Qualcosa è cambiato nell’elettorato democratico

Jacobin Italia - Friday, August 7, 2026

Era già apparso chiaro con la schiacciante vittoria di Zohran Mamdani su Andrew Cuomo, a New York, seguita da una serie di ulteriori vittorie socialiste contro politici in carica sette mesi dopo. Ed era altrettanto chiaro dalle elezioni primarie nel Maine, dove gli elettori democratici hanno respinto il proprio governatore a favore di un incendiario populista di sinistra, perseguitato da scandali e senza alcuna esperienza politica alle spalle. Ma la vittoria di Abdul El-Sayed in Michigan contro la centrista Haley Stevens, sostenuta dalla lobby israeliana, potrebbe eclissare persino queste, rappresentando una vittoria sia per la sinistra in senso lato sia per chiunque abbia a cuore la democrazia.

Nessun candidato ha mai subito una disparità in termini di finanziamenti esterni quanto El-Sayed, eppure ha vinto, seppur di stretta misura, nonostante il vantaggio di nove a uno di Stevens nei finanziamenti ricevuti che hanno alimentato un flusso ininterrotto di spot televisivi che vantavano un inesistente sostegno da parte dell’ex presidente Barack Obama e attaccavano in modo spudorato El-Sayed. L’ex parlamentare socialista Jamaal Bowman è stato sconfitto nel 2024 da una valanga di fondi, ed erano circa un quarto di quelli affrontati da El-Sayed.

Oltre a essere un monito concreto sul fatto che il potere del popolo può trionfare sulla plutocrazia più sfrenata, il risultato dovrebbe anche contribuire, a seconda di cosa accadrà a novembre, a smentire l’ultimo argomento che i centristi del partito usavano contro i loro avversari progressisti: ovvero che i socialisti e gli altri candidati di sinistra abbiano appeal solo sulle coste o nelle aree urbane a forte orientamento democratico.

Questo non è mai stato vero, come sapevamo da innumerevoli indicatori: la vittoria di Bernie Sanders alle primarie del 2016 in Michigan, ad esempio, o il fatto che due delle prime vittorie della Squad siano arrivate a Detroit con Rashida Tlaib e a Minneapolis con Ilhan Omar, insieme alla vittorie socialiste a livello locale e statale nel Midwest nell’ultimo decennio, compresi i blocchi socialisti nei consigli comunali di Chicago e Minneapolis. Ma data la natura statale della corsa al Senato e in uno stato che Trump ha vinto due volte, El-Sayed è ora in grado di mettere a tacere questo argomento agli occhi dell’elettore medio in un modo che nessuna di queste altre tappe elettorali avrebbe potuto fare.

Eppure, è difficile scrollarsi di dosso il rifiuto della realtà. «I progressisti non hanno ottenuto la grande vittoria elettorale che desideravano», ha titolato Politico mercoledì mattina. Poi si è assistito a un frettoloso e collettivo spostamento dei paletti da parte dei commentatori avversi alla sinistra, per ridefinire la vittoria non come quella effettiva che avviene alle elezioni, come ha fatto El-Sayed, ma per il suo margine schiacciante o meno: uno standard che senza dubbio sarebbe stato applicato anche se fosse stato Stevens a ottenere la vittoria di misura.

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In realtà, è difficile sostenere che il Michigan abbia inflitto una brutta sconfitta alla sinistra. Cinque dei sei candidati appoggiati da Bernie Sanders hanno vinto, tra cui Donavan McKinney, membro dei Democratic Socialists of America (Dsa), che quasi certamente diventerà il nono membro socialista della Camera dei Rappresentanti degli Stati uniti, proveniente dal seggio tradizionalmente democratico del Tredicesimo Distretto, ampliando così la Squad di sinistra. Da segnalare anche la vittoria di William Lawrence, cofondatore del Sunrise Movement, nella corsa a tre per il Settimo Distretto Congressuale, precedentemente occupato dalla senatrice democratica centrista Elissa Slotkin, il cui candidato si è classificato terzo.

Tra i candidati sostenuti da Sanders, ha ottenuto la vittoria anche Abbas Alawieh, cofondatore dell’Uncommitted Movement e delegato non schierato alla Convention Nazionale Democratica dello scorso anno, che ha guidato un sit-in di protesta contro la posizione della campagna di Kamala Harris sul genocidio di Gaza e ha vinto le primarie per il Senato statale con un comodo margine di 18 punti. Nella lista figurano anche altri due membri dei Dsa: il commissario della contea Yousef Rabhi, che ha sconfitto agevolmente il sindaco uscente di Ann Arbor, al suo quarto mandato, e Chris Gilmer-Hill, che ha ricevuto l’appoggio sia di El-Sayed che della sezione di Detroit dei Dsa e ha vinto le primarie per rappresentare l’ottavo distretto del Michigan alla Camera dei rappresentanti statale. Se questa non è la serata che i progressisti desideravano, allora possiamo solo supporre che desiderassero perdere.

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Ma è la vittoria di El-Sayed che, a ragione, viene considerata la notizia più importante. Il risultato segna un’altra clamorosa bocciatura dell’élite democratica da parte dei suoi elettori, un tempo fedelissimi, un fatto che si potrebbe definire la storia del partito durante l’era Trump 2.0. I democratici dell’establishment si sono impegnati al massimo per favorire la vittoria di Stevens, con il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer che si è assicurato il sostegno dei donatori e la presidente del Comitato per la campagna elettorale senatoriale democratica, la senatrice Kristen Gillibrand – che l’anno scorso aveva falsamente accusato Mamdani di parlare di «jihad globale» – che avrebbe mentito ai donatori affermando che l’altro candidato centrista in lizza fosse un membro dei Dsa.

Una serie di endorsement dell’ultimo minuto da parte di importanti nomi democratici, tra cui la sempre popolare governatrice del Michigan Gretchen Whitmer e sorprendentemente l’influente deputato Jim Clyburn, non sono bastati a dare la spinta decisiva a Stevens. La sua collega centrista, la deputata Hillary Scholten, ha attaccato El-Sayed definendolo misogino e «antiamericano» e ha persino lasciato intendere che potrebbe non sostenerlo alle elezioni generali. (Scholten, che quest’anno si è candidata senza avversari, si trova ora in una posizione potenzialmente vulnerabile, dato che El-Sayed ha ottenuto il 58% dei voti in tre contee del Michigan occidentale, alcune delle quali comprese nel suo distretto). Ma probabilmente l’aspetto più significativo di questa competizione elettorale è l’enorme quantità di denaro proveniente dalla destra che El-Sayed ha dovuto superare per vincere e la schiacciante sconfitta inflitta alla lobby filo-israeliana che essa rappresenta.

Solo pochi anni fa, le forze filo-israeliane dettavano di fatto l’esito delle primarie democratiche attraverso livelli di spesa esterna senza precedenti contro progressisti altrimenti benvoluti. La stessa Stevens è stata una delle beneficiarie di questa strategia. Nel 2022, ha ottenuto una netta vittoria sul figlio progressista di una delle famiglie politiche più famose del Michigan, l’ex deputato Andy Levin, grazie a un investimento di oltre 3 milioni di dollari da parte dell’United Democracy Project (Udp), il super Pac dell’American Israel Political Affairs Committee (Aipac).

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Mentre l’Udp ha finanziato una massiccia campagna pubblicitaria contro Levin che non menzionava mai Israele, l’allora presidente dell’Aipac attaccò apertamente Levin – un fiero sionista ed ex presidente di sinagoga, la cui trasgressione era stata quella di voler subordinare gli aiuti statunitensi a Israele a condizioni che impedissero la distruzione della soluzione dei due Stati – definendolo «il membro del Congresso più dannoso per le relazioni tra Stati uniti e Israele». Stevens finì per vincere nel distretto, che comprende gran parte della sua contea di origine, Oakland, con quasi 20 punti di vantaggio.

Considerata all’epoca un presagio inquietante per l’influenza del denaro in politica, quella cifra rappresentava solo una piccola frazione dei quasi 32 milioni di dollari che l’Udp, partito filo-israeliano, ha investito in Stevens questa volta, la somma più alta mai spesa per una corsa al Congresso. Insieme ad altri 30 milioni di dollari provenienti da gruppi finanziati da vari interessi aziendali, ha reso questa elezione la primaria non presidenziale più costosa nella storia dello stato e la terza primaria per il Senato più costosa di sempre. La questione di Israele è stata al centro dell’attenzione, non tanto negli spot pubblicitari dell’Udp, quanto nella profonda spaccatura politica tra i due candidati e nel metacommento che l’ha accompagnata.

Proprio come aveva fatto Cuomo a New York, Stevens ha puntato tutto su un atteggiamento di totale apertura verso Israele in un momento in cui qul paese ha la reputazione peggiore che abbia mai avuto presso l’opinione pubblica statunitense, cercando di strumentalizzare le critiche di El-Sayed al trattamento riservato agli abitanti di Gaza e la sua associazione con altri critici di Israele come Hasan Piker, arrivando persino a definirlo quasi un antisemita. E proprio come Cuomo a New York, la strategia si è rivelata completamente errata, non tenendo conto delle esigenze dell’elettorato democratico dopo il 2024. Questa volta, la «deputata della contea di Oakland» ha vinto solo nella contea di Oakland – dove è nata, cresciuta e vive tuttora, e che rappresenta al Congresso – con un margine di soli 6 punti, ben al di sotto del suo margine di vittoria del 2022.

Insieme alle vittorie di Alawieh e McKinney, che hanno prevalso su un senatore in carica che si era convertito al movimento Israel First, temporeggiando sul sostegno al cessate il fuoco e prendendo le distanze dai Dsa dopo il 7 ottobre, questa competizione elettorale rappresenta finora la conferma più eclatante del radicale cambiamento del panorama politico relativo alle relazioni tra Stati uniti e Israele, soprattutto sul fronte democratico.

Anche con un elettorato democratico trasformato, è improbabile che El-Sayed e le forze che lo sostengono avrebbero potuto ottenere questo risultato senza un certo pragmatismo strategico. El-Sayed ha ottenuto il sostegno cruciale di molti membri dei Dsa sul territorio, nonostante avesse esplicitamente chiarito di non essere un socialista. I socialisti democratici del Michigan sembrano aver calcolato che i punti di convergenza, tra cui il pieno sostegno di El-Sayed al Medicare for All, alla tassazione dei ricchi e alla proprietà pubblica delle aziende di intelligenza artificiale, rendessero la sua campagna una causa meritevole di sostegno: un approccio inclusivo facilitato dal fatto che El-Sayed ha pubblicamente accolto il sostegno dei Dsa come parte della sua ampia coalizione.

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El-Sayed, nel frattempo, ha saggiamente cambiato tono su alcuni punti, pur rimanendo fermo sulle posizioni politiche fondamentali che lo avevano messo nel mirino dei finanziatori di destra più facoltosi. Ha ritirato il suo sostegno, espresso per anni, allo slogan Defund the Police (definanziare la polizia), ottenendo l’ appoggio dell’Associazione degli sceriffi della contea di Wayne, proprio come aveva fatto Bernie Sanders per orchestrare la sua clamorosa ascesa politica. E ha condotto la campagna elettorale con uno stile positivo e patriottico, inquadrando le sue critiche a Israele in una versione di sinistra del motto America First, minando così gli inevitabili tentativi di dipingerlo come un estremista «straniero» violento o pericoloso.

A tal proposito, la portata storica della candidatura di El-Sayed, in quanto fiero musulmano e arabo-americano che ha saputo valorizzare questi aspetti del suo vissuto, merita una breve menzione. Avere il primo senatore musulmano degli Stati uniti in un momento di islamofobia e razzismo anti-arabo virulenti e in costante aumento non è cosa da poco. Questa intolleranza sta assumendo una forma concreta non solo nelle osservazioni, negli atteggiamenti e negli episodi di violenza quotidiani, ma anche nelle politiche e nella retorica politica: il divieto di ingresso per i musulmani imposto da Trump, le sue varie guerre contro il mondo musulmano, la retorica sempre più apertamente razzista dei politici dell’establishment. E non si tratta solo di destra. El-Sayed ha superato una delle campagne elettorali più subdole e piene di messaggi in codice che si siano viste, una versione democratica della campagna sottilmente razzista che John McCain condusse contro il non-in realtà musulmano Obama diciotto anni fa, analogamente l’avversario di El-Sayed si è trovato faccia a faccia con la bruttezza che aveva scatenato.

Questo genere di cose probabilmente non scomparirà presto, nemmeno con questo risultato. Ma la vittoria di El-Sayed, così come la sua possibilità di superare la versione più apertamente razzista di questo fenomeno, che i repubblicani sembrano determinati a riproporre alle elezioni generali, rappresenterà un’importante pietra miliare per la decenza di base e per un’America più tollerante.

Mentre ci avviciniamo alle elezioni generali di MidTerm, possiamo affermare con certezza due cose: continueremo a sentir dire che la sinistra è destinata a una disfatta quasi certa; e l’Aipac e altri organismi che gestiscono ingenti capitali spenderanno somme sempre più folli per cercare di trasformare questa convinzione in realtà. Ma la vittoria di El-Sayed alle primarie ci ricorda che, a volte, con sufficiente impegno, è possibile superare uno tsunami di denaro e uscirne indenni.

*Branko Marcetic lavora a JacobinMag ed è autore di Yesterday’s Man: The Case Against Joe Biden. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

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