Hiroshima e Nagasaki 81 anni dopo
Testo integrale della lettera inviata da Paolo Candelari alla commemorazione Mai
più Hiroshima e Nagasaki 2026: riflessioni, letture, canti meditazione intorno
al simbolo della pace
Sono ormai diversi anni, forse una quindicina, che grazie all’attivismo di Casa
Umanista ci troviamo qui, nel pieno dell’estate a commemorare il bombardamento
atomico di Hiroshima, il primo contro una città.
Dopo l’approvazione del trattato ONU che mette al bando le armi nucleari, questo
appuntamento ha acquisito una maggiore valenza, quella di rivendicare l’adesione
dell’Italia con conseguente smantellamento delle basi atomiche presenti nel
nostro Paese e piene di quei micidiali ordigni di morte.
Non posso però non rilevare come il contesto politico internazionale sia da quel
2017 cambiato notevolmente, in peggio.
Allora si riteneva il trattato una sorta di prosecuzione di quello di non
proliferazione, certo osteggiato dalle potenze nucleari e dai loro
alleati-sudditi, tra cui l’Italia sotto qualsivoglia governo (e dal 2017 si sono
succedute tutte le possibili coalizioni), ma una via possibile forzata dai Paesi
non possessori di armi atomiche, stufi di veder continuamente rinviato ogni
passo verso un disarmo almeno progressivo.
Il trattato era fortemente sostenuto dal “popolo della pace”, ovunque sparso nel
mondo, associazioni della società civile, riunitesi nell’ICAN, scienziati,
uomini e donne di cultura; e venne salutato con un’immediata adesione anche
formale dalla Chiesa guidata da papa Francesco (il Vaticano fu uno dei primi
firmatari).
Oggi la situazione èradicalmente cambiata; le guerre a pezzi qua e là sparse per
il globo nel 2017, sono aumentate, vedono il coinvolgimento diretto delle grandi
potenze nucleari, con l’aperta minaccia di uso dell’arma che comunque èstata
finora ritenuta un tabù, vedi Russia con Ucraina e Israele contro tutti.
È ripartita alla grande una corsa alle armi senza precedenti (lo storico prof.
Alessandro Barbero ci ammonisce che un precedente c’è: sono gli anni
immediatamente precedenti la Prima guerra mondiale.
Di disarmo continuiamo a parlarne noi in questa piazza, ma tutti parlano di
riarmo, ed ormai si discute apertamente e senza remore di acquisizione dell’arma
atomica da parte di nuovi Stati: Turchia, Arabia Saudita, Germania, Polonia, e,
perché no, anche la nostra italietta.
L’assurdo è che la minaccia (del tutto fasulla sia ben chiaro) dell’istrionesco
presidente degli USA di ritirare armi atomiche dall’Europa, invece di essere
salutata da urla e cortei di giubilo, viene accolta con preoccupazione dalle
classi politiche dirigenti di un’Europa che da elemento di pace si sta
trasformando in fabbrica di e per la guerra.
Il cammino politico intrapreso non può non portare diritti alla terza guerra
mondiale, non più a pezzi, e a quel punto l’uso di armi atomiche diventerebbe
probabile.
Ma non sta scritto da nessuna parte che questo cammino sia ormai deciso ed
immodificabile. Come tutte le decisioni politiche può essere ribaltato, se noi
da piccoli gruppi sparsi riuniti qua e là il 6 agosto, e non solo il 6 agosto,
cresciamo e diventiamo marea, se riusciamo a svegliare il popolino e a renderlo
cosciente che se non ci si ferma in tempo, tutti gli altri problemi, le
bollette, il caro-vita, la sicurezza nelle strade, i diritti civili, non avranno
più senso perché spariranno assieme ai loro protagonisti, se riusciamo
finalmente ad incidere sulle forze politiche per poter premiare col voto quelle
che si battono per il disarmo atomico, contro il riarmo e contro la guerra senza
se e senza ma, ebbene possiamo ricreare un cammino di speranza.
A ogni forza politica vecchia e nuova occorre chiedere una parola chiara per la
pace, contro il riarmo, per l’adesione al trattato TPAN.
Il dovere della memoria, che oggi pratichiamo, si deve accompagnare a quello del
pensiero critico e dell’azione politica. In un’epoca in cui la minaccia nucleare
torna a essere concreta, la riflessione filosofico-politica sull’esistenza in
tempi apocalittici diventa più attuale che mai. Riflettere sul nucleare non ci
offre certezze, ma ci obbliga a pensare, a sentire, a scegliere.
Ci chiede di non voltare lo sguardo, ma di guardare dritto nell’abisso, non per
caderci dentro, ma per trovare, forse, un nuovo modo di essere umani.
Coordinamento AGiTe