Apple riscrive le regole dell’App Store per evitare le multe UE

L'INDIPENDENTE - Friday, August 21, 2026

Apple ha infine dovuto cedere: dopo aver cercato di difendere per anni lo status quo, ha infine annunciato modifiche sostanziali alle sue politiche aziendali. I cambiamenti, conseguenza diretta delle norme introdotte dal Digital Markets Act (DMA) europeo, prevedono uno stravolgimento del sistema di gestione e monetizzazione dell’App Store, una rivoluzione che rivede radicalmente le alchimie finanziarie della distribuzione di applicazioni e software.

L’annuncio di Apple esplicita sin dalle prime righe che questa rivoluzione nasce in risposta a una “stretta collaborazione” con la Commissione Europea e che, soprattutto, permette all’azienda di sedare immediatamente alcuni “disaccordi” con le istituzioni UE riguardo alle condizioni di distribuzione. In altre parole, la modifica delle policy si dimostra propedeutica a calmare le acque, a convincere Bruxelles a mantenere una posizione piú incentrata sul monitoraggio che sull’intervento, ad assicurare di aver finalmente appianato le violazioni normative di cui si sarebbe macchiata. 

L’innovazione più sostanziale rappresentata da questo cambio di rotta è la morte della famigerata “Apple Tax”, la trattenuta del 30% su tutte le transazioni che avvengono all’interno dell’App Store. Considerando che l’App Store è da sempre il collo di bottiglia attraverso cui passa l’intera distribuzione di app e servizi nell’ecosistema Apple, la casa di Cupertino è ormai da anni al centro di scontri legali con aziende terze che vorrebbero esternalizzare i pagamenti – aggirando di fatto i costi delle commissioni – e con autorità antitrust che contestano come l’imposizione della distribuzione via App Store rappresenti un atteggiamento anticoncorrenziale dalle sfumature monopolistiche.

Con questo aggiornamento di policy, in vigore dal primo ottobre, Apple abbassa la propria quota al 26%, mantenendo al contempo i programmi agevolati – nati in reazione ai primi scontri normativi – pensati per distributori ancora piccoli e per abbonamenti di lungo periodo, le cui commissioni restano al 15%. Aspetto più rilevante, la Big Tech permetterà a chi distribuisce software sull’App Store di proporre sistemi di pagamento alternativi a quelli controllati da Apple stessa, un’opzione che consentirà di abbassare ulteriormente le commissioni fino al 20% a livello globale, o al 10% per chi aderisce ai programmi agevolati sopracitati.

Non solo: quando un’app riuscirà a convincere i propri utenti a completare un acquisto via web – quindi al di fuori dell’App Store – la trattenuta di Apple scenderà generalmente al 15%. A questo si aggiunge la possibilità di usufruire di marketplace alternativi all’App Store, opzione per cui Apple limita la propria commissione al 5%, come compenso per l’utilizzo delle sue “Core Technology”. La principale scappatoia in questo insieme di revisioni consiste nel fatto che la Big Tech continui a rifiutarsi di consentire link verso siti esterni nelle app registrate nella categoria bambini, così come di permettere agli account minorenni di aggirare agilmente i sistemi di pagamento gestiti dall’azienda – un limite giustificato come misura per prevenire truffe e adescamenti ai danni degli under 18.

Fiutando il cambiamento nell’aria, insomma, Apple è intervenuta a modificare di proprio pugno le policy aziendali prima che fossero le autorità a imporle variazioni potenzialmente più dannose per il suo piano di business. L’impatto concreto di questo cambiamento si potrà valutare solo con il passare del tempo, tanto più che occorrerà verificare l’applicazione effettiva di questi intenti, che rischia comunque di essere attenuata da un’implementazione volutamente farraginosa, pensata per scoraggiare distributori e utenti dallo sfruttare pienamente queste condizioni migliorate. Nel dubbio, Bruxelles ha dichiarato che vigilerá da vicino sulla faccenda, lasciando intendere di essere pronta a riaprire il vivo delle indagini qualora i cambiamenti si rivelassero puramente di facciata.

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