Mafia, parla Giovanni Brusca: “Le stragi volevano favorire la discesa in campo di Berlusconi”

L'INDIPENDENTE - Thursday, September 10, 2026

Continua la sfilata di collaboratori di giustizia al processo in corso a Firenze contro Salvatore Baiardo, storico favoreggiatore dei boss stragisti di Cosa Nostra Giuseppe e Filippo Graviano, imputato per favoreggiamento e calunnia, con novità importanti sul fronte delle dichiarazioni rese. A parlare in qualità di testimone davanti ai giudici è stato infatti ieri il pentito Giovanni Brusca, ex boss mafioso considerato il “boia” della strage di Capaci. Come già fatto da numerosi altri collaboratori di giustizia nell’ambito del medesimo processo, anche Brusca si è soffermato sui legami tra Cosa Nostra e l’ex premier Berlusconi, che a suo dire avrebbero avuto conseguenze importanti sulla campagna stragista del ’92-’93, che Cosa Nostra avrebbe in quella fase consumato per agevolare il Cavaliere e «orientare la sua entrata in politica».

Parlando degli attentati effettuati da Cosa Nostra nei primi anni Novanta, Brusca ha dichiarato che «nelle discussioni con Bagarella dicevamo di usarli come strumento politico, come se fossero suggeriti dalla sinistra» così da favorire Silvio Berlusconi per la sua discesa in campo, avvenuta nel 1994. Uno scenario che, se mai venisse confermato (si tratta, a oggi, solo delle parole di un collaboratore di giustizia), consentirebbe di tratteggiare una sorta di prosecuzione non solo esecutiva, ma anche strategica e “narrativa”, della strategia della tensione degli anni del terrorismo. In cui, lo ricordiamo, l’obiettivo dei promotori era proprio quello di scaricare sulle sinistre le responsabilità di sanguinari attentati in realtà decisi ed eseguiti da ben altre aree di riferimento. Brusca ha inoltre raccontato come, in seguito all’arresto di Leoluca Bagarella (1995), gli uomini di Cosa Nostra si incontrarono in occasione di una partita di poker, dove «Messina Denaro ci disse che Giuseppe Graviano aveva visto al polso di Silvio Berlusconi un orologio da 500 milioni di lire. È la prima volta che io sento di questo contatto con Berlusconi». Brusca aveva già raccontato di questo presunto episodio alcuni anni fa al processo sulla “‘Ndrangheta stragista”, in cui lo stesso Giuseppe Graviano ha affermato di avere incontrato più volte Berlusconi quando era latitante. «Io sono appassionato di orologi – ha aggiunto – e l’argomento mi è venuto facile crederlo, il discorso c’è stato quando ci siamo messi a parlare dei nostri orologi».

I legami tra il Silvio Berlusconi imprenditore e la mafia sono stati ufficialmente storicizzati dalla sentenza con cui, nel 2014, la Suprema Corte ha inflitto all’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, già suo braccio destro nella vita pre-politica, la condanna a 7 anni di carcere per concorso esterno. Nel 1974, in occasione di un incontro tenutosi a Milano tra Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, l’allora capo di Cosa Nostra palermitana Stefano Bontate e il mafioso Francesco di Carlo, fu infatti sancito un “patto di protezione” che rimase effettivo almeno fino al ’92 (l’anno delle stragi). «Grazie all’opera di intermediazione svolta da Dell’Utri veniva raggiunto un accordo che prevedeva la corresponsione da parte di Silvio Berlusconi di rilevanti somme di denaro in cambio della protezione da lui accordata da Cosa Nostra palermitana. Tale accordo era fonte di reciproco vantaggio per le parti che a esso avevano aderito grazie all’impegno profuso da Dell’Utri: per Silvio Berlusconi esso consisteva nella protezione complessiva sia sul versante personale che su quello economico; per la consorteria mafiosa si traduceva invece nel conseguimento di rilevanti profitti di natura patrimoniale», si legge nella sentenza.

A garanzia della protezione di Berlusconi fu innestato direttamente nella villa dell’allora imprenditore Vittorio Mangano, boss del mandamento di Porta Nuova. Un uomo che, a detta di Brusca, sarebbe ritornato centrale come tramite nei rapporti col Cavaliere nell’epoca delle stragi. «C’è un incontro per dargli (a Mangano, ndr) l’incarico. Mangano poi ci fece sapere che aveva avuto un contatto che lo aveva fatto sapere a Berlusconi o tramite Dell’Utri o altri canali, e ci riportò che Berlusconi aveva ringraziato e che quanto prima ci avrebbe dato una mano». Brusca ha aggiunto che «gli mandammo anche una minaccia velata», cioè «che se non ci avesse dato una mano, avremmo messo altre bombe per metterlo politicamente in difficoltà».

Nelle scorse settimane, altri pentiti avevano evidenziato i legami che si sarebbero venuti a creare nel tempo tra Cosa Nostra e la creatura politica di Berlusconi. Ciro Vara, storico capo della cosca di Vallelunga Pratameno, ha confermato come nel 1994 «tutte le famiglie, i mandamenti e le province» di Cosa Nostra votarono Forza Italia, partito politico che andò a «sostituire la Democrazia Cristiana (tradizionale referente politico di Cosa Nostra fino alla fine degli anni Ottanta, ndr) in tutto». «C’era molta soddisfazione» ha aggiunto il collaboratore di giustizia, poiché «si sapeva in Cosa nostra che anche Berlusconi aveva avuto rapporti con noi, c’era un’aspettativa perché si potevano aggiustare le cose». Emanuele Celona, ex capomafia di Gela, ha affermato di aver saputo, quando si trovava in galera, che Cosa Nostra sostenne Forza Italia alle elezioni del ‘94 con lo scopo di ottenere un alleggerimento delle misure antimafia. A testimoniare è stato anche Gaspare Spatuzza, esecutore della strage di via D’Amelio, il quale – come già in altri precedenti processi – ha fatto riferimento al suo appuntamento al Bar Doney di Roma del gennaio 1994 con Giuseppe Graviano: «Dopo aver fatto il punto della situazione di quello che era il preparativo per l’attentato all’Olimpico (bomba che doveva esplodere il 23 gennaio 1994, ma la strage fallì, ndr) mi dice che avevamo chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo, che ci eravamo messi il Paese nelle mani […]. Mi fa il nome di Berlusconi, che io tanto tendo a dire che se era quello del Canale 5 […]. Che c’era di mezzo un nostro compaesano, Marcello Dell’Utri. Quindi avevamo chiuso tutto, eravamo felici, ci eravamo messi il Paese nelle mani». Ora toccherà ai giudici trovare eventuali riscontri a queste dichiarazioni, che riaprono uno squarcio sulle dinamiche politico-criminali a cavallo tra Prima e Seconda Repubblica.

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