La storia della nave Iuventa: 23mila vite salvate e un processo lungo 7 anni

Pressenza - Wednesday, July 29, 2026

Non un docufilm ma un documentario e un film: al centro la stessa storia, quella della Iuventa e delle 23mila vite che questa nave da soccorso ha potuto salvare prima d’essere fermata e ridotta a un rottame a causa di un processo durato sette anni. Il regista di entrambi è lo stesso, Michele Cinque, ma l’arco temporale delle due opere è diverso: il documentario si concentra sul biennio di attività della nave (2016-2017) e si conclude con l’avvio del procedimento giudiziario da parte della procura di Trapani, il film invece racconta il “prima” e il “dopo”. Sia l’uno che l’altro sono disponibili (e già molto “gettonati”) da pochi giorni sulla piattaforma Netflix, che li ha prodotti. Iuventa è proposto anche da Rai Play, il film anche su Zalab. Un’occasione da non perdere per conoscere una vicenda davvero singolare e le origini di una strategia – la criminalizzazione della solidarietà – ancora e sempre di stringente attualità.

Apprendiamo quindi dal film “23.000 vite” che il progetto partì dall’idea di un ragazzo berlinese appena diplomato, Jacob Schoen. Dopo il liceo il diciannovenne lavorava alla cassa di un supermarket, ma un giorno vide in Tv le immagini di un naufragio nel Mediterraneo e ne rimase “folgorato”. Con la sua ragazza Lena Waldhoff decise di avviare un’ambiziosa iniziativa per acquistare una nave, allestirla e formare un equipaggio che andasse nel Mediterraneo a salvare i migranti. Un’idea da molti giudicata velleitaria e utopistica. Ma il gruppo di giovani “anime belle” battezzato Jugend Rettet (“la gioventù salva”) non si arrese di fronte allo scherno dei detrattori e alle tante porte sbattute in faccia: con il crowd funding racimolò circa 80mila euro, una cifra comunque lontana da quella necessaria. La svolta arrivò grazie alla fondazione creata da un’anziana coppia che finanziò l’acquisto della nave.

Nel luglio 2016 partì la prima missione e con la giovane ciurma si imbarcò anche il regista Michele Cinque, affascinato dalla possibilità di raccontare dal vero una simile impresa. Il film e il documentario ci raccontano l’entusiasmo, il coraggio, le difficoltà e anche i traumi dei salvataggi in mare. Un giorno la nave viene abbordata da una motovedetta libica, l’equipaggio minacciato con le armi e costretto ad allontanarsi da acque internazionali rivendicate come proprie dalle bande armate che – allora come oggi – sequestrano, torturano, stuprano e spesso uccidono i migranti ed estorcono loro migliaia di euro. In altre occasioni vengono recuperati corpi senza vita o un gommone si ribalta, mettendo a dura prova le capacità di salvataggio dei giovani soccorritori. Dopo mesi trascorsi in mare non è poi facile tornare alla vita “normale” durante l’inverno, rapportarsi con persone che non hanno sperimentato la difficoltà ma anche le emozioni forti e il legame profondo che si crea tra i volontari e con i migranti salvati.

Intanto però il clima è cambiato in Europa e si comincia a sentir parlare di “taxi del mare” e di “invasione” dei migranti. La seconda missione non è meno “intensa” della prima ma si interrompe bruscamente il 2 agosto 2017: la nave Iuventa viene sequestrata per ordine della procura di Trapani e i tre giovani “capitani” accusati – sulla base di prove inconsistenti – di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di traffico di esseri umani: reati che prevedono pene fino a vent’anni. L’Europa si divide tra sostenitori e accusatori di Jugend Rettet. La difesa lancia un appello e alcune delle persone soccorse portano la propria testimonianza al processo: nessun accordo con i trafficanti, ma un impegno eroico e indefesso nel salvare la vita a naufraghi disperati.

Il procedimento penale si concluse solo nel 2024 – dopo 7 anni di gogna giudiziaria –: il giudice per l’udienza preliminare di Trapani sancì il non luogo a procedere, e nella sentenza sottolineò come aiutare chi fugge da torture, detenzioni arbitrarie, violenze sessuali, maltrattamenti, sfruttamento sessuale e lavorativo sia un dovere universale e non certo un reato. Nel frattempo però la nave sotto sequestro si era ridotta a un relitto e servirebbe circa mezzo milione di euro per riportarla in condizione di navigare. Un’amara constatazione conclude il film: il processo è costato oltre 4 milioni di euro, quante decine o centinaia di migliaia di vite avrebbero potuto essere salvate con una cifra simile?

Claudia Cangemi