Tag - femminismo

Contro la fascistizzazione della riproduzione sociale – di Susana Draper
Prendersi del tempo per scrivere è una tregua in mezzo a giornate turbolente dovute all'intensificarsi delle politiche fasciste negli Stati Uniti e ci consente di creare spazi per la circolazione di un altro tipo di prospettiva, di continuare un dialogo tra di noi con il desiderio di costruire altri luoghi da cui parlare, ricordare [...]
[Gramigna] Pentite mai (1/3: Puntata completa)
Sesta puntata di una nuova trasmissione dedicata alla condivisione di cori e canti di lotta. menù del giorno: > Pan pentito > La canzone di Marinella (versione del Movimento Femminista Romano) > Je suis fille de / Fille de toto scrivici sul pad: https://pad.cisti.org/p/tuteincoro :)
Tra Sardegna e Africa: ibridazioni post-umane
di Ignazio Sanna. A seguire tre bevi note della “bottega”. IBRIDAZIONI POSTUMANE FRA SARDEGNA (CLELIA FARRIS) E AFRICA (WANURI KAHIU) L’uscita dell’interessantissimo articolo della ricercatrice dell’Università La Sapienza di Roma Giulia Fabbri, “Per una cura multispecie radicale. Parentele postumane in I vegumani di Clelia Farris e Pumzi di Wanuri Kahiu” sulla rivista Between (https://ojs.unica.it/index.php/between/issue/view/313) fornisce alcuni spunti di riflessione sulla
Ciao Edda
Sabato 9 gennaio è morta Edda Billi, una colonna del femminismo romano dai primi anni Settanta a oggi. La ricordiamo con alcuni brani di un'intervista realizzata nel 2016. Foto di Romina Mosticone
Griselda Pollock, Rozsika Parker / Un classico della critica d’arte femminista
Vecchie maestre. Donne, arte e ideologia è la prima edizione italiana di un classico della storia dell’arte femminista, uscito più di quaranta anni fa (!): un saggio denso e lucido, di quelli – rari – che si capisce sono stati pensati per anni prima di essere messi su carta, e le teorie sono arrivate chiare e pulite. Era il 1981 quando Griselda Pollock e Rozsika Parker, storiche dell’arte che negli anni Settanta avevano fondato il Women’s Art History Collective, pubblicavano Old Mistresses, un titolo difficile da rendere in italiano, e sul quale si tornerà. L’edizione Tlon comprende la prefazione originale del 1980 e le due prefazioni in solitaria di Pollock (Parker è mancata nel 2010) del 2013 e del 2025. Il saggio analizza i meccanismi mediante i quali la critica ha marginalizzato le donne nella Storia dell’arte, negando la possibilità di una creatività femminile. L’istituzione di una gerarchia delle arti tra maggiori e minori è andata di pari passo con la formazione degli stereotipi sull’essenza del femminile. Le forme di arte più vicine all’artigianato (arte ceramica, su tessuto, ricamo, …), considerate ripetitive, non originali, di presunti minori impegno intellettuale e valore estetico e che non necessiterebbero di genio e invenzione, sono state ritenute adatte alle donne. L’ideologia sugli spazi del femminile nell’arte è stata costruita per non collidere con il ruolo domestico della donna (la maternità, l’educazione dei figli, la cura della casa), per cui le c.d. arti minori hanno avuto luogo in prevalenza nella sfera domestica e alcune forme di artigianato, come il ricamo, sono diventate il passatempo della borghesia. Lo sguardo acuto delle autrici rende evidente come la separazione in età moderna tra arte e artigianato sia stata usata (e forse in una certa misura anche determinata) per costruire il negativo rispetto al quale emergesse il positivo dell’arte maggiore (pittura, scultura, musica), quella che necessita di ispirazione ed è prettamente maschile, di chi può essere definito “maestro”.  La declinazione al femminile assume tutt’altra accezione. L’inglese mistress incorpora una connotazione sessuale assente nell’italiano “maestra”, termine che tuttavia fa riferimento all’insegnamento nelle scuole primarie e certo non alle alte sfere dell’arte. Segni semantici di una pratica ideologica netta, per la quale lo status di un’opera è indissolubilmente legato allo status dell’autore, cosa molto evidente nell’arte contemporanea, e il termine artista richiama immediatamente il maschio. Sono riflessioni molto vicine al pensiero e alla biografia di Carla Lonzi (seppur non citata dalle autrici) che sul finire degli anni Sessanta abbandona la critica d’arte scrivendo un rivoluzionario Autoritratto (Bari, De Notato, 1969, composto dal montaggio libero di discorsi fatti con alcuni artisti contemporanei), un gesto di ribellione verso l’ideologia dominante del sistema arte, di cui la critica è un elemento essenziale nel sostenerne la struttura sessista e il suo linguaggio. L’analisi di Pollock e Parker delle donne pittrici nel mondo dell’arte occidentale mette in luce la varietà della presenza femminile e i modi di agire entro limiti ben definiti dalla parte maschile, tra i quali rientrano anche fattori quali l’impossibilità di accedere alle accademie, alle scuole, di dipingere il nudo. Una varietà che non può essere considerata un insieme omogeneo (le “donne artiste”) perché è proprio rispetto al contrappunto del mondo femminile che il maschile definisce il proprio dominio. La tesi importante delle autrici è che è solo nell’Ottocento, con l’ascesa della borghesia e del mito dell’uomo artista, che le donne vengono relegate ai margini della Storia dell’arte, negando la loro esistenza anche nel periodo precedente. Prima, seppur in un contesto sociale fortemente patriarcale, le donne artiste non erano misconosciute. Vasari include diverse donne nella sua storia dell’arte, da Sofonisba Anguissola a Properzia de’ Rossi. Sono la modernità e la sua ideologia sulla presunta natura femminile (collocata nella sfera domestica) ad escluderle dalla Storia dell’arte bianca, maschile, borghese, occidentale, e dalla possibilità di creare e inventare. Nel Novecento nei libri di storia dell’arte si fa tabula rasa delle donne, in contemporanea (la contraddizione non è probabilmente casuale) con il miglioramento dei loro diritti civili, con la loro emancipazione sociale e professionale, con l’irrompere delle avanguardie artistiche che, peraltro, nella pittura riabilitarono dei soggetti come il paesaggio e la natura morta floreale per lungo tempo considerati secondari di fronte a quelli storici e religiosi – e, quindi, praticati soprattutto dalle donne. È come se il sistema arte avesse cercato – in buona parte riuscendoci – di continuare ad affermare la propria ideologia (a decidere quali artisti debbano essere studiati, esposti, conservati, raccontati, mostrati) pur nelle mutate condizioni sociali, culturali, economiche. Le donne dipinte, ovviamente importanti in un “regime di visione connotato dal genere” (il maschile vede e il femminile è visto; il femminile è corpo statico, oggetto), non a caso aumentano a partire dall’Ottocento, quando la donna viene esclusa in modo più radicale dal ruolo di artista. Gli studi di genere tuttora non hanno pienamente assimilato la lezione di Pollock e Parker, spesso limitandosi a un recupero compensatorio di artiste dimenticate, narrate con taglio biografico accentuando gli aspetti di ribellione ai meccanismi culturali che hanno ostacolato la loro professione. Ma questo tentativo di collocare le donne allo stesso livello dei colleghi maschi utilizza i termini e l’ideologia definiti dalla parte maschile (quali il mito dell’artista solitario in lotta con il sistema, l’esistenza di una ontologia femminile, ecc), trattando le donne artiste come un blocco unico, come mai si farebbe con gli uomini. Quando il femminismo cade in questa trappola poco incide nel modificare la struttura della Storia dell’arte e la memoria collettiva. Si chiedeva Pollock riguardo alle donne artiste nella prefazione del 2013: “domandatevi: vengono presentate nello stesso modo dei loro colleghi uomini? La loro arte è analizzata a fondo o l’attenzione si concentra piuttosto sulla loro vita privata, sulla loro sessualità e magari sulla tragedia e sul trauma?” Le autrici modificano alla radice il punto di vista, sostenendo che le artiste ci sono sempre state ma hanno agito da una posizione ben diversa, all’interno della società, rispetto a quella dei colleghi maschi; “poiché le artiste sono sempre esistite, la questione diventa piuttosto come esse siano riuscite a lavorare nonostante questi ostacoli. Inoltre, in molti casi, le donne hanno prodotto opere davvero interessanti non solo nonostante, ma anche grazie al loro rapporto diverso con le strutture che ufficialmente le escludevano”. Non necessariamente sono state ribelli. Hanno operato in specifici campi a causa delle restrizioni imposte, esplorando a fondo degli ambiti che successivamente sono diventati importanti anche tra gli artisti uomini (sia tra i soggetti della pittura, come la natura morta e il ritratto, sia nelle tecniche, come il pastello). Spesso, soprattutto nel Rinascimento, provenivano da famiglie di pittori, dove c’era disponibilità di materiali e insegnamento (un caso noto, ma molto distorto dal risalto dato al taglio biografico, è quello di Artemisia Gentileschi). L’arte delle donne è differente non perché determinata biologicamente da una fantomatica essenza femminile, ma per via dei rapporti con le strutture patriarcali del potere, della società, della famiglia. Riscoprire le condizioni specifiche di vita e di ruolo delle donne artiste permette di comprendere come hanno pensato e creato arte, e di includerle nei processi storici dai quali la narrazione ufficiale le ha strappate.         L'articolo Griselda Pollock, Rozsika Parker / Un classico della critica d’arte femminista proviene da Pulp Magazine.
[Gramigna] Giubilella sempre (1/4: puntata completa)
Quinta puntata di una nuova trasmissione dedicata alla condivisione di cori e canti di lotta. menù del giorno: > Fra Martino contro il giubileo > Siccome siamo froce (da Sebbene siamo donne) > La leggera scrivici sul pad: https://pad.cisti.org/p/tuteincoro :)
Maschi in guerra
E’ in corso su giornali e social (ne seguo pochissimi) un dibattito sul rapporto tra guerra e maschilismo. E’ questo la causa principe di quella? La confutazione più cretina di un nesso evidente è che a promuovere, guidare e combattere guerre ci sono state e ci sono anche tante donne. La questione non sta lì, perché a mediare il rapporto tra la guerra e le posture aggressive attribuite al genere maschile c’è un sistema di dominio diffuso, gerarchico e flessibile, che ha fatto da supporto alle più diverse formazioni sociali sia nel tempo che nello spazio: schiavismo, feudalesimo, capitalismo, socialismo… Ma è un sistema che ha le sue radici profonde nel dominio degli uomini sulle donne, storicamente connesso alla rivendicazione della paternità biologica, garantita solo dal possesso in forma esclusiva di una o più donne: modello, peraltro, di tutte le altre forme di possesso, proprietà o dominio – sugli animali, su altri uomini, sulle terre, su beni, materiali e non, su interi popoli… E’ per sostenere tutte quelle forme dominio che si fanno le guerre. Nelle società matrilineari (dove figlie e figli crescono nella famiglia o clan della madre) del Neolitico soppresse dal sopravvento del patriarcato e in quelle sopravvissute fino ai giorni nostri violenza e guerra sembrano essere state eccezioni. E nelle guerre in corso come in quelle del passato sono state sì coinvolte tante o tutte le donne, ma in quanto oppresse e “possesso” altrui – pur ai diversi livelli gerarchici della loro collocazione sociale. Le donne hanno quasi sempre vissuto le guerre più come imposizione che come scelta e con ben poche possibilità di far valere la loro contrarietà. E’ questo uno dei dati costitutivi del patriarcato, il sistema di dominio di cui il femminismo degli ultimi decenni ha svelato l’attualità (non è solo un retaggio del passato) e la pervasività (impronta di sé tutti i rapporti sociali). La cultura femminista lo ha minato e indebolito, pur con pesanti contraccolpi, come la moltiplicazione dei femminicidi e la riscossa dei fondamentalismi sia islamici che cristiani, dichiaratamente maschilisti. Per questo è una battaglia destinata a protrarsi ancora a lungo: un rovesciamento radicale del sistema non è certo alle viste. Di questa insorgenza gli uomini sono il bersaglio, ma la strada per minare la cappa di un sistema di dominio che, ai rispettivi livelli gerarchici, imprigiona anche tutti loro non è certo quella di “diventare femministi”. Possiamo e dovremmo impegnarci a cercare di dissolvere il “mandato di virilità”: la pressione, sia reale che immaginaria, che ciascuno di noi subisce (ma al tempo stesso esercita) da parte di un collettivo di altri maschi, anch’esso sia reale che immaginario, perché esibisca i tratti connessi al genere a cui siamo ascritti. Una pressione sottoposta a continue “verifiche”, spesso inconsapevoli, che includono ostentazione e pratica, anche solo simboliche, di varie forme di violenza contro le donne. E’ lì che risiedono anche le radici della guerra. Sradicarle è un compito infinito di cui non si vede per ora la fine. “Ma le guerre ci sono sempre state! C’è sempre un aggressore e un aggredito, un nemico da cui difendersi, degli amici con cui coalizzarsi; perché dovrebbero scomparire proprio ora?” Per due ragioni di fondo: perché con le armi di oggi la guerra ha prima o poi per sbocco obbligato la distruzione dell’umanità, che mai prima era stata prospettata. E perché è un’arma di distrazione di massa che azzera lo sforzo di contenere la crisi climatica e ambientale, una minaccia che mai si era presentata prima. Femminismo e cultura postcoloniale hanno fornito a oppressi e oppressori gli strumenti per tentare un’inversione di rotta. Il rapporto tra violenza sulle donne e guerra è stato riproposto da Adriano Sofri come metafora dell’aggressione all’Ucraina, come rivalsa di un marito tradito che, a costo di sopprimerla, continua a considerare sua la nazione che lo vuole abbandonare. Certo, c’è un uomo al comando, Putin, maschio, bianco, narciso, con una schiera di cortigiani che lo sostengono, ma dall’altra parte non c’è una donna violata, non c’è “una nazione”, e meno che mai una patria, bensì una congerie, non molto diversa da quella di Putin (d’altronde hanno le stesse origini, non molto lontane…) contrassegnata dalla massiccia presenza di ladri di Stato, nazisti di Stato, oppressori di Stato delle minoranze, reclutatori di Stato impegnati a catturare per strada – con metodi non diversi da quelli di Trump con gli immigrati –  giovani renitenti per spedirli al fronte senza addestramento, senza attrezzatura, senza armi adeguate, con poche speranze di sopravvivere. Poi, accanto ai molti soldati, ma sempre meno, impegnati da quattro anni al fronte in una resistenza senza futuro, ci sono migliaia di vedove e orfani di guerra e altre migliaia di donne e bambini che vorrebbero evitare la stessa sorte e milioni di persone fuggite all’estero decise a non tornare. L’alternativa alla guerra è la dissoluzione di quella falsa unità nazionale. Dall’altra parte del fronte c’è chi lavora allo stesso fine, con difficoltà anche maggiori, ma qualcuno deve pur cominciare! Qui da noi, con il privilegio (ma potrebbe durare poco) di non esserne direttamente coinvolti, l’impegno in quella direzione dovrebbe essere anche maggiore.     Guido Viale
Master in Studi e Politiche di Genere 2026
Sono aperte le iscrizioni all'edizione 2026 del Master Studi e Politiche di Genere dell'Università di Roma Tre. Quest'anno il Master prevede due percorsi: uno esclusivamente in presenza e uno esclusivamente online su strumenti liberi. La domanda di ammissione va inviata entro il 7 gennaio 2026. È possibile anche partecipare come uditrici a uno o più moduli. Nato nel 2001 all’Università Roma Tre, il Master Studi e Politiche di Genere è lo spazio dove trovare strumenti teorici per l’introduzione e l’aggiornamento sulle tendenze e i dibattiti più recenti, sostanziati da un approccio genealogico, che restituisce la ricchezza dei percorsi precedenti, intrapresi da singole, gruppi e movimenti. Agnese Trocchi e Lavinia Marziale curano il modulo Tecnologia Critica e da quest'anno si occupano anche degli spazi digitali per il percorso online. Il master in Studi e Politiche di Genere a distanza per il suo svolgimento ha adottato Nextcloud e Discourse, software liberi e open-source per archiviazione cloud, discussioni e condivisione di spazi e materiali digitali, e molto altro. Siamo partite dall’osservare tanto gli strumenti digitali che accompagnano le nostre attività di studio, svago o lavoro, quanto le nostre relazioni con questi strumenti. Comprendere il funzionamento di reti, hardware e interfacce digitali, la loro progettazione e le interazioni di potere geopolitico che le rendono possibili, ci dà la possibilità di situarci nel mondo digitale e fare delle scelte consapevoli. Le tecnologie digitali non sono infatti né neutre né eteree, ma incarnano e modellano a loro volta le nostre relazioni e comunicazioni. Per questo le nostre istanze di Nextcloud e Discourse sono ospitate sui server gestiti da Maadix, società catalana che offre servizi informatici promuovendo i valori della privacy delle comunicazioni, sicurezza digitale e libertà di informazione. Tutto il programma del percorso online è consultabile qui Il programma del percorso in presenza è qui Per informazioni sulle modalità di iscrizione invece seguire questo link.