Contro il paternalismo di una certa “sinistra” e degli intellettuali

L'INDIPENDENTE - Friday, September 11, 2026

Ieri stavo leggendo un post di Scanzi sul successo di AfD in Germania e sul perché gli estremismi conquistino sempre più persone, e ho letto una cosa che mi ha fatto cadere le braccia: «Per vincere le elezioni bisogna parlare al cuore, ma anche alla pancia. Essere più assertivi e semplici aiuta a conquistare gli elettori. Se insegui per forza l’elucubrazione intellettuale, ottieni forse un’ospitata da Augias, ma le elezioni in Italia non le vinci mai».

Andrea Scanzi scrive queste parole sulla sua pagina Facebook riflettendo sulla difficoltà della sinistra di comprendere perché i movimenti più radicali riescano a conquistare una parte crescente dell’elettorato. Il ragionamento, almeno nella sua formulazione, sembra avere una sua logica: se vuoi parlare alla maggioranza delle persone, devi utilizzare un linguaggio che la maggioranza delle persone possa comprendere. Bisogna essere semplici, diretti, assertivi, parlare cioè alla pancia delle persone. Eppure c’è qualcosa in quest’affermazione che mi ha lasciato profondamente perplessa e, lo confesso, mi ha fatto arrabbiare. Qualcosa che va molto al di là della semplice politica. Ma procediamo con ordine.

Nel momento stesso in cui diciamo che per rivolgersi alla maggioranza bisogna semplificare il linguaggio, stiamo implicitamente attribuendo alla maggioranza una caratteristica precisa: l’incapacità di comprendere ciò che è complesso. Come se esistesse una lingua della cultura, destinata a pochi, e una lingua della politica, destinata a tutti gli altri. Come se l’elaborazione intellettuale fosse per sua natura incompatibile con la comprensione popolare. E credo che ciò meriti una riflessione, che vada oltre il concetto di destra e di sinistra. Perché quest’idea non riguarda soltanto il modo in cui si comunica un programma elettorale. Riguarda semmai il modo in cui, negli ultimi decenni, abbiamo concepito la cultura e il rapporto fra chi la fa e chi la riceve.

Da decenni ormai ci siamo abituati a pensare all’intellettuale come a una figura appartenente a una sorta di circolo ristretto, elitario, che abita la proverbiale torre d’avorio lontana anni luce dai problemi e dalla realtà dell’uomo comune. L’intellettuale scrive libri che leggono altri intellettuali, partecipa a festival ai quali partecipano altri intellettuali, discute con altri intellettuali, viene intervistato da giornali letti prevalentemente da persone già interessate alla cultura. E quando un’opera viene considerata difficile, spesso la difficoltà diventa quasi una garanzia del suo valore. E allora mi domando: perché abbiamo finito per trasformare la cultura in una specie di tessera di appartenenza?

Se guardiamo alla storia della letteratura, scopriamo qualcosa di piuttosto curioso: molti degli autori che oggi consideriamo i grandi rappresentanti della cultura occidentale non scrivevano immaginando di rivolgersi a una piccola aristocrazia dello spirito. Scrivevano per essere letti. E spesso per essere letti da moltissime persone. Pensiamo a Tolstoj. Oggi pronunciare il suo nome significa evocare immediatamente una certa idea di alta letteratura, di romanzo monumentale, di profondità psicologica e filosofica. Eppure Guerra e pace non è un trattato destinato a una ristretta cerchia di specialisti. È un romanzo popolato da centinaia di personaggi, che parla di guerre, amori, ambizioni, gelosie, tradimenti, discussioni politiche. È una storia che vuole parlare a un pubblico vastissimo proprio perché dentro quella storia ci sono le domande fondamentali dell’esistenza umana. 

Charles Dickens di Daniel Maclise, 1839

Lo stesso vale per Dickens. I suoi romanzi furono pubblicati a puntate e raggiunsero un pubblico enorme. E di cosa parlavano? Dickens raccontava la povertà, le disuguaglianze, il lavoro minorile, le condizioni delle classi più deboli, l’ipocrisia delle istituzioni. Non aveva bisogno di trasformare questi problemi in formule elementari per renderli comprensibili. Raccontava storie. E dentro quelle storie metteva una quantità enorme di questioni sociali e morali.

E che dire di Omero? L’Iliade e l’Odissea, prima di diventare materia di esami universitari, furono poemi nati per essere raccontati e ascoltati da tutti, e il successo al botteghino dell’Odissea di Nolan testimonia uno straordinario successo popolare di un’opera che ha più di duemila anni! Adesso voglio farvi leggere un brano che è considerato all’unanimità dai critici letterari e dai docenti universitari come uno dei vertici di tutta la letteratura mondiale:

«Li convinceremo che saranno liberi soltanto quando rinunceranno alla loro libertà in nostro favore e si sottometteranno a noi. (…) Sì, li costringeremo a lavorare, ma nelle ore libere dal lavoro costruiremo la loro vita come un gioco, con canti infantili e danze innocenti. Oh, concederemo loro anche il peccato, e ci ameranno per il fatto che permettiamo loro di peccare. Diremo loro che ogni peccato sarà espiato se sarà fatto con il nostro permesso. E non avranno alcun segreto per noi. Permetteremo o proibiremo loro di vivere con mogli e amanti, di avere o non avere figli – sempre giudicando in base alla loro obbedienza – e loro si sottometteranno con allegria e con gioia. I segreti più tormentosi della loro coscienza, tutto, tutto porteranno a noi, e noi tutto risolveremo, e loro crederanno alla nostra decisione con gioia, perché li libererà dalla grande preoccupazione di una decisione libera e personale».

Ecco, quello che avete appena letto è Il grande inquisitore di Dostoevskij; eppure non bisogna essere dei geni per capire quello che ci sta dicendo! Al contrario… queste parole scritte da quest’autore russo, vissuto due secoli fa, penetrano nella coscienza di ogni lettore con una forza che non ha bisogno di spiegazioni. Sono una delle riflessioni più profonde che siano mai state scritte sulla libertà, sulla responsabilità e sul bisogno umano di affidarsi a qualcuno che decida al proprio posto.

Le idee di Dostoevskij possono arrivare a qualcuno che non abbia mai studiato filosofia, che non abbia mai frequentato un’università, che non sappia nulla di teoria politica. Perché non vi è l’idea che il lettore sia incapace di comprendonio. Al contrario. In passato la cultura veniva considerata un ponte, un tramite per permettere alle persone di elevarsi, e di sperimentare nella propria vita qualcosa che andasse al di là della semplice sussistenza, e per farlo doveva parlare a tutti, a patto che sapessero leggere ovviamente. E questa è una cosa fondamentale!

Perché quando diciamo che bisogna «semplificare» per parlare alle persone, dobbiamo innanzitutto chiederci che cosa intendiamo per semplificazione. Se significa rendere più limpida una questione complicata, eliminare il linguaggio inutilmente tecnico, trovare esempi concreti, allora è un’operazione necessaria. Lo fanno i grandi divulgatori. Lo hanno fatto i grandi scrittori. Lo fanno gli insegnanti migliori. Ma se semplificare significa partire dall’idea che una persona comune non sia in grado di comprendere un ragionamento complesso, allora stiamo parlando di qualcosa di completamente diverso.

Lo scrittore russo Fëdor Dostoevskij nel 1863

Stiamo parlando di una forma di paternalismo e sì, di snobismo culturale. La cultura, ahimè, è diventata, in alcuni ambienti, una specie di club elitario. E quando la cultura diventa un modo per distinguere chi appartiene da chi non appartiene, smette inevitabilmente di svolgere una delle sue funzioni più importanti: essere universale. E qui la questione diventa anche politica. Perché forse il problema non è che le persone non comprendano le idee complesse. Forse hanno smesso di offrirgliele.

Abbiamo cominciato a confondere la difficoltà con la profondità e la semplicità con la banalità. Abbiamo pensato che parlare in modo comprensibile significasse pensare in modo semplice. E così, abbiamo lasciato il campo a chi aveva capito una cosa fondamentale: per conquistare l’attenzione delle persone non serve abbassare il livello del discorso. Serve avere qualcosa da dire.

Una persona può comprendere un’idea difficilissima se quell’idea riguarda qualcosa che sente vero. E può non comprendere una frase semplicissima se quella frase non dice nulla. La storia della cultura ci racconta che le persone non sono affatto così stupide come sembrano considerarle coloro che pretendono di rappresentarle. Shakespeare, Dostoevskij, Tolstoj, Dickens, Omero erano amati dal pubblico, da un grande pubblico, perché sapevano parlare alle persone e avevano qualcosa da dire. E quando hai veramente qualcosa da dire, non hai problemi a farti capire.

Ed è proprio questo il punto! Il problema non è tanto la complessità delle idee ma la loro assenza. Se una buona parte della sinistra italiana ha perso consensi, la causa non sta nel fatto che abbia utilizzato un linguaggio troppo elevato. Certo, esiste una comunicazione farraginosa, autoreferenziale, piena di formule burocratiche e astratte. Il cosiddetto politichese insomma. Ma è molto più facile accusare il linguaggio di essere troppo complicato che ammettere che, forse, dietro quel linguaggio non c’era poi molto dietro. Mancano, molto più banalmente, idee nelle quali le persone possano riconoscersi.

L’Italia ripudia la guerra. Non vuole la guerra. Questa è un’idea! E non è una frase particolarmente complicata da capire o da esprimere, ma che qualcuno la esprima, con forza e vigore e autentica convinzione, questo è un altro paio di maniche. E no, il pubblico non è stupido. Il lettore non è stupido. L’elettore non è stupido. Può essere male informato, può essere spaventato, arrabbiato, frustrato (quando sente che nessuno lo ascolta o lo rappresenta) e può anche essere ignorante alle volte, ma questo è molto diverso dal considerarlo incapace di comprendere. E allora forse prima di chiedersi come parlare alla pancia degli elettori, bisognerebbe chiedersi che cosa si ha da dire alla loro testa. O meglio: bisognerebbe chiedersi se si ha davvero qualcosa da dire, e il coraggio di dirlo, perché alla fine è questo che fa la differenza.

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