
Uno studio dettaglia la natura classista e anticostituzionale del sistema fiscale italiano
L'INDIPENDENTE - Sunday, August 16, 2026Il sistema fiscale italiano risulta regressivo, con i grandi patrimoni che, in proporzione, versano meno imposte rispetto ai lavoratori della classe media. È quanto sostiene uno studio pubblicato sulla Review of Income and Wealth, secondo cui il 7% più ricco della popolazione paga un’aliquota effettiva del 32,6%, contro circa il 45% di un lavoratore dipendente. Una distorsione che contraddice, a tutti gli effetti, i principi stabiliti nella Costituzione, che all’articolo 73 prevede che le imposte debbano essere “progressive”, ossia con aliquote percentualmente più alte per i più ricchi.
La ricerca, effettuata da Matteo Dalle Luche, Demetrio Guzzardi, Elisa Palagi, Andrea Roventini e Alessandro Santoro, si basa sui Distributional Wealth Accounts della Banca d’Italia e della Banca centrale europea, dati che permettono di rappresentare meglio le famiglie più facoltose, spesso sottostimate dalle indagini campionarie, ricostruendo redditi da capitale, reddito nazionale prima delle imposte e aliquote effettive. La differenza decisiva tra le diverse categorie osservate concerne i rendimenti della ricchezza. Le fasce medio-basse detengono prevalentemente immobili e depositi bancari a basso rendimento, mentre i grandi patrimoni sono concentrati in attività finanziarie e partecipazioni aziendali molto più remunerative. «Una scoperta chiave è che i rendimenti della ricchezza sono eterogenei: rimangono relativamente stabili, intorno al 2,5%, per il 90% più basso della distribuzione della ricchezza, ma aumentano nettamente all’interno del decile superiore, raggiungendo quasi il 5% per lo 0,1% più ricco», illustra Demetrio Guzzardi, uno degli autori del report.
Il sistema amplifica questa disparità. L’Irpef conserva una struttura progressiva, ma rappresenta soltanto una parte del prelievo complessivo. L’Iva e le imposte sui consumi, infatti, pesano maggiormente sui redditi bassi, che spendono una quota più ampia delle proprie entrate totali. I contributi sociali diventano regressivi oltre i massimali previsti dalla legge, mentre i redditi finanziari sono sottoposti soprattutto ad aliquote proporzionali, inferiori a quelle applicate ai redditi da lavoro. Dal momento che il capitale è molto concentrato al vertice, il carico fiscale comincia a diminuire proprio dove aumentano redditi e patrimoni.
Per correggere questa struttura, gli economisti simulano tre riforme: un’imposta unificata su redditi da lavoro e capitale, aliquote distinte ma ottimali per le due fonti e un intervento concentrato esclusivamente sui redditi da capitale. I modelli considerano anche le possibili reazioni dei contribuenti, come la riduzione del reddito dichiarato, gli investimenti rinviati o l’elusione. In ogni scenario le aliquote effettive sul 7% più ricco dovrebbero aumentare, arrivando intorno al 60-61% per lo 0,1% superiore. Le simulazioni producono contemporaneamente maggiore gettito, minore disuguaglianza e il ripristino della progressività. In conclusione, lo studio esamina il potenziale di gettito risultante da un intervento incisivo sui grandi patrimoni: un’imposta netta dell’1,3% sull’1% più ricco consentirebbe di raccogliere circa 30 miliardi di euro all’anno; se si applicasse la stessa aliquota solo allo 0,1% più ricco, si ricaverebbero circa 13,5 miliardi di euro, mentre se coinvolgesse esclusivamente i miliardari il gettito ammonterebbe a circa 2 miliardi di euro all’anno.
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