Io caccio, tu cacci, noi cacciamo… la ragione dai nostri cervelli

Pressenza - Wednesday, September 16, 2026

Dicono che sia istinto, tradizione, passione, amore per la natura. Ma c’è una domanda che viene prima: perché lo facciamo? Oggi abbiamo frigoriferi pieni, supermercati, carne confezionata. Non dobbiamo cacciare per sopravvivere. Quando la necessità non c’è più, rimane una scelta.

Chiamarla tradizione non spiega perché continuiamo. Chiamarla passione non spiega cosa ci appassiona. Chiamarla sport non spiega perché alla fine ci sia un corpo che non respira più. Chiamarla amore per la natura non giustifica il fatto che per stare nella natura dobbiamo togliere la vita a uno degli esseri che la abitano. Possiamo guardare la caccia per quello che è: una scelta umana.

QUANDO LA MORTE DIVENTA SPORT

Chiamiamo la caccia sport. Ma quale sport mette di fronte un concorrente armato e un altro disarmato? L’uomo ha ottiche, armi, tecnologia, mezzi, conoscenza del territorio. L’animale ha il corpo, i sensi, la fuga. Se scappa, lo insegui. Se si nasconde, lo cerchi. Se reagisce, diventa pericoloso. Da una parte un uomo che ha scelto di cercare una preda. Dall’altra un animale che non ha scelto nessuna gara. Alla fine, quando l’uomo vince, l’altro muore.

I CANI CHE CORRONO AL POSTO NOSTRO

E poi ci sono i cani. Corrono, cercano, inseguono, rischiano la vita. Possono ferirsi, perdersi, essere colpiti. Ma il cane non ha scelto la caccia. Ha scelto noi. O si fida di noi. Quanto vale la nostra passione quando il prezzo può essere pagato da chi si fida?

NON BASTA UCCIDERE: BISOGNA MOSTRARE

La morte diventa esibizione. Carcasse trasportate per i paesi. Foto accanto al corpo appena ucciso. Trofei conservati. Non basta togliere una vita: bisogna far vedere di averlo fatto. Un trofeo non ricorda solo l’animale. Ricorda l’azione dell’uomo su quell’animale. Ma è difficile chiamare vittoria qualcosa che nasce dalla morte di un essere che non aveva scelto di partecipare.

E I BAMBINI?

Si dice che portare i bambini a caccia insegni il rispetto per la natura. Ma un bambino vede un uomo con un fucile, sente lo sparo, vede un animale cadere, vede il sangue. E gli si spiega che questo è rispetto. Possiamo insegnargli anche che rispettare un animale significa guardarlo senza possederlo o ucciderlo. Non è una questione per bambini. È una responsabilità degli adulti.

MA TU, CHE COSA CERCHI?

Se non vai a caccia per sopravvivere, cosa cerchi? Adrenalina? Sfida? Tradizione? Compagnia? Contatto con il bosco? Trofeo? Appartenenza? Sono bisogni reali. Ma l’adrenalina esiste anche nello sport. La sfida nell’esplorazione. La compagnia senza fucile. La natura si vive osservando, camminando, fotografando. Se potevi non ucciderlo, perché lo hai ucciso?

QUANDO L’ANIMALE DIVENTA IL PROBLEMA

Poi arriva la gestione. Il cinghiale danneggia i campi. La fauna provoca incidenti. Allora si abbatte. Ma l’esistenza di un problema rende automaticamente giusto uccidere chi lo provoca? E chi ha creato le condizioni in cui uomini e animali competono per lo stesso territorio? Abbiamo costruito strade, cementificato, trasformato habitat. L’animale non ha letto i confini. Non conosce il catasto. Sta cercando di vivere. Prima di decidere che deve morire, guardiamo anche la nostra responsabilità.

SE LA NATURA CHE GLI SERVIVA NON C’È PIÙ

Un animale selvatico non ha un piano agricolo. Non possiede un supermercato. Non può comprare ciò che gli manca. Ha solo l’istinto di sopravvivere. Per milioni di anni la natura gli ha fornito un ambiente capace di sostenerlo. Poi arriviamo noi. Cambiamo il territorio. Riduciamo gli habitat. Alteriamo gli equilibri.

E quando ciò che trovava naturalmente non basta più, l’animale cerca altrove. Trova un campo. Trova un frutteto. Trova una vigna. E noi diciamo: “Non puoi entrare. È mio.” L’animale non può capire quella frase. Fa quello che ogni essere vivente fa: cerca cibo. Se il problema nasce da una convivenza che abbiamo contribuito a rendere difficile, la soluzione non può essere sempre: “Spara.”

LA MALA ANNATA

I nostri vecchi dicevano: “La mala annata la fa il Padreterno.” Oggi aggiungiamo clima, siccità, grandine, gelate, malattie, parassiti, eventi estremi e danni della fauna. Nessuno nega questi ultimi. Ma un grappolo d’uva strappato è un danno. Una grandinata distrugge un raccolto in pochi minuti. Perché quando il danno lo fa un animale la risposta è sparare? Un grappolo perduto è un danno. Una vita perduta non è un risarcimento. Non tutto ciò che la terra produce ci appartiene completamente.

SE FOSSIMO NOI DALL’ALTRA PARTE?

Noi sappiamo che quell’orto è di qualcuno. Che quel campo ha un valore. Un animale non lo sa. Non conosce il catasto. Non conosce i confini. Ha fame. E cerca cibo. L’animale non sta commettendo un reato. Sta cercando di vivere. E qui torna una differenza fondamentale: l’uomo può scegliere di proteggere un campo senza uccidere. L’animale non può scegliere di andare al supermercato.

E QUANDO LA “GESTIONE” DIVENTA UN PARADOSSO?

Che senso ha allevare un animale, trasportarlo, liberarlo e poi abbatterlo chiamando tutto questo “gestione faunistica”? In quei casi in cui lepri, pernici e fagiani vengono allevati per essere poi cacciati, dovremmo chiamare la scena per quello che è: un animale viene prodotto, spostato, liberato e destinato all’abbattimento. La parola “gestione” può trasformare automaticamente un’uccisione in qualcosa di diverso?

MA ALLORA, ALMENO, SERVE PER MANGIARE?

“Ma l’animale viene mangiato.” Certamente, quando la selvaggina viene destinata al consumo, quella carne può essere utilizzata. Ma per la maggior parte delle famiglie contemporanee la carne di selvaggina non rappresenta una necessità alimentare quotidiana. Se l’animale viene ucciso per la sfida, l’adrenalina, la tradizione, il trofeo, il fatto che una parte della carne venga poi consumata non cancella la domanda: era necessario ucciderlo?

GLI ANIMALI CI PIACCIONO. PURCHÉ RESTINO NEL DOCUMENTARIO

Amiamo vedere gli animali nei documentari. Ci emozioniamo davanti a un cervo che attraversa un bosco. Ma quando la natura esce dallo schermo e attraversa la nostra strada, l’animale diventa “un problema”. La natura non può essere soltanto quella che osserviamo quando si comporta come vogliamo noi. La convivenza è più difficile della cancellazione. Ma è l’unica strada se vogliamo che quegli animali rimangano vivi nei nostri territori. Altrimenti continueremo ad amarli nei libri e nei documentari, ma solo perché non riusciremo più a incontrarli nei boschi.

LA PSICOLOGIA DEL BISOGNO

Torniamo all’uomo. La caccia non è necessità alimentare. Ma l’assenza di necessità non significa assenza di bisogno. Può esserci il bisogno di sentirsi capaci, di affrontare una sfida, di appartenere a un gruppo, di provare adrenalina. Sono bisogni umani reali. Ma l’adrenalina esiste anche nello sport. La sfida nell’esplorazione. La compagnia senza un fucile. Se potevi non ucciderlo, perché lo hai ucciso?

LA MADRE “PERICOLOSA”

Quando un animale difende i suoi piccoli, lo chiamiamo aggressivo. Quando un uomo difende i suoi figli, lo chiamiamo amore. Una madre selvatica non sa che siamo venuti per sport, che abbiamo un permesso, che l’arma è legale. Sa solo che qualcuno si avvicina. E reagisce. Dal suo punto di vista non siamo cacciatori: siamo intrusi che minacciano i suoi figli.

LA TRADIZIONE NON È UNA RISPOSTA

“Si è sempre fatto.” Ma questa è una spiegazione, non una giustificazione. La schiavitù è stata una tradizione. La tortura. I duelli. La sottomissione della donna. Le abbiamo abbandonate quando abbiamo capito che l’antichità non basta a rendere giusta una pratica. Una cosa può essere antica senza essere giusta. Può appartenere alla storia della nostra famiglia senza dover appartenere al nostro futuro. Una tradizione può spiegare da dove veniamo. Non può decidere dove dobbiamo andare.

E SE UN GIORNO CI GUARDASSERO COME NOI GUARDIAMO AL PASSATO?

Se fossero i nostri nipoti a leggere che gli uomini del XXI secolo uccidevano animali anche quando non erano costretti a farlo? Forse si chiederanno: “Come hanno potuto?” Come hanno potuto chiamarla sport? Come hanno potuto chiamarla tradizione? La risposta potrebbe essere semplice: “Avevamo la possibilità di scegliere. E abbiamo scelto di uccidere.”

CHE COSA RIMARRÀ DELLA NOSTRA CIVILTÀ?

Un territorio sempre più trasformato. Strade. Cemento. Inquinamento. Piombo e bossoli vuoti a terra. Una natura ridotta a parco, riserva, fotografia, documentario. E gli animali? Lupi nei libri. Cervi nei documentari. Pettirossi nelle fotografie. Un giorno i nostri figli potrebbero chiederci: “Un tempo vivevano davvero nei nostri boschi?” E noi risponderemo: “Sì. Poi siamo arrivati noi.”

LA SCELTA

Oggi la caccia non è necessità: è scelta. Possiamo avere un fucile e decidere di non sparare. Possiamo entrare nel bosco con un’arma o con un binocolo. Possiamo portare a casa una carcassa o una fotografia. Possiamo lasciare una morte o un ricordo. Un animale era vivo. Un uomo ha scelto di ucciderlo. Tutto il resto viene dopo.

L’ULTIMA DOMANDA

Forse un giorno i nostri nipoti ci chiederanno: “Nonno, avevi il supermercato, il frigorifero pieno, la carne confezionata. Perché hai scelto di uccidere?” Non potremo rispondere: “Perché dovevo.” Potremo solo dire: “Non perché dovessi. Perché avevo scelto di farlo.”

La ragione non è la capacità di trovare un modo più efficace per uccidere. La ragione è la capacità di scegliere di non farlo. Finché continueremo a scacciare la ragione dai nostri cervelli per far posto al grilletto, non saremo uomini in armonia con la natura. Saremo uomini che hanno avuto la possibilità di scegliere la vita. E hanno scelto la morte.

Mario Chiauzzi

 

Redazione Italia