Dublinanti

Comune-info - Monday, August 24, 2026
Foto Giovanni Izzo

Dublinanti. Una parola che fino a poco tempo fa non si sentiva. Non apparteneva al lessico comune, né a quello politico. Ora comincia a comparire nel linguaggio amministrativo, politico e giornalistico. È entrata nel linguaggio come entrano certe muffe: silenziosamente, senza che nessuno se ne accorga, finché non è troppo tardi.

Ha l’aria neutra e pulita delle parole amministrative, quelle che sembrano fatte apposta per mettere in ordine i fogli, per classificare, per rendere gestibile ciò che è complesso. Ed è proprio questo che inquieta. Perché un dublinante non nasce con quel nome. Lo diventa dentro uno sportello, in un momento che spesso non riconosce nemmeno come decisivo. È un’etichetta che non descrive una condizione umana, ma una procedura. Eppure finisce per sostituire tutto il resto: la storia, la vulnerabilità, le relazioni, le speranze.

La genealogia di una parola

Il termine deriva dal sistema di Dublino, l’insieme di norme europee pensate per stabilire quale Stato debba esaminare una domanda di asilo. Nasce con la Convenzione di Dublino del 1990, diventa Regolamento — con Dublino II, nel 2003, poi Dublino III, nel 2013 — via via che l’Unione ne irrigidisce i meccanismi. In teoria, uno strumento di coordinamento. In pratica, un sistema che ha finito per concentrare una parte importante della responsabilità sui Paesi di primo ingresso e per sottoporre gli spostamenti dei richiedenti asilo all’interno dell’Unione a procedure di trasferimento verso lo Stato ritenuto responsabile.

Il linguaggio tecnico ha fatto il resto: da “persona soggetta al Regolamento di Dublino” si è passati a “dublinante”.

Una parola che non dice quasi nulla della persona, ma molto del sistema che la nomina. In concreto, succede questo: un uomo o una donna arriva in Europa, attraversa un confine e appoggia un dito su uno scanner. Un gesto minimo, quasi invisibile. In quel momento, spesso senza saperlo, lascia una traccia amministrativa che può accompagnarlo nel suo percorso. La prima impronta digitale diventa un segno che può inseguirlo attraverso l’Europa. Se poi prova ad andare altrove — per raggiungere un parente, un amico, un luogo dove si sente più sicuro — può trovarsi davanti alla procedura di trasferimento verso lo Stato considerato responsabile della sua domanda. Non perché abbia commesso un reato. Non perché rappresenti un pericolo. Ma perché, secondo quella procedura, “spetta a un altro Stato”.

E intanto c’è una vita che aspetta. Una fila. Un appuntamento. Una stanza. Una risposta. Un sì o un no che può arrivare dopo mesi. La paura di essere trasferiti. La necessità di lasciare ancora una volta un luogo nel quale, forse, si era cominciato a costruire qualcosa. E poi ricominciare.

La neutralità come maschera

È qui che il linguaggio rivela la sua postura politica. Trasformare una persona in una categoria amministrativa significa anche rendere più facile pensarla come un caso da gestire, un fascicolo da spostare, una procedura da chiudere. La categoria burocratica diventa una copertura perfetta: permette di parlare di esseri umani attraverso il linguaggio delle pratiche e, allo stesso tempo, rassicura chi guarda.

Il linguaggio amministrativo non è mai soltanto neutro: è anche uno strumento di governo, che organizza la realtà per conto delle istituzioni.

Una vita reale dietro la parola

Dietro ogni “dublinante” c’è una storia che la parola non contempla. C’è, per dire, Amir — chiamiamolo così — ventitré anni, arrivato a Lampedusa in ottobre con addosso una giacca troppo leggera per il mare aperto. Ha un fratello a Norimberga, un letto già pronto in un appartamento condiviso, un numero di telefono imparato a memoria prima ancora del proprio documento. Quel dito appoggiato sullo scanner in Sicilia, quel gesto di un secondo, ha già deciso per lui: la Germania non potrà mai essere sua, non su questa domanda. Il fratello resta a un treno di distanza che non prenderà. Ma la parola non vede nulla di tutto questo.

La parola serve a non vedere. Non vediamo la persona che aspetta una risposta: vediamo una procedura. Non vediamo la paura di dover partire ancora: vediamo un trasferimento. Non vediamo il tempo sospeso di chi non sa dove potrà vivere domani: vediamo una pratica.

E forse dovremmo chiederci se abbiamo mai provato davvero a immaginare che cosa significhi vivere dentro una parola come questa. Vivere dentro una procedura che decide dove puoi restare e dove devi andare. Aspettare. Non sapere. Ricominciare.

Fermarsi davanti alle parole nuove

Forse dovremmo fermarci di più davanti alle parole nuove. Chiederci non solo da dove arrivano, ma quale idea di umanità stanno servendo. Perché ogni volta che accettiamo una categoria senza interrogare ciò che nasconde, rinunciamo a un pezzo della nostra responsabilità.

Prima delle procedure, delle impronte e della propaganda, c’era — e resta — semplicemente un essere umano. E il modo in cui lo nominiamo dice molto di noi.

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