Una cassetta degli attrezzi al tempo del Patto UE: intervista a Sandro Mezzadra

Progetto Melting Pot Europa - Friday, July 24, 2026

È iniziata l’implementazione del Patto europeo su migrazioni e asilo, una radicale riforma della normativa che ridisegna le procedure applicate alle persone migranti che arrivano in Europa. Si tratta di un cambiamento di ampissima portata, che accentua la selettività dei meccanismi di accesso, la limitazione della libertà personale e il controllo della mobilità.

Per prepararsi a fare i conti con questa trasformazione può essere utile interrogarsi non soltanto sul contenuto delle nuove norme, ma anche sulle categorie, i saperi e i paradigmi attraverso cui leggere questa fase da una prospettiva critica

In previsione di un prossimo numero della rivista Controfuoco dedicato al Patto Ue, abbiamo deciso di anticipare la sua pubblicazione con una serie di interviste video per cominciare a rispondere ad alcune domande centrali: come cogliere la portata dei cambiamenti in corso? Come indagarne concretamente gli effetti? Quali strumenti teorici e politici possiamo utilizzare per contestare il Patto?

Ne parliamo con Sandro Mezzadra, professore di Filosofia politica all’Università di Bologna e attivista del collettivo Euronomade.

D. Il Patto europeo su migrazioni e asilo è diffusamente rappresentato come una svolta. Dal tuo punto di vista determina effettivamente un cambiamento di paradigma oppure è in sostanziale continuità con la razionalità delle politiche migratorie europee dell’ultimo decennio?

R. Direi che rappresenta una svolta nella continuità. Il Patto è stato preparato da un lungo sviluppo delle politiche migratorie e di controllo dei confini europei, anche prima dell’ultimo decennio. Indubbiamente, però, c’è una svolta, che credo debba essere compresa in una prospettiva globale, guardando al modo in cui le politiche migratorie e i regimi di controllo dei confini si sono trasformati e induriti negli ultimi anni anche in altre parti del mondo.

Un aspetto che mi colpisce molto nel Patto è il tendenziale superamento della distinzione tra migrazione forzata e migrazione economica. Mi pare che diventi centrale, nei dispositivi proposti dal Patto, il soggetto mobile da filtrare.

Fondamentalmente, di migrazione economica nel Patto non si parla. Credo che questa sia una questione da interrogare, perché la migrazione economica continua a esistere e, in Europa come in altre parti del mondo, nei prossimi anni continuerà a esserci bisogno di migrazione economica.

Una prima indicazione che emerge da questa analisi è quindi la necessità di prestare attenzione al modo in cui la migrazione economica viene gestita. In Europa questo avviene fondamentalmente su base nazionale e attraverso schemi che riprendono la logica della “migrazione scelta”, una formula utilizzata oltre vent’anni fa da Nicolas Sarkozy quando, se non ricordo male, era ancora ministro dell’Interno.

Penso che sia importante, dal nostro punto di vista, ricomporre ciò che il Patto tende a separare: da una parte le politiche di filtro della mobilità cosiddetta irregolare, dall’altra l’allestimento di schemi di reclutamento della migrazione economica, che seguono percorsi molto diversi rispetto a quelli definiti all’interno del Patto.

D. Ti ringrazio per questa panoramica e anche per aver richiamato la necessità di ricomporre ciò che il Patto tende a separare.
Che cosa ti sembra importante cogliere politicamente del Patto? Quale idea di frontiera e di governo delle migrazioni emerge? Nella tua prima risposta hai già affrontato in parte questi temi: c’è qualcos’altro che ritieni importante aggiungere da questo punto di vista?

R. Certamente. Dicevo prima che il Patto tende a superare la distinzione tra migrazione forzata e migrazione economica. Vorrei far notare che, dal punto di vista dell’analisi critica, questo è stato uno dei punti d’onore degli studi sulle migrazioni negli ultimi anni. Ciò che allora veniva individuato criticamente oggi viene invece affermato positivamente.

In fondo qualcosa di simile si può dire anche a proposito dell’idea di confine che emerge dal Patto. Negli ultimi venti o venticinque anni molti e molte di noi hanno messo in evidenza come il confine non coincida affatto con la linea che, sulla mappa, separa territori statali unificati. Mi pare che questa scomposizione del confine sia ulteriormente accelerata dal Patto.

Il confine appare concepito come un insieme di dispositivi che operano lungo l’intera traiettoria della mobilità. Possiamo anche dire che, in qualche modo, il confine precede la mobilità. È un’affermazione significativa, perché noi abbiamo sempre insistito sul fatto che è la mobilità a precedere il confine: sono le forme e le pratiche della mobilità a determinare le trasformazioni di un confine che è sempre all’inseguimento di quelle forme e di quelle pratiche.

Il Patto introduce invece un elemento politico molto forte, che tende a rovesciare questo rapporto.

Inoltre, credo che, distribuito lungo una molteplicità di spazi, il confine costruisca una geografia europea del mondo, attraverso l’indicazione delle modalità con cui le politiche europee si rapportano a soggetti che provengono da diverse parti del mondo.

Anche questa, di per sé, non è una novità. Avevamo messo in evidenza già molti anni fa come le politiche migratorie europee costituissero una componente fondamentale del modo in cui l’Europa costruisce il proprio rapporto con il mondo.

Mi pare, tuttavia, che qui ci sia un salto di qualità. La geografia europea del mondo costruita attraverso questa distribuzione dei confini lungo una molteplicità di spazi è mediata in modo essenziale dalle infrastrutture digitali. Anche questo è un punto che credo debba essere segnalato come estremamente importante.

D. L’implementazione del Patto è anche l’occasione per riflettere sullo stato di salute dei saperi critici in tema di migrazioni. Hai l’impressione che oggi fatichino a incidere nello spazio pubblico e politico? E, in caso di risposta affermativa, qual è la ragione di questa difficoltà? Ha a che fare con la produzione di questi saperi, con la loro circolazione oppure, dal tuo punto di vista, sono rilevanti altre forme di blocco?

R. Intanto direi che negli ultimi anni c’è stato un grandissimo investimento all’interno degli studi critici sulle migrazioni e sui confini. Molte ricercatrici e molti ricercatori, attiviste e attivisti, si sono dedicati con grande passione e generosità allo studio critico delle migrazioni e dei confini. Uno studio critico che ha conosciuto un grande sviluppo in Italia, così come a livello internazionale.

Tuttavia la mia impressione, che in fondo conferma quello che dicevi nella tua domanda, è che ci si trovi effettivamente di fronte a un’impasse. Un’impasse che qualificherei prima di tutto in termini politici.

Mentre la destra, in Europa e altrove nel mondo, costruisce aberranti progetti politici complessivi a partire dal contrasto della migrazione, gli studi critici sono in qualche modo ripiegati sullo specialismo. Si sono progressivamente accomodati all’interno di nicchie.

Dicevamo, anni fa, che la migrazione è una lente che consente di leggere il mondo nel suo insieme: la società, lo sviluppo del capitalismo, le lotte sociali e di classe.

Questa prospettiva oggi, paradossalmente, è appropriata dalle destre estreme che, naturalmente, a partire dalle migrazioni costruiscono aberranti progetti politici complessivi.

Rispetto alla nostra parte, quello che si può dire è che, all’interno del discorso pubblico, i saperi giuridici hanno qualche spazio, così come l’umanitarismo, rappresentato tanto dalle organizzazioni della società civile quanto, in modo particolare, dalla Chiesa cattolica.

Saperi giuridici e umanitarismo sono entrambi essenziali, ma anche insufficienti a costruire, a partire dalla migrazione, un’idea di mondo che permetta di giocare non soltanto in difesa all’interno del discorso pubblico.

Mi sembra che quello che manca – naturalmente non è una responsabilità che attribuisco a qualcuno; in primo luogo la attribuisco a me stesso – sia una visione, tra molte virgolette, “positiva”.

Oggi non è venuto meno il rapporto tra studi critici sulle migrazioni e attivismo, ma questo rapporto si sviluppa fondamentalmente, da una parte, all’interno dell’accademia e, dall’altra, all’interno di spazi di confine che non riusciamo a rimettere al centro di un’analisi complessiva della società e del mondo in cui viviamo.

D. In effetti la parabola della remigrazione è un ambito in cui è molto evidente la tensione che descrivi. La destra agita un immaginario molto forte, aberrante ma strutturato, mentre i movimenti lo contestano, in maniera molto opportuna, come è avvenuto anche con la grande mobilitazione del 13 giugno qui a Roma. Eppure faticano ancora a elaborare una prospettiva autonoma sulle migrazioni.
Tornando al Patto, quali strumenti – intesi come categorie, elementi teorici, dimensioni analitiche o anche pratiche militanti – ti sembrano oggi utili per leggere le trasformazioni in corso? E quali strumenti, elaborati nell’ambito degli studi critici o delle pratiche di movimento, ti sembrano invece oggi insufficienti o non più adeguati per confrontarsi politicamente con le sfide poste dal Patto?

R. Evidentemente il Patto chiama in causa, prima di tutto, il lavoro di avvocate e avvocati. Richiede la mobilitazione di quelli che prima chiamavo i saperi giuridici, ed è una mobilitazione fondamentale. Vorrei sottolineare la straordinaria generosità di avvocate, avvocati, giuriste e giuristi.

Provo però a dire qualcosa che va oltre questo aspetto e, in qualche modo, anche oltre il Patto. Penso che sia fondamentale, ancora una volta, cercare di istituire collegamenti tra quello che accade nelle nostre città e quello che accade lungo i confini.

La flotta civile mobilitata nel Mediterraneo deve diventare, ancora più di quanto non sia, una lente che ci permetta di cogliere le dinamiche, i movimenti e i conflitti della migrazione all’interno delle nostre città.

D’altro canto, se guardiamo alle lotte sociali più significative degli ultimi anni – alle lotte per la casa, alle lotte sul lavoro – il protagonismo migrante è innegabile. Dobbiamo però essere in grado di collegarlo con quanto accade lungo i confini. E qui, se vuoi, c’è anche il collegamento con il Patto.

Riprendo poi quello che dicevo prima: la necessità di collegare la lotta contro gli effetti del Patto – cioè, per dirla molto rapidamente, contro i suoi effetti di esclusione – con la lotta intorno ai nuovi schemi di reclutamento e, dunque, con quella che negli anni scorsi abbiamo definito “inclusione differenziale”.

C’è poi un’altra questione che mi sta particolarmente a cuore e che riguarda un aspetto fondamentale dei confini. Ormai molti anni fa, all’inizio del secolo, Étienne Balibar sottolineava come ciascun confine dovesse essere analizzato criticamente dal punto di vista del ruolo che svolge all’interno della configurazione del mondo. Sottolineava, cioè, che esiste un’articolazione dei confini e che questa articolazione contribuisce a determinare la configurazione del mondo.

Ecco, a me sembra che oggi la configurazione del mondo sia a pezzi. Quando parliamo di una congiuntura di guerra ci riferiamo precisamente a questa disarticolazione della configurazione del mondo. Qui naturalmente si apre un problema che riguarda il rapporto tra confini e guerra, ma anche, più in generale, la riorganizzazione degli spazi e dei regimi della mobilità globale in una congiuntura segnata dalla guerra.

Credo che questo sia un punto fondamentale per lo sviluppo degli studi critici sui confini nel prossimo futuro.

D. Per chiudere, abbiamo immaginato una cassetta degli attrezzi che possa essere utile a questa galassia di attiviste e attivisti, operatrici e operatori, avvocate e avvocati che in queste settimane stanno studiando la nuova normativa, organizzando formazioni e autoformazioni e preparando i primi viaggi alle frontiere per monitorare gli effetti del Patto.
Ci piacerebbe contribuire, per quanto possibile, a costruire questa ideale cassetta degli attrezzi, fornendo strumenti di approfondimento che non siano soltanto giuridici.
Che cosa consiglieresti di metterci dentro? Quali libri, articoli, film o altri materiali suggeriresti a chi, con grande generosità, sta iniziando a confrontarsi con l’implementazione del Patto?

R. Restando all’Italia, per quanto riguarda gli studi sulle migrazioni e sui confini c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Credo che sia importante continuare a tenere al centro della nostra discussione la libertà di movimento. Il libro di Gennaro Avallone, uscito da poco, ci permette di farlo.

Ho sempre sottolineato l’importanza del rapporto tra migrazioni e lavoro, tra migrazioni e trasformazioni del lavoro. Vorrei quindi indicare un libro che considero molto originale e importante, quello di Davide Sacchetto e Gabriella Alberti, Lavoro migrante.

Potrei continuare a lungo, ma non credo sia necessario. Per me è più importante, sulla base di quello che dicevo prima, sottolineare l’importanza che attiviste e attivisti che lavorano sui confini e sulle migrazioni si formino anche attraverso libri che non affrontano direttamente il tema delle migrazioni.

Dal Capitale di Marx ai libri sull’intelligenza artificiale – penso, ad esempio, al libro di Matteo Pasquinelli – fino ai lavori sul capitalismo contemporaneo e sulla logistica.

Penso, ad esempio, al libro di Deborah Cowen sulla logistica, che considero estremamente importante perché ricostruisce le trasformazioni di un paradigma della mobilità delle merci che ha implicazioni estremamente significative anche per la gestione della mobilità delle persone.

Poi, dato che menzioni anche i film, ne ricordo due. Il primo è Green Border, di Agnieszka Holland, che penso costituisca un monito rispetto a quella che è la realtà – in questo caso quella del confine tra Polonia e Bielorussia – da cui nasce il Patto.

L’ultima indicazione è Human Flow, il film di Ai Weiwei del 2017, che ricostruisce quella dimensione globale delle migrazioni, tra guerre, espropriazioni, collasso ambientale e repressione politica, che non dobbiamo mai dimenticare.

Francesco Ferri: Molte grazie, Sandro, per questa panoramica, per i consigli e anche per l’invito a collocare lo sguardo critico sulle migrazioni all’interno di una prospettiva globale, sia dal punto di vista dello spazio sia da quello dei saperi necessari per affrontare adeguatamente le sfide poste dal Patto.
Ti ringraziamo molto e ti auguriamo una buona giornata.

Sandro Mezzadra: Grazie anche a te e anche a voi.

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