Una cassetta degli attrezzi al tempo del Patto UE: intervista a Miguel Mellino
L’implementazione del Patto europeo su migrazione e asilo è ormai imminente. La
radicale riforma della normativa europea ridisegna le modalità di gestione delle
cosiddette frontiere esterne, accentuando la selettività dei meccanismi di
accesso, il ricorso alla limitazione della libertà personale e il controllo
della mobilità.
Per prepararsi a fare i conti con questa trasformazione può essere utile
interrogarsi non soltanto sul contenuto delle nuove norme, ma anche sulle
categorie, i saperi e i paradigmi attraverso cui leggere questa fase da una
prospettiva critica.
In previsione di un prossimo numero della rivista Controfuoco dedicato al Patto
Ue, abbiamo deciso di anticipare la sua pubblicazione con una serie di
interviste video per cominciare a rispondere ad alcune domande centrali: come
cogliere la portata dei cambiamenti in corso? Come indagarne concretamente gli
effetti? Quali strumenti teorici e politici possiamo utilizzare per contestare
il Patto?
Abbiamo immaginato questa serie di conversazioni partendo da una convinzione: il
rischio, di fronte all’imminente implementazione del Patto, è quello di rimanere
schiacciati dalle novità normative e di utilizzare esclusivamente lenti
giuridiche per interpretare quanto sta accadendo. Si tratta di uno sguardo
indispensabile, ma non sufficiente. Per questo ci sembra importante riflettere
anche sullo stato di salute degli studi critici sulle migrazioni e provare a
condividere suggestioni, categorie analitiche e piste di ricerca che possano
aiutare a comprendere e contrastare gli effetti del Patto.
L’obiettivo è costruire una sorta di “cassetta degli attrezzi” accessibile non
soltanto a ricercatrici e ricercatori, ma anche ad attiviste e attivisti,
operatrici e operatori e, più in generale, a tutte le persone che nei prossimi
mesi si confronteranno con le trasformazioni introdotte dalla nuova normativa
europea.
Ne parliamo con Miguel Mellino, professore associato presso il Dipartimento di
Scienze Umane e Sociali dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”.
D. IL PATTO EUROPEO SU MIGRAZIONE E ASILO È DIFFUSAMENTE RAPPRESENTATO COME UNA
SVOLTA. DAL TUO PUNTO DI VISTA DETERMINA UN CAMBIO DI PARADIGMA OPPURE SI
COLLOCA IN SOSTANZIALE CONTINUITÀ CON LA RAZIONALITÀ DELLE POLITICHE MIGRATORIE
EUROPEE DELL’ULTIMO DECENNIO?
R. Non lo considero né una totale continuità né una totale svolta. Partirei da
qui, perché mi sembra importante evitare formule troppo comode. Sicuramente il
Patto segna uno spartiacque nella storia dei regimi migratori europei, ma nel
senso che radicalizza una serie di dispositivi di controllo delle migrazioni che
erano già presenti.
Vorrei chiarire un punto che non sempre viene messo sufficientemente in
evidenza: i regimi di controllo delle migrazioni e i dispositivi di controllo
delle migrazioni sono anche dispositivi di controllo e di produzione della
popolazione nel suo insieme. Per questo motivo io vedo il Patto come una
radicalizzazione di elementi che appartengono già alla grammatica generativa
giuridica, politica, economica e, aggiungerei, razziale dell’Unione europea fin
dalla sua costituzione, e in particolare a partire da Maastricht e Schengen.
Non lo vedo come qualcosa che rompe con quella logica. Lo vedo piuttosto come
una radicalizzazione di alcune delle logiche che erano già inscritte nei
processi di formazione dell’Unione Europea.
Dove dobbiamo allora cercare la specificità del Patto? A mio avviso, nella
congiuntura di cui è espressione. Qui mi rifaccio a un autore a cui sono molto
legato, Stuart Hall, e ai suoi richiami all’analisi gramsciana delle
congiunture. Se vogliamo comprendere la logica del Patto dobbiamo cercarla nella
congiuntura storica e politica di cui esso è espressione.
Attenzione però: non in modo meccanicistico. Non credo che la congiuntura
determini automaticamente il Patto. Il Patto è piuttosto una lettura, una
rielaborazione, una modalità di governo di quella congiuntura da parte delle
forze politiche oggi dominanti nelle istituzioni europee e nei governi
nazionali. Questo mi sembra un punto importante da sottolineare.
Quali sono allora gli elementi principali di questa congiuntura?
Innanzitutto ci troviamo all’interno di regime di guerra globale. Abbiamo almeno
tre scenari di guerra che non sembrano destinati a trovare una soluzione nel
breve periodo. Il primo è la guerra in Ucraina, iniziata nel 2022. Il secondo è
il genocidio in corso in Palestina, che ha prodotto conseguenze e squilibri
nell’intera regione. Il terzo è il conflitto che coinvolge l’Iran e che si è
aggiunto a questo quadro già estremamente instabile.
A tutto questo si somma la crisi economica legata alla competizione tra Stati
Uniti e Cina e alla progressiva messa in discussione della forma che la
globalizzazione ha assunto negli ultimi trent’anni. Stiamo vivendo una fase di
transizione caratterizzata da un forte livello di caos sistemico, dalla
distruzione di un ordine politico e giuridico internazionale e dalla nascita di
qualcosa che ancora non siamo in grado di definire.
Tuttavia abbiamo alcuni elementi che possono aiutarci a comprendere ciò che sta
accadendo. Se pensiamo alle analisi delle transizioni egemoniche, ad esempio a
quelle proposte da Giovanni Arrighi, possiamo osservare che oggi, diversamente
da altre fasi storiche, non esiste una potenza, una regione o un blocco capace
di esercitare un’egemonia stabile sul resto del mondo. Questo lascia presagire
una situazione di instabilità e di caos prolungati.
Da questo punto di vista il primo elemento per leggere il Patto è proprio il
modo in cui l’Europa, attraverso le sue forze politiche dominanti, interpreta
questa congiuntura e propone una specifica forma di governo delle migrazioni e,
più in generale, delle popolazioni.
C’è poi un ulteriore aspetto che a mio avviso viene discusso troppo poco. Questa
congiuntura non è soltanto una fase di crisi sistemica o di policrisi. È anche
un momento storico segnato dalla crisi dell’egemonia occidentale sul resto del
mondo.
Si tratta di un passaggio enorme nella storia degli ultimi cinque o sei secoli.
Oggi stiamo assistendo non soltanto all’indebolimento dell’egemonia occidentale,
ma anche alla crisi di un dominio che ha strutturato per secoli i rapporti
globali. Questo elemento è fondamentale per comprendere la fase che stiamo
attraversando.
Il terzo elemento è l’ascesa delle nuove destre sovraniste, regressive e
nazionaliste. Anche qui però bisogna essere precisi. Il sovranismo europeo non
si caratterizza per un vero nazionalismo economico. Piuttosto si esprime come
pugno duro nei confronti delle popolazioni considerate deboli, vulnerabili e,
soprattutto, migranti.
Questo vale non soltanto per l’Europa. Pensiamo anche all’emergere delle nuove
destre in America Latina, come il caso di Javier Milei in Argentina. Non siamo
di fronte a progetti di nazionalismo economico, ma piuttosto a tentativi di
ricomporre un governo razziale e patriarcale delle popolazioni.
A mio avviso questo va letto anche come una reazione alle trasformazioni
prodotte negli ultimi decenni dalle lotte femministe, dai movimenti
antirazzisti, dagli studi critici sull’immigrazione, sul colonialismo e
sull’eredità coloniale. Per usare un’espressione foucaultiana, si potrebbe dire
che queste lotte hanno inciso sulla microfisica del potere, mettendo in
discussione l’autorità di determinati soggetti e assetti di dominio. Le nuove
destre cercano in parte di restaurare quell’ordine.
Per questo motivo la logica del Patto va cercata nella congiuntura, ma
soprattutto nella lettura politica che le forze dominanti danno di questa
congiuntura.
Tra gli aspetti che mi sembrano più rilevanti c’è la radicalizzazione
dell’arbitrio sovrano nei confronti dei diritti dei richiedenti asilo e dei
migranti. Per interpretare questo processo trovo utile richiamare una tradizione
teorica che in Italia viene ancora poco utilizzata: la tradizione radicale nera,
l’archivio non bianco, ciò che Cedric Robinson definiva la Black Radical
Tradition.
Da questa prospettiva si può leggere il Patto come una forma di legalizzazione
di ciò che potremmo chiamare un terrore sovrano necropolitico. Mi interessa
utilizzare questa espressione perché restituisce l’idea di una violenza
istituzionale che non opera più soltanto in forme eccezionali, ma che viene
progressivamente normalizzata e distribuita all’interno degli stessi dispositivi
ordinari di governo delle migrazioni, dell’asilo, dei diritti e dei
respingimenti.
Un altro punto che meriterebbe maggiore attenzione riguarda l’accelerazione
nella costruzione di centri di trattenimento e rimpatrio al di fuori dei confini
europei, i cosiddetti hub esterni, di cui l’Italia è stata una delle principali
promotrici.
Credo sia importante ricordare che questo modello non nasce in Europa. Una delle
sue matrici principali è l’esperienza australiana. E non è un dettaglio
secondario che l’Australia sia uno Stato profondamente segnato dal colonialismo
d’insediamento. Da questo punto di vista si può leggere l’esternalizzazione
delle frontiere come una forma attraverso cui alcune logiche coloniali
continuano a essere riattivate nel presente europeo.
Infine c’è una questione che continuo a ritenere centrale. Nei dibattiti sulle
migrazioni e sul Patto si parla ancora troppo poco di colonialità. In
particolare in Italia fatichiamo a mettere realmente al lavoro politicamente
questo nesso tra colonialismo, razzismo, migrazioni e realtà nazionale ed
europea.
D. QUAL È, DAL TUO PUNTO DI VISTA, LO STATO DI SALUTE DEI SAPERI CRITICI SULLE
MIGRAZIONI? HAI L’IMPRESSIONE CHE OGGI FATICHINO A INCIDERE NELLO SPAZIO
PUBBLICO E POLITICO? E, SE SÌ, DA COSA DIPENDE QUESTA DIFFICOLTÀ?
R. Ripartirei da un punto che avevo già accennato. Quando parliamo del Patto e
delle trasformazioni in corso, emerge certamente un’ulteriore militarizzazione
delle frontiere. Tuttavia dobbiamo intenderci sul significato di questa
espressione. La militarizzazione contemporanea procede di pari passo con la
digitalizzazione della sorveglianza e con lo sviluppo di tecnologie sempre più
sofisticate di identificazione, controllo e deportazione.
Questi processi, a loro volta, sono profondamente intrecciati alle
trasformazioni economiche in corso e alle nuove forme di concentrazione
monopolistica del potere economico che caratterizzano il capitalismo
contemporaneo.
Per quanto riguarda i saperi critici sulle migrazioni, farei tre considerazioni.
La prima riguarda la natura della congiuntura che abbiamo di fronte. Ci troviamo
in una fase storica diversa da quella per cui sono stati elaborati molti degli
strumenti teorici che utilizziamo ancora oggi. Questo non significa che quei
lavori abbiano perso valore. Al contrario, penso che una parte importante degli
studi critici sulle migrazioni continui a parlare al presente.
In particolare, nel caso italiano, abbiamo prodotto elaborazioni teoriche che
hanno avuto una notevole autorevolezza anche a livello europeo, non soltanto nei
circuiti accademici ma anche in quelli militanti e politici. Esiste una
tradizione importante che non va affatto abbandonata.
Tuttavia credo che oggi dobbiamo interrogarci sulla necessità di rinnovare
alcune categorie interpretative. Non perché quelle precedenti fossero sbagliate,
ma perché sono state elaborate per comprendere una congiuntura diversa da quella
attuale.
Dobbiamo chiederci quali strumenti siano ancora adeguati e quali invece
richiedano un aggiornamento. Questo è particolarmente importante se vogliamo
contrastare politicamente la fase che stiamo attraversando.
Da questo punto di vista, continuo a pensare che non sia possibile separare il
governo delle migrazioni dal regime di guerra che caratterizza il presente. La
lotta per i diritti dei migranti e delle persone richiedenti asilo dovrebbe
essere articolata all’interno di un più ampio movimento contro la guerra.
Allo stesso modo, credo che non possa essere separata da ciò che sta accadendo
in Palestina. Non si tratta di questioni distinte. Sono processi profondamente
intrecciati e andrebbero analizzati come tali.
La seconda considerazione riguarda un elemento che spesso viene sottovalutato:
l’esistenza di un vero e proprio attacco istituzionale e politico ai saperi
critici.
Non credo che il problema sia soltanto una difficoltà di comunicazione o di
diffusione. Certamente esistono anche questi aspetti, ma c’è qualcosa di più
profondo. Assistiamo a un’offensiva sovrana sempre più esplicita contro
determinati saperi e contro determinate forme di produzione critica della
conoscenza.
Quello che sta accadendo negli Stati Uniti è particolarmente evidente e
rappresenta, per certi versi, un caso emblematico. Penso agli attacchi alle
università, ai tentativi di ridimensionarne l’autonomia e di colpire alcuni
ambiti di ricerca considerati politicamente scomodi.
Ma sarebbe sbagliato pensare che si tratti di una dinamica esclusivamente
statunitense. Anche in Europa osserviamo da tempo processi analoghi, seppure con
forme diverse. Per questo motivo ritengo che la difesa dei saperi critici debba
essere considerata uno dei terreni fondamentali del conflitto politico
contemporaneo.
La terza osservazione riguarda invece alcuni limiti interni agli stessi studi
critici sulle migrazioni.
Da anni concentriamo molta attenzione sulle frontiere esterne, sui dispositivi
di controllo migratorio e sugli effetti che essi producono. Si tratta di un
lavoro indispensabile, che ha consentito di comprendere meglio il funzionamento
dei regimi di frontiera europei.
Tuttavia, almeno in Italia e in buona parte dell’Europa continentale – con
alcune eccezioni, penso ad esempio a parte della produzione britannica e
francese degli ultimi decenni – si tende ancora a prestare relativamente poca
attenzione alle popolazioni non bianche che vivono stabilmente all’interno delle
società europee.
Quando si parla di razzismo, molto spesso ci si concentra sulle persone che
cercano di attraversare le frontiere o sugli effetti delle politiche migratorie,
mentre si analizzano meno le dinamiche di razzializzazione che attraversano la
vita quotidiana delle persone non bianche che vivono in Europa, comprese quelle
nate e cresciute qui.
Uso volutamente un’espressione problematica come “seconde e terze generazioni”,
pur sapendo che presenta molti limiti. Ma il punto è chiaro: esiste una parte
significativa delle popolazioni europee che continua a essere oggetto di
processi di razzializzazione e che rimane spesso ai margini delle nostre
analisi.
Parliamo ancora troppo poco di razzismo strutturale, di razzismo istituzionale e
di segregazione lavorativa.
Pensiamo ad alcuni episodi recenti avvenuti in Italia. Penso all’omicidio di
Bakary Sakho a Taranto oppure all’incendio in cui hanno perso la vita quattro
lavoratori migranti di origine asiatica.
Se non utilizziamo categorie come razzismo strutturale o razzismo istituzionale
rischiamo di rendere invisibili questi fenomeni. E ciò che rimane invisibile
diventa molto più difficile da contrastare politicamente.
Naturalmente tutto questo non significa che la questione del permesso di
soggiorno o della produzione dell’irregolarità sia secondaria. Al contrario,
resta centrale. La precarizzazione giuridica di una parte della popolazione
produce vulnerabilità, ricattabilità e sfruttamento.
Ma le dinamiche di razzializzazione eccedono la dimensione dello status
giuridico. Rimandano alla storia europea, all’eredità coloniale, alle forme di
governo della popolazione e anche alle modalità attraverso cui le nuove destre
stanno ridefinendo il discorso pubblico. Da questo punto di vista mi sembra che
esista ancora un vuoto teorico e politico importante.
D. IMMAGINIAMO DI CONTRIBUIRE ALLA COSTRUZIONE DI UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI
PER AFFRONTARE IL PATTO. QUALI STRUMENTI TEORICI, CATEGORIE ANALITICHE O
PRATICHE MILITANTI TI SEMBRANO OGGI PARTICOLARMENTE UTILI? E QUALI, INVECE,
RISCHIANO DI ESSERE INSUFFICIENTI O FUORI FUOCO?
R. Rispondo pensando soprattutto al nostro contesto immediato, cioè all’Italia.
Non proverò a fare una panoramica globale, ma a partire da ciò che mi sembra più
urgente per noi.
La prima cosa che mi viene da dire è che in Italia continuiamo a leggere troppo
poco autori e autrici non bianchi. Si conosce ancora poco la produzione teorica
e politica che proviene dalle tradizioni intellettuali nere, dalle esperienze
non occidentali o da contesti segnati direttamente dal colonialismo e dalle sue
eredità.
Non si tratta semplicemente di ampliare il canone accademico o di aggiungere
qualche autore a una bibliografia. Molti di questi lavori sono il prodotto di
inchieste militanti, di movimenti sociali, di pratiche politiche e di lotte che
hanno cercato di comprendere il rapporto tra razzismo, colonialismo, migrazioni
e capitalismo a partire da esperienze storiche molto concrete.
Allo stesso tempo bisogna evitare un errore che viene commesso abbastanza
spesso. Le categorie che nascono in altri contesti non possono essere
semplicemente importate e utilizzate automaticamente nel nostro.
Questo vale per concetti come intersezionalità, razzializzazione, colonialità e
per molte altre categorie oggi molto diffuse. Sono strumenti preziosi, ma vanno
tradotti. E la traduzione non è un’operazione secondaria. Se non facciamo questo
lavoro rischiamo di trasformare quelle categorie in formule astratte, magari
molto eleganti sul piano teorico, ma poco utili per comprendere e trasformare la
realtà in cui viviamo.
In altre parole, possiamo partecipare a tutti i dibattiti sulla cosiddetta
Global Theory, ma se quelle categorie non riescono a diventare strumenti di
analisi e di intervento nella situazione concreta italiana finiscono per perdere
gran parte della loro forza politica.
In quest’ottica, un’autrice che considero particolarmente importante è Ruth
Wilson Gilmore. Mi interessa soprattutto il suo lavoro sul rapporto tra
razzismo, securitarismo, sistema carcerario e governo delle popolazioni.
Testi come Golden Gulag o Abolition Geography propongono definizioni del
razzismo che trovo molto utili anche per leggere il contesto europeo
contemporaneo.
Un altro riferimento che continuo a considerare fondamentale è Policing the
Crisis di Stuart Hall e del gruppo di collaboratori del Centre for Contemporary
Cultural Studies di Birmingham.
È un libro che torna continuamente a sembrarmi attuale. Ovviamente molte cose
sono cambiate in cinquant’anni, ma quel testo continua a offrire indicazioni
metodologiche estremamente preziose. In particolare mostra come il panico morale
possa essere prodotto e mobilitato politicamente per governare situazioni di
crisi.
Mi sembra una chiave interpretativa ancora molto efficace per comprendere molti
fenomeni contemporanei.
Tra l’altro, una delle intuizioni più interessanti di quel lavoro è che il
panico morale nelle società occidentali è quasi sempre un panico morale bianco.
Anche questo è un aspetto che continua a parlarci molto del presente.
Un altro autore che consiglierei di leggere è Achille Mbembe. In particolare
trovo molto stimolante il suo ultimo libro, Brutalismo.
Mi interessa perché riesce a mettere insieme processi che spesso tendiamo a
trattare separatamente: le migrazioni, la razzializzazione, le nuove forme di
estrazione e le trasformazioni contemporanee del capitalismo globale.
Accanto a questi riferimenti, naturalmente, non rinuncerei affatto alla
tradizione degli studi critici sulle migrazioni sviluppata in Italia negli
ultimi decenni. Penso ai lavori di Sandro Mezzadra, Nicholas De Genova, Enrica
Rigo e di molte altre figure che hanno contribuito a costruire un patrimonio
teorico ancora estremamente importante.
Non credo che il problema sia abbandonare quella tradizione. Al contrario, penso
che continui a parlare al presente. La questione è piuttosto come aggiornarla
alla luce delle trasformazioni che stiamo attraversando.
C’è poi un altro ambito di ricerca che mi sembra particolarmente importante e
che negli ultimi anni ho trovato sempre più utile: gli studi sulla deportazione.
Spesso immaginiamo la deportazione semplicemente come l’espulsione di una
persona da un territorio o, per usare il linguaggio dell’estrema destra
contemporanea, come una forma di “remigrazione”.
In realtà la deportazione è molto di più. È una tecnologia politica che ha avuto
un ruolo fondamentale nella produzione della cittadinanza moderna.
La letteratura critica, soprattutto quella sviluppata negli Stati Uniti, mostra
chiaramente come la deportazione non sia un’eccezione o una deviazione rispetto
al funzionamento ordinario dello Stato moderno. Al contrario, è uno dei
dispositivi attraverso cui vengono costruiti i confini della comunità politica e
vengono definite appartenenze, esclusioni e gerarchie di cittadinanza.
Da questo punto di vista la deportazione è stata presente fin dall’inizio nella
formazione degli Stati moderni.
Anche qui il legame con il colonialismo è profondo. Le prime grandi pratiche di
deportazione di massa si sviluppano infatti all’interno di contesti coloniali e,
in particolare, nei paesi segnati dal colonialismo d’insediamento.
Penso agli Stati Uniti, all’Australia, ma anche all’Argentina, che è il paese da
cui provengo. Questo ci aiuta a comprendere come le politiche contemporanee di
espulsione e di esternalizzazione delle frontiere non rappresentino una novità
assoluta, ma si inseriscano all’interno di genealogie molto più lunghe e
profonde.
D. C’È UN ULTIMO ELEMENTO CHE VORRESTI AGGIUNGERE A QUESTA RIFLESSIONE SULLA
“CASSETTA DEGLI ATTREZZI”?
R. Sì. C’è una questione che vorrei aggiungere, anche a costo di essere
frainteso o di risultare impopolare. Mi preoccupa una certa ondata anti-woke che
vedo emergere all’interno di una parte della sinistra che ci sono vicini. Non
sto parlando della destra o dei settori apertamente reazionari: lì il problema è
evidente e non mi interessa particolarmente discuterlo. Mi interessa invece ciò
che accade all’interno di una costellazione politica che, almeno in teoria,
dovrebbe condividere una sensibilità antirazzista e femminista.
Quello che non mi convince è il terreno sul quale questa critica viene spesso
formulata. Ho l’impressione che si collochi all’interno di un campo discorsivo
costruito dalla destra e dalle sue categorie.
Penso, per esempio, all’idea di “guerra culturale” oppure alle polemiche sulla
cosiddetta cancel culture. Mi sembra che una parte della sinistra finisca per
muoversi dentro coordinate che non ha contribuito a costruire e che, anzi, sono
state elaborate proprio da quelle forze che combattono apertamente le politiche
femministe e antirazziste.
Questo è un terreno scivoloso, perché rischia di trasformarsi facilmente in una
critica dell’antirazzismo o del femminismo considerati come ostacoli a una
politica di classe.
Personalmente considero questo un rischio serio. Non perché ritenga che le
pratiche femministe o antirazziste siano esenti da contraddizioni o da problemi.
Naturalmente non è così. Ma credo che il modo in cui viene oggi costruita la
critica all’universo woke finisca spesso per riprodurre il linguaggio e le
priorità della destra.
C’è poi un altro elemento che mi sembra importante ricordare. La parola woke
appartiene originariamente alla tradizione di lotta afroamericana. Nasce
all’interno delle esperienze politiche delle comunità nere negli Stati Uniti e
rimanda all’idea di una vigilanza critica nei confronti del razzismo e delle
forme di oppressione.
Per questo motivo mi sembra problematico che venga utilizzata quasi
esclusivamente come insulto o come etichetta denigratoria, anche da parte di
soggetti che si collocano a sinistra.
Naturalmente si può discutere criticamente di alcune evoluzioni delle politiche
femministe, antirazziste o delle cosiddette identity politics. Ma per farlo
occorre prima chiarire di cosa stiamo parlando.
Anche il dibattito sulle politiche dell’identità mi convince poco per come viene
spesso impostato. Io ad esempio sono a favore delle identity politics. Però
dovremmo prima capire cosa intendiamo esattamente con quella espressione.
Inoltre, in un paese come l’Italia, la situazione appare quasi paradossale. Si
tende a criticare e a voler archiviare forme di politica dell’identità che, in
realtà, non si sono mai sviluppate davvero in maniera significativa.
Per questo motivo trovo singolare che si voglia liquidare qualcosa che, almeno
nel nostro contesto, non ha mai assunto la centralità che le viene attribuita
nel dibattito pubblico.
Il rischio è che, nel tentativo di prendere le distanze da certe derive reali o
presunte, si finisca per giocare sul terreno in cui la destra si sente più forte
e più a suo agio: quello dell’antifemminismo, della delegittimazione
dell’antirazzismo e dell’attacco alle cosiddette politiche inclusive.
A me sembra una questione che meriterebbe una discussione molto più approfondita
di quella che abbiamo avuto finora.
Vorrei chiudere con una domanda che considero centrale. Come mai l’Italia, dopo
oltre cinquant’anni di immigrazione, non è riuscita a produrre un movimento
antirazzista capace di diventare uno dei pilastri dell’elaborazione politica
contemporanea?
È davvero un problema oppure no?
Perché spesso si sostiene che l’antirazzismo, gli studi decoloniali o
postcoloniali abbiano indebolito una certa politica di classe. Ma, guardando
alla storia italiana, il punto è che un movimento antirazzista forte non lo
abbiamo mai avuto.
E questo, per me, è precisamente il problema. È una questione sulla quale
dovremmo interrogarci seriamente, soprattutto se osserviamo ciò che accade oggi
nelle nostre società.
Viviamo in un contesto in cui la violenza razzista appare sempre più aggressiva,
più esplicita e più facilmente giustificabile nello spazio pubblico. Le persone
non bianche, migranti o figlie delle migrazioni continuano a essere esposte a
forme di discriminazione e di violenza che dovrebbero interrogarci molto più di
quanto non facciano oggi.
Per questo motivo continuo a pensare che la domanda sull’assenza di un forte
movimento antirazzista in Italia sia una domanda politica fondamentale.
D. DAL TUO PUNTO DI VISTA, QUALI SONO LE RAGIONI DI QUESTA DIFFICOLTÀ?
R. Penso che la ragione principale sia che continuiamo a vivere in una società
profondamente cieca rispetto alla razza come principio strutturante dei rapporti
sociali.
Non c’è molto altro da aggiungere. Continuiamo a essere ciechi alla razza.
Spesso si riconosce l’esistenza del razzismo, ma lo si tratta come un fenomeno
secondario, come una conseguenza o come una semplice sovrastruttura. Si dice:
certo, esiste anche il razzismo. Ma poi non si prova davvero a capire in che
modo i processi di razzializzazione strutturino la società italiana.
Io penso invece che la razza faccia parte della struttura stessa delle società
contemporanee. Non è qualcosa che sta fuori dal capitalismo o che funziona come
un semplice diversivo. È intrecciata storicamente ai processi di accumulazione,
di governo e di organizzazione della società.
Per questo motivo non basta affermare che il razzismo esiste. Bisogna mostrare
concretamente in che modo gli spazi sociali, economici e politici italiani siano
attraversati da dinamiche di razzializzazione.
Naturalmente esistono lotte straordinarie per i diritti dei migranti. Ci sono
state e continuano a esserci mobilitazioni importanti, spesso costruite dagli
stessi migranti. Tuttavia queste lotte raramente riescono a tradursi in un
movimento antirazzista più ampio.
Razza e razzismo vengono continuamente ricondotti in secondo piano, come se
fossero questioni accessorie rispetto ad altre contraddizioni sociali.
Questo, a mio avviso, è uno dei problemi fondamentali. Un secondo elemento
riguarda il rapporto con il passato coloniale.
Oggi non possiamo più parlare semplicemente di una rimozione del colonialismo
italiano. Negli ultimi vent’anni è stata prodotta una quantità enorme di studi,
ricerche e lavori che hanno ricostruito il ruolo del colonialismo nella storia
italiana.
Entriamo in una libreria e troviamo interi scaffali dedicati a questi temi. Sono
stati pubblicati lavori eccellenti da parte di ricercatori, ricercatrici,
attivisti e attiviste.
Per questo motivo non credo che il problema sia ancora la rimozione. Credo che
il problema sia più profondo. Esiste una sorta di resistenza strutturale che
impedisce a questo patrimonio di conoscenze di entrare realmente nello spazio
pubblico, nelle istituzioni culturali, nell’università e nella politica.
In questo senso parlerei quasi di una forma di razzismo istituzionale che
continua a ostacolare la piena circolazione di questi saperi. C’è poi un’ultima
questione che considero importante.
Penso che continui a sopravvivere una forma di marxismo riduzionista, un
marxismo volgare, che tende a considerare fenomeni come il razzismo, la
segregazione, le fantasie di sterminio o persino il genocidio come semplici
effetti derivati della logica economica del capitale.
A mio avviso questa spiegazione non è sufficiente. Questi fenomeni eccedono la
sola dimensione economica. Per comprenderli dobbiamo guardare anche alla storia
coloniale e alle forme di governo razziale che quella storia ha prodotto.
Lo stesso sviluppo della cittadinanza moderna e del regime proprietario moderno
è molto più intrecciato ai processi di razzializzazione di quanto normalmente
siamo disposti a riconoscere. La proprietà moderna, la cittadinanza moderna, le
distinzioni tra chi appartiene e chi non appartiene alla comunità politica si
sviluppano storicamente all’interno dell’espansione coloniale e delle
classificazioni razziali che essa produce.
Eppure continuiamo a considerare questi aspetti come qualcosa di vago,
secondario o nebuloso. Per me, invece, è proprio lì che si trova uno dei nodi
teorici e politici decisivi del presente.
Interviste
UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A MARTINA TAZZIOLI
Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle
frontiere
Francesco Ferri
15 Giugno 2026