Come fanno i club turchi a spendere così tanti soldi per il calciomercato

L'INDIPENDENTE - Tuesday, September 8, 2026

Per sintetizzare l’ascesa del campionato turco sul calciomercato europeo si potrebbe rivisitare una massima che la storia recente vorrebbe (erroneamente) attribuire ad Albert Einstein. E cioè: la struttura della Süper Lig, in relazione alle sue possibilità economiche, non è adatta per fare questo tipo di calciomercato, ma lei non lo sa e compete lo stesso. Soltanto quest’estate, giocatori del calibro di Rafael Leao, Mohamed Salah e Dusan Vlahovic si sono uniti alla folta schiera di campioni che hanno deciso di giocare nella penisola anatolica, rafforzando principalmente le 4 regine del campionato turco: Galatasaray, Fenerbahce, Trabzonspor e Besiktas. Alla base della loro recente ascesa c’è un mix di fattori: si va dall’enorme base popolare di tifosi alle più intricate trame politiche, che passano per accordi milionari con gli sponsor, prestiti bancari e la volontà dello Stato di usare il calcio come vetrina.

Le pazze estati turche

Il Galatasaray che strappa al Milan il suo numero 10, portandolo a Istanbul dopo aver pagato 45 milioni di euro di cartellino e offerto a Leao un contratto da 12 milioni di euro netti a stagione, è solo la punta di un iceberg profondo, fatto di trasferimenti sempre più frequenti di giocatori di alto livello. Sempre in questa sessione di calciomercato, il club più titolato del Paese ha prelevato Aleksey Batrakov dal Lokomotiv Mosca, pagando altri 25 milioni di euro. L’estate scorsa ha strappato al Napoli Victor Osimhen, per un affare da 75 milioni di euro, a cui vanno aggiunti i 15 milioni annui netti al giocatore (più bonus). Cifre ormai utopiche dalle nostre parti. A parametro zero, il Galatasaray si è assicurato lo scorso anno le prestazioni di altre due stelle del calcio europeo: İlkay Gündoğan e Leroy Sané, offrendo al primo 4,5 milioni di euro netti l’anno e circa il doppio al secondo.

Sempre a Istanbul, ma sponda Fenerbahce, hanno speso quest’estate 100 milioni di euro in cartellini, pescando dai principali campionati europei: Mason Greenwood dal Marsiglia, Vedat Muriqi dal Mallorca, Nathan Aké dal Manchester City e Romelu Lukaku, che al Napoli aveva preso proprio il posto di Osimhen. Percepirà uno stipendio netto da 10 milioni di euro a stagione. Sempre dal City, lo scorso anno è arrivato il portiere Ederson, seguito da Mattéo Guendouzi, Kerem Aktürkoğlu, Marco Asensio, Milan Škriniar e N’Golo Kanté. Per una spesa superiore ai 100 milioni di euro, esclusi gli ingaggi. L’anno precedente, a prendersi la scena, fu la nomina di José Mourinho ad allenatore della prima squadra, con uno stipendio annuale di oltre 10 milioni di euro.

Trabzonspor e Besiktas non sono rimaste a guardare. Il primo, rappresentante la città di Trebisonda, ha messo ad esempio le mani sul promettente Franculino, impegnandosi a versare 17 milioni di euro nelle casse dei danesi del Midtjylland. Il pagamento avverrà in cinque anni, con 8 rate. A parametro zero è arrivato Mohamed Salah, per anni simbolo del Liverpool, con cui ha vinto campionato e Champions League. Il terzo club di Istanbul ha invece speso quest’anno più di 70 milioni di euro di cartellini, prelevando a parametro zero l’ex 9 della Juventus Dusan Vlahovic e lanciando la sfida per il titolo alle più blasonate Galatasaray e Fenerbahce.

L’ultima sessione di calciomercato si è chiusa il 4 settembre, con all’attivo una spesa superiore ai 415 milioni di euro — ripartita in buona parte tra le 4 regine della Süper Lig. Non si è ancora al livello dei 5 principali campionati europei ma la strada è tracciata, soprattutto se si considerano gli stipendi faraonici (fuori dalla spesa dei 415 milioni) e il rapporto con le entrate. La Süper Lig è decima a livello europeo per quanto riguarda i guadagni, segno di un sistema ancora poco capace di generare plusvalenze, creare talento e rendersi sostenibile. I diritti televisivi sono modesti e quasi tutti gli stadi sono di proprietà statale. Il rapporto tra i ricavi dei club e gli stipendi dei calciatori è all’88%, ben oltre la soglia di sostenibilità fissata al 70% dalla UEFA.

Victor Osimhen, trasferitosi dal Napoli al Galatasaray per 75 milioni di euro.

L’enorme bolla su cui si regge il sistema turco

L’entusiasmo che si sta ricreando intorno alle piazze calcistiche turche è alto. Il tifo è passionale e vive anche di questi grandi colpi estivi, capaci di rimpolpare le rose con campioni europei e far scattare la corsa al merchandising. Dopo aver toccato il fondo nel 2019, quando i principali club turchi hanno rischiato la bancarotta, il sistema calcistico ha ripreso gradualmente a ingranare, riaffacciandosi con prepotenza sul Vecchio Continente, sia per dinamiche di campo e dunque di partecipazione alle coppe europee sia per la voce grossa sul mercato. A salvare le regine del calcio turco fu l’intervento del governo di Recep Tayyip Erdoğan, conscio del potenziale politico del pallone. In una fase di forte crisi economica, con la lira svalutata e un potere d’acquisto crollato, perdere anche il calcio avrebbe voluto dire soffiare sul fuoco del malcontento popolare. Così la banca statale Ziraat convinse gli istituti di credito pubblici a ristrutturare il debito plurimilionario dei club, concedendo loro un trattamento assai agevolato. Al punto da far insorgere le opposizioni, che accusavano Erdoğan di essere lontano dalle esigenze reali della base.

Agevolazioni o meno, la Süper Lig è oggi ripiombata nella spirale del rosso in bilancio. Stando agli ultimi dati disponibili, aggiornati al maggio 2025, ammonterebbe a più di 1,1 miliardi di euro il debito accumulato dai quattro principali club turchi. A tenere in piedi la spirale di prestiti sono ancora i tassi agevolati degli istituti di credito pubblici. Il debito fa parte di un circolo vizioso che comprende ambizione dei tifosi e rivalse personali. I club hanno spesso la forma giuridica della polisportiva, gestita dai soci che periodicamente eleggono un presidente. È qui che si manifesta in forma massima l’intreccio tra calcio, politica ed economia. Le corse dei candidati alla poltrona presidenziale si appigliano a programmi fatti di successi e giocatori stellari, anche da pagare a rate in più anni, come visto nella recente sessione di calciomercato. A vincere sono spesso imprenditori influenti, in contatto con il mondo istituzionale turco e capaci di strappare accordi commerciali da capogiro. Al di là dei prestiti, la Süper Lig si regge infatti su sponsorizzazioni da decine di milioni di euro. Nel 2023 il Galatasaray ha siglato un contratto quinquennale da 100 milioni di euro con SIXT, multinazionale tedesca del noleggio auto.

Quando alle proteste di Gezi Park del 2013 parteciparono anche gli ultras turchi, accusando il governo di autoritarismo, Erdoğan capì di dover cambiare registro, sfruttando a suo vantaggio il potenziale movimentista del calcio, soprattutto in ottica di politica interna. La sponda istituzionale non si esaurisce con l’intercessione col mondo bancario per la ristrutturazione del debito dei club. In Turchia c’è infatti una tassazione agevolata per i calciatori, pari al 20%, praticamente la metà rispetto a Inghilterra e Italia. Le società godono poi di concessioni immobiliari da parte dello Stato. Il nuovo centro sportivo del Galatasaray sorge a nord di Istanbul su un terreno statale ottenuto in concessione per 49 anni. Ciò ha permesso al club di poter monetizzare l’area della vecchia struttura, pari a circa 80 ettari di terreno. Secondo il quotidiano Bild, la vendita dei terreni potrebbe portare nelle casse della società almeno mezzo miliardo di euro.

Per tenere in piedi il sistema turco serviranno risultati sul campo nel breve termine, a partire dall’attuale stagione, che vede impegnate Fenerbahce e Galatasaray in Champions League, Besiktas in Europa League e Trabzonspor in Conference. Andare avanti nelle competizioni europee vuol dire mettere le mani su una liquidità di cui la Süper Lig ha estremamente bisogno. La sostenibilità sul medio-lungo termine passerà anche per la capacità di investire su strutture e vivai, oltre che nel mantenere accesa la passione dei tifosi.

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