Quando Hugh Hefner provò a denunciare Epstein, tre anni prima del suo arresto
Nel gennaio 2005, Hugh Hefner telefonò più volte all’FBI per denunciare Jeffrey
Epstein. Accanto a lui, nella Playboy Mansion, c’era Audra Lynn Christiansen,
playmate e Miss ottobre 2003, che sosteneva di essere stata abusata e di essere
stata vittima del traffico sessuale del finanziere di Brooklyn. I federali
assicurarono che avrebbero indagato, ma non accadde nulla. La donna sarebbe
stata contattata dagli inquirenti soltanto 15 anni dopo, nell’ottobre 2020,
quando Epstein e lo stesso Hefner erano ormai morti.
La storia emerge dalla quarta versione della denuncia Jane Doe et al. v. United
States of America depositata il 21 maggio 2026 presso il tribunale federale del
distretto meridionale della Florida. Il documento raccoglie le accuse di decine
di donne contro il governo statunitense, l’FBI e il Dipartimento di Giustizia,
ritenuti responsabili di avere ignorato segnalazioni circostanziate e violato le
proprie procedure investigative. Audra Christiansen, nota ai lettori di Playboy
come Audra Lynn, aveva 23 anni quando si rivolse a Hefner. Secondo quanto
riferito nella causa, Epstein l’avrebbe abusata e resa vittima del suo traffico
sessuale, anche consegnandola. La giovane viveva allora nella Playboy Mansion e
temeva di poter finire nuovamente nelle mani del finanziere. Hefner le consigliò
di contattare l’FBI, ma lei gli chiese di farlo al suo posto: era convinta che
il nome e le relazioni del celebre editore di Playboy avrebbero costretto i
federali a prenderla sul serio. Hefner chiamò più volte l’FBI. Durante una
telefonata del gennaio 2005, ascoltata dalla stessa Christiansen, spiegò
all’interlocutore che Epstein aveva abusato della donna e l’aveva coinvolta in
un circuito di sfruttamento sessuale. Dall’altra parte arrivò la rassicurazione
che le accuse sarebbero prese sul serio ed esaminate. Fidandosi di quella
promessa, Christiansen non si rivolse ad altri organismi di polizia.
Per quindici anni, sostiene il ricorso, l’FBI non approfondì la segnalazione né
interrogò la presunta vittima. Soltanto nell’ottobre 2020, oltre un anno dopo la
morte di Epstein in carcere e tre anni dopo quella di Hefner, gli investigatori
cercarono Christiansen per chiederle informazioni su quanto aveva denunciato nel
2005. La telefonata di Hefner aveva preceduto di pochi mesi l’indagine della
polizia di Palm Beach, avviata dopo la denuncia relativa a una quattordicenne
reclutata per un “massaggio” nella villa di Epstein. I detective locali
raccolsero testimonianze e materiali, arrivando a identificare numerose ragazze.
L’FBI aprì formalmente un fascicolo soltanto nel luglio 2006. Nel 2007, però, il
procuratore federale Alexander Acosta stipulò con Epstein il famigerato accordo
a porte chiuse di non perseguibilità che lo sottrasse alle accuse federali e
protesse anche eventuali complici. Nel 2008, il finanziere si dichiarò colpevole
in Florida di reati statali legati alla prostituzione, anche minorile, scontando
una pena insolitamente favorevole e beneficiando del regime di semilibertà.
Il caso Christiansen è ancora più significativo se inserito nella lunga sequenza
delle segnalazioni ignorate. Già nel 1996 Maria Farmer aveva segnalato all’FBI
Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell. Il rapporto federale reso pubblico nel 2025
registrava una denuncia relativa a materiale pedopornografico e alle minacce di
Epstein; Farmer sostiene di avere riferito agli agenti anche gli abusi sessuali
e l’esistenza di un sistema di sfruttamento di ragazze minorenni. Anni dopo, uno
scambio interno all’FBI avrebbe confermato che la segnalazione era finita in uno
«zero file», cioè, in un fascicolo al quale non era seguita alcuna azione
investigativa. Nel marzo 2005, la polizia di Palm Beach aprì una nuova indagine
dopo la denuncia riguardante una quattordicenne. Negli anni successivi emersero
ulteriori testimonianze e anomalie finanziarie, senza che il complesso degli
elementi raccolti conducesse a un’effettiva incriminazione federale di Epstein.
Nel caso di Audra Christiansen non si trattò, dunque, di un singolo errore né
della mancanza di una fonte autorevole. Hugh Hefner era uno degli editori più
famosi e influenti degli Stati Uniti, padrone di un impero mediatico e uomo
abituato a frequentare celebrità, politici e uomini d’affari. La sua figura
resta controversa, soprattutto dopo le accuse postume di violenze sessuali,
controllo psicologico, uso di droghe e comportamenti coercitivi all’interno
della Playboy Mansion, ma nel 2005 mise il proprio nome al servizio della
denuncia della playmate. È qui che la vicenda assume un peso politico. Per anni
l’impunità di Epstein è stata attribuita al denaro, alle amicizie altolocate e
all’efficienza dei suoi avvocati, ma la cronologia restituisce un quadro più
grave: omissioni ripetute, segnalazioni ignorate, indagini arenate e promesse
d’intervento rimaste senza seguito, troppo numerose e prolungate per essere
liquidate come semplice “negligenza”. Se neppure il peso di Hugh Hefner riuscì a
scalfire la protezione di cui Epstein sembrava godere, il problema non era la
debolezza delle vittime né l’assenza di interlocutori influenti. Era la solidità
di un sistema che, per oltre trent’anni, gli consentì di continuare ad agire
nonostante le denunce e gli avvertimenti giunti alle autorità.
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