
In Danimarca una protesta internazionale ha bloccato uno stabilimento di pesticidi tossici
L'INDIPENDENTE - Thursday, August 20, 2026«Ciò che è tossico per noi, è tossico per tutti». Sulla base di questo principio, centinaia di attivisti provenienti da tutta Europa si sono radunati davanti allo stabilimento dell’azienda chimica Cheminova di Harboøre, in Danimarca, per bloccare le spedizioni di pesticidi vietati nell’Unione Europea verso Paesi terzi. La protesta rientra nel più ampio raduno internazionale Break the Chain, organizzato in Danimarca dalla Nordic Climate Justice Coalition per contestare le attività di alcune aziende danesi e le loro catene di approvvigionamento, accusate di contribuire a forme di sfruttamento ambientale e sociale. Durante l’azione, gli attivisti hanno bloccato i camion in uscita dai cancelli dello stabilimento e sono tornati a chiedere il divieto di esportazione verso Paesi terzi di pesticidi il cui utilizzo è vietato nell’UE per i loro rischi per la salute e l’ambiente.
Cheminova è un’azienda danese attiva nel settore chimico, recentemente acquisita dal colosso agrochimico statunitense FMC. Gli attivisti la indicano come simbolo di un modello che, a loro avviso, delocalizza oltre i confini nazionali ed europei i costi ambientali e sanitari della produzione di sostanze vietate nell’UE. L’azienda, sostengono, è conosciuta «in Danimarca per i numerosi disastri ambientali causati dai suoi stabilimenti» e rappresenterebbe un «modello di greenwashing da smantellare». «Oggi la Danimarca produce pesticidi così tossici da essere illegali nell’UE che vengono esportati nei Paesi del Sud del mondo, dove le loro conseguenze distruttive sono ben documentate», scrivono gli attivisti. «In Paesi come Argentina, Sud Africa, Pakistan e Filippine, gli agricoltori muoiono ogni giorno come conseguenza diretta di questi pesticidi». Secondo gli stessi attivisti, anche alcuni ministri dell’Ambiente danesi avrebbero in passato criticato questo modello, senza tuttavia riuscire a regolamentarlo.
Alla luce di queste accuse, gli attivisti hanno portato avanti una lunga protesta contro le attività dello stabilimento: dopo aver manifestato per giorni davanti alla fabbrica di Harboøre, sono arrivati a bloccarne le esportazioni. Alcuni di loro, inoltre, sono entrati nell’area dello stabilimento e hanno prelevato campioni di terreno per verificare l’entità della contaminazione del suolo circostante, che secondo gli attivisti non sarebbe stata ancora adeguatamente mappata. «Abbiamo in programma di inviare i campioni all’Università di Aarhus e chiedere che li analizzino. Dopotutto, l’università ha posseduto la fabbrica per 50 anni e ne ha ricavato una fortuna, ma non ha contribuito praticamente per nulla allo sforzo di pulizia», si legge nel comunicato della campagna.
Gli attivisti chiedono alle istituzioni di vietare l’esportazione di pesticidi tossici verso Paesi terzi e di predisporre un piano a lungo termine per la chiusura di Cheminova, che affronti «il grave inquinamento intergenerazionale nella zona» garantendo al contempo ai lavoratori un’occupazione etica e sostenibile sul piano economico, produttivo e ambientale. Alla protesta hanno partecipato persone provenienti da diversi Paesi europei, tra cui esponenti di movimenti ambientalisti italiani, come la sezione di Extinction Rebellion del Belpaese. L’iniziativa si inserisce nella più ampia campagna Break the Chain, che ha organizzato un raduno di due settimane coinvolgendo migliaia di attivisti da tutto il mondo, con l’obiettivo di costruire una rete, condividere competenze e conoscenze e promuovere iniziative comuni.
Il raduno è stato inaugurato lo scorso 7 agosto e terminerà domani, 21 agosto. La campagna punta a contestare le multinazionali danesi accusate di sfruttare territori indigeni, inquinare le acque del Paese, contribuire al genocidio in Palestina e alimentare l’espansione dell’industria dei combustibili fossili. Tra le iniziative organizzate c’è stata anche una manifestazione, la prima nel suo genere, davanti alla raffineria petrolifera di Kalundborg. Secondo gli attivisti, la struttura copre circa il 15% del fabbisogno energetico della Danimarca e rappresenta quindi «l’esempio più chiaro della dipendenza danese dai combustibili fossili, una dipendenza che aggrava il collasso climatico globale». Gli attivisti hanno chiesto il ridimensionamento dell’industria fossile danese, lo stop alle nuove concessioni petrolifere e, ancora una volta, «la garanzia di un lavoro verde per i lavoratori del settore fossile».
The post In Danimarca una protesta internazionale ha bloccato uno stabilimento di pesticidi tossici appeared first on L'INDIPENDENTE.