Tre giorni in Val d’Agri

Comune-info - Monday, August 10, 2026
Foto Coordinamento Nazionale No Triv

L’estrattivismo, la violenta estrazione di sostanze contenute nel cuore della Terra, costituisce da oltre due secoli la principale attività del capitalismo, nelle sue forme primitive di accumulazione e, oggi, come immissione nella catena del valore di quanto alimenta l’economia digitale, produzione centralizzata nelle mani di pochi enormi magnati. A sostegno di questa espropriazione si sono avute e si hanno le modalità più brutali del colonialismo, da cui originano tutti i conflitti che insanguinano lo scenario mondiale. L’Italia, con il suo impero da tragica operetta nel corno d’Africa e in Libia non è stata da meno dei grandi imperi europei. Ma oggi le vene aperte della Terra, per un tragico giro dei destini politici, sono quelle di alcune regioni italiane. Il Sud, dal Risorgimento parte residuale dello stato unitario, nella sua debolezza strutturale, ne fa le spese. L’antico toponimo contadino “Tempa Rossa”, è oggi il nome di un insediamento estrattivo, in Basilicata. La “timpa” in dialetto lucano è la collina, un innalzarsi del terreno fra i calanchi, un “coltivo” comunitario in una zona dimenticata dal cristo. Oggi, ai più potrebbe ricordare il nome di un capo pellerossa. La lotta delle popolazioni locali contro l’uomo bianco del capitale, ha il carattere di quella fierezza resistente, di quella saggezza e conoscenza antica. Questo articolo parla di questo. (Renata Puleo, Collettivo Educazione Ecologica e Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università)

La mobilitazione

L’organizzazione di una tre giorni in Val d’Agri, in Basilicata, è nata sulla spinta di dinamiche di valorizzazione orizzontale e della oggettiva convergenza di molte lotte che si sviluppate nel corso degli ultimi tre anni. Esse hanno trovato linfa vitale nelle mobilitazioni internazionali contro i rischi di Terza Guerra Mondiale, nella difesa del diritto di autodeterminazione e contro il genocidio del popolo palestinese, contro le continue aggressioni imperialiste in atto concepite e attuate dal diabolico duo USA/Israele ai danni di Yemen, Siria, Iraq, Venezuela, Iran, Cuba. Non ultimo, nella necessità di contrastare il surriscaldamento climatico, di difendere il diritto all’acqua pubblica, oggetto di un referendum popolare il cui clamoroso esito è stato aggirato. La progressiva distruzione del welfare, la privatizzazione di sanità e sistema di istruzione, l’impoverimento del mondo del lavoro per qualità produttiva e reddito, hanno fatto emergere interessi, identità, sensibilità politico/culturali, capacità organizzative intergenerazionali. Dalla necessità di una ricomposizione politica e sociale che fosse in grado di squarciare il velo del silenzio calato su quanto accade nei territori lucani, per la presenza di due fra i più grandi giacimenti di idrocarburi in terra ferma in Europa (COVA di Viggiano e Tempa Rossa di Corleto Perticara, Regione Basilicata), da decenni assoggettati agli interessi delle multinazionali estrattive di idrocarburi e attraversati da profondi processi di privatizzazione, è nata la tre giorni promossa dal Coordinamento No Triv Basilicata e dall’Osservatorio Popolare Val d’Agri, col patrocinio del Comune di Spinoso. Si è trattato di avviare la lettura delle dinamiche mondiali a partire dal corpo vivo del territorio, dalle sue ferite e dai suoi bisogni, nel momento in cui la questione energetica irrompe a livello mondiale nel cuore della crisi degli equilibri geopolitici e del capitalismo. Tra i principali obiettivi dell’iniziativa è prevalso quello di tenere insieme e far dialogare realtà locali con soggetti in lotta in alte regioni e contesti. Il bisogno di confrontarsi, di conoscersi su uno dei teatri più interessati al fenomeno estrattivista, di cercare percorsi e soluzioni comuni, l’esigenza di uscire da forme di resistenza solo locali, di stringere alleanze e condividere obiettivi, è basata sull’assunto che la complessità della crisi stessa in atto (globale e locale) fa emergere con forza di intensità variabile la dimensione totalizzante: le resistenze sui territori sono il pane e le rose per l’elaborazione di un mondo degno di essere vissuto.

Prima giornata

Grazie al prezioso patrocinio dell’amministrazione locale di Spinoso in Val d’Agri, la tre giorni ha preso avvio venerdì 24 luglio. Dopo l’inaugurazione della mostra fotografica“Cattive Acque/ Dark Waters. L’eredità tossica di Eni in Basilicata e nel Delta del Niger”, nata da un’inchiesta di Ekpali Saint, Giuditta Pellegrini e Vittoria Torsello, col supporto di Journalismfund Europe nel seicentesco Palazzo Ranone, in piazza a Spinoso, l’incontro ha avuto come focus La cura agroecologica alla tossicodipendenza da petrolio della produzione e distribuzione di cibo. Seguendo le tracce dei carotaggi e della infrastrutturazione di supporto alla ricerca, i partecipanti hanno attraversato il territorio tra le valli dell’Agri e del Sauro, tra pozzi e centri oli, sorgenti d’acqua e laghi, boschi, pascoli e seminativi. Associazioni impegnate nella promozione e nella pratica dell’agricoltura biologica hanno discusso in piazza la difesa della salute pubblica, la transizione energetica oltre il fossile e il nucleare, tenendo costantemente lo sguardo fisso agli scenari di guerra in atto, aggressioni scatenate per e con il controllo del petrolio e delle materie prime. Il confronto si è articolato, dentro il grande arcipelago delle tante e diverse soggettività impegnate in vertenze ambientali, intorno a quel che resta del diritto internazionale umanitario, alla necessità di difesa alla mobilità migrante, fenomeno sociale continuamente oggetto della peggiore propaganda politica del governo in carica (si veda la recente, e per certi versi tragicamente ridicola, presa di posizione della presidente del Consiglio sui fatti di Ceuta e Melilla, nell’enclave spagnola in Marocco)

Al tavolo, coordinato da Vincenzo Ritunnano sono intervenuti Gianni Fabbris (Altragricoltura, Confederazione sindacale per la sovranità alimentare), Gervasio Ungolo (Rivista Contadina, Terra Cibo Ecologia), Tonia Dileo (Distretto Agroecologico delle Murge e del Bradano), Francesco Lomonaco (Terra Comune alleanza per un cibo giusto), Luigi Iasci (ABACO Associazione consumatori), Ciccio Malvasi (Tavolo Verde). L’agricoltura paga un duro prezzo alla tossico-dipendenza dal petrolio, all’impatto delle estrazioni petrolifere, con la conseguente riduzione delle rese produttive. Al generale fenomeno del riscaldamento climatico, in questa terra si fanno i conti con l’inquinamento delle fonti d’acqua, dell’aria, dei suoli, delle reti alimentari, con tutto ciò che attiene alla rigenerazione delle matrici ambientali, della biodiversità, degli ecosistemici che sostengono la Vita. L’agricoltura è tornata, nel dibattito, al centro della riflessione sulla riproduzione sociale a partire dal protagonismo di chi lavora la terra e dal tema della qualità del cibo prodotto: solo un modello decentrato – è stato ribadito – favorisce una transizione energetica ecologicamente trasformativa, un metabolismo uomo-natura rispettoso degli scambi e delle interferenze fra viventi, di ogni specie. La transizione agroecologica si impone per il suo impianto circolare, basato sulla chiusura dei cicli di materia ed energia a livello di ogni piccola azienda, in aperta contrapposizione al modello verticale e centralistico praticato dai grandi monopoli agro-economici. Ben oltre le sirene del capitalismo verde e del mito di una sostenibilità fittizia: le attuali centralizzazioni-concentrazioni della ricchezza, della terra, dell’acqua, nelle mani di pochi, non sono sostenibili per definizione. Serve un’alternativa rivoluzionaria capace di abbattere gli assetti attuali che puntano tutto sulla deregolamentazione dei mercati reali e finanziari, sulla tecnologia ad alto contenuto di capitale, sulla brevettazione del vivente, sugli organismi geneticamente modificati, la robotizzazione e la digitalizzazione delle fabbriche del cibo. Un’alternativa capace di smontare quella promossa dal gigante della filiera (circa duemila aziende) Eni – Coldiretti sotto il marchio “Io sono lucano”, una lotta capace di tenere al centro lo sfruttamento del lavoro industriale e la caduta del reddito per chi lavora la terra.

Nella piazza di Spinoso, Enzo Alliegro, antropologo viggianese e docente presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II (Il Totem nero. Petrolio, sviluppo e conflitti in Basilicata, Cortina, Milano, 2012), ha fornito un’interessante anteprima alla sessione di lavoro Salute, ambiente, estrazioni, energia, bonifiche, democrazia. Sono stati messi a fuoco, con le chiavi di lettura storico/economica, sociologica ed antropologica, i nodi principali che hanno visto stravolgere l’assetto politico, economico, culturale, della Basilicata. La regione, da agricola è andata assumendo man mano il ruolo di hub energetico, già molto prima del cosiddetto Piano Mattei, nonché di sito unico delle scorie nucleari e dei progetti sui data centers. Sono stati resi pubblici i primi stralci degli esiti del Progetto Regionale LucAS (Lucania Ambiente e Salute), mentre i dati dell’epidemiologia geografica sono stati forniti dall’epidemiologo, coordinatore del progetto di ricerca Citizen science, Annibale Biggeri, un apporto scientifico e metodologico originale, affiancato a quello di soggetti ed enti istituzionali, la regione Basilicata, l’ASP (Agenzia Sanitaria Provinciale), l’ARPA (Agenzia Regionale Protezione Ambientale) e l’ ISS, (Istituto Superiore di Sanità).

I dati riguardanti la prima fase dei quesiti di ricerca dell’epidemiologia geografica delle diverse aree a rischio della regione, tra cui la Val d’Agri, non sono di certo incoraggianti. Tra 2015 e 2023 nei 15 comuni valdagrini “sono in eccesso la mortalità per tutte le cause di comorbilità, […] un decesso in più ogni 11 giorni, tumori maligni […] per 12 casi attribuibili anno, un decesso in più al mese, e malattie circolatorie”.

La presenza di Giambattista Mele, medico di base e rappresentante di ISDE-Basilicata (Associazione Medici per l’Ambiente), è stata cruciale, sia per la critica esercitata su un progetto chiuso e calato dall’alto (pagato con 25 milioni di euro dalle compagnie estrattive), sia per la conferma sostanziale dei dati del progetto VIS (Valutazione di Impatto Sanitario), che, presentato già nel 2017 da Fabrizio Bianchi del CNRdi Pisa, a Viggiano, si era avvalso delle migliori collaborazioni scientifiche disponibili e di un impianto metodologico di avanguardia a livello internazionale. Mele, citando Bianchi. ha infatti rimarcato che i primi risultati LucAS (Lucania Ambiente e Salute), arrivati dopo 7 anni di assenza di valutazioni, confermano le serie precedenti per profili di salute, con gravi alterazioni in un’area con popolazione circoscritta e limitata a poco più di 34.000 abitanti. Nonostante, i forti investimenti profusi per gli studi, risalta una voluta arretratezza nel disaccoppiamento tra dati sanitari e dati ambientali. Gli studi epidemiologici su aree geografiche non possono infatti che concludersi con ipotesi sull’influenza dell’ambiente e di altri fattori sulla salute. Resta il fatto che le politiche di prevenzione sono destinate a rimanere molto distanti da un modello di produzione che considera ambiente e salute come variabili marginali. Quanti ulteriori studi, quanti altri anni, quanti altri morti in più la comunità dovrà accettare? I dati ci sono, il gioco perverso è nel prendere tempo puntando sulle diverse interpretazioni.

Le emissioni degli impianti Cova Group Technology (COVA) e Tempa Rossa (TR), reperibili dal Registro Europeo delle emissioni industriali, risulterebbero di entità non rilevanti, ma neanche trascurabili. Nel 2025 COVA e TR hanno emesso 119 e 146 tonnellate di metano, 164 e 225 tonnellate di ossidi di zolfo, 670.000 tonnellate e 163.000 tonnellate di emissioni di biossido di carbonio, rispettivamente. In tempi di riscaldamento climatico si tratta di emissioni significative di gas climalteranti, superiori ad esempio a quelle generate in un anno dall’intero parco auto della Basilicata. Le emissioni complessive in atmosfera di inquinanti, confrontate con quelle in aree fortemente più contaminate da molte fonti emissive, quali la pianura Padana o gli insediamenti metropolitani, mettono in luce valori tuttavia superiori al limite di tutela della salute raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Da una parte, le emissioni industriali consentono di quantificare il contributo locale a un problema globale come il cambiamento climatico, dall’altra, le stime di impatto del PM2,5 (le microparticelle in sospensione, che respiriamo) permettono già oggi di valutare quanti eventi sanitari potrebbero essere attribuibili all’esposizione della popolazione residente.

Quanti decessi, ricoveri o casi di malattia cardiovascolare e respiratoria potrebbero essere evitati riducendo del 10%, 25% o 50% le emissioni industriali? Se ne beneficerebbe anche il sistema sanitario che la legge del 1978 prevedeva organizzato soprattutto sulla presa in carico della prevenzione.

Si tratta di domande alle quali oggi è possibile rispondere utilizzando modelli integrati ambiente-salute già ampiamente impiegati a livello internazionale. La loro applicazione alla Val d’Agri consentirebbe di spostare il baricentro della ricerca dalla sola documentazione dei danni già avvenuti, alla valutazione preventiva dei benefici ottenibili. A questa prospettiva dovrebbe affiancarsi anche un rafforzamento degli studi tossicologici e la valutazione degli effetti biologici associati alle miscele di contaminanti presenti nell’ambiente, l’individuazione di biomarcatori precoci di esposizione e di effetto. L’integrazione tra monitoraggio ambientale, epidemiologia e tossicologia consentirebbe infatti di costruire un quadro più completo dei rischi e dei benefici associati ai diversi scenari di intervento.

Dopo oltre vent’anni di studi intervallati da lunghi silenzi, la questione centrale non è più quanto ancora resta da conoscere sugli effetti dell’inquinamento, ma come utilizzare le conoscenze disponibili per orientare decisioni capaci di ridurre le esposizioni e migliorare la salute delle comunità. La Val d’Agri potrebbe diventare un laboratorio avanzato di epidemiologia di intervento, un laboratorio di citizen science, nel quale cittadini, comitati, associazioni, possano partecipare alla progettazione degli studi, alla raccolta e interpretazione dei dati e alla valutazione dei risultati: dall’ascolto delle comunità alla loro effettiva co-produzione della conoscenza.

Di grande interesse è stato il collegamento in serata col giovane giornalista e attivista nigeriano Ekpali Saints, che ha illustrato con dovizia di particolari gli effetti sconvolgenti della infrastruttura Eni/Agip in Nigeria sull’economia da pesca, sulla riduzione della disponibilità di acqua potabile e servizi, sull’incremento di malattie ed esodo delle popolazioni locali, nonché sull’iter processuale delle denunzie comunitarie presso il tribunale di Milano finalizzate all’ottenimento di risarcimenti ambientali, con relativo corollario di minacce da parte di un potere asservito e corrotto. Le forti analogie tra dinamiche oppressive di governance estrattivista, al netto della diversità di contesti normativi e delle concrete forme operative, richiama nei fatti quanto sia matura la necessità di fare un salto di qualità nella costruzione di una internazionale climatica, per la giustizia ambientale, economica e sociale, contro le multinazionali minerarie.

Seconda Giornata

Sabato 25 luglio, con partenza da Spinoso e da altre località lucane e pugliesi, i partecipanti hanno raggiunto Corleto Perticara dove hanno presidiato l’ingresso principale del Centro Oli Tempa Rossa, gestito da Total Energies Italia EP S.p.A. al 50%, Shell e Mitsui rispettivamente al 25%. Il presidio, alla presenza dell’inviato di Rai Basilicata (la TV locale si è occupata spesso del problema e delle proteste dei lavoratori: https://www.rainews.it/tgr/basilicata/articoli/2023/03/tempa-rossa-lavoratori-rti-in-presidio-total-37e60fb2-a194-42a0-b23d-f2089baaad58.html),ha denunciato la situazione di costante illegalità di un’opera voluta e imposta a costo di qualsiasi raggiro, a cominciare dalla sua natura privilegiata di progetto strategico globale (tra i 128 progetti infrastrutturali ed energetici più importanti al mondo per capacità estrattiva nel 2012), caldeggiato dalla banca di investimento Goldman Sachs e dal CIPE (Comitato Interministeriale Programmazione Economica), riguardante l’area della concessione di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi denominata Gorgoglione (Province di Potenza e Matera). Ai tanti ed evidenti aspetti negativi sul piano idrogeologico (il Centro Oli è costruito su una frana) si aggiunge la conferma della data di dismissione delle attività prevista per il 2069, dilazione che ha il sapore amaro di una beffa: la fase di dismissione corrisponde allo smantellamento dell’area del pozzo GG4, del ripristino dell’area alle condizioni originarie ante opera ma, nello scenario 2, avrebbe avvio a fine vita utile del pozzo, quindi al termine della sua fase di esercizio. Il rinnovo della concessione Gorgoglione ha coinciso con l’intervento della magistratura che ha trascritto al registro degli indagati, come responsabili di attività organizzate per il traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti, Gianluca Gemelli, stretto conoscente dell’allora Ministra per le Attività Produttive Federica Guidi, intercettata mentre discuteva con lui di un emendamento che avrebbe favorito il progetto interregionale Tempa Rossa. Il progetto di estrazione e coltivazione di petrolio fortemente contestato dalle associazioni ambientaliste lucane, stava procedendo nel suo tortuoso e poco trasparente percorso grazie anche al provvedimento Sblocca Italia (2014), caldeggiato dal duo Boschi-Renzi, per snellire la burocrazia, rete di norme capaci di bloccare i processi produttivi. Ovviamente interessate le lobbies che fanno da suggeritrici alle commissioni parlamentari, con il conseguente intrico di aggiramenti giuridici, paradigma della gerarchizzazione dei poteri dei grandi gruppi supportati dallo Stato.

A fronte della motivata e perdurante opposizione al progetto anche da parte della Regione Puglia, veniva azzerato l’obbligo di intesa con le Regioni. La Legge di Stabilità 2016 (pur di rendere di fatto inammissibili sei dei sette quesiti referendari promossi da ben 10 Regioni contro lo Sblocca Italia), sanciva l’obbligo di un “accordo forte” tra esecutivo centrale ed enti locali quale fondamento preliminare alla realizzazione di progetti energetici. È quanto emergerà nella vicenda della costruzione dei nuovi mega containers e dell’adeguamento infrastrutturale del porto commerciale di Taranto, dell’afflusso alla raffineria tarantina del petrolio dai giacimenti di Tempa Rossa. Quel cambio di regole permise al Governo-Gentiloni di approvare, il 22 dicembre 2018, una norma che consentiva la prosecuzione dell’autorizzazione all’adeguamento delle strutture logistiche alla raffineria Eni a Taranto, nonostante l’opposizione della Regione Puglia. Lungo sarebbe tracciare il precorso delle norme e decreti illegittimi che hanno prodotto la situazione attuale, in Basilicata e in Puglia. Pertanto, mi limito alle catastrofiche conclusioni, di cui si è discusso nella seconda giornata. La Direttiva della Giunta della Regione Basilicata n° 293, emanata il 5 aprile 2024, finalizzata al rinnovo quinquennale della concessione di coltivazione di idrocarburi Gorgoglione, rilasciava e formalizzava l’intesa a favore di Total Energies EP Italia S.p.A., ai sensi dell’art. 3. Comma 1, lettera b) dell’Accordo Stato/Regioni del 24 Aprile 2001, con determinazione della Giunta, in esecuzione della direttiva regionale n.13 del 21 Marzo 2024. È chiarissimo come la direttiva sia il prodotto di pervicaci quanto antidemocratiche prassi decisorie, di assecondamento degli interessi della complessa filiera degli interessi estrattivi. Il risultato di questo intreccio conferma le valutazioni espresse nel 2015 dai vertici di Federpetroli, che bollavano il quadro produttivo della Basilicata col marchio infamante di “buco nero irreversibile”.

Nel corso del presidio si è denunziata l’esaltazione del ruolo della tecnica e la continua violazione del principio di precauzione nel caso degli sversamenti nei corpi idrici. Total Energies racconta da diversi anni che le pratiche adottate nel Centro Oli sono le più avanzate al mondo; che i processi di desolforazione e trattamento possono autosostenersi senza necessitare delle tradizionali tecniche di reiniezione delle acque di strato e dei reflui di lavorazione; che a partire da una certa data verranno regalate alle scarse acque del fiume Sauro tonnellate di acqua demineralizzata e priva di radionuclidi! Alle cavie lucane viene raccontato che lo scarico nei containers interni all’impianto del residuo di sali (solido fangoso) rappresenta un’opzione che potrebbe essere adottata rispetto ad altra soluzione possibile, senza specificare a quali condizioni.

Di sicuro si tratta dell’utilizzo anche dell’impianto di stoccaggio della SEMATAF,nel vicino Comune di Guardia Perticara (considerato uno dei più bei borghi d’Italia), dove su una superficie equivalente a tre campi di calcio viene trattato e si accumula l’impianto di stoccaggio dei fanghi petroliferi essiccati (il cosiddetto palabile) più grande d’Europa. La mancanza di apprezzabili stime previsionali di quantità di mercurio accumulato nei processi di trattamento delle acque, al netto della somma tra erogazione attuale dei pozzi in coltivazione da anni e proiezione della messa in produzione degli ulteriori pozzi attesi, ha enorme gravità.Il processo prevede la prassi costante di iniezione di diversi agenti chimici, in funzione deemulsionante, flocculante, antincrostante (uso di acido cloridrico), anticorrosiva (idrossido di sodio), fluidificante/antischiuma, che andranno ad aggiungersi alle centinaia di agenti chimici utilizzati nei processi di perforazione ed estrazione degli idrocarburi liquidi e gassosi, la gran parte dei quali non pubblicati dalle companies del Centro Oli, in quanto ritenuti parte integrante del segreto industriale.

L’impostazione delle compagnie fa sì che sia difficile stimare le quote effettivamente stoccate in un impianto di acque di strato e acque di produzione al netto del loro trattamento, in tal modo impedendo di stabilire quale sia il flusso reale del traffico di autobotti, che si sommerebbe a quello esistente ai fini del computo degli impatti ambientali. Total garantisce sulla carta che “ad oggi i quantitativi delle acque di strato estratte dal campo pozzi esistente e attualmente in esercizio (costituito da 6 pozzi) risultano estremamente bassi. Le acque di strato vengono trattate e interamente riutilizzate per i fabbisogni idrici del Centro Olio.La previsione dei volumi delle acque di strato estratti dal 2025 sino al termine del periodo di produzione del campo pozzi Tempa Rossa (2068!) sono stati stimati da Total Energies mediante specifici modelli di simulazione, utilizzati dalle diverse consociate estere della Società”.

Siamo all’autoreferenzialità di una multinazionale al contempo produttore e controllore, che afferma di disporre di una stima elaborata con astratti modelli di simulazione che non sono resi pubblici. In realtà, i parametri analitici relativi alle misure effettuate in continuo, sintetizzati da Total rappresentano, all’atto dello sversamento nel Sauro, giorno e notte, per decenni, volumi di spaventosa quantità, in grado di aggredire in modo sistematico la principale matrice ambientale, creando conseguenze inedite sulle attività agricole, danno alla salute umana, nonché della fauna ittica e terrestre, in un’area anche molto più vasta di quella della concessione Gorgoglione. Il cosiddetto Fosso Cupo, individuato come recettore delle acque meteoriche di scarico provenienti dal Centro Oli, è un modesto corpo idrico di variabile portata che confluisce nel torrente Borrenza, tributario del torrenteSauro, che a sua volta entra nella gronda Agri-Sinni.  Se si considera il fatto che il solo impianto di trattamento delle acque di produzione riceve giornalmente centinaia e centinaia di metri cubi di acqua fossile mescolata a grandi quantitativi di sostanze chimiche, la quantità delle acque di produzione in ingresso da sversare nel torrente Sauro (la cui portata varia stagionalmente fino a situazioni di secca) corrisponderebbe a volumi abnormi. I residui chimici e/o radioattivi scaricati nel Sauro, finiscono nel bacino della diga di Monte Cotugno, la più grande diga in terra battuta d’Europa, il bacino idropotabile lucano che alimenta milioni di persone ed attività agricole tra Basilicata, Puglia, Calabria.

Mentre tralascio altri dati che affaticherebbero la lettura, e rimando agli atti della tre giorni in pubblicazione,ricordo che la bandiera No Triv e quella della Palestina hanno sventolato insieme ai cancelli di Tempa Rossa. Come denunziato da Greenpeace e Re Common nella trasmissione Report del 10 maggio scorso, sono almeno 17 le forniture di greggio e/o carburanti che Shell ha garantito via Taranto ad Israele (https://www.greenpeace.org/italy/storia/30840/litalia-invia-petrolio-e-carburante-a-israele-la-nostra-inchiesta-con-report-rai3/). Ed è su questo che nel pomeriggio si è tenuta una sessione su energie fossili, guerre, Palestina, nei locali della sala municipale di Corleto Perticara. Ci tornerò più sotto perché, prima di scendere a Corleto, ci siamo spostati di pochi chilometri dove fervono i lavori nell’area del pozzo Tempa d’Emma1, un derrick (torre di perforazione) di 60 metri di altezza che verrà utilizzato per attività di work over on side track (spostamento su un binario di scavo laterale), con profondità fino a 4mila metri, atte a sanare perdite sotterranee e recuperare in produttività. In un surreale scenario militarizzato (molti responsabili di produzione vengono dai servizi segreti e dall’esercito francese), numerose le unità di polizia locale e provinciale, si alzano le pale eoliche, mentre a terra si stende un armamentario spaventoso di acciaio e distese di pannelli solari. Ai bordi della dissestata strada interpoderale lavorano enormi macchine disboscatrici, i tir sostano in attesa di ricevere il ceppato da trasportare alla centrale Enel del Mercure, tra Basilicata e Calabria.

Un quadro plastico di una Basilicata miniera estrattiva in tutte le sue componenti. Il cerchio si chiude con il recente annuncio del suo presidente Vito Bardi (ex vicecomandante generale della Guardia di Finanza) di voler ospitare centrali nucleari “di nuova generazione”: nuove alleanze per il buco nero lucano.

Nel pomeriggio del 25, nella Sala Municipale di Corleto Perticara, in assenza del minimo di decenza istituzionale (l’amministrazione non si è nemmeno degnata di porgere i saluti di prammatica, preda dell’atavico timore reverenziale nei confronti del padrone del feudo…) si è svolta la sessione di lavoro riguardante il tema della fragilità e del dissesto idrogeologico. Con il coordinamento di Enzo Alliegro, con interventi di ISDE-Basilicata (Associazione Medici per l’Ambiente), di Giorgio Santoriello di Cova Contro e di esponenti No-Triv, i lavori hanno messo a fuoco, le numerose criticità di un impianto estrattivo insediato in un posto sbagliato per allocazione geologica, a forte rischio sismico, che ha già creato, e continua a generare fenomeni di sismicità indotta, e ripetuti fenomeni di emissioni odorigene e sonore.

A inizio della sessione, è intervenuta la figlia del coltivatore di Corleto Leonardo Lapenta, accusato dalla Provincia di Potenza di aver sversato nei suoi terreni idrocarburi fino a 18 metri di profondità col suo trattore, in un’area limitrofa al pozzo dissestato Tempa d’Emma. La surreale vicenda si è momentaneamente conclusa con la pronuncia del TAR che scagiona il coltivatore per incongruenza tecnica (https://giornalemio.it/ambiente/a-report-il-giallo-del-contadino-lucano-che-avrebbe-inquinato-col-suo-trattore-il-terreno-a-18-metri-di-profondita/). Ma la dice lunga sulla ipocrisia degli amministratori locali.

Il focus su Tempa Rossa e Israele, a cui già ho accennato, ha denunciato come, a giorni alterni, in virtù della natura diversa degli idrocarburi, il greggio proveniente da Tempa Rossa si avvicenda a quello proveniente dal COVA di Viggiano, condividendo le infrastrutture delle 5 linee delle pipe lines che da Viggiano raggiungono la raffineria ENI a Taranto. Alla testimonianza di Mariangela Piccinno (Freedom Flotilla Italia-Taranto) si sono aggiunte quelle di Donato Sepa (Reti per la Palestina-Basilicata) e Maria Licciardi (Pax Christi) che hanno trattato il tema della Realtà e prospettive della “Basilicata bellica” relativo all’operazione di Leonardo SpA, Telespazio, Stellantis, di trasferimento di quote di maggioranza della CMD di Atella (produzione motori diesel) alla società emiratina Edge (Groups Military Contractor), in un contesto internazionale di crescente tendenza alla guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti.

Mentre il presidente lucano Bardi svende al ministro Guido Crosetto una Basilicata ritenuta “territorio ideale” per attrarre nuovi investimenti internazionali nei settori strategici della Difesa e dell’Aerospazio, lavoratori e cittadini devono essere in grado di dimostrare che la “grande opportunità per la crescita professionale dei nostri giovani e per il rafforzamento dell’intero tessuto produttivo lucano” può provenire solo da investimenti produttivi socialmente utili, rispettosi dell’ambiente e della vita, non dalla trasformazione di un intero territorio in polo produttivo di morte. È ancora più grave, Bardi continua a propugnare il progetto di autonomia differenziata. All’interno delle materie che dovrebbero essere assunte autonomamente dalla Regione, sono previsti i percorsi formativi degli istituti di formazione secondaria superiore, subordinati ai desiderata delle multinazionali, come sta già accadendo da anni agli studenti dell’Istituto Tecnico Industriale A. Einstein di Corleto Perticara, costretti a sognare il proprio futuro lavorativo al Centro Oli di Total Energies, grazie ai corsi di studio incentrati su chimica, fisica dei materiali e biotecnologie.

L’intervento del docente, giornalista, blogger antimilitarista messinese Antonio Mazzeo, arrestato lo scorso anno da Israele sulla nave Handala della Freedom Flotilla e aderente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, si è soffermato sul contributo diretto e indiretto del governo italiano e delle sue forze armate al genocidio perpetrato dallo stato sionista ai danni del popolo palestinese, all’aggressione imperialista USA/Israele ai danni dell’Iran, sottolineando con dovizia di particolari il ruolo dei porti e delle basi NATO in Italia. Della dimensione surreale che vive l’area di La Spezia ne ha parlato Lella Reboa, insegnante in pensione, attuale presidente dell’Associazione Posidonia, esponente del Comitato per la dismissione immediata del rigassificatore di Panigaglia che, dal 2024, chiede la chiusura definitiva di un impianto di oltre cinquant’anni; avrebbe dovuto essere dismesso nel 2013, ma che continua ad operare, con conseguenze catastrofiche in caso di incidente rilevante, visto il crescente coinvolgimento dell’Italia negli attuali scenari bellici. Altri interventi si sono susseguiti sulla connessione fra estrattivismo e guerra, ma ne lasciamo lettura e ascolto alla pubblicazione degli atti, considerata la loro notevole articolazione discorsiva.

Di ritorno in serata a Spinoso, dopo una cena collettiva, si è tenuto fino a tardi, nel cortile del seicentesco Palazzo Ranone, uno splendido e coinvolgente concerto musicale di Graziano Accinni (Ethnos) e di Fabio Collaterale (Effetti Collaterali).

Terza giornata, conclusioni e proposte

Domenica 26, il nostro tour dei pozzi della Val d’Agri è stato un tormentone, con polizia provinciale, polizia locale, carabinieri, Digos, Guardia di Finanza, guardie private di Eni, spioni vari, tutto il tempo alle calcagna di una piccola carovana di auto.

Col prezioso ausilio della guida ambientale Isabella Abate (Osservatorio Popolare Val d’Agri) il nostro piccolo viaggio è iniziato con unpresidio all’ingresso del COVA di Viggiano, sotto lo sguardo vigile e costante delle telecamere. Uno striscione ricordava il giovane ingegnere cuneese Gianluca Griffa, ex responsabile produzione del COVA che, inascoltato dai vertici ENI, denunziò ripetutamente lo sversamento di greggio da alcune cisterne e il comandante sulmonese dei Carabinieri Forestali Guido Conti, dipendente della Total Energies a Tempa Rossa. Entrambi morti suicidi. Sulle pressioni che subirono, si sa ancora poco.

La carovana di auto si è spinta più in alto, verso i pozzi di S. Elia e Cerro Falcone, da dove si domina con lo sguardo tutta la valle, una volta di struggente bellezza. L’ultima tappa poteva essere la prima: al Rio Cavolo, nei boschi di Tramutola, conosciuto da pastori e contadini dell’area dall’antichità per gli affioramenti naturali di idrocarburi. Da lì ebbero inizio le ricerche minerarie ai primi del ‘900.

Il mio coinvolgimento nelle attività no oil inizia alla fine degli anni ’90, quando su invito delle associazioni ambientaliste locali, con altri insegnanti delle scuole secondarie superiori di Potenza organizzammo un paio di pullman di attivisti e studenti per visitare i pozzi nei boschi di Calvello e i lavori del Centro Oli a Viggiano. Le bandiere dei Cobas Scuola le portammo come insegne di un percorso alternativo alle scelte operate già allora dalla triplice sindacale che, dell’avventura estrattiva, sposava il miraggio delle magnifiche sorti progressive di un improbabile riscatto industriale e occupazionale della Basilicata.

La funzione educativa che emerge dalla conoscenza e dalla pratica dell’impegno politico nei paesi lucani, diffusa nelle aule delle scuole, è fondamentale, oggi forse più di ieri. Da insegnante da poco in pensione osservo con  preoccupazione la progressiva elaborazione del consenso passivo come forma di estrattivismo cognitivo, misconoscenza del bellicismo e adattamento alle misure di repressione del dissenso, come documenta quotidianamente l’Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole e nelle università.

Una didattica territoriale è indispensabile per comprendere la ricchezza culturale contadina dei luoghi, la saggezza nella coltivazione della terra, l’attaccamento a radici di saperi che devono passare al setaccio di una traduzione alla cultura giovanile attuale.

La tre giorni in Val d’Agri ci consegna obiettivi praticabili che passano oltre l’ipocrisia degli accordi frutto degli incontri internazionali e dei punti dell’Agenda 2030. Il sindaco di Spinoso ha proposto il potenziamento dell’iniziativa denominata Spinoso Piazza di Energia Civica: Petrolio, Salute, Democrazia, da rendere operativa il prossimo anno. Ma le dinamiche partecipative non possono essere innescate solo dall’interno di un tessuto sociale disperso, sfibrato e diviso, come quello lucano. L’appello che nasce dal cuore e dalle viscere della tre giorni in Val d’Agri è anzitutto a non ignorare la Basilicata. Ci piacerebbe nel corso di questo intero anno stringere con tutti i movimenti e con tutte le associazioni in Italia in un patto: lavoriamo insieme per portare (anche dai paesi europei ed extraeuropei disponibili) ai cancelli di Tempa Rossa 10.000 persone, con un solo obiettivo: dire no al fossile, dire sì all’autodeterminazione della vita dei territori. E chiudo ricordando che, malgrado il disastro sia in atto, il magnifico lago del Pertusillo, fa bere, e fa coltivare la terra, a oltre 3 milioni di persone. La Terra di Basilicata chiede di vivere.

Francesco Masi, NoTriv

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