
Luisa Muraro, la libertà di pensare altrimenti
Pulp Magazine - Thursday, September 10, 2026Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro. A cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi, Mimesis/Lo scandalo della differenza, 2026, pp.184, euro 16,00 stampa
Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro è un titolo di particolare bellezza, molto ben scelto per un libro che raccoglie le relazioni presentate al convegno omonimo dedicato alla filosofa italiana nel settembre 2025 all’Università Cattolica di Milano. Un titolo suggestivo capace di evocare la corrente affettiva, la gratitudine, il desiderio di esprimere riconoscenza a una delle fondatrici del pensiero italiano della differenza sessuale, sentimenti che hanno animato, in sua presenza, l’incontro milanese, voluto dalle amiche della Libreria delle Donne di Milano e della Comunità filosofica Diotima negli spazi della stessa Università in cui Muraro aveva studiato più di sessant’anni prima.
Il volume, pubblicato subito dopo la sua scomparsa, avvenuta il 13 giugno scorso, intesse i contributi di Chiara Zamboni, Vita Cosentino, Diana Sartori, Ida Dominijanni, Cesare Casarino, Riccardo Fanciullacci, Carla Lunghi, Maria-Milagros Rivera Garretas, Wanda Tommasi, Annarosa Buttarelli Zambelli, Paolo Gomarasca, Laura Colombo, donne e uomini che sono stati in uno stretto rapporto di dialogo e scambio ideale con Muraro e riprendono «questioni e nodi dei suoi testi», partendo dalla constatazione proposta da Chiara Zamboni nell’Introduzione: «il pensiero di Luisa Muraro è un bene comune». Un bene comune perché la sua vastissima produzione – libri, saggi, interviste, articoli – non è mai stata confinata da lei in rigide definizioni, ma considerata sempre aperta al contributo di chi legge, alla possibilità di una sua trasformazione, di una ritessitura e di un rilancio, in continuità con l’intenzione iniziale del suo pensiero.
Zamboni sottolinea un tratto essenziale della sua persona, «la vocazione alla scrittura», sperimentata in tanti contesti del suo percorso di vita: l’immersione nelle lotte del Sessantotto, la relazione con Rosetta Infelise con cui fondò il Circolo Bernanos, la collaborazione con Elvio Facchinelli e il movimento antiautoritario nei primi anni ’70, per approdare finalmente al «luogo proprio dello scrivere», quello del femminismo, grazie all’incontro con Lia Cigarini divenuta poi sua compagna di vita e di pensiero, con cui, insieme ad altre amiche, nel 1975 inaugurò la Libreria delle Donne di Milano. Un laboratorio politico, questo, in cui confluivano le esperienze dei gruppi di autocoscienza maturate negli anni precedenti, le suggestioni che arrivavano dalle pratiche dell’inconscio delle donne francesi di Politique et Psychanalise e in cui prendeva consistenza, nei suoi snodi teorici e nella ricchezza di nuove pratiche, il pensiero della differenza, come emerge dall’intervento di Carla Lunghi, dove l’attività della Libreria viene attentamente indagata nel rapporto con il Gruppo Promozione Donna di Milano lungo gli anni Ottanta e Novanta.
È dunque «nel terreno fertile del femminismo della differenza», per tornare a Chiara Zamboni, che si esprime il valore politico della scrittura di Luisa Muraro, sempre avvertita come necessità esistenziale, come strumento indispensabile per dar forma al pensiero, mai scissa dalla relazione con le altre e autorizzata dall’ascolto delle loro parole. Per lei la scrittura è sì una vocazione, ma anche «un impegno assunto interiormente» per offrire le condizioni affinché le donne possano comunicare «la loro esperienza con indipendenza, sottraendosi ai regimi discorsivi di potere ed esplorando liberamente sé stesse nel legame intimo che hanno con il mondo».
Attorno a questo impegno si muove tutto il pensiero di Muraro che già nel 1981, con Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico sulla inimicizia tra metafora e metonimia, si interroga sulla dicibilità della verità soggettiva e illumina due direttrici possibili della lingua, quella metaforica, dell’astrazione, dei rimandi ideali, che interpreta i fatti secondo codici unitari, generali, prestabiliti, e quella metonimica che si fa strada nella concretezza dei vissuti, dando senso a «nessi materiali, di tipo spaziale, temporale, causale». Incrociando questi due assi linguistici, come fa chi lavora a maglia usando due ferri, il libro mostra la possibilità di dare voce e attendibilità all’esperienza soggettiva, rivolgendosi soprattutto a chi non possiede le competenze simboliche per portarla nel discorso pubblico ed è costretto al conformismo, all’imitazione dei modelli linguistici dominanti, ad una uniformazione che cancella potenzialità personali e collettive.
È una condizione in cui si sono trovate anche le donne prima del sommovimento degli anni Settanta, quando, grazie alla ricchezza delle pratiche di relazione, del partire da sé, grazie alla capacità di mettere in parola le esperienze precedentemente confinate nell’opacità, hanno potuto uscire da uno stato di povertà simbolica, trovando la propria voce, aprendo così la strada a una trasformazione di sé stesse e della realtà, ingegnandosi a «mettere al mondo il mondo», come titolava uno dei libri di Diotima, la comunità filosofica femminile che Muraro, insieme ad altre docenti, fondò all’Università di Verona nel 1984. Uno spazio di produzione teorica e politica e di intensa attività editoriale, che secondo Vita Cosentino testimonia un altro aspetto rilevante della personalità di Muraro, quello di essere «una iniziatrice e una costruttrice di imprese», sostenuta da un sentimento importante, l’amore per le iniziative delle altre donne, sentimento che la portò ad essere «un’instancabile viaggiatrice della differenza», a intrecciare, fuori e dentro l’Europa, rapporti con innumerevoli interlocutrici, «che fossero professoresse universitarie e grandi intellettuali o sindacaliste e operaie o insegnanti o infermiere o anche suore», e a frequentare associazioni, seminari, incontri pubblici, disseminati in Italia.
Il dare inizio, inteso come attitudine ma anche come ricerca e fatica, ritorna nel saggio di Diana Sartori dedicato al libro più conosciuto di Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, un libro tradotto in più lingue, molto commentato ed anche criticato in Italia e all’estero, e dalla stessa autrice riconsiderato nel corso degli anni. Uscito nel 1991, a dieci anni di distanza da Maglia e uncinetto, il volume dice dello sforzo intrapreso da Muraro per sciogliersi dalla «trappola dell’inizio», dai vincoli che la filosofia tradizionale ha sempre posto a tutti quelli che l’hanno praticata, imponendo loro, ogni volta, «di partire da un inizio assoluto». Una trappola in cui sono state coinvolte anche le donne che in quella filosofia hanno cercato risposte al proprio desiderio di sapere e al proprio bisogno di senso.
Compiendo uno scarto radicale di pensiero, Muraro afferma di essersi «improvvisamente accorta» che «l’inizio cercato» era «davanti» a lei, consisteva nel legame con la madre da cui abbiamo ricevuto la vita e appreso la lingua, una lingua viva che ci consente di esplorare il mondo e di dare valore all’esperienza che ne traiamo. Imparare ad esprimere amore e gratitudine nei confronti della madre, «comunque lei sia stata», anche quella che non avremmo voluto fosse, apre al simbolico perché il riconoscimento del rapporto originario di dipendenza da lei introduce all’accettazione della dipendenza nei confronti delle altre donne e della realtà stessa, perché l’autorità attribuita alla madre costruisce relazioni femminili in cui è contemplato il valore della genealogia, in cui agiscono la disparità e l’affidamento, lo scambio e la mediazione.
Si trattava di una proposta sovversiva, che sottraeva le figlie al logos del padre e tracciava un percorso per guadagnare l’indipendenza simbolica, trovando nel riferimento all’autorità materna non una limitazione della propria libertà ma, come afferma Sartori, «un ordine e una misura», una «misura più alta ed anche più esigente» di quella paterna.
Nei tanti interventi raccolti nel volume si fa più volte riferimento al modo di procedere del pensiero e della scrittura di Muraro, ma è nel contributo di Ida Dominijanni che la mossa della schivata viene messa particolarmente a fuoco. La schivata «è una mossa a lato», è la capacità di «cambiare improvvisamente tracciato» per non farsi trovare laddove gli altri pensano di poterci raggiungere, è la scelta di «aggirare l’ordine del discorso predefinito», di «guardare le cose da un punto di vista decentrato». Questa mossa filosofica, ricorda Dominijanni, è stata associata dalla stessa Muraro a un passaggio storico decisivo, «la separazione femminile dalla politica maschile», un distacco che nei primi anni Settanta diede origine al femminismo della «seconda ondata» e alla nascita di un «soggetto imprevisto», quello della differenza sessuale. Si trattava di un esodo che «metteva in gioco il paradigma della modernità». Le donne, infatti, rifiutando la condizione marginale imposta dai «compagni» con cui fino allora avevano condiviso la ribellione del Sessantotto, ingaggiavano «una rivolta dentro la rivolta», perché gli uomini a cui si erano affiancate – impegnati a rivendicare i principi di libertà uguaglianza e fraternità impliciti nel contratto sociale moderno (tutto declinato al maschile) – non ne riconoscevano il fondamento patriarcale che aveva determinato la loro oppressione ed esclusione dalla scena pubblica. Se fino a quel momento il legame con la politica maschile era stato ineludibile, soprattutto sul terreno delle lotte intraprese per la parità e l’emancipazione femminile, il gesto della separazione offriva una prospettiva radicalmente diversa, consentendo alle donne di definire la propria esistenza senza modellarla su quella dell’altro sesso, fuori dalla dialettica «servo padrone», già rifiutata da Carla Lonzi nel suo inaugurale Sputiamo su Hegel (1970), fuori anche da ogni vittimismo e ricerca di fusione e complementarietà con gli uomini.
Come quando si accende la luce dà conto della vastità degli interessi e degli studi di Luisa Muraro, studi che nello spazio di questa recensione non sono stati sempre nominati. Il suo pensiero, definito da Cesare Casarino «un’anomalia nella storia della filosofia occidentale moderna e contemporanea», non ha trovato però un giusto riconoscimento nel variegato panorama del femminismo italiano e internazionale da cui spesso sono arrivate letture fuorvianti.
Come dice ancora Ida Dominijanni, Muraro non si è mai impegnata in «un pensiero incentrato sul genere», sulla «critica della costruzione patriarcale del femminile». Se il genere si è definito dentro la «continuità storica» del patriarcato, «la differenza sessuale» ha interrotto «questa continuità inaugurando una storia di libertà. Un territorio in cui le donne non sono solo costrutti del linguaggio e dell’immaginario maschile, bensì soggetti pensanti e parlanti».
Sono considerazioni che chiariscono come il pensiero della differenza non possa essere ridotto a essenzialismo, perché il partire da sé, dal corpo sessuato, non significa rimanere avvinte alla propria specificità. Il partire da sé – fondato sull’esercizio della parola – indica il punto da cui prende avvio l’espressione di un vissuto interiore, ma comporta la capacità di allontanarsene, di incontrare l’alterità, di compiere un movimento che immette nella complessità del reale e inaugura il nuovo, contraddicendo ogni chiusura identitaria. Rifuggendo dall’essenzialismo, in uno scambio proficuo, il pensiero delle donne ha saputo incrociare anche l’inquietudine di molti uomini che, riconoscendosi nelle sue pratiche, hanno provato a sovvertire dentro di sé, nella sfera delle relazioni, dell’affettività e della sessualità il paradigma del maschile ereditato dalla tradizione patriarcale.
La politica del simbolico proprio perché agisce nell’ambito del linguaggio, si apre allora a tutte quelle soggettività che cercano di significare la propria esperienza fuori dagli assetti dominanti del dicibile, mosse dal desiderio, dalla tensione e dalla responsabilità di andare verso una trasformazione di sé e della realtà esistente.
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