Luisa Muraro, la libertà di pensare altrimenti
Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro. A cura di Laura
Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi, Mimesis/Lo scandalo della differenza,
2026, pp.184, euro 16,00 stampa
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Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro è un titolo di
particolare bellezza, molto ben scelto per un libro che raccoglie le relazioni
presentate al convegno omonimo dedicato alla filosofa italiana nel settembre
2025 all’Università Cattolica di Milano. Un titolo suggestivo capace di evocare
la corrente affettiva, la gratitudine, il desiderio di esprimere riconoscenza a
una delle fondatrici del pensiero italiano della differenza sessuale, sentimenti
che hanno animato, in sua presenza, l’incontro milanese, voluto dalle amiche
della Libreria delle Donne di Milano e della Comunità filosofica Diotima negli
spazi della stessa Università in cui Muraro aveva studiato più di sessant’anni
prima.
Il volume, pubblicato subito dopo la sua scomparsa, avvenuta il 13 giugno
scorso, intesse i contributi di Chiara Zamboni, Vita Cosentino, Diana Sartori,
Ida Dominijanni, Cesare Casarino, Riccardo Fanciullacci, Carla Lunghi,
Maria-Milagros Rivera Garretas, Wanda Tommasi, Annarosa Buttarelli Zambelli,
Paolo Gomarasca, Laura Colombo, donne e uomini che sono stati in uno stretto
rapporto di dialogo e scambio ideale con Muraro e riprendono «questioni e nodi
dei suoi testi», partendo dalla constatazione proposta da Chiara Zamboni
nell’Introduzione: «il pensiero di Luisa Muraro è un bene comune». Un bene
comune perché la sua vastissima produzione – libri, saggi, interviste, articoli
– non è mai stata confinata da lei in rigide definizioni, ma considerata sempre
aperta al contributo di chi legge, alla possibilità di una sua trasformazione,
di una ritessitura e di un rilancio, in continuità con l’intenzione iniziale del
suo pensiero.
Zamboni sottolinea un tratto essenziale della sua persona, «la vocazione alla
scrittura», sperimentata in tanti contesti del suo percorso di vita:
l’immersione nelle lotte del Sessantotto, la relazione con Rosetta Infelise con
cui fondò il Circolo Bernanos, la collaborazione con Elvio Facchinelli e il
movimento antiautoritario nei primi anni ’70, per approdare finalmente al «luogo
proprio dello scrivere», quello del femminismo, grazie all’incontro con Lia
Cigarini divenuta poi sua compagna di vita e di pensiero, con cui, insieme ad
altre amiche, nel 1975 inaugurò la Libreria delle Donne di Milano. Un
laboratorio politico, questo, in cui confluivano le esperienze dei gruppi di
autocoscienza maturate negli anni precedenti, le suggestioni che arrivavano
dalle pratiche dell’inconscio delle donne francesi di Politique et Psychanalise
e in cui prendeva consistenza, nei suoi snodi teorici e nella ricchezza di nuove
pratiche, il pensiero della differenza, come emerge dall’intervento di Carla
Lunghi, dove l’attività della Libreria viene attentamente indagata nel rapporto
con il Gruppo Promozione Donna di Milano lungo gli anni Ottanta e Novanta.
È dunque «nel terreno fertile del femminismo della differenza», per tornare a
Chiara Zamboni, che si esprime il valore politico della scrittura di Luisa
Muraro, sempre avvertita come necessità esistenziale, come strumento
indispensabile per dar forma al pensiero, mai scissa dalla relazione con le
altre e autorizzata dall’ascolto delle loro parole. Per lei la scrittura è sì
una vocazione, ma anche «un impegno assunto interiormente» per offrire le
condizioni affinché le donne possano comunicare «la loro esperienza con
indipendenza, sottraendosi ai regimi discorsivi di potere ed esplorando
liberamente sé stesse nel legame intimo che hanno con il mondo».
Attorno a questo impegno si muove tutto il pensiero di Muraro che già nel 1981,
con Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico sulla inimicizia tra
metafora e metonimia, si interroga sulla dicibilità della verità soggettiva e
illumina due direttrici possibili della lingua, quella metaforica,
dell’astrazione, dei rimandi ideali, che interpreta i fatti secondo codici
unitari, generali, prestabiliti, e quella metonimica che si fa strada nella
concretezza dei vissuti, dando senso a «nessi materiali, di tipo spaziale,
temporale, causale». Incrociando questi due assi linguistici, come fa chi lavora
a maglia usando due ferri, il libro mostra la possibilità di dare voce e
attendibilità all’esperienza soggettiva, rivolgendosi soprattutto a chi non
possiede le competenze simboliche per portarla nel discorso pubblico ed è
costretto al conformismo, all’imitazione dei modelli linguistici dominanti, ad
una uniformazione che cancella potenzialità personali e collettive.
È una condizione in cui si sono trovate anche le donne prima del sommovimento
degli anni Settanta, quando, grazie alla ricchezza delle pratiche di relazione,
del partire da sé, grazie alla capacità di mettere in parola le esperienze
precedentemente confinate nell’opacità, hanno potuto uscire da uno stato di
povertà simbolica, trovando la propria voce, aprendo così la strada a una
trasformazione di sé stesse e della realtà, ingegnandosi a «mettere al mondo il
mondo», come titolava uno dei libri di Diotima, la comunità filosofica femminile
che Muraro, insieme ad altre docenti, fondò all’Università di Verona nel 1984.
Uno spazio di produzione teorica e politica e di intensa attività editoriale,
che secondo Vita Cosentino testimonia un altro aspetto rilevante della
personalità di Muraro, quello di essere «una iniziatrice e una costruttrice di
imprese», sostenuta da un sentimento importante, l’amore per le iniziative delle
altre donne, sentimento che la portò ad essere «un’instancabile viaggiatrice
della differenza», a intrecciare, fuori e dentro l’Europa, rapporti con
innumerevoli interlocutrici, «che fossero professoresse universitarie e grandi
intellettuali o sindacaliste e operaie o insegnanti o infermiere o anche suore»,
e a frequentare associazioni, seminari, incontri pubblici, disseminati in
Italia.
Il dare inizio, inteso come attitudine ma anche come ricerca e fatica, ritorna
nel saggio di Diana Sartori dedicato al libro più conosciuto di Luisa Muraro,
L’ordine simbolico della madre, un libro tradotto in più lingue, molto
commentato ed anche criticato in Italia e all’estero, e dalla stessa autrice
riconsiderato nel corso degli anni. Uscito nel 1991, a dieci anni di distanza da
Maglia e uncinetto, il volume dice dello sforzo intrapreso da Muraro per
sciogliersi dalla «trappola dell’inizio», dai vincoli che la filosofia
tradizionale ha sempre posto a tutti quelli che l’hanno praticata, imponendo
loro, ogni volta, «di partire da un inizio assoluto». Una trappola in cui sono
state coinvolte anche le donne che in quella filosofia hanno cercato risposte al
proprio desiderio di sapere e al proprio bisogno di senso.
Compiendo uno scarto radicale di pensiero, Muraro afferma di essersi
«improvvisamente accorta» che «l’inizio cercato» era «davanti» a lei, consisteva
nel legame con la madre da cui abbiamo ricevuto la vita e appreso la lingua, una
lingua viva che ci consente di esplorare il mondo e di dare valore
all’esperienza che ne traiamo. Imparare ad esprimere amore e gratitudine nei
confronti della madre, «comunque lei sia stata», anche quella che non avremmo
voluto fosse, apre al simbolico perché il riconoscimento del rapporto originario
di dipendenza da lei introduce all’accettazione della dipendenza nei confronti
delle altre donne e della realtà stessa, perché l’autorità attribuita alla madre
costruisce relazioni femminili in cui è contemplato il valore della genealogia,
in cui agiscono la disparità e l’affidamento, lo scambio e la mediazione.
Si trattava di una proposta sovversiva, che sottraeva le figlie al logos del
padre e tracciava un percorso per guadagnare l’indipendenza simbolica, trovando
nel riferimento all’autorità materna non una limitazione della propria libertà
ma, come afferma Sartori, «un ordine e una misura», una «misura più alta ed
anche più esigente» di quella paterna.
Nei tanti interventi raccolti nel volume si fa più volte riferimento al modo di
procedere del pensiero e della scrittura di Muraro, ma è nel contributo di Ida
Dominijanni che la mossa della schivata viene messa particolarmente a fuoco. La
schivata «è una mossa a lato», è la capacità di «cambiare improvvisamente
tracciato» per non farsi trovare laddove gli altri pensano di poterci
raggiungere, è la scelta di «aggirare l’ordine del discorso predefinito», di
«guardare le cose da un punto di vista decentrato». Questa mossa filosofica,
ricorda Dominijanni, è stata associata dalla stessa Muraro a un passaggio
storico decisivo, «la separazione femminile dalla politica maschile», un
distacco che nei primi anni Settanta diede origine al femminismo della «seconda
ondata» e alla nascita di un «soggetto imprevisto», quello della differenza
sessuale. Si trattava di un esodo che «metteva in gioco il paradigma della
modernità». Le donne, infatti, rifiutando la condizione marginale imposta dai
«compagni» con cui fino allora avevano condiviso la ribellione del Sessantotto,
ingaggiavano «una rivolta dentro la rivolta», perché gli uomini a cui si erano
affiancate – impegnati a rivendicare i principi di libertà uguaglianza e
fraternità impliciti nel contratto sociale moderno (tutto declinato al maschile)
– non ne riconoscevano il fondamento patriarcale che aveva determinato la loro
oppressione ed esclusione dalla scena pubblica. Se fino a quel momento il legame
con la politica maschile era stato ineludibile, soprattutto sul terreno delle
lotte intraprese per la parità e l’emancipazione femminile, il gesto della
separazione offriva una prospettiva radicalmente diversa, consentendo alle donne
di definire la propria esistenza senza modellarla su quella dell’altro sesso,
fuori dalla dialettica «servo padrone», già rifiutata da Carla Lonzi nel suo
inaugurale Sputiamo su Hegel (1970), fuori anche da ogni vittimismo e ricerca di
fusione e complementarietà con gli uomini.
Come quando si accende la luce dà conto della vastità degli interessi e degli
studi di Luisa Muraro, studi che nello spazio di questa recensione non sono
stati sempre nominati. Il suo pensiero, definito da Cesare Casarino «un’anomalia
nella storia della filosofia occidentale moderna e contemporanea», non ha
trovato però un giusto riconoscimento nel variegato panorama del femminismo
italiano e internazionale da cui spesso sono arrivate letture fuorvianti.
Come dice ancora Ida Dominijanni, Muraro non si è mai impegnata in «un pensiero
incentrato sul genere», sulla «critica della costruzione patriarcale del
femminile». Se il genere si è definito dentro la «continuità storica» del
patriarcato, «la differenza sessuale» ha interrotto «questa continuità
inaugurando una storia di libertà. Un territorio in cui le donne non sono solo
costrutti del linguaggio e dell’immaginario maschile, bensì soggetti pensanti e
parlanti».
Sono considerazioni che chiariscono come il pensiero della differenza non possa
essere ridotto a essenzialismo, perché il partire da sé, dal corpo sessuato, non
significa rimanere avvinte alla propria specificità. Il partire da sé – fondato
sull’esercizio della parola – indica il punto da cui prende avvio l’espressione
di un vissuto interiore, ma comporta la capacità di allontanarsene, di
incontrare l’alterità, di compiere un movimento che immette nella complessità
del reale e inaugura il nuovo, contraddicendo ogni chiusura identitaria.
Rifuggendo dall’essenzialismo, in uno scambio proficuo, il pensiero delle donne
ha saputo incrociare anche l’inquietudine di molti uomini che, riconoscendosi
nelle sue pratiche, hanno provato a sovvertire dentro di sé, nella sfera delle
relazioni, dell’affettività e della sessualità il paradigma del maschile
ereditato dalla tradizione patriarcale.
La politica del simbolico proprio perché agisce nell’ambito del linguaggio, si
apre allora a tutte quelle soggettività che cercano di significare la propria
esperienza fuori dagli assetti dominanti del dicibile, mosse dal desiderio,
dalla tensione e dalla responsabilità di andare verso una trasformazione di sé e
della realtà esistente.
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