotta a risorsa da sfruttare, un’etica ridotta a dichiarazione di intenti. Rimetterle in alleanza significa ribaltare l’ordine fossile alla radice e su questo De Marzo ha articolato tre proposte: 1. Uscire dalla trappola tecnica e ribaltare il ricatto della soluzione già pronta. Il nodo non è quale dispositivo adottare, ma quale processo ci porta a sceglierlo. Quando la risposta arriva prima della domanda, quando il mercato impone la sua offerta prima che i territori abbiano potuto dire cosa serve per abitarli con dignità, la transizione è un inganno. Per questo serve invertire l’ordine: partire dall’ascolto dei bisogni reali e della definizione collettiva di cosa significa vivere bene, chiedere alle istituzioni di farsi garanti di un’equa redistribuzione e di tutele, e solo a quel punto valutare quali strumenti tecnici sono coerenti. 2. Fare del fossile una questione di giustizia internazionale dal basso, attivando la responsabilità sui fossili come nuovo multilateralismo. La proposta operativa è rendere Tuvalu presente ovunque: nelle delibere dei Comuni, nei percorsi nelle scuole, nelle vertenze territoriali, aderendo come Festival, realtà associative e amministrazioni comunali al Trattato di Non Proliferazione dei Combustibili Fossili e costruendo  fin da ora una delegazione popolare che porti questa voce al prossimo appuntamento internazionale. 3. Costruire l’Internazionale della Terra. Non un’altra sigla, ma un’alleanza tra una scienza che non si vende al capitale verde, una natura intesa non come risorsa ma come relazione – quel territorio che ci attraversa, come dice Yuvelis Blanco – e un’etica che restituisce misura al desiderio. È questo l’aggancio: le assemblee hanno praticato la capacità deliberativa, De Marzo ne ha indicato l’orizzonte politico. Oggi fare solidarietà internazionale, far convivere i paesi, significa attivare la responsabilità sui fossili, ascoltare le forze che con tenacia portano avanti le loro battaglie e recuperare la capacità di immaginare. Perché se smettiamo di immaginare che un altro rapporto con la terra sia possibile, il fossile ha già vinto, anche quando si dipinge di verde. ‎ Redazione Italia
September 19, 2026
Pressenza
Dal paradigma del dominio al paradigma della cura: il contributo originale di Giuseppe De Marzo
L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione (Minimum Fax ) di Giuseppe De Marzo ha un ampio respiro teorico che investe il piano ontologico, epistemologico, etico-politico, proponendo un nuovo modo di pensare e di stare al mondo.                        Il nucleo argomentativo risiede nella capacità di articolare teoria radicale e pratiche territoriali: l’autore elabora un orizzonte di pensiero e un lessico inedito, forieri di nuovi paradigmi e categorie alternative. Tali categorie restituiscono centralità ai nessi relazionali tra gli enti e consentono di interpretare la contemporaneità non come sommatoria di emergenze settoriali, bensì come crisi sistemica. Ne consegue il compito di costruire un assetto concettuale in grado di interrompere la razionalità lineare e gerarchica dominante per lasciare spazio a categorie inedite capaci di nominare la realtà, ribaltare la prospettiva su soggetto, cause e soluzioni e operare una decolonizzazione dello sguardo come atto fondativo sul piano politico e metodologico.                                                                       Il saggio decostruisce le crisi interconnesse del presente, evidenziando come il collasso climatico, le disuguaglianze e le guerre non siano fenomeni accidentali ma conseguenze dirette del modello tecnocapitalista, caratterizzato da una tecnologia concepita come meccanismo di dominio, estrazione e accumulazione. Per De Marzo uscire dalla crisi richiede un cambio di paradigma che ripensi insieme giustizia sociale, clima e politica, a partire da un nuovo rapporto tra umani, natura e territorio. Il merito più grande dell’autore è aver sottratto il dibattito sulla crisi climatica al terreno tecnico per ricondurlo alla dimensione politica, giuridica e ontologica.                                                    Il testo non si configura come un saggio sulla “sostenibilità” ma come un manifesto per un salto di civiltà, una rottura epistemologica. L’operazione si dispiega secondo una duplice procedura di sottrazione e ricostruzione. In primo luogo De Marzo demolisce il linguaggio e le categorie del “Capitalocene”, in un gesto di decolonizzazione dello sguardo. In secondo luogo fonda categorie originali per il rovesciamento della visione egemonica. Infine individua il soggetto storico della trasformazione: un soggetto politico globale deputato a “federare” le pratiche.                                              Il punto di partenza è la critica radicale al concetto di “transizione ecologica”. Per De Marzo la transizione è la forma con cui il “Capitalocene”, sistema che trasforma ogni vivente in risorsa, celebrando il  mito della crescita infinita, tenta di salvarsi, non di superarsi. Cambiare gli strumenti lasciando intatta la grammatica economica, la logica dell’estrazione e del comando centralizzato significa riprodurre la crisi con altri mezzi.   Da qui il rovesciamento di prospettiva operato con l’introduzione della categoria di “Conversione”. Essa non è adattamento tecnologico, ma radicale mutamento di paradigma che sposta l’asse interpretativo dalla crescita illimitata all’autolimitazione, dall’individuo isolato all’interdipendenza, dal dominio alla logica della cura. Con questo triplice slittamento dell’orizzonte di senso De Marzo ci conduce a pensare la crisi non nella dimensione quantitativa, relativa alle emissioni di CO2, ma nella sua dimensione qualitativa, ovvero come crisi delle relazioni, come frattura antropologica e giuridica nel rapporto che lega l’uomo alla Terra. La soluzione  della crisi è, pertanto, di natura relazionale: richiede la ricostruzione dell’alleanza con la Terra, il ripensamento del patto di reciprocità, la messa in discussione della categoria di “Antropocene”, definizione all’apparenza neutra ma politicamente problematica. Essa, infatti, appiattisce le differenze e le responsabilità storiche, geografiche e di classe, imputando la crisi all’“Uomo”, inteso come specie, rendendo, così, colpevoli tutti e assolvendo i veri artefici.           Con tale narrazione la crisi viene sottratta alle scelte politiche ed economiche e ricondotta alla sua ineluttabilità. Per contrastare questa costruzione teorica che depoliticizza il conflitto tra capitalismo, potere e giustizia, trasponendolo sul piano tecnico, De Marzo introduce la categoria di “Capitalocene”, che ben individua il regime storico nato nel XV secolo dall’incontro tra colonialismo e capitalismo. Attraverso tale categoria l’autore ricolloca la responsabilità della crisi all’interno di un modello di sviluppo fondato su estrazione, accumulazione e dominio, e restituisce alla crisi climatica la sua natura di prodotto storico e politico.                                                                            Il concetto di “Capitalocene” rappresenta l’antropocentrismo assunto a sistema economico, strutturato su tre separazioni: tra uomo e natura, tra uomo e uomo, tra presente e futuro. La sua forza analitica risiede nella facoltà di ricondurre a un’unica cornice fenomeni trattati come emergenze separate: crisi climatica, alimentare, migratoria, energetica e democratica.                  L’alternativa proposta non è correzione di rotta del sistema esistente, ma un autentico progetto di futuro “ecologico”, sottratto all’accumulazione predatoria del “Capitalocene” e declinato attraverso l’“ecologia delle relazioni”, che all’“uomo padrone”, soggetto atomizzato, colonizzatore della Terra, sostituisce l’essere umano, partecipe in modo interdipendente della comunità della vita.                Sul piano ontologico la Terra, non più nudo capitale naturale, si sostanzia come rete di relazioni da coltivare, dove fiumi, foreste, semi, acqua ed energia non sono risorse, ma soggetti con cui negoziare e ai quali riconoscere diritti. A tal fine De Marzo delinea i tratti di una “giurisprudenza della terra”, orientata al riconoscimento di titolarità e tutela a tutti gli abitanti della Casa comune, una giurisprudenza del vivente, capace di superare la visione del diritto del “Capitalocene” basata sulla proprietà privata assoluta, sul soggetto giuridico individuale che istituzionalizza la separazione tra umano e vivente. Il nodo centrale di questo impianto rovescia il principio istitutivo fondato sul diritto di sfruttare e pone come istanza rivoluzionaria il diritto di curare. Questa istanza è, oggi, resa manifesta da “un universo plurale di alternative al sistema tecnocapitalista”, rappresentato dai movimenti del post-sviluppo, accomunati “dalla necessità di superare il paradigma della crescita economica per perseguire equità sociale e sostenibilità ambientale”. Essi costituiscono un insieme plurale di pratiche e saperi in rottura con l’idea di sviluppo inteso come crescita illimitata e dominio tecnocapitalista. Non è un movimento unitario, ma un reticolo di percorsi eterogenei, tenuto insieme dalla consapevolezza che il problema non sia rendere lo sviluppo più sostenibile, ma superarlo come orizzonte di senso. Dal punto di vista epistemologico questi movimenti rifiutano l’idea di un solo modello o una sola democrazia da universalizzare e postulano la coesistenza di una molteplicità di mondi e saperi. Sul piano storico adottano una prospettiva decoloniale in quanto riconducono  a un’unica matrice le diverse forme di oppressione razziale, di genere, ambientale e di specie prodotte dal medesimo sistema; riconoscono la fragilità come punto di partenza etico di ogni politica, rompendo con il mito dell’infrangibilità e dell’autosufficienza; affermano che “siamo tutte e tutti vulnerabili e fragili” ed evidenziano, infine, l’interdipendenza reciproca: essere “vita in mezzo alla vita che vuole vivere”. Su queste basi De Marzo individua nei movimenti del post-sviluppo la “spina dorsale” del nuovo soggetto politico: “l’Internazionale della Terra”. Un soggetto composito, costituito da coloro che sono stati scartati, esclusi, impoveriti dal sistema dominante. Vi afferiscono movimenti indigeni, reti contadine, organizzazioni ecologiste, comitati popolari, movimenti per l’acqua pubblica e/o di opposizioni a grandi opere. Il compito non è occupare lo Stato, ma costruire dal basso una civiltà della cura, attraverso relazioni di reciprocità, solidarietà e responsabilità verso il vivente. Questa società in movimento incarna l’Internazionale della Terra: una rete che articola dimensioni locale, nazionale e internazionale, e fa emergere la coscienza di appartenere a una comunità di destino di esseri umani e non-umani, legati dal medesimo futuro. Gli obiettivi sono sistemici: decentrare i sistemi di governo; ampliare la soggettività politica con democrazia partecipativa; riconvertire ecologicamente produzione ed energia; superare l’ordinamento giuridico omocentrico; ricollocare l’essere umano nella comunità della Terra. Con la formula “La Terra riflette quello che siamo”, De Marzo ribadisce l’appartenenza inscindibile dell’uomo al sistema Terra. L’Internazionale della Terra ha la funzione di recuperare la multidimensionalità dell’umano, ricostruendo la “ragnatela di relazioni” che lega l’uomo alle altre comunità della vita; è una pratica politica concepita dal basso, plurale e relazionale, fondata sul riconoscimento dell’interdipendenza. Proprio su tali presupposti può essere avviata una conversione ecologica, giuridica e culturale alternativa al dominio e in questa scelta si gioca la possibilità di un futuro: la Terra, conclude De Marzo, rifletterà ciò che noi saremo.      L’Internazionale della Terra si delinea come un testo di rilevante peso teorico e politico, che supera i confini tradizionali della letteratura ambientalista contemporanea. Ciò che rende il testo particolarmente solido è la sua capacità di tenere insieme la diagnosi della crisi, la proposta di un nuovo paradigma e l’individuazione di un soggetto politico in grado di realizzarlo. Il contributo originale e distintivo di De Marzo risiede nell’aver tradotto il principio dell’interdipendenza in categorie operative che sul piano ontologico, ecologico e giuridico ridefiniscono il rapporto tra umano e viventi, la visione meccanicistica a favore di un’“ecologia delle relazioni”, la nascita di un nuovo diritto fondato sulla cura e non sullo sfruttamento. La “Conversione”, in questo senso, non è un’utopia morale, ma un elemento fondamentale che attraversa tutti e tre i piani, recando in sé l’audacia di porre fine al paradigma del dominio per fondare una comunità umana e non-umana sostenuta dal principio della relazione, della responsabilità e della cura.  qui puoi leggere la recensione integrale: rivista online: DAL PARADIGMA DEL DOMINIO AL PARADIGMA DELLA CURA Redazione Palermo
July 18, 2026
Pressenza