Dietro le quinte di Nèmèsis (Italia). Tra Femonazionalismo e falso femminismo la propaganda xenofoba dell’estrema destra fallisce ancoraA Lione il 12 febbraio, Quentin Deranque, attivista di un gruppo neonazista, è
rimasto ferito – ed è poi morto – a seguito di un’azione di stampo fascista
messa in atto dal suo stesso gruppo alla facoltà di Scienze Politiche, dove si
stava tenendo una conferenza dell’europarlamentare Rima Hassan (La France
Insoumise).
Accanto alla squadraccia vestita di nero e armata di spranghe, fumogeni usati
come torce infiammabili e spray al peperoncino, c’era anche il collettivo
femonazionalista di estrema destra “Nèmèsis”, che non ha perso un attimo a
fornire ai media una narrazione salvifica dell’episodio, tentando di far passare
l’aggressione come un mero atto di difesa nei propri confronti.
A ben poco è servita tanta gentile riverenza. A pochi giorni dall’accaduto,
mentre la Francia e l’Europa si scagliavano contro il “terrorismo antifascista”
violento e assassino, il media indipendente Contre-Attaque ha pubblicato un
video inequivocabile sulla reale dinamica dell’evento, smentendo la versione
fornita sia da Nèmèsis sia dal gruppo neonazista e riposizionando la verità lì
dove deve stare, cioè, come sempre, dalla parte giusta della storia.
Molto è stato detto e molto è già stato scritto sulla vicenda, strumentalizzata
a favore della propaganda di destra che, come nel caso del poliziotto di
Rogoredo, ha cavalcato una notizia che credeva già scritta e che invece le è
tornata indietro come un boomerang, grazie all’informazione indipendente e alle
voci dal basso.
Quello che ha interessato meno i media è invece il ruolo e il profilo del gruppo
Nèmèsis, che ha spalleggiato il pestaggio sbrigandosi a costruire una storia
assolutoria e romanzata degna del miglior Bridgerton d’oltre Manica. Perché, si
sa, per citare il più basico patriarcato: “dietro un uomo che agisce c’è sempre
una donna che trama nell’ombra ma che deve comunque essere protetta”. E in
questo caso, sarebbe il caso di dirlo, ce ne sono state molte.
MA CHI È NÈMÈSIS?
Nato in Francia nel 2019 da Alice Cordier (pseudonimo), a seguito sia delle
aggressioni del Capodanno 2016 a Colonia, in Germania, sia della nascita del
movimento #MeToo, il collettivo opera attualmente anche in Belgio, Svizzera e
Italia ed è molto vicino al cattolicesimo reazionario e agli antiabortisti di La
Manif pour tous.
Si compone di circa 100–200 esponenti, prevalentemente donne cis tra i 18 e i 35
anni, bianche, con collegamenti più o meno diretti con Rassemblement National di
Marine Le Pen. Sul sito ufficiale si auto-definiscono: “un collettivo nato
nell’ottobre 2019, su iniziativa di un gruppo di amiche, stanche di sentire gli
inganni dei cosiddetti movimenti femministi che dovrebbero rappresentarle ma
preferiscono anteporre , a spese delle donne, un’ideologia di sinistra”.
> Tra i principali obiettivi: difendere le donne occidentali, promuovere la
> civiltà europea e denunciare il presunto pericolosissimo impatto
> dell’immigrazione sulle donne (neanche a dirlo) occidentali.
Non serve una grande arguzia per comprendere da che parte stia Nèmèsis nel
panorama politico europeo e non solo; eppure, come spesso accade alle destre,
quello che è chiaro può sempre essere ribaltato all’occorrenza.
Nonostante venga giustamente classificato da studiosə e dai media come
collettivo di estrema destra — identitario, xenofobo, razzista,
anti-immigrazione, anti-islam e trans-escludente — questa dicitura viene
rifiutata dalle componenti, che invece lo descrivono come un semplice collettivo
di giovani donne (cis) pronto ad accogliere cittadinə di buona volontà (ogni
riferimento alla Chiesa cattolica è puramente casuale, ovviamente) “innamorati
della nostra civiltà e ferocemente impegnati nei suoi diritti”.
In realtà la posizione di Nèmèsis è fin troppo chiara, ciarlerie fumose a parte.
E no: Nèmèsis non è un gruppo femminista. Nèmèsis è innanzitutto un gruppo di
estrema destra femonazionalista — concetto elaborato dalla sociologa Sara R.
Farris per descrivere la retorica femminista usata a sostegno di politiche
nazionaliste e anti-immigrazione — che costruisce la propria matrice identitaria
su un inganno in termini.
Definirsi femministe aiuta perché, diciamolo: quanto va di moda la questione di
genere in questo periodo? Tanto, anzi troppo. Tanto che possiamo parlare di un
vero e proprio fenomeno di gender-washing e “brandizzazione” del femminismo, che
serve molto a vendere magliette con scritto Girl Power e molto meno a pareggiare
i salari.
Solo che Nèmèsis non ha fatto i conti con chi il femminismo, quello vero, lo fa
davvero. Altro che t-shirt. Non è infatti sufficiente affibbiarsi un nome per
essere tale, così come non lo è definirsi virologə per avere di default una
laurea e competenze annesse. Certo, nel mondo liquido e social in cui viviamo
conta la faccia: fake it till you make it. O quanto meno: credici, raccontatela,
rivendicala. E il passato ci insegna che i fascisti la storia se la sono
raccontata, e continuano a raccontarsela, a modo loro, ovviamente.
NON ESISTE, E MAI ESISTERÀ, IL FEMMNISMO DI DESTRA
Parlare di femminismo di destra è come parlare di un ossimoro politico in grado
di provocare allucinazioni e per capire cosa non è femminismo e transfemminismo
è fondamentale capire e capirsi su cosa sia il femminismo e il transfemminismo.
Al di là dell’excursus storico — che qui non riassumeremo, anche perché parte
dalla fine del XVII secolo — il femminismo ha una caratteristica di base che non
potrà mai essere associata alle destre: la lotta a un sistema oppressivo che
vive e si nutre di disuguaglianze sociali e di disparità sistemica di potere.
Basterebbe già questo per dimostrare l’inganno su cui cerca di costruire la
propria identità Nèmèsis, ma andiamo avanti.
Il femminismo è un movimento politico e teorico con una sua storia, che ha
attraversato fasi differenti e si è trasformato nel tempo; ha vissuto le proprie
contraddizioni interne — e ancora le vive — ma si fonda su principi basilari che
ne delineano i contorni al di là delle sue pluralità.
Le donne – e tutte le altre soggettività marginalizzate – nascono e vivono nelle
società contemporanee capitalistiche e patriarcali, in una condizione
strutturale di subalternità e discrimazione, generata e foraggiata da un sistema
che può continuare a esistere solo grazie a una logica gerarchica ed escludente.
SEPARARE, OPPORRE, ESCLUDERE, SOTTOMETTERE
Questo sistema riconosce i privilegi come destinati a specifici gruppi — uomini,
bianchi, ricchi, eterosessuali — ed esclude politicamente, socialmente ed
economicamente altri gruppi, generando sessismo, razzismo, classismo e
omo-lesbo-bi-transfobia.
Il femminismo ha invece come obiettivo quello di ridistribuire equamente:
ridistribuire il potere, le possibilità, le risorse. Per questo motivo oggi non
si può pensare il femminismo come separato dalle lotte inclusive, come quella
per i diritti LGBTQIA+ o per i diritti dellə lavoratorə e delle persone
migranti. La scala valoriale su cui si basa il femminismo è intrinsecamente
intersezionale, il che rende, ipso facto, il femminismo non associabile alle
destre e ai loro sistemi valoriali.
A fare le pulci, qualcunə potrebbe dire che esiste tutto un filone — ad esempio
TERF (Trans-Exclusionary Radical Feminism)— o neoliberale che esclude o non ha
come obiettivo le disuguaglianze di classe e razza.
Beh, ad esistere esiste. Che poi sia femminismo, questo è tutto da vedere.
> Un “femminismo” che difende solo le donne biologicamente intese ma che al
> contempo accetta, tollera o promuove l’oppressione e la discriminazione,
> portando avanti valori e politiche che ledono la libertà di alcunə a favore di
> quella di altrə, non può definirsi tale.
Inoltre le destre conservatrici fanno di anti-abortismo e “famiglia naturale”
due delle questioni cardine del loro pensiero. La determinazione delle donne è
subordinata a tradizionali ruoli di genere che si basano su un ordine
“naturale”, che comprende solo ed esclusivamente uomini e donne, incardinatə
all’interno di una unione religiosa eteronormata finalizzata alla creazione di
una famiglia nucleare tradizionale.
L’uomo è il capofamiglia e la donna deve stare lì dove le compete: in casa,
spazio che le concederà il grande privilegio di esserne la regina indiscussa,
occupandosi del lavoro di cura — non retribuito — e dei figli.
La maternità è il destino “naturale” e il “dovere” verso la nazione.
Dio. Patria. Famiglia. Fuori c’è solo la perdizione queer e la cultura woke.
Nulla di tutto questo ha a che fare con il femminismo, che considera i ruoli e
le gerarchie di genere, razza, classe e sessualità come costruzioni storiche e
sociali, che producono oppressione e che vanno trasformate insieme, non
preservate. Il femminismo intersezionale lotta al fianco delle famiglie
monoparentali, queer, ricomposte o scelte fuori dal matrimonio e ne riconosce il
valore giuridico e sociale, così come rifiuta il binarismo di genere e
l’eteronormatività come unica opzione possibile.
L’autodeterminazione è la chiave: libertà di scelta sul proprio corpo, accesso
al mondo del lavoro, parità salariale, diritto a un aborto libero, garantito e
sicuro, lotta alla violenza di genere e alla educazione sessuo-affettiva in ogni
scuola di ordine e grado.
Questo è femminismo e non ha nulla che fare con le destre conservatrici.
CHI HA PAURA DELL’UOMO NERO?
Dentro a questo quadro si inserisce dunque Nèmèsis, “femministe diverse”, come
amano definirsi loro. Così diverse che rifiutano l’intersezionalità e inneggiano
alle differenze biologiche: difendono solo le donne biologicamente intese ma
soprattutto ce l’hanno con i migranti, uomini, soprattutto di pelle scura,
meglio se islamici. A loro, e solo a loro, viene attribuita la colpa e la
responsabilità della violenza di genere.
Il fulcro della propaganda è un femonazionalismo puro che razzializza la
violenza di genere e la strumentalizza, usandola come arma contro i migranti e
puntando su una narrazione etnodifferenzialista che considera Africa, Medio
Oriente e contesto islamico come “patriarcali e sessisti” e perciò incompatibili
con i diritti delle donne occidentali.
All’immigrato irregolare – ma anche regolare – e ai suoi discendenti di seconda
e terza generazione viene attribuita la responsabilità unica della violenza
sulle donne, degli stupri, delle molestie e dei femminicidi.
È una narrazione potente, questa, perché alimenta paure antiche al fine di
giustificare politiche securitarie, ma anche perché attinge a un immaginario
storico molto più antico: quello dell’“uomo nero”; figura costruita per secoli
nei discorsi coloniali e razzisti europei come simbolo di pericolo per la
purezza e la sicurezza delle donne bianche.
> In questo senso il discorso di Nèmèsis non rappresenta soltanto una posizione
> marginale o provocatoria: si inserisce in una più ampia strategia politica e
> culturale che usa il linguaggio dei diritti delle donne per rafforzare
> confini, giustificare politiche repressive e realtà come i centri di
> detenzione in Albania.
La violenza di genere viene così trasformata in uno strumento di costruzione del
nemico: non un problema strutturale da affrontare, ma una colpa da attribuire a
un gruppo preciso, facilmente riconoscibile e già stigmatizzato.
La retorica della difesa delle donne proposta da Nèmèsis è perciò un mero
dispositivo di esclusione, il cui obiettivo è quello di foraggiare gruppi come
Génération Identitaire in Francia o AfD in Germania e la loro politica di
opposizione al “Great Replacement”, teoria complottista secondo cui esisterebbe
una volontà da parte delle élite di sostituire le popolazioni etniche francesi e
bianche europee con quelle non bianche, specialmente provenienti da paesi a
maggioranza musulmana, attraverso la migrazione di massa, la crescita
demografica e un calo del tasso di natalità degli europei bianchi.
Inoltre, concentrare l’attenzione su un presunto aggressore esterno aiuta a
sviare l’attenzione dalla realtà più ampia della violenza di genere che, dati
alla mano, avviene prevalentemente in contesti relazionali ben radicati nelle
società europee.
Secondo i dati disponibili, infatti, la maggior parte delle violenze contro le
donne avviene all’interno delle relazioni affettive o familiari: partner, ex
partner, conoscenti. Non è un fenomeno che arriva “da fuori”, ma una struttura
di potere e controllo che attraversa l’intera società, indipendentemente da
origine, religione o status giuridico.
> Ridurre tutto alla figura del migrante aggressore non solo è fuorviante, ma
> rende anche più difficile affrontare le cause reali della violenza di genere.
Il risultato è una doppia rimozione. Da un lato si invisibilizza la violenza che
attraversa le società occidentali, quella che si consuma nelle case, nelle
relazioni, nei luoghi di lavoro e nelle istituzioni. Dall’altro si costruisce
una gerarchia implicita tra le vittime: alcune donne meritano protezione perché
parte della comunità nazionale, altre vengono rese sospette, marginalizzate o
semplicemente ignorate perché migranti e razzializzate.
Affrontare davvero la violenza di genere richiederebbe invece l’opposto:
riconoscerne la complessità, guardare alle strutture sociali che la rendono
possibile e costruire strumenti di prevenzione, educazione e supporto che non
selezionino le vittime in base alla loro appartenenza.
Significherebbe, soprattutto, sottrarre il corpo e la sicurezza delle donne alla
logica della propaganda e restituirli al terreno — molto più difficile ma
necessario — dei diritti e della giustizia sociale.
NÈMÈSIS ITALIA: IL VOLTO SOCIAL DEL FEMMINISMO IDENTITARIO
Il 31 gennaio a Torino si è tenuta la manifestazione nazionale convocata a
seguito dello sgombero del centro sociale Askatasuna, che ha visto lə
manifestanti impegnatə per ore in scontri contro le forze dell’ordine. Il giorno
dopo, davanti alle camionette della polizia impegnata a circoscrivere l’area di
Askatasuna, cinque giovani ragazze dall’aspetto acqua e sapone, con le UGG ai
piedi e le unghie ben fatte, si sono presentate portando cartelli fatti a mano
con scritto: “Le femministe non sono antifa”, “Noi stiamo con la polizia”.
Sono le aderenti al gruppo Nèmèsis Italia, costola neonata ma già
interessantissima del Collectif Nemesis France.
Con la casa madre condividono ideologie e metodologie politiche e, come
quest’ultima, anche affiliazioni e relazioni con gruppi ben più grandi e
strutturati del panorama dell’estrema destra italiana, come Gioventù Nazionale
(fronte giovanile di FdI).
> Al di là della loro composizione interna, che vede tra le aderenti anche
> figlie di esponenti di Fratelli d’Italia, quello che risulta interessante è
> sicuramente la comunicazione social di Nèmèsis Italia.
È sufficiente andare a guardare la loro pagina Instagram per comprenderne la
retorica: ridondante, piatta, faziosa e tanto, ma proprio tanto, social.
L’estetica visiva colpisce per la sua ripetitività cromatica e simbolica: il
blu, il bianco e il rosso (tipici di un’estetica nazionalista) si ripetono senza
sosta a sostenere slogan dal linguaggio allarmista ma assertivo come: “stop agli
stupri stranieri” e “difesa della nostra cultura”, scritti a caratteri cubitali,
duri e spessi. Questi slogan funzionano come vere e proprie call to action, con
l’intento di provocare una reazione emotiva nellə follower, stimolando il senso
di urgenza e di necessità di difesa. Spesso l’uso del termine “straniero” viene
utilizzato in modo generico per creare una dicotomia basica tra “noi” e “loro”,
senza entrare mai nel merito delle cause strutturali della violenza di genere o
dei contesti in cui questa avviene.
L’ESTETICA VISIVA DELLA PAGINA È IN LINEA CON I TEMI DELLA SICUREZZA, DELLA
PROTEZIONE E DELLA DIFESA
I post spesso utilizzano immagini fortemente simboliche: bandiere tricolore con
slogan che richiamano concetti di purezza e difesa delle tradizioni o disegni di
donne unite che guardano fiere verso l’orizzonte, vestite di un blu che più
nazionale di così non si può e che ricordano tanto le logiche comunicative di
“buon’anima”. Almeno quando c’era lui i treni arrivavano in orario.
Le immagini sono poi spesso accompagnate da testi brevi e concisi, pensati per
essere immediatamente leggibili e condivisibili. Il messaggio visivo e quello
verbale sono sempre legati da una coerenza stilistica che si presenta come una
propaganda visiva che vorrebbe essere diretta ma che invece risulta monotona.
In alcuni casi vengono anche utilizzati meme, vignette o video generati con
l’IA, raffiguranti sedicenti femministe woke arrabbiate – dai tratti mascolini e
dai capelli colorati – che gridano slogan sconnessi come: “vogliamo tutti i
profughi”.
> L’obiettivo è quello di viralizzare i messaggi e raggiungere un pubblico più
> giovane, e al contempo aumentare il tono provocatorio e offensivo.
Ai post che riprendono — rari — momenti collettivi si affiancano poi i
decisamente più frequenti post di singole “attiviste”: giovani, bianche,
dall’aspetto impeccabile, sedute di tre quarti, che leggono e commentano – con
un tono monocorde dai rari esiti soporiferi – notizie di violenze di genere ad
opera di “stranieri”. A questi si aggiungono poi quelli in cui vengono proposti
vari stereotipi di bellezza pacata — biondo miele e “100% femminile” — da
contrapporre ovviamente a quella che descrivono come grezza e appariscente delle
altre femministe, quelle che non si depilano per capirci e dalle quali appaiono
chiaramente ossessionate, in una dinamica “noi/voi” che neanche alle scuole
primarie!
In sintesi, la pagina social di Nèmèsis Italia somiglia molto a Nèmèsis Italia.
La loro narrazione è incentrata su una visione semplificata e riduttiva della
violenza di genere, veicolata attraverso un’estetica bianca, ricca e
privilegiata che non si preoccupa di approfondire ma rimane in superficie, e che
non ha alcuna intenzione di promuovere una vera lotta collettiva emancipatrice.
Piuttosto, mira a sfruttare la causa per giustificare politiche xenofobe e
securitarie. In questo senso, la loro strategia social si inserisce
perfettamente in una più ampia logica di esclusione e divisione sociale
tipicamente di destra, piuttosto che di inclusione e reale cambiamento.
Per promuovere inclusione e cambiamento invece l’8 e il 9 marzo il movimento
transfemminista Non una di meno, al suo decimo anno di lotta, scenderà in piazza
al grido di “Le nostre vite valgono. Noi scioperiamo” per ribadire che la lotta
e di tutt3 e non si ferma.
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