
81 anni dopo Hiroshima e Nagasaki non si ferma la retorica dell’annientamento
Pressenza - Sunday, August 9, 2026Il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari e le nuove prospettive della giustizia globale
La memoria storica dell’olocausto atomico di Hiroshima e Nagasaki si colloca oggi in un drammatico crocevia geopolitico, nel quale il ricordo del passato non può più essere considerato un semplice esercizio commemorativo, ma deve trasformarsi in un imperativo di responsabilità e di azione per il futuro.
A ottantuno anni dai bombardamenti atomici del 1945, il mondo continua infatti a convivere con migliaia di testate nucleari e con dottrine strategiche che attribuiscono ancora alla minaccia dell’annientamento reciproco una funzione di deterrenza e di stabilizzazione degli equilibri internazionali. Le crescenti tensioni geopolitiche, la modernizzazione degli arsenali e il ritorno di un linguaggio sempre più esplicito sulla possibilità dell’impiego delle armi nucleari rendono nuovamente concreta una minaccia che per lungo tempo una parte dell’opinione pubblica aveva considerato relegata alla memoria della Guerra fredda.
In questo scenario, la percezione dell’insicurezza globale è diventata diffusa e tangibile. La consapevolezza della vulnerabilità condivisa – la certezza che nessuna comunità possa considerarsi realmente al sicuro finché continueranno a esistere arsenali nucleari – ha contribuito alla nascita di un nuovo paradigma politico e giuridico.
È in questo percorso che si colloca il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, il TPNW, adottato dalle Nazioni Unite nel 2017 ed entrato in vigore nel 2021. Per la prima volta, un trattato internazionale stabilisce un divieto globale delle armi nucleari, vietandone lo sviluppo, la sperimentazione, la produzione, l’acquisizione, il possesso, lo stoccaggio, l’uso e la minaccia di uso per gli Stati parte.
A cinque anni dalla sua entrata in vigore, la prima Conferenza di revisione del Trattato – nel percorso indicato dalla comunità internazionale e dal movimento per il disarmo – rappresenta quindi non un semplice passaggio procedurale della diplomazia multilaterale, ma un’occasione per interrogarsi sul futuro della sicurezza collettiva e sulla possibilità di superare definitivamente la logica della deterrenza nucleare.
L’elemento di rottura concettuale introdotto dal TPNW risiede proprio nella messa in discussione del paradigma tradizionale della Realpolitik, che per decenni ha considerato il possesso delle armi nucleari uno strumento indispensabile per garantire la sicurezza degli Stati e mantenere l’equilibrio strategico.
Il processo che ha condotto al Trattato ha invece spostato il baricentro del dibattito verso il paradigma umanitario, ponendo al centro le conseguenze catastrofiche, irreversibili e transgenerazionali dell’impiego delle armi nucleari.
Non si tratta soltanto di stabilire quale Stato possieda arsenali più potenti o quale dottrina militare possa garantire una maggiore capacità di deterrenza. La domanda fondamentale diventa un’altra: quali conseguenze avrebbe per l’umanità l’utilizzo anche limitato di queste armi?
La risposta impone di considerare non soltanto gli effetti immediati delle esplosioni, ma anche quelli a lungo termine: le vittime civili, le radiazioni, le malattie, la distruzione delle infrastrutture sanitarie e alimentari, l’inquinamento ambientale, le conseguenze genetiche e il trauma trasmesso attraverso le generazioni.
Hiroshima e Nagasaki continuano a rappresentare, in questo senso, una testimonianza storica che non può essere confinata al passato. Le conseguenze umane dell’atomica costituiscono ancora oggi un monito sulla sproporzione tra la potenza distruttiva di queste armi e qualsiasi possibile obiettivo politico o militare.
La prospettiva umanitaria modifica dunque radicalmente la domanda sulla sicurezza. Se un’arma è in grado di produrre conseguenze tali da mettere in pericolo l’esistenza stessa delle popolazioni e dell’ambiente, la questione non può più essere affrontata esclusivamente attraverso la logica della strategia militare.
È qui che assume particolare rilevanza il concetto di giustizia nucleare.
La giustizia nucleare non riguarda soltanto la prevenzione di nuovi conflitti atomici, ma implica il riconoscimento dei diritti delle vittime dell’uso e della sperimentazione delle armi nucleari. Significa garantire assistenza alle persone colpite, riconoscere le conseguenze sanitarie e sociali dell’esposizione alle radiazioni e procedere, laddove possibile, alla bonifica e al risanamento dei territori contaminati.
Per decenni, infatti, le popolazioni che hanno vissuto nelle aree interessate dai test nucleari hanno sopportato conseguenze spesso invisibili ai grandi equilibri della geopolitica. Comunità indigene e popolazioni locali sono state esposte alle radiazioni, hanno subito danni ambientali e sanitari e, in molti casi, sono rimaste ai margini delle decisioni assunte dalle potenze che conducevano i test.
Il TPNW introduce anche in questo ambito una prospettiva innovativa, riconoscendo l’importanza dell’assistenza alle vittime e della riparazione ambientale. Il disarmo non viene quindi concepito soltanto come eliminazione delle armi, ma come processo di giustizia nei confronti delle comunità che ne hanno già subito le conseguenze.
Il Trattato si configura così come uno strumento giuridico in evoluzione, nel quale la norma internazionale dialoga con le istanze della società civile, delle organizzazioni non governative, delle comunità colpite e del movimento globale per il disarmo.
È proprio questa convergenza tra istituzioni e mobilitazione dal basso ad aver reso possibile il percorso che ha condotto alla proibizione delle armi nucleari. ICAN rappresenta uno degli esempi più significativi di questa capacità della società civile internazionale di incidere sul diritto e sulla politica globale.
Il Premio Nobel per la Pace assegnato alla campagna nel 2017 ha riconosciuto precisamente questo contributo: la capacità di trasformare una domanda etica – liberare l’umanità dalla minaccia nucleare – in un processo politico e giuridico concreto.
Il disarmo, dunque, non può essere considerato una chimera utopica. È un obiettivo politico che richiede tempo, negoziati, costruzione di consenso e un progressivo superamento delle dottrine fondate sulla minaccia dell’annientamento.
La vera difficoltà consiste nel modificare una cultura della sicurezza sedimentata nel corso di decenni. La deterrenza nucleare continua infatti a essere difesa dalle potenze atomiche come elemento essenziale degli equilibri internazionali. Ma proprio la permanenza di questa logica rende necessario interrogarsi sui suoi costi e sui suoi rischi.
La sicurezza fondata sulla possibilità di distruggere l’avversario non può essere l’unico orizzonte possibile.
Occorre costruire una concezione della sicurezza fondata sulla cooperazione, sul dialogo, sulla diplomazia, sul diritto internazionale e sulla prevenzione dei conflitti. Una sicurezza che non abbia come presupposto la minaccia dell’annientamento, ma la tutela della vita umana.
In questo senso, il TPNW rappresenta molto più di uno strumento giuridico. Esso esprime una diversa idea di ordine internazionale: non più costruito soltanto sull’equilibrio della paura, ma sulla responsabilità condivisa nei confronti delle generazioni presenti e future.
La questione nucleare è quindi anche una questione di democrazia. Decidere quale modello di sicurezza vogliamo non può essere prerogativa esclusiva degli apparati militari e delle grandi potenze. Deve diventare una discussione pubblica, nella quale cittadini, comunità scientifica, istituzioni, organizzazioni pacifiste e società civile possano partecipare alla definizione delle priorità dell’umanità.
La memoria di Hiroshima e Nagasaki ci consegna, in questa prospettiva, una responsabilità precisa. Ricordare non significa soltanto commemorare le vittime, ma interrogarsi sulle condizioni che potrebbero rendere impossibile il ripetersi di quella tragedia.
Il vero significato della memoria è dunque trasformare il passato in una scelta politica per il futuro.
Oltre la retorica dell’annientamento esiste la possibilità di un’altra idea di sicurezza: una sicurezza fondata sulla vita, sulla cooperazione e sulla giustizia. Il disarmo nucleare non è soltanto la cancellazione di un arsenale. È la scelta di riconoscere che nessuna ragione strategica può rendere accettabile il rischio della distruzione dell’umanità.
In questo senso, il TPNW rappresenta una delle più importanti sfide etiche e giuridiche del nostro tempo. La sua forza non dipenderà soltanto dal numero degli Stati che vi aderiranno, ma dalla capacità di costruire una nuova cultura internazionale nella quale la pace non sia più l’equilibrio precario della paura, bensì il risultato di una responsabilità condivisa.
La memoria di Hiroshima e Nagasaki ci ricorda ciò che l’umanità è stata capace di fare. Il disarmo ci chiede di dimostrare ciò che l’umanità può ancora scegliere di non fare.