Psilocibina: uno studio mostra che l’esperienza psichedelica avvicina il cervello alla realtà
Diciannove milligrammi di psilocibina, il principio attivo dei funghi
allucinogeni, somministrato a 62 volontari sani che mai prima di allora erano
entrati in contatto con una sostanza psichedelica: è la base da cui è partito il
lavoro dei ricercatori della Monash University di Melbourne, per registrare la
loro attività cerebrale mentre riposavano, meditavano, ascoltavano musica e
guardavano un video di nuvole in movimento. I risultati sono stati pubblicati
sulla celebre rivista scientifica Nature e contraddicono quindici anni di
racconto scientifico e credenze radicate: sotto psilocibina il cervello non
fugge dalla realtà, vi aderisce più strettamente di quanto faccia da sobrio.
È il più ampio insieme di dati di neuroimaging mai raccolto su questa sostanza
in un singolo centro, e arriva mentre la psilocibina viene testata sui pazienti
in mezzo mondo, Italia compresa. La tesi finora dominante descrive lo stato
psichedelico come disconnessione dalla realtà: le reti cerebrali perdono
coesione e i confini si sfaldano. I dati australiani lo confermano solo in
parte: le aree che elaborano i sensi si scollegano, nelle regioni visive la
connettività arretra fino al 39 per cento, mentre quelle associative si
connettono di più, fino al 72.
Il punto è che queste misure si ottengono facendo una media su minuti di
registrazione, ma una media appiattisce i risultati e quindi i ricercatori hanno
sperimentato la strada opposta: con un algoritmo di apprendimento automatico
hanno compresso il segnale di 332 regioni cerebrali fotogramma per fotogramma,
trasformando ogni scansione in una traiettoria. Poi hanno chiesto a un
classificatore di indovinare, guardando solo quella linea, cosa stesse facendo
la persona in quell’istante.
Senza psilocibina le quattro condizioni si confondono. Sotto psilocibina si
separano e il classificatore indovina molto più spesso: l’esatto contrario di
ciò che produrrebbe un aumento di “rumore”. Non solo, perché più intensa era
l’esperienza riferita dal soggetto, più il segnale era pulito. Chi ha descritto
la sensazione più forte di dissoluzione dei confini fra sé e il mondo aveva
l’attività cerebrale più agganciata a ciò che gli accadeva intorno. Lo studio è
però in aperto, senza placebo e in un contesto costruito apposta per favorire
l’esperienza: quanto del risultato appartenga alla molecola e quanto al setting
– l’ambiente e il contesto in cui avviene l’esperienza – resta da stabilire.
Il lavoro arriva nel pieno di una riabilitazione impensabile vent’anni fa. Dopo
decenni di ricerca congelata dal proibizionismo, Johns Hopkins, Imperial College
e decine di altri centri hanno documentato effetti su depressione resistente,
ansia dei malati terminali, dipendenza da tabacco e alcol. Nel 2023 l’Australia
è stata il primo Paese ad autorizzare la prescrizione di psilocibina e MDMA,
seguita da Nuova Zelanda e Repubblica Ceca.
L’Italia si è mossa tardi ma alla fine ha fatto il suo primo passo. Nel luglio
2025 l’Aifa ha autorizzato la prima sperimentazione clinica nazionale,
coordinata dall’Istituto superiore di sanità con fondi Pnrr: 68 pazienti con
depressione resistente ai farmaci seguiti per ventiquattro mesi, con uno studio
randomizzato in doppio cieco. La prima paziente, una donna di 63 anni, è stata
trattata a febbraio alla clinica psichiatrica dell’ospedale Santissima
Annunziata di Chieti, diretta da Giovanni Martinotti. Gli altri due centri sono
la Asl Roma 5 e il Policlinico Riuniti di Foggia.
Fra gli obiettivi dichiarati da Francesca Zoratto, la ricercatrice dell’Iss che
coordina il progetto, c’è però quello di arrivare a una psilocibina “non
psichedelica”: una molecola che conservi l’effetto antidepressivo eliminando le
allucinazioni, così da poterla somministrare su larga scala. Comprensibile dal
punto di vista clinico. Meno alla luce di quanto emerge da Melbourne, dove è
proprio l’intensità dell’esperienza a predire il cambiamento.
E qui si apre la questione di fondo. Tutta la ricerca clinica in corso nel mondo
usa psilocibina sintetica: pura, brevettabile, dosabile al milligrammo. Un
gruppo dell’Institut de Recerca Sant Joan de Déu di Barcellona ha però
pubblicato su Natural Product Research un’analisi dei dati preclinici che indica
un’altra direzione. Sui modelli animali gli estratti di fungo intero producono
effetti distinti o potenziati rispetto alla molecola isolata: sulle proteine
sinaptiche, sui profili metabolici, sui comportamenti. L’idea di fondo è che
alcaloidi minori e composti non ancora identificati agirebbero in sinergia,
amplificando ciò che la molecola da sola non replica.
Non è una tesi dimostrata: confronti diretti sull’uomo non ne esistono ancora.
Ma il fungo – al contrario dell’omologo sintetizzato – non si brevetta, e negli
Stati Uniti un ciclo di terapia con psilocibina sintetica costa già oggi intorno
ai 5mila dollari. Le incognite che restano sullo sfondo sono almeno due: che
l’industria farmaceutica decida per tutti e che i trattamenti saranno
disponibili solo per chi potrà permetterseli.
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