Pierre Lemaitre / Una miscela esplosiva di tragico e grottesco
Un appuntamento atteso con gioia, quello dell’ultimo volume della tetralogia di
Pierre Lemaitre. Il volume che, dopo Il gran mondo, Il silenzio e la collera e
Il sol dell’avvenire, conclude la saga della famiglia Pelletier, da Beirut a
Parigi, passando per le trasformazioni dei Trente Glorieuses, gli anni dal 1945
al 1975, corrispondenti grossomodo al nostro miracolo economico. Gli anni del
progresso infinito e del benessere per tutti, gli anni in cui si crede che la
crescita possa continuare per sempre, che i figli staranno meglio dei loro
genitori, che la pace sarà per sempre, che i beni materiali daranno la felicità.
Gli anni delle promesse destinate ad andare deluse.
Lemaitre racconta quegli anni e quei mutamenti epocali attraverso i personaggi
della famiglia Pelletier che molti di noi lettori hanno imparato a conoscere (ma
non ad amare, perché Lemaitre non è uno scrittore che ti fa affezionare ai suoi
personaggi, anzi molto molto spesso te li fa detestare, disapprovare e pure
disprezzare), ma che sono chiari nei loro intenti e caratteristiche anche per
chi legge questo romanzo da solo o per primo.
Il romanzo si apre su una scena epica: un incendio scoppiato all’improvviso in
un palazzo, Jean Pelletier che ci passa davanti perché all’ultimo ha deciso di
andare al lavoro per una strada diversa, l’impulso inspiegabile ad entrare
richiamato dalle urla e poi dal pianto di un bambino, il salvataggio del bambino
ancora vivo tra le braccia della madre morta. Giornali e televisioni si
appassionano all’eroe per caso, la perfida moglie Geneviève ne approfitta per
dare nuovo lustro e nuovi incassi al business di famiglia (un negozio di
biancheria supereconomica), mentre Jean e la famiglia intera si meravigliano e
felicitano per quel coraggio che non si sarebbero mai aspettati. Compare un
padre del bambino salvato, e i giornali vanno a nozze con torbide rivelazioni,
test del DNA e storie improbabili.
Intanto Jean e Geneviève, spinti anche dalla nuova notorietà, vengono coinvolti
in un’operazione assai losca di mazzette legate alla costruzione di un nuovo
boulevard périphérique attorno a Parigi, una sorta di tangenziale faraonica che
distrugge senza ritegno buona parte della periferia. Sono gli anni del trionfo
dell’automobile, come ci indica la bella copertina del romanzo, e le città si
trasformano per fare spazio al nuovo mezzo di trasporto e alla sua costante
diffusione.
Intanto che Jean e Geneviève salgono nella scala sociale e si illudono del
merito del loro successo, François, il fratello minore, il giornalista, comincia
a sospettare che “il povero Jean”, soprannominato Bouboule per la sua rotondità
e la sua goffaggine, sia in realtà il serial killer di giovani donne che agisce
impunito da anni in tutta la Francia. François sospetta del fratello non per
astio o rancore o invidia nei suoi confronti, che ha anzi da sempre con lui un
rapporto protettivo e affettuoso, ma per mestiere. Quando viene riaperto il
primo caso della lunga catena di assassini di giovani donne, François si mette a
indagare e nonostante il dolore, l’imbarazzo, il dilemma morale che gli
impedisce di dormire la notte, sceglie di andare fino in fondo. Spera anche fino
all’ultimo di sbagliarsi, ma i fatti si allineano inesorabilmente di fronte a
lui e dichiarano la colpevolezza di Jean.
Intanto che Jean e Geneviève conducono i loro loschi affari e la loro vita
matrimoniale assurda ma incredibilmente solida, i due figli Colette e Philippe
crescono. Sono diventati adolescenti. Colette si consolida nella sua
indipendenza, nella sua ostinata opposizione alle follie educative e non solo
della madre, nel suo rapporto di affetto e confidenza con la suora da cui studia
latino, finché forse riesce a liberarsi della memoria di una violenza subita da
bambina e di cui non aveva mai fatto parola con nessuno. Philippe, passato da
essere il prediletto della mamma a oggetto del suo disprezzo, scopre il
desiderio spiando dal buco della serratura la giovane zia, sorella della madre,
ospitata in casa e trattata come serva, ma molto affettuosa con i nipoti.
Altre storie si intrecciano a quella principale, in un romanzo che segue la scia
della tradizione francese del romanzo popolare nella sua accezione migliore. Ce
lo possiamo immaginare come un romanzo a puntate, attesissimo, settimana dopo
settimana. Lemaitre è sempre bravo a costruire personaggi complessi e sfumati,
spesso antipatici e sgradevoli; a snodare trame intricate e piene di rimandi e
colpi di scena; a reinterpretare il must hitchcockiano per cui la tensione
cresce quando il lettore ne sa più dei protagonisti; a farci restare attaccati
alle pagine anche a notte fonda.
Non sempre la scrittura ha la stessa accuratezza della trama, e rispetto ai
primi libri (e soprattutto al romanzo vincitore del Premio Goncourt, Ci
rivediamo lassù) è meno brillante, più frettolosa e quasi di servizio. Ma è un
peccato che si può perdonare, perché oltre al grande intrattenimento, questa
tetralogia ci regala un ritratto della Francia molto fedele e appassionato ma
anche molto critico.
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