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Sospetto caso di peste in Siberia: si torna a parlare di gain of function
«Polmonite a eziologia sconosciuta». La formula richiama i primi bollettini da Wuhan, quando alla fine del 2019 arrivavano dalla Cina notizie dell’infezione destinata a diventare la pandemia di Covid-19. Oggi è la diagnosi con cui le autorità russe descrivono la malattia che ha ucciso Darya Shipilova, laboratorista 28enne dell’Istituto antipeste di Irkutsk, in Siberia. I media locali riferiscono di una provetta rotta con il batterio della peste; Mosca nega incidenti o patogeni collegati al suo lavoro. Circa duecento contatti sono stati posti sotto osservazione, mentre sui social circolano sospetti di ricerche di guadagno di funzione. Shipilova sarebbe stata ricoverata il 29 settembre all’ospedale di Shelekhov, dove è morta nella notte tra il 1° e il 2 ottobre. Secondo Lyudi Baikala, che riprende il giornalista Pavel Stepanov e Mash, il 25 settembre la donna avrebbe rotto una provetta contenente l’agente della peste. La versione non ha trovato conferme ufficiali. Il governatore della Buriazia, Alexei Tsydenov, aveva attribuito il decesso alla peste sull’app russa Max, poi ha aggiunto «possibilmente». Secondo Rospotrebnadzor, l’agenzia russa per la sorveglianza sanitaria, gli esami sulla paziente non hanno rilevato microrganismi collegati al suo lavoro e le verifiche sulla biosicurezza non hanno riscontrato incidenti. I media riferiscono di circa duecento contatti sotto osservazione o isolamento, restrizioni negli ospedali e oltre sessanta dipendenti isolati nell’istituto. Il 6 ottobre le autorità locali hanno annunciato che il 60% delle persone inizialmente in quarantena è stato dimesso. A Baikalsk è stato pubblicato e poi cancellato un invito a evitare Shelekhov per segnalazioni non ufficiali di peste. Tra i contatti sono stati individuati due casi di Covid-19 e due di rinovirus: le precauzioni, da sole, non confermano la diagnosi. Il 5 ottobre il presidente USA Donald Trump ha offerto assistenza, mentre il Segretario di Stato Marco Rubio ha avvertito che un’eventuale fuoriuscita del batterio potrebbe diffondersi rapidamente, precisando che occorre attenzione, senza allarmismo. Il Dipartimento di Stato, in contatto con il CDC, ha chiesto informazioni accurate e tempestive. Secondo il Wall Street Journal, che cita funzionari statunitensi, il Dipartimento di Stato avrebbe inviato a Mosca una comunicazione diplomatica riservata, una démarche, chiedendo maggiori informazioni sulla morte di Shipilova. Washington contesta la scarsità dei dettagli forniti e sostiene che questa mancata trasparenza contrasti con gli obblighi internazionali di comunicazione sanitaria. Intanto, il 6 ottobre l’OMS ha ribadito che la causa della morte non è ancora confermata: il rischio stimato è tra moderato e basso per Irkutsk, basso per la Russia e molto basso per la regione europea. La peste pneumonica può trasmettersi per via respiratoria ed essere rapidamente letale, ma il trattamento antibiotico tempestivo può curarla. Fondato nel 1934, l’Istituto di Irkutsk appartiene oggi alla rete di Rospotrebnadzor. Studia peste, colera, tularemia, antrace e brucellosi e si occupa di sorveglianza dei focolai naturali, diagnostica, vaccini e biosicurezza. Il dipartimento della peste analizza la variabilità genetica e biologica di Yersinia pestis, anche attraverso ceppi isolati a Tuva e nell’Altai. Il sito dichiara una raccolta di oltre cinquemila ceppi, di cui 1.840 del batterio della peste, senza una data che consenta di considerarli un inventario aggiornato. Nella pagina dei risultati compaiono i riferimenti più delicati: l’istituto afferma di aver dimostrato la possibilità di aumentare la virulenza di alcuni ceppi di Yersinia pestis, compresi ceppi vaccinali, mediante sperimentazione su animali. Elenca inoltre studi sulle proprietà biologiche dei virus Ebola e Marburg. Il precedente è pertinente al dibattito sulla gain of function (GoF, guadagno di funzione, per chi vuole sapere precisamente di cosa si tratti, ne abbiamo parlato in questo articolo)  che non richiede necessariamente interventi diretti sul genoma. La descrizione non precisa però la data degli esperimenti né se proseguano oggi; non documenta un aumento della trasmissibilità tra esseri umani o della resistenza agli antibiotici. Non dimostra, dunque, che Shipilova lavorasse con un patogeno potenziato. Su questo terreno si innestano i sospetti di un incidente durante ricerche di gain of function. L’esperto di armi chimiche e biologiche Hamish de Bretton-Gordon ha ipotizzato un programma attivo di armi biologiche e l’impiego di un ceppo capace di eludere la protezione vaccinale. Il microbiologo Simon Clarke, dell’Università di Reading, ha ricordato al The Sun che Yersinia pestis può essere impiegato come arma biologica, richiamando i sospetti sullo sviluppo di varianti resistenti agli antibiotici, più difficili da curare. Anche il biologo del MIT Kevin Esvelt ha giudicato le misure di isolamento riportate dai media difficili da spiegare con una comune infezione da peste, ipotizzando un agente modificato per resistere agli antibiotici o un altro patogeno. Simon Clarke, professore associato di microbiologia cellulare all’Università di Reading, dubita che la sola rottura di una provetta basti a spiegare il contagio, mentre Piero Olliaro, professore di malattie infettive all’Università di Oxford e direttore scientifico di ISARIC, giudica le informazioni troppo incomplete per trarre conclusioni. Pesa, inoltre, l’eredità sovietica: uno studio del Center for Nonproliferation Studies ricostruisce il coinvolgimento della rete antipeste nei programmi di ricerca biologica militare e include l’istituto fra le strutture dichiarate per attività di biodifesa. Sebbene il passato dell’istituto non basti a dimostrare un programma offensivo attuale, le rassicurazioni di Mosca non chiariscono che cosa abbia ucciso Shipilova. In assenza di risposte verificabili, trasformare i sospetti in certezze alimenta soltanto la paura e rischia di rispolverare il copione del terrorismo sanitario: virostar di nuovo al centro della scena e l’emergenza come argomento per rendere più accettabili il Trattato pandemico e i modelli di governance sanitaria globale promossi da Bill Gates e dagli ambienti tecnocratici. The post Sospetto caso di peste in Siberia: si torna a parlare di gain of function appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 7, 2026
L'INDIPENDENTE
Vivere vicino a un bosco urbano migliora la salute mentale: lo dice la scienza
Per cinque anni, dal 2012 al 2016, i ricercatori delle Università di Edimburgo e Glasgow hanno seguito 129.335 adulti scozzesi, incrociando i loro cambi di residenza con le ricette del servizio sanitario pubblico. La domanda era semplice: chi abita a meno di dieci minuti a piedi da un’area verde riqualificata ha meno bisogno di farmaci per ansia e depressione? La risposta, pubblicata a luglio su The Lancet Planetary Health, è sì. Negli anni in cui abitavano a meno di 800 metri da un bosco riqualificato, le stesse persone avevano circa il 10% di probabilità in meno di vedersi prescrivere antidepressivi e il 6% in meno per gli ansiolitici, rispetto ai periodi vissuti più lontano. Il punto sta tutto in quelle due parole: stesse persone. Confrontando ciascuno con sé stesso, lo studio aggira l’obiezione classica, cioè che nel verde vada ad abitare chi è già più sano, o più ricco. I boschi in questione non sono foreste incontaminate, ma macchie urbane e periurbane rimesse in sesto dal programma Woods In and Around Towns, avviato da Scottish Forestry nel 2005 e concentrato sui quartieri più svantaggiati: sentieri nuovi, cartelli ed eventi comunitari. Niente di rivoluzionario: eppure il dato regge anche davanti a un risultato che, a prima vista, sembra smentirlo; confrontando persone diverse, chi viveva vicino a quei boschi prendeva più antidepressivi degli altri. Il motivo? Il programma è intervenuto proprio dove il disagio sociale era maggiore. «Investimenti relativamente modesti negli spazi verdi locali possono fare una vera differenza per la salute mentale», sostiene Scott Ogletree, primo autore della ricerca. Resta uno studio osservazionale, basato su dati di dieci anni fa e che misura le prescrizioni, non la salute in sé. Ma è tra le analisi più ampie mai condotte sul tema. A sud del Vallo di Adriano si è scelta un’altra strada. Forestry England, l’agenzia pubblica che gestisce 1.500 boschi e foreste inglesi, dal settembre 2023 ha aperto in diciotto foreste del Paese i suoi wellbeing trails, percorsi da seguire in autonomia con pannelli che invitano a rallentare e osservare. A febbraio l’Università di Derby ne ha misurato gli effetti in quattro siti: dopo una sola camminata l’ansia dei partecipanti è calata del 31% e la tendenza a rimuginare sui problemi del 38%. Numeri incoraggianti, anche se è lo stesso ente ad avvertire che il campione è ridotto e i risultati vanno letti come indicativi. E in Italia? Il CNR, con il supporto del CAI e il lavoro della psicoterapeuta Tania Re, ha coinvolto oltre 3mila persone in settanta siti, in quella che il ricercatore Francesco Meneguzzo definisce la più grande campagna sperimentale di terapia forestale al mondo. Il confronto con i sentieri inglesi è istruttivo: su 282 partecipanti, i ricercatori hanno osservato che la seduta guidata da un terapeuta produce benefici maggiori di quella autogestita, con le stesse indicazioni lette sui cartelli. Secondo le stime dell’istituto, investire cinque milioni di euro in sessioni guidate per 10mila persone farebbe risparmiare al sistema sanitario tra i 35 e i 95 milioni in cure, ricoveri e farmaci. L’obiettivo, come abbiamo raccontato su queste pagine, è far entrare la terapia forestale nei Livelli Essenziali di Assistenza. A giugno il Consiglio metropolitano di Firenze ha approvato all’unanimità una mozione per inserirla, con un emendamento, nel disegno di legge 287 sull’esercizio fisico come strumento di prevenzione e terapia, presentato al Senato nel novembre 2022 e non ancora diventato legge. C’è però una differenza che il caso scozzese rende evidente. Terapia forestale e sentieri del benessere presuppongono qualcuno che trovi il tempo, e spesso l’auto, per raggiungere il bosco. In Scozia è successo il contrario: il bosco è stato reso accessibile a chi ci abitava accanto e non ci metteva piede. Senza bisogno di ricetta. The post Vivere vicino a un bosco urbano migliora la salute mentale: lo dice la scienza appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 16, 2026
L'INDIPENDENTE
Psilocibina: uno studio mostra che l’esperienza psichedelica avvicina il cervello alla realtà
Diciannove milligrammi di psilocibina, il principio attivo dei funghi allucinogeni, somministrato a 62 volontari sani che mai prima di allora erano entrati in contatto con una sostanza psichedelica: è la base da cui è partito il lavoro dei ricercatori della Monash University di Melbourne, per registrare la loro attività cerebrale mentre riposavano, meditavano, ascoltavano musica e guardavano un video di nuvole in movimento. I risultati sono stati pubblicati sulla celebre rivista scientifica Nature e contraddicono quindici anni di racconto scientifico e credenze radicate: sotto psilocibina il cervello non fugge dalla realtà, vi aderisce più strettamente di quanto faccia da sobrio. È il più ampio insieme di dati di neuroimaging mai raccolto su questa sostanza in un singolo centro, e arriva mentre la psilocibina viene testata sui pazienti in mezzo mondo, Italia compresa. La tesi finora dominante descrive lo stato psichedelico come disconnessione dalla realtà: le reti cerebrali perdono coesione e i confini si sfaldano. I dati australiani lo confermano solo in parte: le aree che elaborano i sensi si scollegano, nelle regioni visive la connettività arretra fino al 39 per cento, mentre quelle associative si connettono di più, fino al 72. Il punto è che queste misure si ottengono facendo una media su minuti di registrazione, ma una media appiattisce i risultati e quindi i ricercatori hanno sperimentato la strada opposta: con un algoritmo di apprendimento automatico hanno compresso il segnale di 332 regioni cerebrali fotogramma per fotogramma, trasformando ogni scansione in una traiettoria. Poi hanno chiesto a un classificatore di indovinare, guardando solo quella linea, cosa stesse facendo la persona in quell’istante. Senza psilocibina le quattro condizioni si confondono. Sotto psilocibina si separano e il classificatore indovina molto più spesso: l’esatto contrario di ciò che produrrebbe un aumento di “rumore”. Non solo, perché più intensa era l’esperienza riferita dal soggetto, più il segnale era pulito. Chi ha descritto la sensazione più forte di dissoluzione dei confini fra sé e il mondo aveva l’attività cerebrale più agganciata a ciò che gli accadeva intorno. Lo studio è però in aperto, senza placebo e in un contesto costruito apposta per favorire l’esperienza: quanto del risultato appartenga alla molecola e quanto al setting – l’ambiente e il contesto in cui avviene l’esperienza – resta da stabilire. Il lavoro arriva nel pieno di una riabilitazione impensabile vent’anni fa. Dopo decenni di ricerca congelata dal proibizionismo, Johns Hopkins, Imperial College e decine di altri centri hanno documentato effetti su depressione resistente, ansia dei malati terminali, dipendenza da tabacco e alcol. Nel 2023 l’Australia è stata il primo Paese ad autorizzare la prescrizione di psilocibina e MDMA, seguita da Nuova Zelanda e Repubblica Ceca. L’Italia si è mossa tardi ma alla fine ha fatto il suo primo passo. Nel luglio 2025 l’Aifa ha autorizzato la prima sperimentazione clinica nazionale, coordinata dall’Istituto superiore di sanità con fondi Pnrr: 68 pazienti con depressione resistente ai farmaci seguiti per ventiquattro mesi, con uno studio randomizzato in doppio cieco. La prima paziente, una donna di 63 anni, è stata trattata a febbraio alla clinica psichiatrica dell’ospedale Santissima Annunziata di Chieti, diretta da Giovanni Martinotti. Gli altri due centri sono la Asl Roma 5 e il Policlinico Riuniti di Foggia. Fra gli obiettivi dichiarati da Francesca Zoratto, la ricercatrice dell’Iss che coordina il progetto, c’è però quello di arrivare a una psilocibina “non psichedelica”: una molecola che conservi l’effetto antidepressivo eliminando le allucinazioni, così da poterla somministrare su larga scala. Comprensibile dal punto di vista clinico. Meno alla luce di quanto emerge da Melbourne, dove è proprio l’intensità dell’esperienza a predire il cambiamento. E qui si apre la questione di fondo. Tutta la ricerca clinica in corso nel mondo usa psilocibina sintetica: pura, brevettabile, dosabile al milligrammo. Un gruppo dell’Institut de Recerca Sant Joan de Déu di Barcellona ha però pubblicato su Natural Product Research un’analisi dei dati preclinici che indica un’altra direzione. Sui modelli animali gli estratti di fungo intero producono effetti distinti o potenziati rispetto alla molecola isolata: sulle proteine sinaptiche, sui profili metabolici, sui comportamenti. L’idea di fondo è che alcaloidi minori e composti non ancora identificati agirebbero in sinergia, amplificando ciò che la molecola da sola non replica. Non è una tesi dimostrata: confronti diretti sull’uomo non ne esistono ancora. Ma il fungo – al contrario dell’omologo sintetizzato – non si brevetta, e negli Stati Uniti un ciclo di terapia con psilocibina sintetica costa già oggi intorno ai 5mila dollari. Le incognite che restano sullo sfondo sono almeno due: che l’industria farmaceutica decida per tutti e che i trattamenti saranno disponibili solo per chi potrà permetterseli.   The post Psilocibina: uno studio mostra che l’esperienza psichedelica avvicina il cervello alla realtà appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 3, 2026
L'INDIPENDENTE
Il farmaco di Moderna contro il melanoma supera la fase tre e l’azienda vola in borsa
Moderna torna a infiammare Wall Street grazie a un trattamento sperimentale contro il melanoma. Il 19 agosto, l’azienda statunitense e Merck hanno annunciato risultati preliminari positivi per intismeran autogene, terapia personalizzata a mRNA testata insieme all’immunoterapico Keytruda su pazienti operati per melanoma ad alto rischio. Il titolo Moderna è schizzato del 177% in una sola seduta, aggiungendo oltre 40 miliardi di dollari alla capitalizzazione della società, prima di perdere il 23,5% il giorno successivo. Una corsa vertiginosa che celebra il primo esito positivo di fase tre per il farmaco, ma precede la pubblicazione dei dati clinici completi e l’esame delle autorità regolatorie. Lo studio INTerpath-001 ha coinvolto 1.137 pazienti con melanoma negli stadi IIB-IV, sottoposti alla rimozione chirurgica completa del tumore, ma ancora esposti a un elevato rischio di recidiva. I partecipanti sono stati assegnati, in rapporto di due a uno, alla combinazione di intismeran e pembrolizumab, commercializzato da Merck come Keytruda, oppure a placebo più Keytruda. Secondo il comunicato congiunto, un’analisi ad interim ha mostrato il raggiungimento dell’obiettivo primario della sopravvivenza libera da recidiva e di quello secondario della sopravvivenza libera da metastasi a distanza. La sperimentazione proseguirà per valutare gli altri parametri, compresa la sopravvivenza globale. Le aziende definiscono il miglioramento rispetto al solo Keytruda «statisticamente significativo e clinicamente rilevante» e sostengono che non siano comparsi effetti avversi nuovi o inattesi rispetto a quelli già rilevati negli studi precedenti, ma i dati completi sulla sicurezza non sono ancora stati pubblicati. La parola “vaccino”, ripresa nei titoli dei media in questi giorni, può tuttavia generare un equivoco: non si tratta di un prodotto preventivo destinato alla popolazione sana, ma di una terapia sperimentale per persone che hanno già sviluppato il melanoma e sono state operate. Il tessuto tumorale asportato viene analizzato per individuarne le mutazioni; sulla base di queste informazioni si prepara un trattamento personalizzato che dovrebbe insegnare al sistema immunitario a riconoscere e colpire eventuali cellule maligne residue. Il risultato segna un passaggio decisivo per Moderna: è il primo studio di fase tre positivo per una terapia oncologica personalizzata a mRNA. Per la società guidata da Stéphane Bancel rappresenta soprattutto la possibilità di rilanciare la piattaforma resa celebre dalla pandemia, dopo il crollo della domanda di vaccini anti-Covid. Wall Street ha reagito come se la nuova stagione fosse già cominciata: il 19 agosto il titolo ha guadagnato quasi il 177%, passando in una sola seduta da circa 63 a oltre 174 dollari. L’euforia si è però rapidamente scontrata con le prese di profitto e il giorno successivo Moderna ha ceduto il 23,5%, fermandosi a 133,32 dollari. Nonostante la correzione, il valore resta più che doppio rispetto alla vigilia dell’annuncio. La febbre finanziaria riflette la speranza che la stessa piattaforma possa essere applicata ad altre neoplasie. Moderna e Merck stanno, infatti, studiando intismeran anche contro tumori del polmone, del rene e della vescica. I dati completi, compresi quelli sulla sopravvivenza globale, devono ancora essere pubblicati e sottoposti alle autorità regolatorie. Intismeran resta, quindi, una terapia sperimentale, di cui non sono noti costi e accessibilità. Anche il profilo di sicurezza richiede cautela. I rischi associati ai vaccini anti-Covid non possono essere trasferiti automaticamente a questo trattamento, ma dimostrano che la tecnologia a mRNA non è esente da criticità: nel 2025, la FDA ha aggiornato le avvertenze su miocardite e pericardite, soprattutto tra i giovani maschi. Nello studio oncologico di fase 2b, gli eventi più comuni sono stati affaticamento e dolore nel sito dell’iniezione, entrambi nel 59,6% dei pazienti, e brividi nel 51%, prevalentemente lievi o moderati. Gli effetti immuno-correlati sono comparsi nel 45,2% dei pazienti trattati con intismeran e Keytruda e nel 44% di quelli sottoposti al solo immunoterapico. Una differenza minima, che secondo le aziende non indica un aggravamento del rischio dovuto all’mRNA. Restano gli effetti anche gravi già associati a Keytruda, tra cui pneumonite immunomediata, colite, epatite e disturbi endocrini immunomediati. Barclays stima per intismeran circa 3 miliardi di dollari di vendite annuali nel melanoma entro il 2035. Una prospettiva ben lontana dalle aspettative incorporate nel balzo del titolo: secondo UBS, la nuova valutazione di Moderna sembrava scontare ricavi annui vicini ai 20 miliardi, un livello giudicato difficilmente realistico. È questa distanza tra aspettative finanziarie ed evidenze disponibili a imporre cautela. Moderna ha già trasformato risultati preliminari in una nuova promessa miliardaria. Dopo la consacrazione dell’mRNA durante la pandemia, anche in oncologia la narrazione del progresso rischia così di precedere la verifica scientifica. Wall Street, intanto, ha già attribuito un prezzo a una rivoluzione ancora tutta da confermare. The post Il farmaco di Moderna contro il melanoma supera la fase tre e l’azienda vola in borsa appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 21, 2026
L'INDIPENDENTE
Gli SMS di Fauci rivelano i dubbi taciuti sul rischio di aborto dopo il vaccino Covid
«Ho chiesto ancora un po’ in giro ed è emersa un’altra questione di cui dovete essere consapevoli». Era il 25 gennaio 2021 quando Anthony Fauci, in uno scambio di SMS con l’allora direttrice dei CDC Rochelle Walensky e con Vivek Murthy, futuro Chirurgo generale dell’amministrazione Biden, sollevava in privato il timore per un possibile rischio legato alla vaccinazione delle donne incinte: «Dal momento che molte persone sviluppano una significativa tempesta di citochine e febbre dopo la seconda dose, questo potrebbe teoricamente essere associato ad aborto spontaneo nel primo trimestre». appena nove giorni dopo, però, Fauci avrebbe dichiarato pubblicamente che non erano emersi «segnali d’allarme» per le donne in gravidanza. Recuperati dal suo iPhone governativo e diffusi dai senatori Rand Paul e Ron Johnson, gli undici SMS finora pubblicati mostrano ancora una volta la distanza tra le cautele espresse lontano dalle telecamere e le rassicurazioni offerte agli americani. Nel gennaio del 2021, la campagna vaccinale con la tecnologia a mRNA era agli inizi. Le autorità raccomandavano il farmaco ad ampie categorie di persone, comprese le donne in gravidanza. Tuttavia, le conversazioni private tra i tre alti funzionari rivelano dubbi concreti sulla gestione delle reazioni avverse nelle donne incinte. «Direi che per qualsiasi vaccino per il quale mancano dati sulle donne in gravidanza, è necessario valutare i potenziali rischi rispetto ai benefici», scriveva ancora Fauci il 26 gennaio 2021. Il ragionamento di Fauci partiva da un dato noto in medicina: una febbre elevata nelle prime settimane di gestazione può rappresentare un fattore di rischio per la gravidanza. La seconda dose dei vaccini a mRNA provocava spesso una risposta immunitaria più intensa, accompagnata dal rilascio di citochine – molecole coinvolte nei processi infiammatori – e, in alcuni casi, da febbre alta. Nel confronto privato, Fauci si interrogava, quindi, sulla possibilità che questa reazione potesse incidere sulla gravidanza durante il primo trimestre, riconoscendo l’esistenza di un rischio teorico che, almeno in quella fase, riteneva necessario valutare e si dimostrava preoccupato. Gli SMS del 25 gennaio 2021 nei quali Anthony Fauci sollevava il possibile rischio teorico di aborto spontaneo nel primo trimestre dopo la seconda dose. Nel gennaio 2021, mentre milioni di persone dovevano decidere se sottoporsi a prodotti autorizzati da poche settimane, la distinzione tra «nessun segnale osservato» e «nessun rischio possibile» non era affatto secondaria. Nonostante ciò, il 3 febbraio, durante un incontro streaming trasmesso dalla rivista medica JAMA, Fauci affermò che la FDA non aveva rilevato «finora alcun segnale d’allarme» per le donne in gravidanza. Nei mesi successivi, il messaggio si fece ancora più netto: «Decine e decine e decine di migliaia di donne» erano state monitorate dai CDC e non vi era «alcuna indicazione» di un aumento degli eventi avversi rispetto alle non vaccinate. Pertanto, concludeva Fauci, «è abbastanza chiaro che le donne incinte dovrebbero vaccinarsi». Negli SMS resi pubblici dai senatori Paul e Johnson emerge inoltre la preoccupazione per l’effetto che una comunicazione più cauta avrebbe potuto produrre sulla campagna vaccinale. Quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità sconsigliò temporaneamente Moderna alle donne incinte per la mancanza di dati, Murthy si disse «sorpreso» da una posizione così netta, giudicandola «potenzialmente molto dannosa per la fiducia del pubblico tra le donne in gravidanza». Walensky propose di portare la questione all’Advisory Committee on Immunization Practices. Gli SMS appena pubblicati riportano così al centro una delle questioni più controverse della gestione pandemica: la distanza tra le cautele espresse nelle conversazioni riservate e le certezze consegnate al pubblico. Mentre Fauci e gli altri vertici sanitari valutavano un possibile rischio di aborto legato alla febbre dopo la seconda dose, le comunicazioni ufficiali rassicuravano le donne incinte e le perplessità venivano spesso liquidate come disinformazione. Negli anni successivi, il VAERS ha raccolto migliaia di segnalazioni di eventi avversi in gravidanza: dati che sono ora tornati al centro del confronto politico e parlamentare a Washington. Gli undici messaggi diffusi costituiscono soltanto la prima parte di un archivio composto da oltre 34 mila SMS e 522 messaggi vocali recuperati dal telefono governativo di Fauci. Paul e Johnson hanno annunciato che il materiale sarà esaminato e pubblicato progressivamente. Secondo i due senatori, sul telefono sono elencati solo tre contatti, ma è «troppo presto per stabilire se siano stati cancellati dei dati». Il nuovo dossier si aggiunge alle 1.141 pagine dei Tony’s Diary, nelle quali Fauci annotava dubbi sull’origine naturale del virus, una stima privata della letalità molto inferiore a quella comunicata al Congresso e il proprio intervento per prolungare lockdown e chiusure. Convocato il 29 luglio davanti alla Commissione del Senato per la Sicurezza interna, si è appellato 111 volte al Quinto emendamento, sottraendosi anche alle domande più innocue. Il 6 agosto la Commissione, con otto voti contro cinque, lo ha dichiarato in oltraggio al Congresso e Rand Paul ha trasmesso il deferimento direttamente al Dipartimento di Giustizia. Saranno ora i magistrati a decidere se procedere: in caso di incriminazione e condanna, l’ex consigliere sanitario della Casa Bianca rischierebbe fino a un anno di carcere. 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August 12, 2026
L'INDIPENDENTE
Eclissi, pianeti allineati e stelle cadenti: tre fenomeni in 24 ore, ecco come osservarli
Mercoledì 12 agosto il cielo sopra l’Italia offrirà uno spettacolo raro, distribuito nell’arco di una sola giornata. Chi alzerà lo sguardo, dalle Alpi alla Sicilia, potrà osservare in sequenza tre eventi distinti: prima dell’alba sei pianeti disposti in un ampio arco di cielo, nel tardo pomeriggio la Luna che copre buona parte del disco solare, nella notte lo sciame meteorico dell’estate – le attese stelle cadenti – al suo picco. A renderlo possibile è una coincidenza astronomica precisa: quel giorno cade la Luna nuova, condizione necessaria sia per l’eclissi sia per il cielo scuro che rende visibili le stelle cadenti più deboli. Il primo appuntamento è per chi è disposto a rinunciare a un po’ di sonno. Prima del sorgere del Sole, Giove, Mercurio, Marte, Urano, Saturno e Nettuno si troveranno contemporaneamente sopra l’orizzonte, distribuiti lungo un arco che va da est a sud-ovest. Non è un allineamento reale nello spazio: i pianeti restano sulle rispettive orbite, a distanze enormi tra loro. È una configurazione apparente, chiamata dagli astronomi sizigia, che si verifica quando più corpi celesti si trovano più o meno sullo stesso lato del Sole rispetto alla Terra e quindi sembrano raggrupparsi nella stessa porzione di cielo. Marte e Saturno saranno i più semplici da individuare a occhio nudo. Urano e Nettuno, troppo deboli per la vista umana, richiederanno un binocolo o un piccolo telescopio. La visibilità di Giove e Mercurio dipenderà dalla limpidezza dell’orizzonte, con la luce crescente dell’alba che tenderà a “nasconderli”. Il secondo evento arriva nel tardo pomeriggio. Un’eclissi solare si verifica quando la Luna si interpone tra la Terra e il Sole: questa volta la fascia di totalità, larga circa 290 chilometri, attraverserà l’Artico russo, la Groenlandia nord-orientale, l’Islanda occidentale, un lembo del Portogallo settentrionale, il nord della Spagna e le Baleari. Lì, per poco più di due minuti, il disco solare sparirà del tutto e diventerà visibile la corona, l’alone di plasma normalmente nascosto dalla luce diurna. L’Italia resta fuori da quella fascia: da qui l’eclissi sarà parziale, con una copertura che nel nord-ovest sfiorerà il 95% del disco solare per poi diminuire progressivamente scendendo verso sud. Non ci sarà buio totale in nessuna parte del Paese, un dettaglio che vale la pena chiarire perché la differenza tra totale e parziale cambia sostanzialmente l’esperienza di osservazione. Guardare il Sole, anche parzialmente oscurato, resta pericoloso senza una protezione specifica: gli occhiali da sole comuni non bastano, serve una lente certificata secondo la norma ISO 12312-2, l’unica ritenuta sicura dal Ministero della Salute per l’osservazione diretta. In commercio, online e nei negozi di ottica, si trovano a partire da pochi euro. Il terzo fenomeno chiude la giornata dopo il tramonto. Le stelle cadenti che aspettiamo di vedere ogni anno per poter esprimere i desideri, altro non sono che scie luminose che attraverseranno il cielo notturno tra il 12 e il 13 agosto. Sono frammenti di polvere lasciati dalla cometa Swift-Tuttle lungo la sua orbita: quando la Terra attraversa quella scia, i detriti bruciano nell’atmosfera producendo le Perseidi, dal nome della costellazione di Perseo da cui sembrano irradiarsi. Quest’anno il picco coincide con l’assenza della Luna, che sarà nuova proprio quel giorno: senza il disturbo della sua luce, anche le meteore più deboli diventeranno visibili, con una frequenza che nelle condizioni migliori può superare le sessanta tracce all’ora. Per osservarle non serve alcuno strumento, solo un luogo lontano dall’inquinamento luminoso delle città, una ventina di minuti perché gli occhi si abituino al buio, e un po’ di pazienza nella seconda parte della notte, quando la costellazione di Perseo sale più alta sull’orizzonte. The post Eclissi, pianeti allineati e stelle cadenti: tre fenomeni in 24 ore, ecco come osservarli appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 10, 2026
L'INDIPENDENTE
I diari rivelati di Anthony Fauci raccontano diverse cose interessanti sul Covid
«Ora sappiamo che il mercato non era la fonte, ma l’amplificatore». È il 26 gennaio 2020 quando Anthony Fauci affida ai suoi appunti privati una verità rimasta ai margini del racconto ufficiale sulle origini del Covid: i primi contagi risalivano all’inizio di dicembre e non sembravano collegati al mercato di Wuhan. Nei giorni successivi annoterà i sospetti su un virus costruito in laboratorio, stimerà la letalità tra lo 0,2 e lo 0,3% e sosterrà il prolungamento dei lockdown. Rivelerà anche di essere stato colpito, cinque mesi dopo il vaccino Moderna, da un infarto polmonare che Robert Kennedy Jr. indica oggi come possibile evento avverso, accusandolo di averlo taciuto mentre rassicurava il pubblico sulla sicurezza dei vaccini. Nelle 1.141 pagine dei “Tony’s Diary”, pubblicate da Rand Paul poche ore prima dell’audizione del 29 luglio, affiora così una doppia verità, che certifica la distanza tra ciò che Fauci scriveva in privato e la pandemia raccontata agli americani. A portare alla luce i diari non è stata una normale indagine parlamentare, ma una ricerca durata otto mesi tra undici server governativi, guidata proprio da Rand Paul su mandato di Robert Kennedy Jr. Il passaggio più esplosivo risale al 31 gennaio 2020. Fauci racconta di una telefonata con Jeremy Farrar, allora direttore del Wellcome Trust, e il biologo evoluzionista Kristian Andersen, futuro coautore dell’articolo utilizzato per sostenere l’origine naturale del SARS-CoV-2, Proximal Origin: «Le persone al telefono ritenevano che le mutazioni attorno al sito di clivaggio della furina della proteina Spike non potessero essersi verificate naturalmente». Gli scienziati «sollevarono la possibilità che [il sito] potesse essere stato inserito deliberatamente» e che il virus fosse poi fuoriuscito accidentalmente da un laboratorio. Il giorno successivo Fauci partecipò a una teleconferenza riservata con Francis Collins, Farrar, Andersen e altri esperti: «Non vi era un accordo completo sulla probabilità di un inserimento deliberato», conclude il virologo. Fouchier e Drosten propendevano per l’origine naturale, mentre «gli altri consideravano possibile l’inserimento deliberato» e ritenevano che, alla luce delle ricerche di Shi Zhengli sui coronavirus, non si potesse «lasciar cadere la questione». I diari non provano l’origine artificiale del SARS-CoV-2, ma dimostrano che l’ipotesi era sul tavolo di Fauci fin dall’inizio e veniva discussa ai massimi livelli della comunità scientifica. Eppure, nel dibattito pubblico, lo stesso virologo avrebbe poi liquidato quella pista come una «tipica teoria del complotto». La stessa ambiguità riguarda i finanziamenti del NIAID a EcoHealth Alliance, che trasferì parte dei fondi al laboratorio di Wuhan per studiare i coronavirus dei pipistrelli. Nell’ottobre 2021, Lawrence Tabak, vicedirettore del NIH, riconobbe che in un esperimento alcuni topi avevano mostrato una crescita virale maggiore e sintomi più gravi. Fauci si rifugiò nella classificazione amministrativa: il virologo non negava il risultato dell’esperimento, ma sosteneva che non rientrasse nella definizione burocratica sottoposta a controllo. È il cuore dell’accusa di Rand Paul: Fauci avrebbe fornito al Congresso una risposta formalmente difendibile, ma costruita per eludere la sostanza della domanda sulle ricerche nel campo del guadagno di funzione. Lo scarto tra pubblico e privato emerge anche sulla letalità dell’infezione. L’8 febbraio 2020 Fauci scriveva di condividere con l’ex direttore del CDC Tom Frieden la convinzione che il numero reale dei contagi fosse molto più alto, «rendendo il tasso di letalità più simile allo 0,2-0,3% anziché al 2%». L’11 marzo, davanti alla Camera, mise invece in primo piano il dato più allarmante: «La letalità dichiarata complessiva di questo virus, guardando a tutti i dati, compresi quelli della Cina, è di circa il 3%», concludendo che il Covid fosse dieci volte più letale dell’influenza stagionale. Il diario contiene anche un’annotazione sanitaria dirompente, rimasta finora sconosciuta. Il 19 giugno 2021 Fauci descrive una «terribile giornata sulle montagne russe»: dopo avere accusato dolori al petto, si sottopose a una TAC che inizialmente fece temere un tumore. Gli specialisti esclusero poi l’ipotesi oncologica, diagnosticarono un infarto polmonare e gli prescrissero immediatamente l’anticoagulante Eliquis. Fauci non attribuì la patologia al vaccino Moderna ricevuto cinque mesi prima. A ipotizzare oggi un collegamento è Robert Kennedy Jr., sulla scorta delle valutazioni formulate da alcuni medici, tra cui il cardiologo Peter McCullough. Secondo quest’ultimo, l’infarto sarebbe stato conseguenza di un’embolia polmonare riconducibile alla vaccinazione con mRNA. Un nesso causale che il diario non dimostra e che nessuno dei medici citati da Fauci formulò, ma che McCullough ritiene meriti di essere indagato, accusando le autorità federali di non avere informato adeguatamente il pubblico sui possibili effetti avversi di questi prodotti. Anche sulle chiusure i diari smentiscono il tentativo di Fauci di ridimensionare il proprio peso politico. Fu lui, secondo quanto annotò, a consigliare al governatore dello Stato di Washington Jay Inslee di adottare le misure di mitigazione e a convincere il sindaco Bill de Blasio a chiudere le scuole di New York, sollecitando poi la serrata di bar e ristoranti. Le sue dichiarazioni televisive, scrisse ancora, contribuirono anche alla decisione del governatore californiano Gavin Newsom di chiudere scuole e locali. Il 29 marzo 2020 Fauci annotò di avere convinto Trump, insieme alla coordinatrice della task force Deborah Birx, a prorogare fino alla fine di aprile le restrizioni inizialmente previste per quindici giorni. «È stato un buon risultato», scrisse, perché interromperle prematuramente sarebbe stato «un disastro». Nella stessa conferenza stampa Trump prospettò da 1,5 a 2 milioni di morti, una stima che Fauci giudicava in privato «lo scenario peggiore di un modello imperfetto». Secondo il virologo, il presidente continuava però a citarla perché riteneva che così «la gente avrebbe preso sul serio ciò che stavamo dicendo». Oggi, il cambio di paradigma è certificato persino da covid.gov, il portale ufficiale statunitense sulla pandemia, che reindirizza a una pagina della Casa Bianca intitolata “Fuga da laboratorio: le vere origini del Covid-19” e che indica come scenario più probabile un incidente al Wuhan Institute of Virology durante ricerche gain of function. Questo non chiude il dibattito scientifico, ma segna il ribaltamento politico di una narrazione che per anni aveva escluso e demonizzato la pista di Wuhan come “complottismo”. Nell’ottobre 2021 Fauci scriveva di essere attaccato perché rappresentava «la verità». I suoi diari mostrano invece che, dietro le certezze sbandierate in pubblico, quella “verità” era assai meno granitica di quanto venisse raccontato. The post I diari rivelati di Anthony Fauci raccontano diverse cose interessanti sul Covid appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 31, 2026
L'INDIPENDENTE
Dalla cravatta alle origini del Covid: Fauci si appella 111 volte al Quinto emendamento
«Su consiglio del mio legale, mi avvalgo della facoltà di non rispondere in base ai diritti garantiti dal Quinto emendamento». Sono 111 le volte in cui Anthony Fauci, convocato sotto giuramento davanti alla Commissione per la Sicurezza interna e gli Affari governativi del Senato americano, ha scelto il silenzio. L’ex direttore del NIAID si è rifiutato di rispondere non solo a domande compromettenti come l’origine del Covid o sui finanziamenti alle ricerche condotte a Wuhan, ma anche quando il senatore Josh Hawley gli ha chiesto: «Che giorno della settimana è oggi?», «Di che colore è la sua cravatta?» o «Di che colore è il tappeto davanti a lei?». Tre domande innocue, utilizzate per dimostrare che Fauci non stava valutando caso per caso il rischio di autoincriminarsi, ma aveva deciso di opporre alla Commissione un rifiuto assoluto. La risposta, identica, è risuonata per tutta l’audizione durata circa tre ore. Fauci era stato citato con un mandato di comparizione dopo essersi sottratto a un’audizione volontaria. Nella dichiarazione iniziale ha accusato il presidente della Commissione Rand Paul – che poche ore prima aveva reso pubblici i diari personali del virologo – di nutrire una «evidente ossessione» per la sua incriminazione e di averlo convocato con un solo obiettivo: indurlo a pronunciare «qualcosa, qualsiasi cosa» che potesse giustificare la promessa di mandarlo «dietro le sbarre». Ha quindi annunciato che, per quanto gli costasse, avrebbe seguito il consiglio dei suoi legali. La linea difensiva ha trasformato l’aula in un teatro dell’assurdo: Fauci non ha risposto nemmeno quando il senatore Bernie Moreno gli ha chiesto di recitare il Quinto emendamento sul quale fondava il proprio silenzio. Ancora una volta, la stessa formula. Hawley ha contestato la legittimità del ricorso generalizzato al Quinto emendamento richiamando la sentenza Brown v. Walker del 1896: secondo il senatore, la grazia concessa da Joe Biden avrebbe eliminato il rischio di incriminazione per i reati federali commessi nel periodo coperto dal provvedimento e, con esso, il diritto di non rispondere su quei fatti. Poi l’affondo: «Credo di sapere perché lo fa. Perché non vuole rispondere alle domande. Perché ha fatto ogni sorta di cose terribili. Perché durante la pandemia si è arricchito mentre la gente moriva». L’effetto giuridico della grazia sul diritto al silenzio resta tuttavia controverso e Rand Paul ha riconosciuto che la questione potrebbe dover essere risolta dai tribunali. La clemenza «piena e incondizionata», preventiva e retroattiva, firmata da Biden nel gennaio 2025 non copre comunque eventuali reati successivi, come una nuova falsa testimonianza, né impedisce al Congresso di proseguire le proprie indagini. Uno dei capitoli più duri dell’interrogatorio ha riguardato il denaro. Hawley ha accusato Fauci di avere utilizzato dipendenti e risorse federali in orario di lavoro per sollecitare candidature a premi personali che superavano complessivamente il milione di dollari. Al centro delle contestazioni figura il Dan David Prize, riconoscimento da un milione di dollari assegnatogli nel 2021, di cui il 10% era destinato per regolamento a borse di studio. Secondo i documenti citati durante l’audizione, funzionari federali avrebbero collaborato alla preparazione delle candidature e interpellato gli uffici etici sulla possibilità che Fauci incassasse i premi. Hawley gli ha chiesto se avesse ordinato ai propri dipendenti di lavorare alle pratiche, se avesse fatto pressioni per superare le obiezioni etiche e quanto denaro avesse ricevuto. Nessuna risposta. Il senatore ha inoltre sostenuto che, negli anni della pandemia, il patrimonio familiare di Fauci sia salito oltre i 12 milioni di dollari. Il silenzio dell’interessato ha impedito qualsiasi chiarimento nel merito. Le domande hanno attraversato l’intera gestione pandemica. Rand Paul ha chiesto conto dei finanziamenti del NIAID a EcoHealth Alliance e delle ricerche sui coronavirus svolte al Wuhan Institute of Virology, accusando Fauci di avere negato davanti al Congresso che si trattasse di ricerche nel campo del guadagno di funzione. Ashley Moody ha incalzato Fauci sulla regola dei sei piedi di distanziamento, pari a circa 1,8 metri, ricordando che lo stesso immunologo aveva ammesso come quella misura fosse «in qualche modo comparsa» senza il sostegno di studi clinici controllati. «Le scuole non riaprirono, le attività non riaprirono, le chiese non riaprirono», ha ricordato la senatrice. Ron Johnson lo ha invece interrogato sulla sicurezza e sull’efficacia dei vaccini, sui segnali avversi e sulle informazioni conosciute dalle autorità sanitarie. A entrambi Fauci ha opposto il Quinto emendamento. Dal canto loro, i democratici, guidati da Gary Peters e Maggie Hassan, hanno invece denunciato una procedura costruita per trasformarlo in un capro espiatorio. La tensione è esplosa quando l’avvocato David Schertler ha tentato ripetutamente di intervenire a difesa del suo assistito. «Lei non ha la parola», lo ha ammonito Paul. Dopo oltre un minuto di scontro, il presidente ha ordinato agli agenti di allontanarlo dall’aula, tra gli applausi di una parte del pubblico. Al termine della seduta, Paul ha annunciato un voto per dichiarare Fauci in oltraggio al Congresso. Hawley ha scelto, invece, il terreno politico: «Il silenzio è un’ammissione», ha scandito, sostenendo che le azioni del virologo non sarebbero state mosse solo dal denaro: «Alla fine dei conti non si trattava solo dei soldi, vero? In realtà si trattava di una questione di potere». Ed è proprio questa l’immagine consegnata dall’audizione. Dopo avere incarnato per anni la “scienza” che pretendeva obbedienza assoluta, Fauci si è trincerato dietro il diritto a non autoincriminarsi. L’uomo che chiedeva agli americani di fidarsi ciecamente delle regole e delle istituzioni non ha risposto neppure sul colore della propria cravatta. The post Dalla cravatta alle origini del Covid: Fauci si appella 111 volte al Quinto emendamento appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 30, 2026
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