
Pierre Lemaitre / Una miscela esplosiva di tragico e grottesco
Pulp Magazine - Wednesday, September 16, 2026Un appuntamento atteso con gioia, quello dell’ultimo volume della tetralogia di Pierre Lemaitre. Il volume che, dopo Il gran mondo, Il silenzio e la collera e Il sol dell’avvenire, conclude la saga della famiglia Pelletier, da Beirut a Parigi, passando per le trasformazioni dei Trente Glorieuses, gli anni dal 1945 al 1975, corrispondenti grossomodo al nostro miracolo economico. Gli anni del progresso infinito e del benessere per tutti, gli anni in cui si crede che la crescita possa continuare per sempre, che i figli staranno meglio dei loro genitori, che la pace sarà per sempre, che i beni materiali daranno la felicità. Gli anni delle promesse destinate ad andare deluse.
Lemaitre racconta quegli anni e quei mutamenti epocali attraverso i personaggi della famiglia Pelletier che molti di noi lettori hanno imparato a conoscere (ma non ad amare, perché Lemaitre non è uno scrittore che ti fa affezionare ai suoi personaggi, anzi molto molto spesso te li fa detestare, disapprovare e pure disprezzare), ma che sono chiari nei loro intenti e caratteristiche anche per chi legge questo romanzo da solo o per primo.
Il romanzo si apre su una scena epica: un incendio scoppiato all’improvviso in un palazzo, Jean Pelletier che ci passa davanti perché all’ultimo ha deciso di andare al lavoro per una strada diversa, l’impulso inspiegabile ad entrare richiamato dalle urla e poi dal pianto di un bambino, il salvataggio del bambino ancora vivo tra le braccia della madre morta. Giornali e televisioni si appassionano all’eroe per caso, la perfida moglie Geneviève ne approfitta per dare nuovo lustro e nuovi incassi al business di famiglia (un negozio di biancheria supereconomica), mentre Jean e la famiglia intera si meravigliano e felicitano per quel coraggio che non si sarebbero mai aspettati. Compare un padre del bambino salvato, e i giornali vanno a nozze con torbide rivelazioni, test del DNA e storie improbabili.
Intanto Jean e Geneviève, spinti anche dalla nuova notorietà, vengono coinvolti in un’operazione assai losca di mazzette legate alla costruzione di un nuovo boulevard périphérique attorno a Parigi, una sorta di tangenziale faraonica che distrugge senza ritegno buona parte della periferia. Sono gli anni del trionfo dell’automobile, come ci indica la bella copertina del romanzo, e le città si trasformano per fare spazio al nuovo mezzo di trasporto e alla sua costante diffusione.
Intanto che Jean e Geneviève salgono nella scala sociale e si illudono del merito del loro successo, François, il fratello minore, il giornalista, comincia a sospettare che “il povero Jean”, soprannominato Bouboule per la sua rotondità e la sua goffaggine, sia in realtà il serial killer di giovani donne che agisce impunito da anni in tutta la Francia. François sospetta del fratello non per astio o rancore o invidia nei suoi confronti, che ha anzi da sempre con lui un rapporto protettivo e affettuoso, ma per mestiere. Quando viene riaperto il primo caso della lunga catena di assassini di giovani donne, François si mette a indagare e nonostante il dolore, l’imbarazzo, il dilemma morale che gli impedisce di dormire la notte, sceglie di andare fino in fondo. Spera anche fino all’ultimo di sbagliarsi, ma i fatti si allineano inesorabilmente di fronte a lui e dichiarano la colpevolezza di Jean.
Intanto che Jean e Geneviève conducono i loro loschi affari e la loro vita matrimoniale assurda ma incredibilmente solida, i due figli Colette e Philippe crescono. Sono diventati adolescenti. Colette si consolida nella sua indipendenza, nella sua ostinata opposizione alle follie educative e non solo della madre, nel suo rapporto di affetto e confidenza con la suora da cui studia latino, finché forse riesce a liberarsi della memoria di una violenza subita da bambina e di cui non aveva mai fatto parola con nessuno. Philippe, passato da essere il prediletto della mamma a oggetto del suo disprezzo, scopre il desiderio spiando dal buco della serratura la giovane zia, sorella della madre, ospitata in casa e trattata come serva, ma molto affettuosa con i nipoti.
Altre storie si intrecciano a quella principale, in un romanzo che segue la scia della tradizione francese del romanzo popolare nella sua accezione migliore. Ce lo possiamo immaginare come un romanzo a puntate, attesissimo, settimana dopo settimana. Lemaitre è sempre bravo a costruire personaggi complessi e sfumati, spesso antipatici e sgradevoli; a snodare trame intricate e piene di rimandi e colpi di scena; a reinterpretare il must hitchcockiano per cui la tensione cresce quando il lettore ne sa più dei protagonisti; a farci restare attaccati alle pagine anche a notte fonda.
Non sempre la scrittura ha la stessa accuratezza della trama, e rispetto ai primi libri (e soprattutto al romanzo vincitore del Premio Goncourt, Ci rivediamo lassù) è meno brillante, più frettolosa e quasi di servizio. Ma è un peccato che si può perdonare, perché oltre al grande intrattenimento, questa tetralogia ci regala un ritratto della Francia molto fedele e appassionato ma anche molto critico.
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