81 anni dopo Hiroshima e Nagasaki non si ferma la retorica dell’annientamento
Il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari e le nuove prospettive della
giustizia globale
La memoria storica dell’olocausto atomico di Hiroshima e Nagasaki si colloca
oggi in un drammatico crocevia geopolitico, nel quale il ricordo del passato non
può più essere considerato un semplice esercizio commemorativo, ma deve
trasformarsi in un imperativo di responsabilità e di azione per il futuro.
A ottantuno anni dai bombardamenti atomici del 1945, il mondo continua infatti a
convivere con migliaia di testate nucleari e con dottrine strategiche che
attribuiscono ancora alla minaccia dell’annientamento reciproco una funzione di
deterrenza e di stabilizzazione degli equilibri internazionali. Le crescenti
tensioni geopolitiche, la modernizzazione degli arsenali e il ritorno di un
linguaggio sempre più esplicito sulla possibilità dell’impiego delle armi
nucleari rendono nuovamente concreta una minaccia che per lungo tempo una parte
dell’opinione pubblica aveva considerato relegata alla memoria della Guerra
fredda.
In questo scenario, la percezione dell’insicurezza globale è diventata diffusa e
tangibile. La consapevolezza della vulnerabilità condivisa – la certezza che
nessuna comunità possa considerarsi realmente al sicuro finché continueranno a
esistere arsenali nucleari – ha contribuito alla nascita di un nuovo paradigma
politico e giuridico.
È in questo percorso che si colloca il Trattato sulla proibizione delle armi
nucleari, il TPNW, adottato dalle Nazioni Unite nel 2017 ed entrato in vigore
nel 2021. Per la prima volta, un trattato internazionale stabilisce un divieto
globale delle armi nucleari, vietandone lo sviluppo, la sperimentazione, la
produzione, l’acquisizione, il possesso, lo stoccaggio, l’uso e la minaccia di
uso per gli Stati parte.
A cinque anni dalla sua entrata in vigore, la prima Conferenza di revisione del
Trattato – nel percorso indicato dalla comunità internazionale e dal movimento
per il disarmo – rappresenta quindi non un semplice passaggio procedurale della
diplomazia multilaterale, ma un’occasione per interrogarsi sul futuro della
sicurezza collettiva e sulla possibilità di superare definitivamente la logica
della deterrenza nucleare.
L’elemento di rottura concettuale introdotto dal TPNW risiede proprio nella
messa in discussione del paradigma tradizionale della Realpolitik, che per
decenni ha considerato il possesso delle armi nucleari uno strumento
indispensabile per garantire la sicurezza degli Stati e mantenere l’equilibrio
strategico.
Il processo che ha condotto al Trattato ha invece spostato il baricentro del
dibattito verso il paradigma umanitario, ponendo al centro le conseguenze
catastrofiche, irreversibili e transgenerazionali dell’impiego delle armi
nucleari.
Non si tratta soltanto di stabilire quale Stato possieda arsenali più potenti o
quale dottrina militare possa garantire una maggiore capacità di deterrenza. La
domanda fondamentale diventa un’altra: quali conseguenze avrebbe per l’umanità
l’utilizzo anche limitato di queste armi?
La risposta impone di considerare non soltanto gli effetti immediati delle
esplosioni, ma anche quelli a lungo termine: le vittime civili, le radiazioni,
le malattie, la distruzione delle infrastrutture sanitarie e alimentari,
l’inquinamento ambientale, le conseguenze genetiche e il trauma trasmesso
attraverso le generazioni.
Hiroshima e Nagasaki continuano a rappresentare, in questo senso, una
testimonianza storica che non può essere confinata al passato. Le conseguenze
umane dell’atomica costituiscono ancora oggi un monito sulla sproporzione tra la
potenza distruttiva di queste armi e qualsiasi possibile obiettivo politico o
militare.
La prospettiva umanitaria modifica dunque radicalmente la domanda sulla
sicurezza. Se un’arma è in grado di produrre conseguenze tali da mettere in
pericolo l’esistenza stessa delle popolazioni e dell’ambiente, la questione non
può più essere affrontata esclusivamente attraverso la logica della strategia
militare.
È qui che assume particolare rilevanza il concetto di giustizia nucleare.
La giustizia nucleare non riguarda soltanto la prevenzione di nuovi conflitti
atomici, ma implica il riconoscimento dei diritti delle vittime dell’uso e della
sperimentazione delle armi nucleari. Significa garantire assistenza alle persone
colpite, riconoscere le conseguenze sanitarie e sociali dell’esposizione alle
radiazioni e procedere, laddove possibile, alla bonifica e al risanamento dei
territori contaminati.
Per decenni, infatti, le popolazioni che hanno vissuto nelle aree interessate
dai test nucleari hanno sopportato conseguenze spesso invisibili ai grandi
equilibri della geopolitica. Comunità indigene e popolazioni locali sono state
esposte alle radiazioni, hanno subito danni ambientali e sanitari e, in molti
casi, sono rimaste ai margini delle decisioni assunte dalle potenze che
conducevano i test.
Il TPNW introduce anche in questo ambito una prospettiva innovativa,
riconoscendo l’importanza dell’assistenza alle vittime e della riparazione
ambientale. Il disarmo non viene quindi concepito soltanto come eliminazione
delle armi, ma come processo di giustizia nei confronti delle comunità che ne
hanno già subito le conseguenze.
Il Trattato si configura così come uno strumento giuridico in evoluzione, nel
quale la norma internazionale dialoga con le istanze della società civile, delle
organizzazioni non governative, delle comunità colpite e del movimento globale
per il disarmo.
È proprio questa convergenza tra istituzioni e mobilitazione dal basso ad aver
reso possibile il percorso che ha condotto alla proibizione delle armi nucleari.
ICAN rappresenta uno degli esempi più significativi di questa capacità della
società civile internazionale di incidere sul diritto e sulla politica globale.
Il Premio Nobel per la Pace assegnato alla campagna nel 2017 ha riconosciuto
precisamente questo contributo: la capacità di trasformare una domanda etica –
liberare l’umanità dalla minaccia nucleare – in un processo politico e giuridico
concreto.
Il disarmo, dunque, non può essere considerato una chimera utopica. È un
obiettivo politico che richiede tempo, negoziati, costruzione di consenso e un
progressivo superamento delle dottrine fondate sulla minaccia
dell’annientamento.
La vera difficoltà consiste nel modificare una cultura della sicurezza
sedimentata nel corso di decenni. La deterrenza nucleare continua infatti a
essere difesa dalle potenze atomiche come elemento essenziale degli equilibri
internazionali. Ma proprio la permanenza di questa logica rende necessario
interrogarsi sui suoi costi e sui suoi rischi.
La sicurezza fondata sulla possibilità di distruggere l’avversario non può
essere l’unico orizzonte possibile.
Occorre costruire una concezione della sicurezza fondata sulla cooperazione, sul
dialogo, sulla diplomazia, sul diritto internazionale e sulla prevenzione dei
conflitti. Una sicurezza che non abbia come presupposto la minaccia
dell’annientamento, ma la tutela della vita umana.
In questo senso, il TPNW rappresenta molto più di uno strumento giuridico. Esso
esprime una diversa idea di ordine internazionale: non più costruito soltanto
sull’equilibrio della paura, ma sulla responsabilità condivisa nei confronti
delle generazioni presenti e future.
La questione nucleare è quindi anche una questione di democrazia. Decidere quale
modello di sicurezza vogliamo non può essere prerogativa esclusiva degli
apparati militari e delle grandi potenze. Deve diventare una discussione
pubblica, nella quale cittadini, comunità scientifica, istituzioni,
organizzazioni pacifiste e società civile possano partecipare alla definizione
delle priorità dell’umanità.
La memoria di Hiroshima e Nagasaki ci consegna, in questa prospettiva, una
responsabilità precisa. Ricordare non significa soltanto commemorare le vittime,
ma interrogarsi sulle condizioni che potrebbero rendere impossibile il ripetersi
di quella tragedia.
Il vero significato della memoria è dunque trasformare il passato in una scelta
politica per il futuro.
Oltre la retorica dell’annientamento esiste la possibilità di un’altra idea di
sicurezza: una sicurezza fondata sulla vita, sulla cooperazione e sulla
giustizia. Il disarmo nucleare non è soltanto la cancellazione di un arsenale. È
la scelta di riconoscere che nessuna ragione strategica può rendere accettabile
il rischio della distruzione dell’umanità.
In questo senso, il TPNW rappresenta una delle più importanti sfide etiche e
giuridiche del nostro tempo. La sua forza non dipenderà soltanto dal numero
degli Stati che vi aderiranno, ma dalla capacità di costruire una nuova cultura
internazionale nella quale la pace non sia più l’equilibrio precario della
paura, bensì il risultato di una responsabilità condivisa.
La memoria di Hiroshima e Nagasaki ci ricorda ciò che l’umanità è stata capace
di fare. Il disarmo ci chiede di dimostrare ciò che l’umanità può ancora
scegliere di non fare.
Laura Tussi