Uno studio dettaglia la natura classista e anticostituzionale del sistema fiscale italiano
Il sistema fiscale italiano risulta regressivo, con i grandi patrimoni che, in
proporzione, versano meno imposte rispetto ai lavoratori della classe media. È
quanto sostiene uno studio pubblicato sulla Review of Income and Wealth, secondo
cui il 7% più ricco della popolazione paga un’aliquota effettiva del 32,6%,
contro circa il 45% di un lavoratore dipendente. Una distorsione che
contraddice, a tutti gli effetti, i principi stabiliti nella Costituzione, che
all’articolo 73 prevede che le imposte debbano essere “progressive”, ossia con
aliquote percentualmente più alte per i più ricchi.
La ricerca, effettuata da Matteo Dalle Luche, Demetrio Guzzardi, Elisa Palagi,
Andrea Roventini e Alessandro Santoro, si basa sui Distributional Wealth
Accounts della Banca d’Italia e della Banca centrale europea, dati che
permettono di rappresentare meglio le famiglie più facoltose, spesso
sottostimate dalle indagini campionarie, ricostruendo redditi da capitale,
reddito nazionale prima delle imposte e aliquote effettive. La differenza
decisiva tra le diverse categorie osservate concerne i rendimenti della
ricchezza. Le fasce medio-basse detengono prevalentemente immobili e depositi
bancari a basso rendimento, mentre i grandi patrimoni sono concentrati in
attività finanziarie e partecipazioni aziendali molto più remunerative. «Una
scoperta chiave è che i rendimenti della ricchezza sono eterogenei: rimangono
relativamente stabili, intorno al 2,5%, per il 90% più basso della distribuzione
della ricchezza, ma aumentano nettamente all’interno del decile superiore,
raggiungendo quasi il 5% per lo 0,1% più ricco», illustra Demetrio Guzzardi, uno
degli autori del report.
Il sistema amplifica questa disparità. L’Irpef conserva una struttura
progressiva, ma rappresenta soltanto una parte del prelievo complessivo. L’Iva e
le imposte sui consumi, infatti, pesano maggiormente sui redditi bassi, che
spendono una quota più ampia delle proprie entrate totali. I contributi sociali
diventano regressivi oltre i massimali previsti dalla legge, mentre i redditi
finanziari sono sottoposti soprattutto ad aliquote proporzionali, inferiori a
quelle applicate ai redditi da lavoro. Dal momento che il capitale è molto
concentrato al vertice, il carico fiscale comincia a diminuire proprio dove
aumentano redditi e patrimoni.
Per correggere questa struttura, gli economisti simulano tre riforme: un’imposta
unificata su redditi da lavoro e capitale, aliquote distinte ma ottimali per le
due fonti e un intervento concentrato esclusivamente sui redditi da capitale. I
modelli considerano anche le possibili reazioni dei contribuenti, come la
riduzione del reddito dichiarato, gli investimenti rinviati o l’elusione. In
ogni scenario le aliquote effettive sul 7% più ricco dovrebbero aumentare,
arrivando intorno al 60-61% per lo 0,1% superiore. Le simulazioni producono
contemporaneamente maggiore gettito, minore disuguaglianza e il ripristino della
progressività. In conclusione, lo studio esamina il potenziale di gettito
risultante da un intervento incisivo sui grandi patrimoni: un’imposta netta
dell’1,3% sull’1% più ricco consentirebbe di raccogliere circa 30 miliardi di
euro all’anno; se si applicasse la stessa aliquota solo allo 0,1% più ricco, si
ricaverebbero circa 13,5 miliardi di euro, mentre se coinvolgesse esclusivamente
i miliardari il gettito ammonterebbe a circa 2 miliardi di euro all’anno.
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