
La variabile israeliana sulle primarie in Michigan
Jacobin Italia - Monday, August 3, 2026
Negli Usa continua a crescere la trepidazione per le primarie democratiche del 4 agosto in Michigan, dove la deputata centrista e pro-Israele Haley Stevens e il medico progressita Abdul El-Sayed si sfideranno per un seggio al Senato. Ormai divenuto l’emblema nazionale della guerra tra sinistra ed establishment – e definito da Cenk Uygur come un «referendum tra Usa e Israele» per i finanziamenti senza precedenti che Haley Stevens ha ricevuto dall’Aipac (American Israel Public Affairs Committee) e dai suoi vari affiliati – lo scontro riflette, come vedremo, i temi principali che caratterizzano le campagne elettorali dei due schieramenti. Mentre El Sayed è focalizzato su istanze sociali e politiche – prime fra tutte quel Medicare for All e l’abolizione del big money dalla politica, già bandiere di Bernie Sanders fin dal 2015 – Stevens si affida, coni toni costantemente sopra le righe e piuttosto clowneschi, alle solite «platitudes» (luoghi comuni) «alla Hillary e Kamala» e a un’autocelebrazione narrativa fondata sull’idea di essere l’unica in grado di sconfiggere il repubblicano Mike Rogers.
Il 4 agosto anche il Missouri vedrà una sfida cruciale, che riproduce gli stessi schemi, tra l’ex deputata progressista Cori Bush e Wesley Bell che la sconfisse nel 2024. Quest’anno le prospettive sembrano essere più rosee per Bush, grazie a tre elementi che negli ultimi anni hanno profondamente modificato il contesto politico: il consenso costruito dal basso attraverso un lavoro capillare sui territori, l’impatto sugli elettori della guerra di Gaza e del genocidio palestinese, e la sempre maggiore consapevolezza dell’influenza del denaro delle corporation e sopratto delle lobby pro-Israele nelle primarie democratiche e nella politica più in generale.
Il radicamento dei movimenti dal basso
Dopo anni di crescita sotto la guida di Bernie Sanders e la vittoria di Zohran Mamdani a New York nel 2025, le 11 vittorie di candidati sandersiani ottenute finora per la Camera hanno mostrato come il radicamento territoriale, il rafforzamento dei Dsa e di organizzazioni come Justice Democrats e Our Revolution, insieme alla crescita di ampi movimenti anti-Trump vicini all’ala sinistra del Partito democratico, abbiano aperto una nuova stagione di sfide all’establishment. L’ondata progressista – che ha registrato le vittorie di Analilia Mejía e Adam Hamway (New Jersey), Sam Forstag (Montana), Randy Villegas (California), Brian Poindexter (Ohio), Bob Brooks (Pennsylvania) e Adelita Grijalva (Arizona) – ha trovato la sua massima espressione a fine giugno a New York con il triplete di Claire Valdez, Brad Lander e Darializa Avila Chevalier, sostenuti da Sanders e da Mamdani. In particolare le vittorie delle due giovani donne formatesi nei Dsa di New York, vittorie quasi inaspettate per la presunta imbattibilità dei rispettivi candidati, hanno anticipato l’exploit in Colorado di un’altra giovane Dsa Melat Kiros contro una candidata che deteneva il seggio da decenni.
A tali successi andrebbe aggiunto quello ottenuto per il Senato, con il 72% dei voti, dall’outsider Graham Platner nelle primarie del Maine. Nonostante il successivo ritiro del candidato per le accuse di stupro avanzate da una ex compagna, la forza del movimento è stata confermata dalla vittoria di Troy Jackson, figura storica del progressismo del Maine di cui è stato presidente del Senato. Sostenuto da Bernie Sanders, per il quale aveva lavorato nelle campagne presidenziali del 2016 e del 2020, Jackson ha dimostrato come il consenso emerso dalle primarie non fosse legato soltanto al carisma di Platner, ma a un preciso orientamento politico della base elettorale. Il risultato è particolarmente significativo in quanto Jackson è stato scelto non replicando le primarie regolari, bensì attraverso una procedura ibrida e ristretta adottata dal Partito democratico del Maine, conclusasi con la convention del 25 luglio. I primi sondaggi per le elezioni di novembre lo collocano già con un lieve vantaggio rispetto alla senatrice repubblicana Susan Collins, in carica dal 1997 e considerata fino a pochi mesi fa una delle favorite per la riconferma.
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La nuova consapevolezza dell’elettorato
Se il radicamento costruito sul territorio ha contribuito a modificare il contesto politico, ancora più determinanti sono stati la guerra di Gaza e il genocidio palestinese, condotti con l’incondizionato sostegno statunitense da parte delle amministrazioni Biden e Trump. Le remore morali, unite alla crescente irritazione per il fatto che i miliardi di dollari continuamente approvati dal Congresso vadano a un paese i cui cittadini godono di un sistema di welfare negato agli americani, hanno inciso non solo sugli elettori democratici ma, in parte, anche su quelli repubblicani. Soprattutto dopo che figure influenti della destra come Tucker Carlson, Candace Owens, Megyn Kelly e perfino Alex Jones hanno preso posizioni contro la linea di Trump sulla politica mediorientale, delegittimato Benjamin Netanyahu e contestato il sostegno militare statunitense a Israele.
Come emerge da una recente conversazione tra Ryan Grim e Cori Bush anche la maggiore conoscenza dell’Aipac e la crescente consapevolezza del ruolo delle lobby pro-Israele nel condizionare la politica ha avuto il suo peso sulla popolazione americana. Se fino al 2024 il funzionamento di queste reti era pressoché sconosciuto alla maggioranza dei cittadini, oggi è più difficile per l’establishment emarginare i candidati progressisti sulle questioni riguardanti Israele e Palestina, anche grazie a una sempre maggiore attenzione dell’elettorato giovanile alle informazioni indipendenti. Peraltro quest’anno l’Aipac e i gruppi collegati sono intervenuti per la prima volta anche anche in una primaria repubblicana, precisamente nel Kentucky dove il deputato Thomas Massie non era più gradito a Trump a causa della sua alleanza con il progressista Ro Khanna su mozioni relative agli Epstein Files, all’opposizione al sostegno militare a Israele e alle operazioni militari più in generale a cominciare dall’intervento in Iran. I milioni di dollari destinati al suo sconosciuto sfidante Ed Gallrein hanno finanziato una campagna basata soprattutto su spot denigratori che presentavano Massie come ormai vicino ad Alexandria Ocasio-Cortez e Ilhan Omar e distante dai valori conservatori.
L’escalation dei finanziamenti di Aipac
Lo schema applicato a Massie è riconducibile a quello usato per la prima volta nel 2021 in Ohio, quando una candidata di basso profilo come Shontel Brown divenne il punto di convergenza di ingenti risorse, in particolare da parte del Dmfi (Democratic Majority for Israel), diretta emanazione dell’Aipac, che investì oltre due milioni di dollari contro Nina Turner, stretta collaboratrice di Bernie Sanders nel 2016 e nel 2020, nonchè amatissima ex senatrice nel congresso statale dell’Ohio. Indetta per sostituire la deputata afroamericana Marcia Fudge nominata nell’amministrazione Biden, quell’elezione segnò l’inizio di una traiettoria destinata a intensificarsi negli anni successivi. A partire già dalle primarie per le elezioni di medio termine dell’anno successivo, quando le lobby israeliane contro Turner, ricandidatasi contro Brown, raddoppiarono gli investimenti arrivando a circa 4,5 milioni di dollari per una campagna di spot denigratori ancora più pesanti diffusi a tappeto. Quella tattica, riproposta negli anni successivi, non affronta mai temi riguardanti Israele, ma consiste nel decontestualizzare dichiarazioni politiche o aspetti personali per attribuire loro significati diversi, se non opposti, rispetto a quelli originari, trasformandoli così in armi letali.
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Il 2022 fu anche l’anno della svolta strategica di Aipac, che, dopo aver annunciato l’ingresso diretto nel finanziamento elettorale, creò il Super Pac United Democracy Project. Oltre a quella contro Nina Turner, le altre due campagne nelle quali il nuovo strumento dispiegò tutta la propria forza furono quella nel Maryland contro Donna Edwards con 7,2 milioni di dollari a beneficio del rivale Glenn Ivey e, cosa di particolare interesse in questo contesto, quella nel Michigan contro il deputato Andy Levin, ebreo pro-palestinese, nonché una delle voci più critiche verso l’establishment democratico. Beneficiaria di investimenti Aipac pari a 5,4 milioni di dollari fu proprio Haley Stevens. Da allora la spesa nelle primarie democratiche crebbe rapidamente, trasformando alcune competizioni locali in battaglie da decine di milioni di dollari. Nel 2024 accadde appunto con Cori Bush a Saint Louis e poco dopo con Jamaal Bowman a New York, quando i rispettivi sfidanti Wesley Bell e George Latimer – che accettarono candidature rifiutate da altri per incompatibilità con i propri principi morali e politici – beneficiarono di investimenti esterni pari a circa 18 e 20 milioni di dollari, la maggior parte dei quali arrivati appunto da Aipac e affini.
I milioni per Haley Stevens
Se nel 2022 la lobby israeliana «si limitò» a 5,4 milioni di dollari per eliminare Andy Levin – Stevens era stata aiutata anche da un redistricting a lei favorevole e penalizzante per Levin – oggi quella cifra appare quasi un modesto investimento iniziale. Per consentirle di battere Abdul El-Sayed, la somma mobilitata dalle lobby pro-Israele è salita a circa 46 milioni di dollari, secondo quanto denunciato ufficialmente nell’ultimo dibattito del 27 luglio. Resta ora da vedere se questa enorme disparità di risorse, che contando anche quelle investite dalle big corporation arriva a circa 60 milioni, aggiunta a endorsement di politici di peso dell’establishment tra cui la governatrice del Michigan Gretchen Whitmer – contro la quale Abdul El Sayed aveva corso nel 2018 per quella carica – sarà ancora sufficiente a determinare il risultato. A proposito di establishment, va detto che Barack Obama non si è pronunciato, nonostante Stevens lo abbia fatto credere, utilizzandolo nei suoi spot pubblicitari. Gli ultimi sondaggi mostrano una corsa molto più aperta di quanto gli investimenti milionari lasciassero prevedere. Dopo un andamento altalenante, che ultimamente avevano visto prevalere Stevens, in coincidenza con nuovi finanziamenti dell’Aipac e l’amplificazione della propaganda negativa costruita su El Sayed, accusato prevalentemente di sessismo, la situazione attuale dà al medico progressista un vantaggio di 15 punti. A contribuire al cambiamento di clima è stato anche il dibattito del 27 luglio, nel quale lo scontro sui finanziamenti esterni e sul ruolo di Aipac è diventato uno dei temi centrali della sfida. Sul terreno della comunicazione politica si è consumato anche un singolare contrappasso dantesco. La campagna di El-Sayed ha infatti utilizzato una dichiarazione originaria di Stevens sul suo rapporto con Israele, dai toni così enfatici da farla apparire quasi invasata, e l’ha trasformata in uno spot, ripagando la sua avversaria con la stessa moneta usata per anni contro i candidati progressisti.
*Elisabetta Raimondi è stata docente di inglese nella scuola media secondaria pubblica per oltre 40 anni. Attiva in ambito artistico e teatrale, ha cominciato a seguire la Political Revolution di Bernie Sanders nel 2016 per la rivista Vorrei.org. Collabora con Fata Morgana Web e con Libertà e Giustizia.
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