
Psilocibina: uno studio mostra che l’esperienza psichedelica avvicina il cervello alla realtà
L'INDIPENDENTE - Thursday, September 3, 2026Diciannove milligrammi di psilocibina, il principio attivo dei funghi allucinogeni, somministrato a 62 volontari sani che mai prima di allora erano entrati in contatto con una sostanza psichedelica: è la base da cui è partito il lavoro dei ricercatori della Monash University di Melbourne, per registrare la loro attività cerebrale mentre riposavano, meditavano, ascoltavano musica e guardavano un video di nuvole in movimento. I risultati sono stati pubblicati sulla celebre rivista scientifica Nature e contraddicono quindici anni di racconto scientifico e credenze radicate: sotto psilocibina il cervello non fugge dalla realtà, vi aderisce più strettamente di quanto faccia da sobrio.
È il più ampio insieme di dati di neuroimaging mai raccolto su questa sostanza in un singolo centro, e arriva mentre la psilocibina viene testata sui pazienti in mezzo mondo, Italia compresa. La tesi finora dominante descrive lo stato psichedelico come disconnessione dalla realtà: le reti cerebrali perdono coesione e i confini si sfaldano. I dati australiani lo confermano solo in parte: le aree che elaborano i sensi si scollegano, nelle regioni visive la connettività arretra fino al 39 per cento, mentre quelle associative si connettono di più, fino al 72.
Il punto è che queste misure si ottengono facendo una media su minuti di registrazione, ma una media appiattisce i risultati e quindi i ricercatori hanno sperimentato la strada opposta: con un algoritmo di apprendimento automatico hanno compresso il segnale di 332 regioni cerebrali fotogramma per fotogramma, trasformando ogni scansione in una traiettoria. Poi hanno chiesto a un classificatore di indovinare, guardando solo quella linea, cosa stesse facendo la persona in quell’istante.
Senza psilocibina le quattro condizioni si confondono. Sotto psilocibina si separano e il classificatore indovina molto più spesso: l’esatto contrario di ciò che produrrebbe un aumento di “rumore”. Non solo, perché più intensa era l’esperienza riferita dal soggetto, più il segnale era pulito. Chi ha descritto la sensazione più forte di dissoluzione dei confini fra sé e il mondo aveva l’attività cerebrale più agganciata a ciò che gli accadeva intorno. Lo studio è però in aperto, senza placebo e in un contesto costruito apposta per favorire l’esperienza: quanto del risultato appartenga alla molecola e quanto al setting – l’ambiente e il contesto in cui avviene l’esperienza – resta da stabilire.
Il lavoro arriva nel pieno di una riabilitazione impensabile vent’anni fa. Dopo decenni di ricerca congelata dal proibizionismo, Johns Hopkins, Imperial College e decine di altri centri hanno documentato effetti su depressione resistente, ansia dei malati terminali, dipendenza da tabacco e alcol. Nel 2023 l’Australia è stata il primo Paese ad autorizzare la prescrizione di psilocibina e MDMA, seguita da Nuova Zelanda e Repubblica Ceca.
L’Italia si è mossa tardi ma alla fine ha fatto il suo primo passo. Nel luglio 2025 l’Aifa ha autorizzato la prima sperimentazione clinica nazionale, coordinata dall’Istituto superiore di sanità con fondi Pnrr: 68 pazienti con depressione resistente ai farmaci seguiti per ventiquattro mesi, con uno studio randomizzato in doppio cieco. La prima paziente, una donna di 63 anni, è stata trattata a febbraio alla clinica psichiatrica dell’ospedale Santissima Annunziata di Chieti, diretta da Giovanni Martinotti. Gli altri due centri sono la Asl Roma 5 e il Policlinico Riuniti di Foggia.
Fra gli obiettivi dichiarati da Francesca Zoratto, la ricercatrice dell’Iss che coordina il progetto, c’è però quello di arrivare a una psilocibina “non psichedelica”: una molecola che conservi l’effetto antidepressivo eliminando le allucinazioni, così da poterla somministrare su larga scala. Comprensibile dal punto di vista clinico. Meno alla luce di quanto emerge da Melbourne, dove è proprio l’intensità dell’esperienza a predire il cambiamento.
E qui si apre la questione di fondo. Tutta la ricerca clinica in corso nel mondo usa psilocibina sintetica: pura, brevettabile, dosabile al milligrammo. Un gruppo dell’Institut de Recerca Sant Joan de Déu di Barcellona ha però pubblicato su Natural Product Research un’analisi dei dati preclinici che indica un’altra direzione. Sui modelli animali gli estratti di fungo intero producono effetti distinti o potenziati rispetto alla molecola isolata: sulle proteine sinaptiche, sui profili metabolici, sui comportamenti. L’idea di fondo è che alcaloidi minori e composti non ancora identificati agirebbero in sinergia, amplificando ciò che la molecola da sola non replica.
Non è una tesi dimostrata: confronti diretti sull’uomo non ne esistono ancora. Ma il fungo – al contrario dell’omologo sintetizzato – non si brevetta, e negli Stati Uniti un ciclo di terapia con psilocibina sintetica costa già oggi intorno ai 5mila dollari. Le incognite che restano sullo sfondo sono almeno due: che l’industria farmaceutica decida per tutti e che i trattamenti saranno disponibili solo per chi potrà permetterseli.
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