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Hiroshima e Nagasaki 81 anni dopo
Testo integrale della lettera inviata da Paolo Candelari alla commemorazione Mai più Hiroshima e Nagasaki 2026: riflessioni, letture, canti meditazione intorno al simbolo della pace   Sono ormai diversi anni, forse una quindicina, che grazie all’attivismo di Casa Umanista ci troviamo qui, nel pieno dell’estate a commemorare il bombardamento atomico di Hiroshima, il primo contro una città. Dopo l’approvazione del trattato ONU che mette al bando le armi nucleari, questo appuntamento ha acquisito una maggiore valenza, quella di rivendicare l’adesione dell’Italia con conseguente smantellamento delle basi atomiche presenti nel nostro Paese e piene di quei micidiali ordigni di morte. Non posso però non rilevare come il contesto politico internazionale sia da quel 2017 cambiato notevolmente, in peggio. Allora si riteneva il trattato una sorta di prosecuzione di quello di non proliferazione, certo osteggiato dalle potenze nucleari e dai loro alleati-sudditi, tra cui l’Italia sotto qualsivoglia governo (e dal 2017 si sono succedute tutte le possibili coalizioni), ma una via possibile forzata dai Paesi non possessori di armi atomiche, stufi di veder continuamente rinviato ogni passo verso un disarmo almeno progressivo. Il trattato era fortemente sostenuto dal “popolo della pace”, ovunque sparso nel mondo, associazioni della società civile, riunitesi nell’ICAN, scienziati, uomini e donne di cultura; e venne salutato con un’immediata adesione anche formale dalla Chiesa guidata da papa Francesco (il Vaticano fu uno dei primi firmatari). Oggi la situazione èradicalmente cambiata; le guerre a pezzi qua e là sparse per il globo nel 2017, sono aumentate, vedono il coinvolgimento diretto delle grandi potenze nucleari, con l’aperta minaccia di uso dell’arma che comunque èstata finora ritenuta un tabù, vedi Russia con Ucraina e Israele contro tutti. È ripartita alla grande una corsa alle armi senza precedenti (lo storico prof. Alessandro Barbero ci ammonisce che un precedente c’è: sono gli anni immediatamente precedenti la Prima guerra mondiale. Di disarmo continuiamo a parlarne noi in questa piazza, ma tutti parlano di riarmo, ed ormai si discute apertamente e senza remore di acquisizione dell’arma atomica da parte di nuovi Stati: Turchia, Arabia Saudita, Germania, Polonia, e, perché no, anche la nostra italietta. L’assurdo è che la minaccia (del tutto fasulla sia ben chiaro) dell’istrionesco presidente degli USA di ritirare armi atomiche dall’Europa, invece di essere salutata da urla e cortei di giubilo, viene accolta con preoccupazione dalle classi politiche dirigenti di un’Europa che da elemento di pace si sta trasformando in fabbrica di e per la guerra. Il cammino politico intrapreso non può non portare diritti alla terza guerra mondiale, non più a pezzi, e a quel punto l’uso di armi atomiche diventerebbe probabile. Ma non sta scritto da nessuna parte che questo cammino sia ormai deciso ed immodificabile. Come tutte le decisioni politiche può essere ribaltato, se noi da piccoli gruppi sparsi riuniti qua e là il 6 agosto, e non solo il 6 agosto, cresciamo e diventiamo marea, se riusciamo a svegliare il popolino e a renderlo cosciente che se non ci si ferma in tempo, tutti gli altri problemi, le bollette, il caro-vita, la sicurezza nelle strade, i diritti civili, non avranno più senso perché spariranno assieme ai loro protagonisti, se riusciamo finalmente ad incidere sulle forze politiche per poter premiare col voto quelle che si battono per il disarmo atomico, contro il riarmo e contro la guerra senza se e senza ma, ebbene possiamo ricreare un cammino di speranza. A ogni forza politica vecchia e nuova occorre chiedere una parola chiara per la pace, contro il riarmo, per l’adesione al trattato TPAN. Il dovere della memoria, che oggi pratichiamo, si deve accompagnare a quello del pensiero critico e dell’azione politica. In un’epoca in cui la minaccia nucleare torna a essere concreta, la riflessione filosofico-politica sull’esistenza in tempi apocalittici diventa più attuale che mai. Riflettere sul nucleare non ci offre certezze, ma ci obbliga a pensare, a sentire, a scegliere. Ci chiede di non voltare lo sguardo, ma di guardare dritto nell’abisso, non per caderci dentro, ma per trovare, forse, un nuovo modo di essere umani. Coordinamento AGiTe
August 14, 2026
Pressenza
Mai più Hiroshima e Nagasaki 2026: riflessioni, letture, canti meditazione intorno al simbolo della pace
Giovedì 6 agosto 2026 si è tenuto in piazza Carignano un momento di riflessione su uno degli eventi più importanti e cruenti del secolo scorso, i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki dell’agosto 1945. Negli interventi sono stati toccati vari punti che hanno dato un senso profondo all’incontro. A cominciare dal pericolo ancora presente legato alle armi atomiche, uno dei pericoli esistenziali per la specie umana insieme alle complesse questioni legate al riscaldamento globale; a differenza di questo secondo pericolo che viviamo sulla nostra pelle anche in questa caldissima estate, il pericolo nucleare è sottostimato e non è compresente nell’opinione pubblica. Attualmente gli Stati Uniti, la Francia, la Cina, la Russia, l’Inghilterra, India, Israele, Pakistan e Corea del Nord sono possessori accertati di armamenti nucleari. Questi ultimi quattro paesi non hanno aderito al Trattato di Non Proliferazione Nucleare, che dovrebbe in teoria regolamentarne e limitarne lo sviluppo e che sta attraversando un momento di grave crisi. La minaccia dell’uso delle armi nucleari è sempre più spesso utilizzata per consentire politiche aggressive e al di fuori del diritto internazionale; inoltre, il sospetto di avere i mezzi per costruire un’arma nucleare ha giustificato diversi attacchi di Stati Uniti ed Israele all’Iran, attacchi totalmente al di fuori del diritto internazionale. C’è poi il ricordo delle vittime dei due bombardamenti nucleari e degli esperimenti degli anni successivi. Con l’occasione è stato citato il Trattato per la proibizione delle armi nucleari (TPAN) entrato in vigore l’22 gennaio 2021 ed oggetto iniziale delle attività del Coordinamento AGiTe; la firma di questo trattato da parte dell’Italia la obbligherebbe a restituire le bombe statunitensi presenti nel territorio italiano. Scrive Paolo Candelari[1] > Dopo l’approvazione del trattato ONU che mette al bando le armi nucleari, > questo appuntamento ha acquisito una maggiore valenza, quella di rivendicare > l’adesione dell’Italia con conseguente smantellamento delle basi atomiche > presenti nel nostro Paese e piene di quei micidiali ordigni di morte. > > Non posso però non rilevare come il contesto politico internazionale sia da > quel 2017 cambiato notevolmente, in peggio. > > Allora si riteneva il trattato una sorta di prosecuzione di quello di non > proliferazione, certo osteggiato dalle potenze nucleari e dai loro > alleati-sudditi, tra cui l’Italia sotto qualsivoglia governo (e dal 2017 si > sono succedute tutte le possibili coalizioni), ma una via possibile forzata > dai Paesi non possessori di armi atomiche, stufi di veder continuamente > rinviato ogni passo verso un disarmo almeno progressivo. > > Il trattato era fortemente sostenuto dal “popolo della pace”, ovunque sparso > nel mondo, associazioni della società civile, riunitesi nell’ICAN, scienziati, > uomini e donne di cultura; e venne salutato con un’immediata adesione anche > formale dalla Chiesa guidata da papa Francesco (il Vaticano fu uno dei primi > firmatari). > > Oggi la situazione è radicalmente cambiata; le guerre a pezzi qua e là sparse > per il globo nel 2017, sono aumentate, vedono il coinvolgimento diretto delle > grandi potenze nucleari, con l’aperta minaccia di uso dell’arma che comunque è > stata finora ritenuta un tabù, vedi Russia con Ucraina e Israele contro tutti. > > … > > Il cammino politico intrapreso non può non portare diritti alla terza guerra > mondiale, non più a pezzi, e a quel punto l’uso di armi atomiche diventerebbe > probabile. > > Ma non sta scritto da nessuna parte che questo cammino sia ormai deciso ed > immodificabile. Come tutte le decisioni politiche può essere ribaltato, se noi > da piccoli gruppi sparsi riuniti qua e là il 6 agosto, e non solo il 6 agosto, > cresciamo e diventiamo marea, se riusciamo a svegliare il popolino e a > renderlo cosciente che se non ci si ferma in tempo, tutti gli altri problemi, > le bollette, il caro-vita, la sicurezza nelle strade, i diritti civili, non > avranno più senso perché spariranno assieme ai loro protagonisti, se riusciamo > finalmente ad incidere sulle forze politiche per poter premiare col voto > quelle che si battono per il disarmo atomico, contro il riarmo e contro la > guerra senza se e senza ma, ebbene possiamo ricreare un cammino di speranza. Conclude la serata la meditazione sul pericolo atomico guidata dagli attivisti del Messaggio di Silo. Foto di Marioluca Bariona   @giorgio-mancuso   [1] In una lettera inviata al presidio Giorgio Mancuso
August 9, 2026
Pressenza
81 anni dopo Hiroshima e Nagasaki non si ferma la retorica dell’annientamento
 Il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari e le nuove prospettive della giustizia globale  La memoria storica dell’olocausto atomico di Hiroshima e Nagasaki si colloca oggi in un drammatico crocevia geopolitico, nel quale il ricordo del passato non può più essere considerato un semplice esercizio commemorativo, ma deve trasformarsi in un imperativo di responsabilità e di azione per il futuro. A ottantuno anni dai bombardamenti atomici del 1945, il mondo continua infatti a convivere con migliaia di testate nucleari e con dottrine strategiche che attribuiscono ancora alla minaccia dell’annientamento reciproco una funzione di deterrenza e di stabilizzazione degli equilibri internazionali. Le crescenti tensioni geopolitiche, la modernizzazione degli arsenali e il ritorno di un linguaggio sempre più esplicito sulla possibilità dell’impiego delle armi nucleari rendono nuovamente concreta una minaccia che per lungo tempo una parte dell’opinione pubblica aveva considerato relegata alla memoria della Guerra fredda. In questo scenario, la percezione dell’insicurezza globale è diventata diffusa e tangibile. La consapevolezza della vulnerabilità condivisa – la certezza che nessuna comunità possa considerarsi realmente al sicuro finché continueranno a esistere arsenali nucleari – ha contribuito alla nascita di un nuovo paradigma politico e giuridico. È in questo percorso che si colloca il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, il TPNW, adottato dalle Nazioni Unite nel 2017 ed entrato in vigore nel 2021. Per la prima volta, un trattato internazionale stabilisce un divieto globale delle armi nucleari, vietandone lo sviluppo, la sperimentazione, la produzione, l’acquisizione, il possesso, lo stoccaggio, l’uso e la minaccia di uso per gli Stati parte. A cinque anni dalla sua entrata in vigore, la prima Conferenza di revisione del Trattato – nel percorso indicato dalla comunità internazionale e dal movimento per il disarmo – rappresenta quindi non un semplice passaggio procedurale della diplomazia multilaterale, ma un’occasione per interrogarsi sul futuro della sicurezza collettiva e sulla possibilità di superare definitivamente la logica della deterrenza nucleare. L’elemento di rottura concettuale introdotto dal TPNW risiede proprio nella messa in discussione del paradigma tradizionale della Realpolitik, che per decenni ha considerato il possesso delle armi nucleari uno strumento indispensabile per garantire la sicurezza degli Stati e mantenere l’equilibrio strategico. Il processo che ha condotto al Trattato ha invece spostato il baricentro del dibattito verso il paradigma umanitario, ponendo al centro le conseguenze catastrofiche, irreversibili e transgenerazionali dell’impiego delle armi nucleari. Non si tratta soltanto di stabilire quale Stato possieda arsenali più potenti o quale dottrina militare possa garantire una maggiore capacità di deterrenza. La domanda fondamentale diventa un’altra: quali conseguenze avrebbe per l’umanità l’utilizzo anche limitato di queste armi? La risposta impone di considerare non soltanto gli effetti immediati delle esplosioni, ma anche quelli a lungo termine: le vittime civili, le radiazioni, le malattie, la distruzione delle infrastrutture sanitarie e alimentari, l’inquinamento ambientale, le conseguenze genetiche e il trauma trasmesso attraverso le generazioni. Hiroshima e Nagasaki continuano a rappresentare, in questo senso, una testimonianza storica che non può essere confinata al passato. Le conseguenze umane dell’atomica costituiscono ancora oggi un monito sulla sproporzione tra la potenza distruttiva di queste armi e qualsiasi possibile obiettivo politico o militare. La prospettiva umanitaria modifica dunque radicalmente la domanda sulla sicurezza. Se un’arma è in grado di produrre conseguenze tali da mettere in pericolo l’esistenza stessa delle popolazioni e dell’ambiente, la questione non può più essere affrontata esclusivamente attraverso la logica della strategia militare. È qui che assume particolare rilevanza il concetto di giustizia nucleare. La giustizia nucleare non riguarda soltanto la prevenzione di nuovi conflitti atomici, ma implica il riconoscimento dei diritti delle vittime dell’uso e della sperimentazione delle armi nucleari. Significa garantire assistenza alle persone colpite, riconoscere le conseguenze sanitarie e sociali dell’esposizione alle radiazioni e procedere, laddove possibile, alla bonifica e al risanamento dei territori contaminati. Per decenni, infatti, le popolazioni che hanno vissuto nelle aree interessate dai test nucleari hanno sopportato conseguenze spesso invisibili ai grandi equilibri della geopolitica. Comunità indigene e popolazioni locali sono state esposte alle radiazioni, hanno subito danni ambientali e sanitari e, in molti casi, sono rimaste ai margini delle decisioni assunte dalle potenze che conducevano i test. Il TPNW introduce anche in questo ambito una prospettiva innovativa, riconoscendo l’importanza dell’assistenza alle vittime e della riparazione ambientale. Il disarmo non viene quindi concepito soltanto come eliminazione delle armi, ma come processo di giustizia nei confronti delle comunità che ne hanno già subito le conseguenze. Il Trattato si configura così come uno strumento giuridico in evoluzione, nel quale la norma internazionale dialoga con le istanze della società civile, delle organizzazioni non governative, delle comunità colpite e del movimento globale per il disarmo. È proprio questa convergenza tra istituzioni e mobilitazione dal basso ad aver reso possibile il percorso che ha condotto alla proibizione delle armi nucleari. ICAN rappresenta uno degli esempi più significativi di questa capacità della società civile internazionale di incidere sul diritto e sulla politica globale. Il Premio Nobel per la Pace assegnato alla campagna nel 2017 ha riconosciuto precisamente questo contributo: la capacità di trasformare una domanda etica – liberare l’umanità dalla minaccia nucleare – in un processo politico e giuridico concreto. Il disarmo, dunque, non può essere considerato una chimera utopica. È un obiettivo politico che richiede tempo, negoziati, costruzione di consenso e un progressivo superamento delle dottrine fondate sulla minaccia dell’annientamento. La vera difficoltà consiste nel modificare una cultura della sicurezza sedimentata nel corso di decenni. La deterrenza nucleare continua infatti a essere difesa dalle potenze atomiche come elemento essenziale degli equilibri internazionali. Ma proprio la permanenza di questa logica rende necessario interrogarsi sui suoi costi e sui suoi rischi. La sicurezza fondata sulla possibilità di distruggere l’avversario non può essere l’unico orizzonte possibile. Occorre costruire una concezione della sicurezza fondata sulla cooperazione, sul dialogo, sulla diplomazia, sul diritto internazionale e sulla prevenzione dei conflitti. Una sicurezza che non abbia come presupposto la minaccia dell’annientamento, ma la tutela della vita umana. In questo senso, il TPNW rappresenta molto più di uno strumento giuridico. Esso esprime una diversa idea di ordine internazionale: non più costruito soltanto sull’equilibrio della paura, ma sulla responsabilità condivisa nei confronti delle generazioni presenti e future. La questione nucleare è quindi anche una questione di democrazia. Decidere quale modello di sicurezza vogliamo non può essere prerogativa esclusiva degli apparati militari e delle grandi potenze. Deve diventare una discussione pubblica, nella quale cittadini, comunità scientifica, istituzioni, organizzazioni pacifiste e società civile possano partecipare alla definizione delle priorità dell’umanità. La memoria di Hiroshima e Nagasaki ci consegna, in questa prospettiva, una responsabilità precisa. Ricordare non significa soltanto commemorare le vittime, ma interrogarsi sulle condizioni che potrebbero rendere impossibile il ripetersi di quella tragedia. Il vero significato della memoria è dunque trasformare il passato in una scelta politica per il futuro. Oltre la retorica dell’annientamento esiste la possibilità di un’altra idea di sicurezza: una sicurezza fondata sulla vita, sulla cooperazione e sulla giustizia. Il disarmo nucleare non è soltanto la cancellazione di un arsenale. È la scelta di riconoscere che nessuna ragione strategica può rendere accettabile il rischio della distruzione dell’umanità. In questo senso, il TPNW rappresenta una delle più importanti sfide etiche e giuridiche del nostro tempo. La sua forza non dipenderà soltanto dal numero degli Stati che vi aderiranno, ma dalla capacità di costruire una nuova cultura internazionale nella quale la pace non sia più l’equilibrio precario della paura, bensì il risultato di una responsabilità condivisa. La memoria di Hiroshima e Nagasaki ci ricorda ciò che l’umanità è stata capace di fare. Il disarmo ci chiede di dimostrare ciò che l’umanità può ancora scegliere di non fare.       Laura Tussi
August 9, 2026
Pressenza
6 e 9 agosto 2026: le campane della pace suonano per ‘svegliare’ tutti
Alle ricorrenze, quest’anno l’81° anniversario, le vittime delle bombe atomiche vengono commemorate con un minuto di silenzio scandito dal rintocco delle peace bells, che nelle due città giapponesi cominciano a suonare alla stessa ora in cui esplosero gli ordigni, alle 8:15 a Hiroshima e alle 11:02 a Nagasaki. Il rituale viene praticato anche a Longare, in provincia di Vicenza, davanti ai cancelli della ‘Pluto’, una ex-base American Force Italy Pluto ora sede di una Task-Force USA, dove i pacifisti si radunano continuativamente ogni 6 e 9 agosto e anche alla mattina di tutte le domeniche dal 1987. Il 6 agosto a Hiroshima la cittadinanza si raduna al Peace Memorial Park, dove la Peace Bell è stata inaugurata nella Giornata Mondiale della Pace, 20 settembre, del 1964 e suona dopo la commemorazione delle persone elencate nel Register of the Names of the Fallen Atomic Bomb Victims, il discorso del sindaco, e la Dedicazione dei fiori e prima della lettura della Dichiarazione di pace e dell’Impegno per la pace, accompagnate dal volo delle delle colombe e dalla recitazione della Canzone per la pace di Hiroshima (programma della cerimonia). Per l’occasione nel 2026 il Ministero della Salute del Lavoro e del Welfare giapponese ha informato che le persone in possesso di un Manuale di salute per sopravvissuti alla bomba atomica nel marzo scorso erano 91˙105, quindi 8˙025 in meno rispetto all’anno precedente, e che la loro età media è di 86,66 anni, e che nel 2026 al registro delle vittime delle bombe atomiche sono stati inclusi 4˙393 sopravvissuti, perciò il bilancio totale delle vittime oggi è di 353˙639 persone. Alla cerimonia celebrata il 6 agosto 2026 insieme ai rappresentanti degli hibakusha [sopravvissuti alle esplosioni] e dei familiari delle vittime hanno partecipato i referenti di 121 nazioni. Il reportage del quotidiano nipponico JapanNews riporta che erano presenti le delegazioni “dell’Unione Europea in Giappone” e anche “di nazioni dotate di armi nucleari, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, e coinvolte in conflitti, come l’Ucraina e l’Iran”, ma invece non di Russia e Cina. Il sindaco di Hiroshima, Kazumi Matsui si è espressamente rivolto ai governanti e politici di tutto il mondo: «Minimizzare la disumanità delle armi nucleari e accettare l’uso della forza per perseguire la propria prosperità rischia di innescare cicli di violente rappresaglie che potrebbero sfociare in un’altra Hiroshima o Nagasaki. Vi prego di ascoltare attentamente i nostri hibakusha e il loro appello per la pace. Il Giappone, che aderisce ai Tre Principi Non Nucleari e, unica nazione ad aver subito bombardamenti atomici, è impegnato a perseguire gli sforzi per un mondo senza armi nucleari, è più che mai determinato a mantenere e rafforzare il quadro del TNP». Al TNP (Non-Proliferation Treaty / Trattato di non-proliferazione siglato nel 1970 e a cui aderisce anche l’Italia) è seguito il TPNW – Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons, o Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, sancito con la delibera approvata il 7 luglio 2017 da 124 dei 193 stati-membri dell’ONU con 122 voti a favore, uno contrario e un’astensione ed entrato in vigore il 22 gennaio 2021 e attualmente ratificato da 70 Paesi, ma non ancora l’Italia… dove l’attenzione di politici e governanti è stata sollecitata ad alcune manifestazioni svolte nelle giornate dell’81° anniversario del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki.  La devastazione di Nagasaki, documentata dalle fotografie che l’aeronautica militare USA ha effettuato nel 1945 poco prima e subito dopo il bombardamento, il 9 agosto 1945 si è estesa in un’area di 6,7 km². Da quel giorno fino alla fine dell’anno nella città e nei suoi dintorni morirono 74˙000 persone, che verranno commemorate domani, 9 agosto 2026, con la cerimonia al Peace Memorial cittadino. Alle 11:04 nella città suoneranno contemporaneamente i rintocchi di due campane della pace: quella installata nel Parco della Pace nel 1977, che viene fatta suonare anche tutti i giorni, ogni mattina alla stessa ora in cui nel 1945 la città venne devastata, e quella della cattedrale dell’Immacolata Concezione, detta anche cattedrale di Urakami, quasi completamente distrutta dall’esplosione e restaurata nel 1959. Dalle macerie venne recuperata una delle campane dei due campanili che nel 2025, 80° anniversario della tragedia, finalmente è stata ricollocata e fatta suonare alla commemorazione in cui, come riferito dal quotidiano inglese The Guardian, il sindaco della città, Shiro Suzuki, ha esortato il mondo a “porre fine immediatamente ai conflitti armati” dichiarando: «Sono passati ottant’anni, e chi avrebbe mai potuto immaginare che il mondo sarebbe diventato così? Una crisi che potrebbe minacciare la sopravvivenza dell’umanità, come una guerra nucleare, incombe su ognuno di noi che viviamo su questo pianeta». IL MONDO È IN GUERRA, LA TERRA È IN FIAMME…! BASTA !!  CESSATE IL FUOCO !!! Ad alcune settimanali presenze e ore e mezz’ore di silenzio per la pace ‘a calendario’ dal 3 al 9 agosto i partecipanti commemorano le vittime delle bombe atomiche di e delle guerre attualmente in corso e focalizzano la propria e altrui attenzione alle ripercussioni dei conflitti armati nell’aggravamento del degrado ambientale e del surriscaldamento climatico. Le iniziative sono state svolte lunedì a SESTRI LEVANTE, mercoledì a GENOVA, giovedì a MILANO, venerdì a VARESE e sabato a LIVORNO e SARTIRANA LOMELLINA, TORINO e VOGHERA, inoltre il 6 agosto a Longare (VI), dove un presidio è in programma anche domenica 9 agosto, con raduno dalle 8:30 e commemorazione delle vittime di Nagasaki dalle 11 alle 11:15. Maddalena Brunasti
August 8, 2026
Pressenza
Bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki: l’81° anniversario in un momento cruciale
Alle cerimonie nelle due città giapponesi, il 6 agosto a Hiroshima e il 9 agosto a Nagasaki, fanno eco molteplici commemorazioni svolte in tutto il mondo, anche in Italia, dove oltre che nelle date della ricorrenza iniziative vengono realizzate anche alle consuete settimanali presenze e pratiche del silenzio per la pace svolte nel periodo dal 3 al 9 agosto. Con il ricordo delle vittime delle bombe atomiche, l’attenzione delle manifestazioni quest’anno si rivolge alle vittime delle guerre combattute nel presente e alle molteplici conseguenze provocate dai conflitti armati, in particolare all’impatto ambientale delle esplosioni e delle devastazioni, e alle minacce incombenti per effetto della ‘corsa’ al riarmo. Nell’81° anniversario del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki sono in programma presidi davanti alle basi militari USA di Longare e Aviano, un incontro alle panchine gialle nel Parco Giulio Regeni a Fiumicello Villa Vicentina, una marcia a Brescia, serate di incontri, convivialità e concerti a Casalecchio di Reno e di riflessioni, letture, canti e meditazioni a Torino, una rassegna di eventi a Dolo, Mira, Mirano e Spinea, la Vigil for Peace che coinvolge i partecipanti a Roma e, contemporaneamente, in Giappone e a New York,… e le attività svolte dai praticanti la presenza e il silenzio per la pace in alcuni raduni settimanali. Intorno agli hibakujumoku, gli alberi emblematici dei sopravvissuti alle bombe atomiche, sono proposte iniziative * giovedì 6 a Casale Monferrato – Giardino Urban 2 dalle 18:30; * venerdì 7 a Comerio – Parco di Villa Tatti Talacchini dalle 18; * domenica 9 a Casalecchio di Reno – Casa per la Pace “La Filanda” dalle 19. Il mondo è in guerra, la terra è in fiamme! Basta!! Cessate il fuoco!!! – La commemorazione delle vittime delle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki e dei conflitti armati combattuti nel presente e la protesta contro la guerra, contro le stragi di innocenti e i genocidi, contro le devastazioni e gli ecocidi e contro il riarmo che fomenta la follia bellica, le cui micidiali ripercussioni sono particolarmente efferate nei paesi europei e mediterranei perché l’aumento delle temperature di atmosfera e mari in questa parte del mondo è più intenso e rapido che in altre del pianeta, vengono espresse durante alcune settimanali presenze e ore e mezz’ore di silenzio per la pace ‘a calendario’ dal 3 al 9 agosto: * lunedì a SESTRI LEVANTE, davanti alla Basilica dalle 19 alle 20; * mercoledì a GENOVA, in piazza De Ferrari dalle 18 alle 19; * giovedì a MILANO, in via Mercanti, dalle 18:30 alle 19; * venerdì a VARESE – piazza Monte Grappa dalle 18 alle 19; * sabato – dalle 9 alle 10 a LIVORNO (piazza Grande), dalle 11 alle 12 a TORINO (piazza Carignano) e TREZZO SULL’ADDA (piazza Gorizia), nella mattinata a SARTIRANA LOMELLINA, SONDRIO e VOGHERA e nel pomeriggio a CORMANO (via Edison). Inoltre, come dal 1987 ogni domenica mattina e ogni 6 e 9 agosto, a Longare (VI) i gruppi pacifisti locali si radunano davanti ai cancelli della ex-base AFI Pluto, ora sede di una Task-Force USA: giovedì prossimo al presidio, che comincia alle 8 e prosegue fino alle 11:30, le vittime della bomba atomica lanciata su Hiroshima saranno commemorate con 15 minuti silenzio dalle 8:15 alle 8:30; domenica il concentramento inizia alle 8:30 e la commemorazione delle vittime di Nagasaki si svolge con 15 minuti di silenzio dalle 11 alle 11:15. Domenica 9 agosto davanti alla base USAF di Aviano (PN) dalle 10 si svolge la manifestazione promossa da numerose associazioni che, denunciando come la corsa agli armamenti aumenti l’insicurezza, sottragga risorse al welfare e alla lotta al riscaldamento globale e alimenti i conflitti, a partire dalla tragedia del popolo palestinese, rilancerà la campagna per la raccolta di firme sulla proposta di legge popolare per una difesa civile non armata e nonviolenta e, in vista di Pordenone Capitale italiana della Cultura 2027, proporrà una riflessione sul significato della cultura ricordando le parole di Ernesto Balducci: « Gli uomini del futuro o saranno uomini di pace o non saranno» (informazioni). Nella giornata di giovedì 6 agosto * al pomeriggio a Brescia sfila il corteo, che parte alle 18:30 da Largo Formentone, in cui i partecipanti marciano in silenzio e in fila indiana vestiti di bianco, in Giappone il colore del lutto, e sostano davanti alla Prefettura per sollecitare la ratifica del TPNW (Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari); * nella serata a Torino dalle 21 alle 23 in piazza Carignano, per iniziativa promossa dal Coordinamento AGiTe è proposto il programma di riflessioni, letture, canti e meditazioni sul tema “Mai più Hiroshima e Nagasaki” intorno al simbolo della pace. Nella giornata di domenica 9 agosto * nella mattinata a Roma è in programma l’iniziativa promossa dall’Associazione Terra e Pace, che si svolgerà al Pantheon alle 9; * nella serata a Casalecchio di Reno (BO) alla Casa per la Pace ‘La Filanda’ dalle 19 in poi è proposta l’iniziativa intitolata “NO alle armi e tanto meno a quelle nucleari” a cui, dopo gli interventi di Lisa Clark (ICAN), Dario Puccetti (Pax Christi) e Maurizio Sgarzi (Associazione Percorsi di Pace) e la commemorazione delle vittime delle bombe atomiche introno allo hibakujumoku, i partecipanti ceneranno in convivialità e ascoltando musica e poesie. Dal 2022 la Comunità di Sant’Egidio e l’Arcidiocesi di Hiroshima, in collaborazione con il Movimento dei Focolari organizzano la Vigil for Peace che unisce il mondo in preghiera per chiedere la fine dei conflitti e delle guerre e il rifiuto delle armi atomiche. I ‘centri’ dell’iniziativa sono la cripta della Cattedrale dell’Assunzione di Maria a Hiroshima, la Cappella dei Sacri Cuori di Gesù e Maria a New York e la Basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma, aperte a tutti, per la preghiera e l’accoglienza, dal 6 al 9 agosto. Nelle date dal 5 al 9 agosto il ciclo intitolato “Per un mondo libero dalle armi nucleari propone una rassegna di eventi svolti in quattro città della provincia di Venezia: * mercoledì a Spinea – “Per un mondo libero da armi nucleari SII SPERANZA”, intervento di Michele Leonardi della Fondazione Be The Hope (Biblioteca comunale, via Roma 265) alle 18.00; * giovedì a Mirano – Alla mattina, alle 8:15, davanti al Municipio (piazza Martiri) raduno per l’ascolto dei 43 rintocchi di campana, che scandiranno i 43 secondi intercorsi dallo sgancio della prima bomba atomica sulla città di Hiroshima alla sua esplosione, e a seguire corteo fino al Parco Rabin, dove verranno recitate alcune letture, e al pomeriggio alle 18 a Villa XXV Aprile inaugurazione della mostra “Pioggia nera” (in esposizione da venerdì 7 a domenica 9 e da sabato 22 fino a mercoledì 26 agosto); alle 18:30 flashmob “Passi di memoria” a cura dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e alle 19:30 incontro “Porzione di comunità. 6 agosto 1945: 45 secondi, poi nulla” al rifugio climatico del Centro civico Masenello (via Paganini 2b); * venerdì a Dolo – flashmob “Passi di memoria”, a cura dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai (piazza Cantiere, isola Bassa alle 19); * domenica a Mira – alle 20:30 passeggiata da piazza San Nicolò a piazza Nove Martiri, alle 21:30 flashmob “Passi di memoria” a cura dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e posa delle lanterne sulla Riviera del Brenta. Redazione Italia
August 3, 2026
Pressenza
9 anni di TPNW: Rete Pace Disarmo chiama l’Italia a “ripensarci”
Il 7 luglio 2017, 122 Paesi votarono all’ONU il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW). Nove anni dopo, mentre la spesa globale per gli arsenali atomici tocca il record di 118,8 miliardi di dollari (+19% in un anno), Rete Italiana Pace e Disarmo diffonde la traduzione italiana del nuovo Report ICAN per fare il punto su costi, rischi e prospettive del disarmo nucleare. Nove anni fa, in una sala dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, una larghissima maggioranza di Stati del mondo scriveva una pagina storica del diritto internazionale: il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), la prima norma globale che dichiara le armi di distruzione di massa nucleari fuorilegge, allo stesso modo di quanto già avvenuto per le armi chimiche, biologiche e le mine antiuomo. Oggi il Trattato è stato firmato, ratificato o è in via di adesione da parte di 99 Paesi, ma nessuno dei nove Stati dotati di armi nucleari lo ha sottoscritto e la corsa al riarmo atomico, lungi dal fermarsi, sta accelerando. Lo confermano senza appello i dati contenuti in “Premeditata: espansione e spesa degli arsenali nucleari”, il nuovo Report della International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN, Premio Nobel per la Pace 2017) che Rete Italiana Pace Disarmo ha diffuso in versione italiana con il sostegno del Consorzio CAES. Nel 2025 i nove Stati dotati di armi nucleari hanno speso 118,8 miliardi di dollari per i propri arsenali (equivalenti a ben 3.768 dollari al secondo) con un aumento del 19% rispetto all’anno precedente e una crescita costante che dura ormai da anni. Il Report documenta inoltre, per la prima volta in modo sistematico, i piani di spesa e schieramento che le potenze nucleari hanno messo nero su bianco per i prossimi decenni: sistemi d’arma progettati per restare operativi fino al 2060, al 2085, in alcuni casi oltre il 2100. A tutto ciò si aggiungono anche altri dati altrettanto preoccupanti emerso dalle analisi annuali di “Don’t Bank on the Bomb”: dopo anni di calo, il numero di istituzioni finanziarie che investono nelle aziende produttrici di armi nucleari torna a crescere, raggiungendo quota 301 nel mondo. Anche il sistema bancario italiano resta coinvolto, con nove istituti che tra il 2023 e il 2025 hanno erogato oltre 5,7 miliardi di dollari a queste aziende. “Le armi nucleari non sono un residuo del passato, ma una minaccia concreta e in espansione, alimentata da scelte politiche ed economiche precise – dichiara Lisa Clark, vicepresidente di ‘Beati i costruttori di Pace’ e referente RIPD per il disarmo nucleare – Il TPNW ci indica la strada maestra: mettere fuorilegge queste armi, come già avvenuto per altri ordigni di distruzione di massa. Il nostro compito, con la campagna ‘Italia, ripensaci’, è portare questi dati e queste scelte nel dibattito pubblico italiano, rompendo il muro di silenzio che ancora oggi circonda il tema”. Cosa si potrebbe fare con i fondi sprecati per gli arsenali nucleari, invece. Il Report traduce una teoria di numeri astratti in alternative concrete. Ogni minuto di spesa nucleare globale (226.069 dollari) potrebbe garantire acqua potabile e servizi igienico-sanitari per un anno a quasi 3.500 persone; ogni giorno (326 milioni di dollari) basterebbe a salvare oltre 2 milioni di persone dalla grave insicurezza alimentare; ogni settimana (2 miliardi di dollari) potrebbe finanziare oltre 12 miliardi di dosi di vaccino contro morbillo, parotite e rosolia. E l’intera spesa nucleare del 2025 (i 118,8 miliardi di dollari già evidenziati come cifra cardine della ricerca) sarebbe potuta servire ad alimentare con energia solare oltre 6 milioni di abitazioni nel mondo, o coprire per 32 volte l’intero bilancio annuale delle Nazioni Unite. Numeri che mostrano il reale costo-opportunità di questa scelta: non sicurezza, ma sottrazione sistematica di risorse a salute, istruzione, clima e sviluppo. Il costo degli arsenali nucleari, il valore del disarmo: i 9 anni del Trattato TPNW di messa al bando: i contenuti e il significato del Trattato TPNW, e presentati nel dettaglio i dati del nuovo Report sui costi nucleari nel 2025, curato da Rete Italiana Pace e Disarmo sulla base delle analisi internazionali di ICAN. Interventi di: * Lisa Clark – Beati i Costruttori di Pace, referente per il disarmo nucleare in RIPD * Elena Peverada – Consorzio CAES, che ha sostenuto la pubblicazione del Report * Francesco Vignarca – Coordinatore Campagne RIPD e un messaggio video di Florian Eblenkamp, della campagna internazionale ICAN (Premio Nobel per la Pace 2017 per il proprio lavoro sul TPNW). Rete Italiana per il Disarmo
July 7, 2026
Pressenza
TPNW come rivoluzione etica e giuridica del XXI secolo. L’ eredità morale di Stéphane Hessel
Nel panorama del diritto internazionale e della storia delle relazioni globali, il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), adottato dalle Nazioni Unite nel 2017 ed entrato in vigore nel 2021, non rappresenta semplicemente un accordo di disarmo in più, ma una frattura epistemologica e morale rispetto alla dottrina della sicurezza statale ereditata dal secolo scorso. Per decenni, l’architettura geopolitica globale è rimasta ostaggio del paradigma della deterrenza nucleare: l’assurda premessa secondo cui la sopravvivenza collettiva potesse essere garantita dalla minaccia della distruzione mutua assicurata. In questo contesto, il TPNW/TPAN si pone come il superamento di una visione puramente cinica del realismo politico, introducendo nel tessuto del diritto vincolante il concetto di imperativo umanitario come barriera invalicabile contro la catastrofe irreversibile. La genesi del trattato affonda le sue radici non nelle cancellerie delle superpotenze, bensì in una convergenza transnazionale senza precedenti tra la diplomazia degli Stati non militarizzati e la società civile organizzata. Questa sinergia ha trovato una delle sue più alte espressioni teoriche e morali negli appelli di Stéphane Hessel. Il suo invito globale all’indignazione e alla resistenza pacifica ha ridefinito i confini dell’attivismo contemporaneo, offrendo una base concettuale a movimenti diversificati ma uniti dal medesimo rifiuto delle asimmetrie di potere, come la International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN) e le mobilitazioni nate sulla scia di Occupy Wall Street. L’intuizione fondamentale di questo filone di pensiero risiede nel legare indissolubilmente il disarmo universale al “diritto alla felicità” e alla liberazione dalla paura della tabula rasa nucleare. La sicurezza non è più intesa come un attributo esclusivo dello Stato sovrano da difendere attraverso arsenali di distruzione di massa, ma come un diritto umano inalienabile della biosfera e delle generazioni future. Il conferimento del Premio Nobel per la Pace a ICAN nel 2017 ha sancito la legittimità di questa visione, configurandosi come un riconoscimento collettivo. Questo premio ha capovolto la narrazione classica secondo cui i destini del mondo sono decisi unicamente dai leader dei paesi atomici. Il Nobel ha dimostrato che la società civile, quando agisce in modo coordinato basandosi sul rigore scientifico degli studi sugli effetti umanitari di un’esplosione nucleare, possiede una capacità di agenda-setting in grado di scardinare lo status quo diplomatico. Il TPNW/TPAN, di fatto, opera una radicale operazione di stigmatizzazione giuridica: dichiarando le armi atomiche illegali oltre che immorali, allinea questi ordigni ad altre categorie di armi di distruzione di massa già bandite dal diritto internazionale, quali le armi chimiche e biologiche. Nonostante l’evidente portata storica di questo traguardo, la riflessione accademica non può prescindere dall’analisi delle profonde resistenze strutturali che il trattato incontra. Le potenze nucleari e i loro alleati continuano a boicottare lo strumento giuridico, trincerandosi dietro la presunta pragmaticità della deterrenza in contesti di rinnovata tensione multipolare. Questa frattura tra il blocco dei firmatari e i detentori degli arsenali evidenzia il conflitto in atto tra due visioni del mondo: l’una ancorata a una sovranità statale che rivendica il diritto al suicidio globale come extrema ratio difensiva, l’altra fondata sul costituzionalismo universale e sulla solidarietà della specie. Il TPNW/TPAN dimostra che il pacifismo del XXI secolo ha superato la fase della pura protesta testimoniale per farsi potere costituente e legislativo. Pur in assenza di un’adesione immediata da parte degli Stati nuclearmente armati, il trattato produce effetti normativi indiretti, influenzando i fondi d’investimento globali, i mercati finanziari legati all’industria bellica e la morale pubblica internazionale. L’eredità di questo processo risiede nella consapevolezza che la proibizione è il prerequisito logico e giuridico dell’eliminazione. Di conseguenza, il cammino inaugurato a New York con il voto delle 122 nazioni si configura come l’unico vero realismo possibile nell’era dell’antropocene, dove la prevenzione della catastrofe nucleare coincide, senza sconti, con la salvaguardia dell’esperimento umano sulla Terra. Stéphane Hessel, il resistente che invitò il mondo a indignarsi Tra le figure più significative del Novecento europeo, Stéphane Hessel (nella foto) ha incarnato il legame tra la memoria della lotta contro il nazifascismo, la difesa dei diritti umani e l’impegno civile nel mondo contemporaneo. Diplomatico, scrittore, combattente della Resistenza e instancabile attivista politico, Hessel è divenuto una voce morale ascoltata ben oltre i confini della Francia, soprattutto grazie al sorprendente successo del suo pamphlet Indignez-vous! (Indignatevi!), pubblicato nel 2010. Nato a Berlino il 20 ottobre 1917 da una famiglia di intellettuali tedeschi, si trasferì in Francia durante l’infanzia e ottenne la cittadinanza francese nel 1937. La sua giovinezza fu segnata dall’ascesa del nazismo in Germania e dalle tensioni che avrebbero portato alla Seconda guerra mondiale. Dopo l’occupazione tedesca della Francia, Hessel aderì alla Resistenza francese, mettendo la propria vita al servizio della lotta contro il regime hitleriano. Nel 1944 venne arrestato dalla Gestapo e deportato nel campo di concentramento di Buchenwald. Sopravvisse alle torture e alla deportazione grazie a una straordinaria forza d’animo e a una serie di circostanze favorevoli che gli permisero di sfuggire alla morte. Questa esperienza avrebbe segnato profondamente tutta la sua esistenza, alimentando una convinzione incrollabile: la dignità umana e la libertà devono essere difese in ogni tempo e contro ogni forma di oppressione. Terminata la guerra, Hessel entrò nella diplomazia francese e partecipò ai lavori delle nascenti istituzioni internazionali. Fu membro della delegazione francese presso le Nazioni Unite e collaborò al processo che portò all’adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo nel 1948. Pur non essendone l’autore diretto, contribuì ai lavori preparatori e rimase per tutta la vita uno dei più convinti sostenitori di quel testo, considerato una delle conquiste morali più importanti del dopoguerra. Nel corso della sua lunga carriera diplomatica e intellettuale, Hessel si impegnò su numerosi fronti: la lotta contro il razzismo, la difesa dei migranti, la cooperazione internazionale, la giustizia sociale e il dialogo tra i popoli. La sua autorevolezza derivava non soltanto dai ruoli ricoperti, ma soprattutto dalla coerenza con cui aveva attraversato le tragedie del XX secolo. La notorietà mondiale arrivò tuttavia in età avanzata. Nel 2010, all’età di 93 anni, pubblicò Indignatevi!, un breve testo di appena poche decine di pagine destinato a diventare un fenomeno editoriale internazionale. In quelle pagine Hessel invitava le nuove generazioni a non rassegnarsi alle ingiustizie, alle disuguaglianze economiche, all’indebolimento dei diritti sociali e all’indifferenza politica. Il messaggio era semplice ma potente: l’indignazione di fronte alle ingiustizie rappresenta il primo passo verso l’impegno civile e il cambiamento sociale. Il libro vendette milioni di copie, fu tradotto in decine di lingue e divenne uno dei riferimenti ideali dei movimenti di protesta che emersero all’inizio del decennio successivo. Le sue parole ispirarono in particolare gli Indignados spagnoli e il movimento Occupy Wall Street negli Stati Uniti, contribuendo a dare voce a una generazione che contestava gli effetti della crisi economica globale e l’aumento delle disuguaglianze. Fino agli ultimi anni della sua vita, Stéphane Hessel continuò a intervenire nel dibattito pubblico con la stessa passione che aveva animato il giovane resistente degli anni Quaranta. Morì a Parigi il 27 febbraio 2013, all’età di 95 anni. La sua eredità rimane quella di un uomo che attraversò alcuni dei momenti più drammatici della storia contemporanea senza mai rinunciare alla speranza, alla solidarietà e alla convinzione che i cittadini possano e debbano partecipare attivamente alla costruzione di una società più giusta. Il suo invito a «indignarsi» continua ancora oggi a rappresentare un richiamo alla responsabilità civile e alla difesa dei valori democratici.       Laura Tussi
June 21, 2026
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