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Una cassetta degli attrezzi al tempo del Patto UE: intervista a Miguel Mellino
L’implementazione del Patto europeo su migrazione e asilo è ormai imminente. La radicale riforma della normativa europea ridisegna le modalità di gestione delle cosiddette frontiere esterne, accentuando la selettività dei meccanismi di accesso, il ricorso alla limitazione della libertà personale e il controllo della mobilità. Per prepararsi a fare i conti con questa trasformazione può essere utile interrogarsi non soltanto sul contenuto delle nuove norme, ma anche sulle categorie, i saperi e i paradigmi attraverso cui leggere questa fase da una prospettiva critica.  In previsione di un prossimo numero della rivista Controfuoco dedicato al Patto Ue, abbiamo deciso di anticipare la sua pubblicazione con una serie di interviste video per cominciare a rispondere ad alcune domande centrali: come cogliere la portata dei cambiamenti in corso? Come indagarne concretamente gli effetti? Quali strumenti teorici e politici possiamo utilizzare per contestare il Patto? Abbiamo immaginato questa serie di conversazioni partendo da una convinzione: il rischio, di fronte all’imminente implementazione del Patto, è quello di rimanere schiacciati dalle novità normative e di utilizzare esclusivamente lenti giuridiche per interpretare quanto sta accadendo. Si tratta di uno sguardo indispensabile, ma non sufficiente. Per questo ci sembra importante riflettere anche sullo stato di salute degli studi critici sulle migrazioni e provare a condividere suggestioni, categorie analitiche e piste di ricerca che possano aiutare a comprendere e contrastare gli effetti del Patto. L’obiettivo è costruire una sorta di “cassetta degli attrezzi” accessibile non soltanto a ricercatrici e ricercatori, ma anche ad attiviste e attivisti, operatrici e operatori e, più in generale, a tutte le persone che nei prossimi mesi si confronteranno con le trasformazioni introdotte dalla nuova normativa europea. Ne parliamo con Miguel Mellino, professore associato presso il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. D. IL PATTO EUROPEO SU MIGRAZIONE E ASILO È DIFFUSAMENTE RAPPRESENTATO COME UNA SVOLTA. DAL TUO PUNTO DI VISTA DETERMINA UN CAMBIO DI PARADIGMA OPPURE SI COLLOCA IN SOSTANZIALE CONTINUITÀ CON LA RAZIONALITÀ DELLE POLITICHE MIGRATORIE EUROPEE DELL’ULTIMO DECENNIO? R. Non lo considero né una totale continuità né una totale svolta. Partirei da qui, perché mi sembra importante evitare formule troppo comode. Sicuramente il Patto segna uno spartiacque nella storia dei regimi migratori europei, ma nel senso che radicalizza una serie di dispositivi di controllo delle migrazioni che erano già presenti. Vorrei chiarire un punto che non sempre viene messo sufficientemente in evidenza: i regimi di controllo delle migrazioni e i dispositivi di controllo delle migrazioni sono anche dispositivi di controllo e di produzione della popolazione nel suo insieme. Per questo motivo io vedo il Patto come una radicalizzazione di elementi che appartengono già alla grammatica generativa giuridica, politica, economica e, aggiungerei, razziale dell’Unione europea fin dalla sua costituzione, e in particolare a partire da Maastricht e Schengen. Non lo vedo come qualcosa che rompe con quella logica. Lo vedo piuttosto come una radicalizzazione di alcune delle logiche che erano già inscritte nei processi di formazione dell’Unione Europea. Dove dobbiamo allora cercare la specificità del Patto? A mio avviso, nella congiuntura di cui è espressione. Qui mi rifaccio a un autore a cui sono molto legato, Stuart Hall, e ai suoi richiami all’analisi gramsciana delle congiunture. Se vogliamo comprendere la logica del Patto dobbiamo cercarla nella congiuntura storica e politica di cui esso è espressione. Attenzione però: non in modo meccanicistico. Non credo che la congiuntura determini automaticamente il Patto. Il Patto è piuttosto una lettura, una rielaborazione, una modalità di governo di quella congiuntura da parte delle forze politiche oggi dominanti nelle istituzioni europee e nei governi nazionali. Questo mi sembra un punto importante da sottolineare. Quali sono allora gli elementi principali di questa congiuntura? Innanzitutto ci troviamo all’interno di regime di guerra globale. Abbiamo almeno tre scenari di guerra che non sembrano destinati a trovare una soluzione nel breve periodo. Il primo è la guerra in Ucraina, iniziata nel 2022. Il secondo è il genocidio in corso in Palestina, che ha prodotto conseguenze e squilibri nell’intera regione. Il terzo è il conflitto che coinvolge l’Iran e che si è aggiunto a questo quadro già estremamente instabile. A tutto questo si somma la crisi economica legata alla competizione tra Stati Uniti e Cina e alla progressiva messa in discussione della forma che la globalizzazione ha assunto negli ultimi trent’anni. Stiamo vivendo una fase di transizione caratterizzata da un forte livello di caos sistemico, dalla distruzione di un ordine politico e giuridico internazionale e dalla nascita di qualcosa che ancora non siamo in grado di definire. Tuttavia abbiamo alcuni elementi che possono aiutarci a comprendere ciò che sta accadendo. Se pensiamo alle analisi delle transizioni egemoniche, ad esempio a quelle proposte da Giovanni Arrighi, possiamo osservare che oggi, diversamente da altre fasi storiche, non esiste una potenza, una regione o un blocco capace di esercitare un’egemonia stabile sul resto del mondo. Questo lascia presagire una situazione di instabilità e di caos prolungati. Da questo punto di vista il primo elemento per leggere il Patto è proprio il modo in cui l’Europa, attraverso le sue forze politiche dominanti, interpreta questa congiuntura e propone una specifica forma di governo delle migrazioni e, più in generale, delle popolazioni. C’è poi un ulteriore aspetto che a mio avviso viene discusso troppo poco. Questa congiuntura non è soltanto una fase di crisi sistemica o di policrisi. È anche un momento storico segnato dalla crisi dell’egemonia occidentale sul resto del mondo. Si tratta di un passaggio enorme nella storia degli ultimi cinque o sei secoli. Oggi stiamo assistendo non soltanto all’indebolimento dell’egemonia occidentale, ma anche alla crisi di un dominio che ha strutturato per secoli i rapporti globali. Questo elemento è fondamentale per comprendere la fase che stiamo attraversando. Il terzo elemento è l’ascesa delle nuove destre sovraniste, regressive e nazionaliste. Anche qui però bisogna essere precisi. Il sovranismo europeo non si caratterizza per un vero nazionalismo economico. Piuttosto si esprime come pugno duro nei confronti delle popolazioni considerate deboli, vulnerabili e, soprattutto, migranti. Questo vale non soltanto per l’Europa. Pensiamo anche all’emergere delle nuove destre in America Latina, come il caso di Javier Milei in Argentina. Non siamo di fronte a progetti di nazionalismo economico, ma piuttosto a tentativi di ricomporre un governo razziale e patriarcale delle popolazioni. A mio avviso questo va letto anche come una reazione alle trasformazioni prodotte negli ultimi decenni dalle lotte femministe, dai movimenti antirazzisti, dagli studi critici sull’immigrazione, sul colonialismo e sull’eredità coloniale. Per usare un’espressione foucaultiana, si potrebbe dire che queste lotte hanno inciso sulla microfisica del potere, mettendo in discussione l’autorità di determinati soggetti e assetti di dominio. Le nuove destre cercano in parte di restaurare quell’ordine. Per questo motivo la logica del Patto va cercata nella congiuntura, ma soprattutto nella lettura politica che le forze dominanti danno di questa congiuntura. Tra gli aspetti che mi sembrano più rilevanti c’è la radicalizzazione dell’arbitrio sovrano nei confronti dei diritti dei richiedenti asilo e dei migranti. Per interpretare questo processo trovo utile richiamare una tradizione teorica che in Italia viene ancora poco utilizzata: la tradizione radicale nera, l’archivio non bianco, ciò che Cedric Robinson definiva la Black Radical Tradition. Da questa prospettiva si può leggere il Patto come una forma di legalizzazione di ciò che potremmo chiamare un terrore sovrano necropolitico. Mi interessa utilizzare questa espressione perché restituisce l’idea di una violenza istituzionale che non opera più soltanto in forme eccezionali, ma che viene progressivamente normalizzata e distribuita all’interno degli stessi dispositivi ordinari di governo delle migrazioni, dell’asilo, dei diritti e dei respingimenti. Un altro punto che meriterebbe maggiore attenzione riguarda l’accelerazione nella costruzione di centri di trattenimento e rimpatrio al di fuori dei confini europei, i cosiddetti hub esterni, di cui l’Italia è stata una delle principali promotrici. Credo sia importante ricordare che questo modello non nasce in Europa. Una delle sue matrici principali è l’esperienza australiana. E non è un dettaglio secondario che l’Australia sia uno Stato profondamente segnato dal colonialismo d’insediamento. Da questo punto di vista si può leggere l’esternalizzazione delle frontiere come una forma attraverso cui alcune logiche coloniali continuano a essere riattivate nel presente europeo. Infine c’è una questione che continuo a ritenere centrale. Nei dibattiti sulle migrazioni e sul Patto si parla ancora troppo poco di colonialità. In particolare in Italia fatichiamo a mettere realmente al lavoro politicamente questo nesso tra colonialismo, razzismo, migrazioni e realtà nazionale ed europea. D. QUAL È, DAL TUO PUNTO DI VISTA, LO STATO DI SALUTE DEI SAPERI CRITICI SULLE MIGRAZIONI? HAI L’IMPRESSIONE CHE OGGI FATICHINO A INCIDERE NELLO SPAZIO PUBBLICO E POLITICO? E, SE SÌ, DA COSA DIPENDE QUESTA DIFFICOLTÀ? R. Ripartirei da un punto che avevo già accennato. Quando parliamo del Patto e delle trasformazioni in corso, emerge certamente un’ulteriore militarizzazione delle frontiere. Tuttavia dobbiamo intenderci sul significato di questa espressione. La militarizzazione contemporanea procede di pari passo con la digitalizzazione della sorveglianza e con lo sviluppo di tecnologie sempre più sofisticate di identificazione, controllo e deportazione. Questi processi, a loro volta, sono profondamente intrecciati alle trasformazioni economiche in corso e alle nuove forme di concentrazione monopolistica del potere economico che caratterizzano il capitalismo contemporaneo.  Per quanto riguarda i saperi critici sulle migrazioni, farei tre considerazioni. La prima riguarda la natura della congiuntura che abbiamo di fronte. Ci troviamo in una fase storica diversa da quella per cui sono stati elaborati molti degli strumenti teorici che utilizziamo ancora oggi. Questo non significa che quei lavori abbiano perso valore. Al contrario, penso che una parte importante degli studi critici sulle migrazioni continui a parlare al presente. In particolare, nel caso italiano, abbiamo prodotto elaborazioni teoriche che hanno avuto una notevole autorevolezza anche a livello europeo, non soltanto nei circuiti accademici ma anche in quelli militanti e politici. Esiste una tradizione importante che non va affatto abbandonata. Tuttavia credo che oggi dobbiamo interrogarci sulla necessità di rinnovare alcune categorie interpretative. Non perché quelle precedenti fossero sbagliate, ma perché sono state elaborate per comprendere una congiuntura diversa da quella attuale. Dobbiamo chiederci quali strumenti siano ancora adeguati e quali invece richiedano un aggiornamento. Questo è particolarmente importante se vogliamo contrastare politicamente la fase che stiamo attraversando. Da questo punto di vista, continuo a pensare che non sia possibile separare il governo delle migrazioni dal regime di guerra che caratterizza il presente. La lotta per i diritti dei migranti e delle persone richiedenti asilo dovrebbe essere articolata all’interno di un più ampio movimento contro la guerra. Allo stesso modo, credo che non possa essere separata da ciò che sta accadendo in Palestina. Non si tratta di questioni distinte. Sono processi profondamente intrecciati e andrebbero analizzati come tali. La seconda considerazione riguarda un elemento che spesso viene sottovalutato: l’esistenza di un vero e proprio attacco istituzionale e politico ai saperi critici. Non credo che il problema sia soltanto una difficoltà di comunicazione o di diffusione. Certamente esistono anche questi aspetti, ma c’è qualcosa di più profondo. Assistiamo a un’offensiva sovrana sempre più esplicita contro determinati saperi e contro determinate forme di produzione critica della conoscenza. Quello che sta accadendo negli Stati Uniti è particolarmente evidente e rappresenta, per certi versi, un caso emblematico. Penso agli attacchi alle università, ai tentativi di ridimensionarne l’autonomia e di colpire alcuni ambiti di ricerca considerati politicamente scomodi. Ma sarebbe sbagliato pensare che si tratti di una dinamica esclusivamente statunitense. Anche in Europa osserviamo da tempo processi analoghi, seppure con forme diverse. Per questo motivo ritengo che la difesa dei saperi critici debba essere considerata uno dei terreni fondamentali del conflitto politico contemporaneo. La terza osservazione riguarda invece alcuni limiti interni agli stessi studi critici sulle migrazioni. Da anni concentriamo molta attenzione sulle frontiere esterne, sui dispositivi di controllo migratorio e sugli effetti che essi producono. Si tratta di un lavoro indispensabile, che ha consentito di comprendere meglio il funzionamento dei regimi di frontiera europei. Tuttavia, almeno in Italia e in buona parte dell’Europa continentale – con alcune eccezioni, penso ad esempio a parte della produzione britannica e francese degli ultimi decenni – si tende ancora a prestare relativamente poca attenzione alle popolazioni non bianche che vivono stabilmente all’interno delle società europee. Quando si parla di razzismo, molto spesso ci si concentra sulle persone che cercano di attraversare le frontiere o sugli effetti delle politiche migratorie, mentre si analizzano meno le dinamiche di razzializzazione che attraversano la vita quotidiana delle persone non bianche che vivono in Europa, comprese quelle nate e cresciute qui. Uso volutamente un’espressione problematica come “seconde e terze generazioni”, pur sapendo che presenta molti limiti. Ma il punto è chiaro: esiste una parte significativa delle popolazioni europee che continua a essere oggetto di processi di razzializzazione e che rimane spesso ai margini delle nostre analisi. Parliamo ancora troppo poco di razzismo strutturale, di razzismo istituzionale e di segregazione lavorativa. Pensiamo ad alcuni episodi recenti avvenuti in Italia. Penso all’omicidio di Bakary Sakho a Taranto oppure all’incendio in cui hanno perso la vita quattro lavoratori migranti di origine asiatica. Se non utilizziamo categorie come razzismo strutturale o razzismo istituzionale rischiamo di rendere invisibili questi fenomeni. E ciò che rimane invisibile diventa molto più difficile da contrastare politicamente. Naturalmente tutto questo non significa che la questione del permesso di soggiorno o della produzione dell’irregolarità sia secondaria. Al contrario, resta centrale. La precarizzazione giuridica di una parte della popolazione produce vulnerabilità, ricattabilità e sfruttamento. Ma le dinamiche di razzializzazione eccedono la dimensione dello status giuridico. Rimandano alla storia europea, all’eredità coloniale, alle forme di governo della popolazione e anche alle modalità attraverso cui le nuove destre stanno ridefinendo il discorso pubblico. Da questo punto di vista mi sembra che esista ancora un vuoto teorico e politico importante.  D. IMMAGINIAMO DI CONTRIBUIRE ALLA COSTRUZIONE DI UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI PER AFFRONTARE IL PATTO. QUALI STRUMENTI TEORICI, CATEGORIE ANALITICHE O PRATICHE MILITANTI TI SEMBRANO OGGI PARTICOLARMENTE UTILI? E QUALI, INVECE, RISCHIANO DI ESSERE INSUFFICIENTI O FUORI FUOCO? R. Rispondo pensando soprattutto al nostro contesto immediato, cioè all’Italia. Non proverò a fare una panoramica globale, ma a partire da ciò che mi sembra più urgente per noi. La prima cosa che mi viene da dire è che in Italia continuiamo a leggere troppo poco autori e autrici non bianchi. Si conosce ancora poco la produzione teorica e politica che proviene dalle tradizioni intellettuali nere, dalle esperienze non occidentali o da contesti segnati direttamente dal colonialismo e dalle sue eredità. Non si tratta semplicemente di ampliare il canone accademico o di aggiungere qualche autore a una bibliografia. Molti di questi lavori sono il prodotto di inchieste militanti, di movimenti sociali, di pratiche politiche e di lotte che hanno cercato di comprendere il rapporto tra razzismo, colonialismo, migrazioni e capitalismo a partire da esperienze storiche molto concrete. Allo stesso tempo bisogna evitare un errore che viene commesso abbastanza spesso. Le categorie che nascono in altri contesti non possono essere semplicemente importate e utilizzate automaticamente nel nostro. Questo vale per concetti come intersezionalità, razzializzazione, colonialità e per molte altre categorie oggi molto diffuse. Sono strumenti preziosi, ma vanno tradotti. E la traduzione non è un’operazione secondaria. Se non facciamo questo lavoro rischiamo di trasformare quelle categorie in formule astratte, magari molto eleganti sul piano teorico, ma poco utili per comprendere e trasformare la realtà in cui viviamo. In altre parole, possiamo partecipare a tutti i dibattiti sulla cosiddetta Global Theory, ma se quelle categorie non riescono a diventare strumenti di analisi e di intervento nella situazione concreta italiana finiscono per perdere gran parte della loro forza politica. In quest’ottica, un’autrice che considero particolarmente importante è Ruth Wilson Gilmore. Mi interessa soprattutto il suo lavoro sul rapporto tra razzismo, securitarismo, sistema carcerario e governo delle popolazioni. Testi come Golden Gulag o Abolition Geography propongono definizioni del razzismo che trovo molto utili anche per leggere il contesto europeo contemporaneo. Un altro riferimento che continuo a considerare fondamentale è Policing the Crisis di Stuart Hall e del gruppo di collaboratori del Centre for Contemporary Cultural Studies di Birmingham. È un libro che torna continuamente a sembrarmi attuale. Ovviamente molte cose sono cambiate in cinquant’anni, ma quel testo continua a offrire indicazioni metodologiche estremamente preziose. In particolare mostra come il panico morale possa essere prodotto e mobilitato politicamente per governare situazioni di crisi. Mi sembra una chiave interpretativa ancora molto efficace per comprendere molti fenomeni contemporanei. Tra l’altro, una delle intuizioni più interessanti di quel lavoro è che il panico morale nelle società occidentali è quasi sempre un panico morale bianco. Anche questo è un aspetto che continua a parlarci molto del presente. Un altro autore che consiglierei di leggere è Achille Mbembe. In particolare trovo molto stimolante il suo ultimo libro, Brutalismo. Mi interessa perché riesce a mettere insieme processi che spesso tendiamo a trattare separatamente: le migrazioni, la razzializzazione, le nuove forme di estrazione e le trasformazioni contemporanee del capitalismo globale. Accanto a questi riferimenti, naturalmente, non rinuncerei affatto alla tradizione degli studi critici sulle migrazioni sviluppata in Italia negli ultimi decenni. Penso ai lavori di Sandro Mezzadra, Nicholas De Genova, Enrica Rigo e di molte altre figure che hanno contribuito a costruire un patrimonio teorico ancora estremamente importante. Non credo che il problema sia abbandonare quella tradizione. Al contrario, penso che continui a parlare al presente. La questione è piuttosto come aggiornarla alla luce delle trasformazioni che stiamo attraversando. C’è poi un altro ambito di ricerca che mi sembra particolarmente importante e che negli ultimi anni ho trovato sempre più utile: gli studi sulla deportazione. Spesso immaginiamo la deportazione semplicemente come l’espulsione di una persona da un territorio o, per usare il linguaggio dell’estrema destra contemporanea, come una forma di “remigrazione”. In realtà la deportazione è molto di più. È una tecnologia politica che ha avuto un ruolo fondamentale nella produzione della cittadinanza moderna. La letteratura critica, soprattutto quella sviluppata negli Stati Uniti, mostra chiaramente come la deportazione non sia un’eccezione o una deviazione rispetto al funzionamento ordinario dello Stato moderno. Al contrario, è uno dei dispositivi attraverso cui vengono costruiti i confini della comunità politica e vengono definite appartenenze, esclusioni e gerarchie di cittadinanza. Da questo punto di vista la deportazione è stata presente fin dall’inizio nella formazione degli Stati moderni. Anche qui il legame con il colonialismo è profondo. Le prime grandi pratiche di deportazione di massa si sviluppano infatti all’interno di contesti coloniali e, in particolare, nei paesi segnati dal colonialismo d’insediamento. Penso agli Stati Uniti, all’Australia, ma anche all’Argentina, che è il paese da cui provengo. Questo ci aiuta a comprendere come le politiche contemporanee di espulsione e di esternalizzazione delle frontiere non rappresentino una novità assoluta, ma si inseriscano all’interno di genealogie molto più lunghe e profonde. D. C’È UN ULTIMO ELEMENTO CHE VORRESTI AGGIUNGERE A QUESTA RIFLESSIONE SULLA “CASSETTA DEGLI ATTREZZI”? R. Sì. C’è una questione che vorrei aggiungere, anche a costo di essere frainteso o di risultare impopolare. Mi preoccupa una certa ondata anti-woke che vedo emergere all’interno di una parte della sinistra che ci sono vicini. Non sto parlando della destra o dei settori apertamente reazionari: lì il problema è evidente e non mi interessa particolarmente discuterlo. Mi interessa invece ciò che accade all’interno di una costellazione politica che, almeno in teoria, dovrebbe condividere una sensibilità antirazzista e femminista. Quello che non mi convince è il terreno sul quale questa critica viene spesso formulata. Ho l’impressione che si collochi all’interno di un campo discorsivo costruito dalla destra e dalle sue categorie. Penso, per esempio, all’idea di “guerra culturale” oppure alle polemiche sulla cosiddetta cancel culture. Mi sembra che una parte della sinistra finisca per muoversi dentro coordinate che non ha contribuito a costruire e che, anzi, sono state elaborate proprio da quelle forze che combattono apertamente le politiche femministe e antirazziste. Questo è un terreno scivoloso, perché rischia di trasformarsi facilmente in una critica dell’antirazzismo o del femminismo considerati come ostacoli a una politica di classe. Personalmente considero questo un rischio serio. Non perché ritenga che le pratiche femministe o antirazziste siano esenti da contraddizioni o da problemi. Naturalmente non è così. Ma credo che il modo in cui viene oggi costruita la critica all’universo woke finisca spesso per riprodurre il linguaggio e le priorità della destra. C’è poi un altro elemento che mi sembra importante ricordare. La parola woke appartiene originariamente alla tradizione di lotta afroamericana. Nasce all’interno delle esperienze politiche delle comunità nere negli Stati Uniti e rimanda all’idea di una vigilanza critica nei confronti del razzismo e delle forme di oppressione. Per questo motivo mi sembra problematico che venga utilizzata quasi esclusivamente come insulto o come etichetta denigratoria, anche da parte di soggetti che si collocano a sinistra. Naturalmente si può discutere criticamente di alcune evoluzioni delle politiche femministe, antirazziste o delle cosiddette identity politics. Ma per farlo occorre prima chiarire di cosa stiamo parlando. Anche il dibattito sulle politiche dell’identità mi convince poco per come viene spesso impostato. Io ad esempio sono a favore delle identity politics. Però dovremmo prima capire cosa intendiamo esattamente con quella espressione. Inoltre, in un paese come l’Italia, la situazione appare quasi paradossale. Si tende a criticare e a voler archiviare forme di politica dell’identità che, in realtà, non si sono mai sviluppate davvero in maniera significativa. Per questo motivo trovo singolare che si voglia liquidare qualcosa che, almeno nel nostro contesto, non ha mai assunto la centralità che le viene attribuita nel dibattito pubblico. Il rischio è che, nel tentativo di prendere le distanze da certe derive reali o presunte, si finisca per giocare sul terreno in cui la destra si sente più forte e più a suo agio: quello dell’antifemminismo, della delegittimazione dell’antirazzismo e dell’attacco alle cosiddette politiche inclusive. A me sembra una questione che meriterebbe una discussione molto più approfondita di quella che abbiamo avuto finora. Vorrei chiudere con una domanda che considero centrale. Come mai l’Italia, dopo oltre cinquant’anni di immigrazione, non è riuscita a produrre un movimento antirazzista capace di diventare uno dei pilastri dell’elaborazione politica contemporanea? È davvero un problema oppure no? Perché spesso si sostiene che l’antirazzismo, gli studi decoloniali o postcoloniali abbiano indebolito una certa politica di classe. Ma, guardando alla storia italiana, il punto è che un movimento antirazzista forte non lo abbiamo mai avuto. E questo, per me, è precisamente il problema. È una questione sulla quale dovremmo interrogarci seriamente, soprattutto se osserviamo ciò che accade oggi nelle nostre società. Viviamo in un contesto in cui la violenza razzista appare sempre più aggressiva, più esplicita e più facilmente giustificabile nello spazio pubblico. Le persone non bianche, migranti o figlie delle migrazioni continuano a essere esposte a forme di discriminazione e di violenza che dovrebbero interrogarci molto più di quanto non facciano oggi. Per questo motivo continuo a pensare che la domanda sull’assenza di un forte movimento antirazzista in Italia sia una domanda politica fondamentale. D. DAL TUO PUNTO DI VISTA, QUALI SONO LE RAGIONI DI QUESTA DIFFICOLTÀ? R. Penso che la ragione principale sia che continuiamo a vivere in una società profondamente cieca rispetto alla razza come principio strutturante dei rapporti sociali. Non c’è molto altro da aggiungere. Continuiamo a essere ciechi alla razza. Spesso si riconosce l’esistenza del razzismo, ma lo si tratta come un fenomeno secondario, come una conseguenza o come una semplice sovrastruttura. Si dice: certo, esiste anche il razzismo. Ma poi non si prova davvero a capire in che modo i processi di razzializzazione strutturino la società italiana. Io penso invece che la razza faccia parte della struttura stessa delle società contemporanee. Non è qualcosa che sta fuori dal capitalismo o che funziona come un semplice diversivo. È intrecciata storicamente ai processi di accumulazione, di governo e di organizzazione della società. Per questo motivo non basta affermare che il razzismo esiste. Bisogna mostrare concretamente in che modo gli spazi sociali, economici e politici italiani siano attraversati da dinamiche di razzializzazione. Naturalmente esistono lotte straordinarie per i diritti dei migranti. Ci sono state e continuano a esserci mobilitazioni importanti, spesso costruite dagli stessi migranti. Tuttavia queste lotte raramente riescono a tradursi in un movimento antirazzista più ampio. Razza e razzismo vengono continuamente ricondotti in secondo piano, come se fossero questioni accessorie rispetto ad altre contraddizioni sociali. Questo, a mio avviso, è uno dei problemi fondamentali. Un secondo elemento riguarda il rapporto con il passato coloniale. Oggi non possiamo più parlare semplicemente di una rimozione del colonialismo italiano. Negli ultimi vent’anni è stata prodotta una quantità enorme di studi, ricerche e lavori che hanno ricostruito il ruolo del colonialismo nella storia italiana. Entriamo in una libreria e troviamo interi scaffali dedicati a questi temi. Sono stati pubblicati lavori eccellenti da parte di ricercatori, ricercatrici, attivisti e attiviste. Per questo motivo non credo che il problema sia ancora la rimozione. Credo che il problema sia più profondo. Esiste una sorta di resistenza strutturale che impedisce a questo patrimonio di conoscenze di entrare realmente nello spazio pubblico, nelle istituzioni culturali, nell’università e nella politica. In questo senso parlerei quasi di una forma di razzismo istituzionale che continua a ostacolare la piena circolazione di questi saperi. C’è poi un’ultima questione che considero importante. Penso che continui a sopravvivere una forma di marxismo riduzionista, un marxismo volgare, che tende a considerare fenomeni come il razzismo, la segregazione, le fantasie di sterminio o persino il genocidio come semplici effetti derivati della logica economica del capitale. A mio avviso questa spiegazione non è sufficiente. Questi fenomeni eccedono la sola dimensione economica. Per comprenderli dobbiamo guardare anche alla storia coloniale e alle forme di governo razziale che quella storia ha prodotto. Lo stesso sviluppo della cittadinanza moderna e del regime proprietario moderno è molto più intrecciato ai processi di razzializzazione di quanto normalmente siamo disposti a riconoscere. La proprietà moderna, la cittadinanza moderna, le distinzioni tra chi appartiene e chi non appartiene alla comunità politica si sviluppano storicamente all’interno dell’espansione coloniale e delle classificazioni razziali che essa produce. Eppure continuiamo a considerare questi aspetti come qualcosa di vago, secondario o nebuloso. Per me, invece, è proprio lì che si trova uno dei nodi teorici e politici decisivi del presente. Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A MARTINA TAZZIOLI Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle frontiere  Francesco Ferri 15 Giugno 2026
Una cassetta degli attrezzi al tempo del Patto UE: intervista a Martina Tazzioli
È imminente l’implementazione del Patto Europeo su Migrazione e Asilo, la radicale riforma della normativa europea che ridisegna le modalità di gestione delle cosiddette frontiere esterne. Si tratta di un cambiamento di ampissima portata che accentua la selettività dei meccanismi di accesso, la limitazione della libertà personale e il controllo della mobilità. Per prepararci a fare i conti con questa trasformazione può essere utile interrogarsi non solo sul contenuto della nuova normativa, ma anche sulle categorie, i saperi e i paradigmi con cui leggere questa fase da una prospettiva critica. In previsione di un prossimo numero della rivista Controfuoco dedicato al Patto Ue, abbiamo deciso di anticipare la sua pubblicazione con una serie di interviste video per cominciare a rispondere ad alcune domande centrali: come cogliere la portata dei cambiamenti in corso? Come indagarne concretamente gli effetti? E quali strumenti teorici e politici possiamo costruire per contestarli? In questa prima intervista parliamo quindi del nuovo Patto e della cassetta degli attrezzi con cui provare ad affrontarlo insieme a Martina Tazzioli, professoressa associata presso il Dipartimento di Storia, Culture e Civiltà dell’Università di Bologna. D. IL PATTO EUROPEO SU MIGRAZIONE E ASILO È DIFFUSAMENTE RAPPRESENTATO COME UNA SVOLTA. DAL TUO PUNTO DI VISTA, DETERMINA UN CAMBIO DI PARADIGMA OPPURE SI COLLOCA IN SOSTANZIALE CONTINUITÀ CON LA RAZIONALITÀ DELLE POLITICHE MIGRATORIE EUROPEE DELL’ULTIMO DECENNIO? R. Direi che il Patto si inserisce in un contesto più ampio, di lunga durata, di trasformazione delle politiche di contenimento a livello europeo. A mio avviso, non va letto come un testo a sé stante, scollegato da una serie di riforme intervenute negli ultimissimi anni e nel medio periodo, sia a livello europeo sia a livello nazionale. Al tempo stesso, il Patto rende più visibili determinate trasformazioni avvenute nelle modalità di presa sulle vite e di sgretolamento delle vite migranti. Con riferimento a questi profili, ci sono due paesi chiave: l’Italia e la Grecia. È soprattutto in Grecia che svolgo gran parte della mia ricerca accademica e entrerò poi nel merito di alcune pratiche sviluppate in quel contesto, successivamente divenute obbligatorie attraverso il Patto. D. ALLA LUCE DI QUELLO CHE SOSTIENI, COSA TI SEMBRA IMPORTANTE COGLIERE POLITICAMENTE DEL PATTO? CHE IDEA DI FRONTIERA E DI GOVERNO DELLE MIGRAZIONI EMERGE, DAL TUO PUNTO DI VISTA, NELLA NUOVA NORMATIVA? R. A proposito delle traiettorie nelle politiche e nei meccanismi di governo delle persone migranti che il Patto mette in luce, molti studiosi, giornalisti e organizzazioni non governative si sono soffermati soprattutto sulla cosiddetta Screening Regulation e, ovviamente, sul Regolamento Rimpatri, i due pilastri di questo approccio sempre più orientato verso meccanismi di confinamento preventivo, detenzione arbitraria ed espulsione. Tuttavia, senza tralasciare queste due previsioni, se spostiamo l’attenzione sulla direttiva accoglienza e su alcuni dettagli che emergono, anche sul piano linguistico, nei vari punti del Patto, credo sia importante cogliere questa “punitività latente” che il Patto esprime nei confronti delle persone migranti. Faccio riferimento a quelli che chiamo “ambienti punitivi”, dove per punitivo non si intende necessariamente l’effettivo atto del punire, ma una punitività latente e potenziale che ha a che vedere anche con la criminalizzazione di condotte senza crimine, ovvero senza infrazione di una legge. Faccio un esempio. In Grecia, nel settembre del 2025, è stata approvata una legge che le ONG greche e internazionali hanno giustamente interpretato come uno shift securitario drammatico. La norma prevede l’incarcerazione dei richiedenti asilo la cui domanda venga respinta in seconda istanza e introduce inoltre ammende estremamente elevate per le persone che fanno ingresso irregolare nel Paese. Viene spontaneo chiedersi se il governo greco sarà effettivamente in grado di implementare una legge che risuona così fortemente con alcune norme contenute nel Patto. La mia risposta è che forse importa relativamente. Chiaramente, per le persone migranti importa moltissimo se verranno detenute o meno. Negli ultimi mesi, in Grecia, si è registrato un aumento esponenziale dei richiedenti asilo in detenzione. Quello che tuttavia si produrrà nel medio e lungo periodo è soprattutto questa condizione di punitività potenziale, che ha un impatto reale sulla vita delle persone. È una condizione molto simile a quella che l’antropologo Nicholas De Genova ha definito “condizione di deportabilità”. A prescindere dal fatto che si venga o meno espulsi o deportati, la condizione di deportabilità aumenta e moltiplica la precarietà sociale e socioeconomica della persona e, chiaramente, anche la possibilità di essere sfruttata sul mercato del lavoro. Questa punitività latente ha a che fare con i crimini senza infrazione, ciò che Michel Foucault, nei suoi corsi al Collège de France sulla società punitiva, ha definito “legalismi infralegali”, proprio perché non hanno necessariamente a che vedere con la violazione della legge. Questi elementi si ritrovano in vari punti del Patto e hanno a che fare con una punizione, se non altro potenziale, di condotte “disobbedienti”. Ad esempio, se guardiamo a quanto prevede la riforma del sistema di asilo, l’Asylum and Migration Management Regulation, si stabilisce che la persona richiedente asilo venga privata del diritto all’accoglienza in tutte le sue componenti, compreso il pocket money, nel momento in cui le viene comunicato un trasferimento Dublino. Prima ancora che il trasferimento avvenga, nello Stato in cui temporaneamente si trova, quella persona non avrà più diritto, da un momento all’altro, all’accoglienza in tutte le sue forme. Questo è il primo aspetto che ci parla di un trend più ampio, non necessariamente codificato nel Patto, ma riconducibile a una tendenza che non inizia con la sua implementazione e che può essere fatta risalire al periodo successivo alla pandemia. Consiste nel governare le vite delle persone migranti, compresi i richiedenti asilo, attraverso lo smantellamento sistematico delle infrastrutture di supporto alla vita. Tra queste vi è, chiaramente, anche il sistema di asilo nella sua componente dell’accoglienza. Ha a che fare con la sottrazione e con i tagli radicali a tutti quei servizi che erano previsti per consentire ciò che viene definito “integrazione” – e non sono ovviamente una fan di questo termine. Trovo estremamente preoccupante questo confinamento che va ben oltre la detenzione ufficiale, ben visibile nella Screening Regulation, con l’apertura di questi centri ibridi di prima accoglienza in cui non è chiaro cosa avverrà. È un modo per rendere preventivamente illegale la presenza di una persona migrante sul territorio attraverso la cosiddetta finzione di non ingresso. Si tratta di pratiche di confinamento spaziale che vanno ben oltre la detenzione amministrativa ufficiale e che rendono sempre più difficile diventare richiedenti asilo. È un trend molto visibile in Grecia negli ultimi anni: diventa difficile diventare richiedenti asilo prima ancora che ottenere una forma di protezione. Si tratta di una caratteristica delle leggi greche implementate dopo l’accordo tra UE e Turchia, all’interno di un contesto caratterizzato non semplicemente dalla criminalizzazione dell’umanitario, ma dal suo stesso smantellamento. L’ultimo aspetto che mi sembra interessante sottolineare riguarda la rappresentazione del richiedente asilo come una persona che abusa del diritto di asilo. Questo paradosso di un diritto che può essere abusato ricorre a più riprese nel Patto. I tagli all’accoglienza sono giustificati proprio in ragione del presunto abuso di questo diritto. Il tema dell’abuso dei diritti mi sembra un punto di ingresso utile per collegare il Patto, in quanto tale, ad altre leggi e ad altre trasformazioni sociopolitiche avvenute in alcuni Stati europei, prima fra tutti l’Italia. Il Patto va letto anche alla luce delle trasformazioni intervenute con i due decreti sicurezza. Si tratta di una criminalizzazione crescente che investe anche alcuni cittadini e alcune cittadine proprio attraverso questo linguaggio dell’abuso. Non mi riferisco, in quest’ultimo caso, ai decreti sicurezza, ma piuttosto all’idea dell’abuso del sistema sanitario. È un invito a leggere il Patto oltre il Patto: il diavolo sta nei dettagli. All’interno dei suoi articoli si intravedono infatti traiettorie trasversali molto chiare, che non sono certamente limitate ai meccanismi di detenzione ed espulsione. D. MOLTE GRAZIE, MARTINA, PER QUESTA PANORAMICA GENERALE E PER GLI ESEMPI DAVVERO PARADIGMATICI CHE HAI CONDIVISO. L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO È ANCHE L’OCCASIONE PER RIFLETTERE SULLO STATO DI SALUTE DEI SAPERI CRITICI INTORNO ALLE POLITICHE MIGRATORIE. TI SEMBRA UNA FASE IN CUI QUESTI SAPERI CRITICI FATICHINO A INCIDERE NELLO SPAZIO PUBBLICO? E, IN CASO DI RISPOSTA AFFERMATIVA, PERCHÉ? DOVE COLLOCHI L’ANALISI? R. Il panorama degli studi critici sulle migrazioni è molto eterogeneo, per cui è difficile fornire una risposta univoca. Mi sembra però che lo scollamento tra il tipo di riflessione critica prodotta e ciò che avviene sul territorio sia significativo. In parte dipende dall’accelerazione con cui vengono approvate nuove leggi e nuove normative. In parte è dovuto anche al crescente tecnicismo: un linguaggio tecnocratico, deliberatamente adottato da chi queste leggi le scrive, sempre più orientato a escludere. Si tratta di un linguaggio molto poco democratico, che esclude proprio chi dovrebbe leggere e interpretare criticamente queste norme. Si è in qualche modo creata una divisione all’interno dei critical migration studies tra chi si confronta con questo piano e prova a comprenderne i dettagli, le incongruenze e gli aspetti più problematici, e chi invece prende le distanze da questi aspetti, correndo però il rischio di inseguire quello stesso linguaggio. Credo che questo produca un primo punto di stallo, che rimanda anche a una divergenza nel modo in cui viene intesa la possibilità di incidere nello spazio pubblico, ciò che in termini più accademici viene definito impact. Anche sotto questo profilo, la letteratura sulle migrazioni si divide sostanzialmente tra ricercatrici e ricercatori che si rifiutano di intraprendere quella strada e chi invece scrive e studia precisamente con quel fine, articolando ricerche che possono essere definite policy driven o comunque sviluppate in stretta collaborazione con le agenzie che governano le migrazioni. Penso che vi sia la necessità di riflettere su che cosa significhi incidere nello spazio pubblico. Credo che sia questa la domanda che resta sottesa a gran parte del dibattito. Vi è poi un altro aspetto, legato alla congiuntura sociopolitica europea, che si collega a quanto dicevo prima. Credo che uno degli ostacoli principali, avvertito da chi dieci o quindici anni fa utilizzava senza esitazioni la propria ricerca per criticare gli attori che governano le migrazioni, compresi gli attori umanitari, sia questo: sempre più le vite delle persone migranti vengono soffocate attraverso la sottrazione di quelle infrastrutture vitali che hanno a che fare anche con gli interventi umanitari. Questo non significa assolvere o assumere un approccio acritico nei confronti delle grandi organizzazioni internazionali, come l’UNHCR o la Croce Rossa. Significa piuttosto ripensare il modo in cui si possa riarticolare un sapere critico alla luce del fatto che il potere, e i poteri che agiscono sulle vite, operano sempre più anche in questo modo: facendo ammalare le persone migranti, trattenendole in spazi insalubri e affamandole. Vi sono molti contesti in cui questo è evidente e qui ritorno alla Grecia. Negli ultimi anni il paese ha fatto ricorso a numerosi decreti e misure arbitrarie, talvolta applicate dagli stessi camp manager, cioè da chi gestisce i campi per rifugiati. Alcune di queste misure prevedono l’esclusione dalla distribuzione del cibo delle persone che non sono ancora riuscite a formalizzare la domanda di asilo o che hanno ricevuto un diniego. Si potrebbe obiettare che tutto questo non sia poi così distante da quanto previsto dalla direttiva europea del 2013. Tuttavia, il punto è un altro: che cosa accade quando questi meccanismi di espulsione dal sistema di supporto umanitario vengono attivati da un giorno all’altro, in contesti come i campi in Grecia, totalmente isolati, dove le persone si ritrovano improvvisamente senza alcun sostegno materiale e, letteralmente, affamate? Tutto questo si inserisce inoltre in un contesto globale, che va ben oltre la dimensione europea, nel quale questa dinamica è diventata un trend sempre più generalizzato. Pensiamo, ad esempio, ai tagli all’USAID promossi dall’amministrazione Trump, che hanno avuto conseguenze molto concrete. In Grecia, molte ONG – penso, per esempio, a organizzazioni come Caritas – dipendono in larga misura dai fondi USAID. Qual è stata la conseguenza? Una parte significativa del personale è stata licenziata e, parallelamente, sono aumentati i tagli ai servizi rivolti alle persone che vivono nei campi, ai beneficiari di protezione internazionale e ai richiedenti asilo. Per questo credo che ripensare una critica trasformativa al controllo umanitario sulle vite sia oggi una sfida importante. Una sfida che va articolata ben oltre posizioni troppo binarie, che personalmente trovo poco soddisfacenti: da un lato le critiche monolitiche all’umanitario come fenomeno intrinsecamente coloniale o razzista; dall’altro le posizioni di chi, da sempre, tende a sottolineare esclusivamente la necessità degli interventi umanitari. Quindici anni fa Didier Fassin ci metteva in guardia dal rischio di un’umanitarizzazione dell’asilo – una riflessione che in realtà aveva iniziato a sviluppare già negli anni Novanta. Oggi ci troviamo invece di fronte a un processo di deumanitarizzazione dell’asilo, che procede parallelamente a uno svuotamento del diritto di asilo stesso. Quando queste due dinamiche si producono contemporaneamente, che cosa ne è del sapere critico sulle migrazioni? L’ultimo aspetto che vorrei sottolineare, il quarto elemento, riguarda la tendenza al distaccamento dal terreno. Molti di questi studi che si autodefiniscono critici si sono collocati, in qualche modo, attorno a due assi principali. Il primo è quello di un approccio riflessivo, incentrato sulle categorie utilizzate. Si tratta di un lavoro importante, che ha riguardato la messa in discussione della categoria stessa di migrante. Tuttavia, questo processo ha talvolta prodotto anche una paradossale essenzializzazione, una reificazione di quelle stesse categorie. Tutto sembra passare attraverso questo livello di analisi, senza che venga sviluppata con altrettanta forza una riflessione su come incidere concretamente, per tornare alla domanda precedente. Negli ultimi anni, inoltre, una parte importante di questo dibattito si è concentrata sul tema del posizionamento del ricercatore e della ricercatrice. Si tratta, anche in questo caso, di una riflessione fondamentale, che mancava all’interno di quel campo di studi. Tuttavia, essa rischia talvolta di reindividualizzare la ricerca sulle migrazioni, spostando l’accento da una critica al confine – taglio molto con l’accetta – a una critica di noi stessi in quanto soggetti che operano al confine. È anche per questo che continuo a ritenere molto rilevante il lascito di quella letteratura critica sulle migrazioni che ha proliferato nei primi anni Duemila. Penso, innanzitutto, all’approccio dell’autonomia delle migrazioni, ma anche ad altri filoni. Prima menzionavo, ad esempio, Didier Fassin, che si colloca in una prospettiva molto diversa ma la cui critica dell’umanitario si situava pienamente dentro e contro questi meccanismi di presa sulle vite. Una critica che lavorava sulle ambivalenze delle forme di sfruttamento e di stritolamento prodotte dal capitalismo, senza pretendere di collocarsi al di fuori di esse. Questo mi porta al secondo filone oggi particolarmente influente nei critical migration studies: l’approccio decoloniale al sapere sulle migrazioni. Si tratta di una prospettiva che ha avuto un grande successo soprattutto nel mondo anglofono e, in particolare, in Gran Bretagna. Era chiaramente un tassello mancante. Non si è trattato semplicemente di un’aggiunta a un dibattito già esistente, ma di uno spostamento della linea stessa di analisi, che considero fondamentale. Senza voler fare una critica della critica, credo però che sia utile interrogarsi anche in questo caso sui punti di contatto tra questo approccio e le trasformazioni che stanno avvenendo. Non per sostenere che la ricerca debba essere policy driven – non sto assolutamente andando in quella direzione – ma per comprendere fino a che punto un’analisi critica delle politiche migratorie rischi talvolta di risultare scollata da un’analisi di come quelle stesse politiche operino concretamente sulle vite delle persone migranti. A mio avviso, il punto di stallo di questo filone ha a che fare con il fatto che non esiste un “fuori” nel quale questa critica decoloniale possa collocarsi. Diventa un po’ sterile, sul piano analitico prima ancora che su quello politico, limitarsi a condannare le politiche dell’UE, dell’agenda europea o degli Stati del cosiddetto Global North – con tutte le imprecisioni che questa etichetta porta con sé – quando uno degli altri grandi nodi dei migration studies contemporanei, insieme a quello della deumanitarizzazione dell’asilo, riguarda il fatto che, ovunque spostiamo lo sguardo, troviamo politiche estremamente violente e razziste. Questo vale anche per paesi prossimi ai confini ufficiali dell’Unione Europea. Penso alla Tunisia, dove ho svolto ricerca anni fa. Non è che prima non esistessero comportamenti razzisti da parte dei cittadini o politiche discriminatorie. Tuttavia, con l’attuale governo si è verificato uno shift molto significativo, in particolare a partire dal 2022-2023. Oggi assistiamo a una situazione estremamente grave, sia nei confronti delle persone solidali con i richiedenti asilo sia, soprattutto, nei confronti dei migranti africani, come vengono comunemente definiti. Situazioni analoghe si riscontrano, per restare in paesi vicini ai confini dell’UE, anche in Marocco, Algeria e Turchia. Credo quindi che questi due punti di stallo – da un lato la deumanitarizzazione dell’asilo, dall’altro l’emergere di forme di violenza sistematica che eccedono qualunque logica di ritorno economico o di semplice controllo dei movimenti migratori – ci pongano di fronte alla necessità di ripensare che cosa significhi oggi riarticolare un sapere critico. In questo quadro, tanto l’approccio decoloniale quanto la critica dell’umanitario devono essere assunti come acquisizioni fondamentali, ma anche radicalmente ripensati. D. MOLTE GRAZIE, MARTINA, PER LA TUA ANALISI, DAVVERO DENSA DI SPUNTI TEORICI E POLITICI SU CUI RIFLETTERE. CI AVVICINIAMO ALLA PARTE CONCLUSIVA DELLA NOSTRA CHIACCHIERATA E, IN VISTA DELL’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO, VORREMMO PROVARE A IMMAGINARE UNA SORTA DI CASSETTA DEGLI ATTREZZI DA METTERE A DISPOSIZIONE DI ATTIVISTE E ATTIVISTI, OPERATRICI E OPERATORI, RICERCATRICI E RICERCATORI CHE AVRANNO A CHE FARE CON LA SUA IMPLEMENTAZIONE. QUALI STRUMENTI TEORICI O CATEGORIE ANALITICHE TI SEMBRANO OGGI PARTICOLARMENTE UTILI PER LEGGERE LE TRASFORMAZIONI IN CORSO? E QUALI, INVECE, RISCHIANO DI RIVELARSI INSUFFICIENTI O FUORI FUOCO? NELLA RISPOSTA PRECEDENTE HAI GIÀ IN PARTE AFFRONTATO QUESTA DOMANDA, MA C’È QUALCOS’ALTRO CHE RITIENI IMPORTANTE VALORIZZARE IN QUESTA FASE DI TRASFORMAZIONI COSÌ TUMULTUOSE? R. Sì. Innanzitutto credo che, a conclusione della risposta precedente, la sfida sia ripensare che cosa significhi critica. Quando parliamo di ricerca critica sulle migrazioni, che cosa intendiamo criticare, esattamente? Fermarsi su questa domanda ci permette anche di capire quali strumenti teorici e quali categorie analitiche possano esserci utili. Lo dico perché sono piuttosto reticente nei confronti di analisi che interpretano, anche implicitamente, la dimensione critica della ricerca esclusivamente in termini di denuncia. E non mi riferisco alla denuncia finalizzata ad aprire contenziosi legali, che è ovviamente un’altra questione e può essere estremamente importante. Mi riferisco piuttosto alla denuncia come smascheramento dei meccanismi di potere e del funzionamento degli Stati. La maggior parte di questi meccanismi, però, è ormai sotto i nostri occhi, così come lo sono le violenze e gli effetti prodotti dalle politiche di contenimento: basti pensare alle morti in mare. Certo, è sempre necessario continuare a produrre evidenze, ma ricordiamoci che negli ultimi dieci anni di evidenze ne abbiamo avute molte. Che cosa significa allora critica, o critica trasformativa, se prendiamo sul serio il fatto che forse non è più sufficiente smascherare il potere? Tanto più che molti Stati oggi rendono visibili le proprie stesse violazioni e, anzi, riformulano le leggi proprio sulla base di quelle pratiche. Al tempo stesso, credo che proprio per lo stesso motivo possano risultare insufficienti o fuori fuoco quelle critiche che si limitano a invocare lo smantellamento di dispositivi come l’accoglienza o l’asilo. Non perché queste critiche siano prive di fondamento, ma perché oggi ci troviamo in una fase in cui proprio quelle infrastrutture vengono materialmente smantellate. Allo stesso modo, penso a parole d’ordine come “abbattiamo le frontiere”. Non perché non siano più valide o perché siano utopiche – non voglio assolutamente entrare in questo tipo di discussione, che è spesso propria di approcci liberali agli studi sulle migrazioni – ma perché il Patto, nella sua complessità e nei suoi tecnicismi, ci mostra come le diverse dimensioni del percorso migratorio siano profondamente interconnesse. Non si può parlare di smantellamento dei confini senza interrogarsi contemporaneamente sulle forme di presa sulle vite che si esercitano sulle persone dublinate o su quelle che vengono espulse, da un giorno all’altro, dalle proprie abitazioni e dalle maglie dell’accoglienza. In questo senso, negli ultimi anni ho trovato particolarmente illuminante la lettura di femministe abolizioniste come Angela Davis e Ruth Wilson Gilmore. Il loro lavoro, pur sviluppandosi in un contesto diverso da quello europeo, mostra con grande chiarezza come i diversi meccanismi di organizzazione della violenza siano profondamente interconnessi. Pur occupandosi principalmente del sistema carcerario, queste autrici insistono proprio sulla necessità di leggere insieme dispositivi che troppo spesso vengono analizzati separatamente. Queste due autrici, così come altre e altri meno noti all’interno della tradizione abolizionista, ci dicono con grande chiarezza che l’abolizionismo non può limitarsi a dire: aboliamo le prigioni, aboliamo i sistemi di violenza organizzata. La sfida consiste piuttosto nel capire come riorganizzarci. La questione dell’organizzazione politica è una vera e propria ossessione nei loro scritti: come ripensare le forme dell’organizzazione collettiva per rendere possibile un mondo in cui la riproduzione di questi meccanismi di razzializzazione non sia più né possibile né auspicabile, e in cui l’esistenza stessa delle prigioni diventi infine obsoleta. Lo stesso si potrebbe dire dei vari meccanismi di confinamento. Quando parlo di confini, in questo caso, non mi riferisco alle frontiere nazionali. Credo che questa sia una letteratura che solo negli ultimi anni ha fatto il proprio ingresso nel campo degli studi critici sulle migrazioni e che possa rivelarsi particolarmente produttiva. L’altra griglia analitica che trovo utile – o, più in generale, l’altra prospettiva da cui leggere le trasformazioni in corso – consiste nel collocare le politiche migratorie all’interno dei più ampi processi di precarizzazione sociale ed economica che investono migranti e cittadini, pur in forme e con intensità differenti. È per questo che considero fondamentale il lavoro di Enrica Rigo, così come quello di molte altre studiose femministe che mobilitano la prospettiva della riproduzione sociale per cogliere le forme di presa sulle vite delle persone migranti. Una prospettiva che permette di leggere come venga erosa la possibilità stessa di riproduzione della vita, in senso ampio, e come questo processo si intrecci con lo smantellamento di quelle infrastrutture di supporto alla vita che riguardano non soltanto le persone migranti, ma anche i cittadini. D. GRAZIE ANCORA, MARTINA, PER L’AFFRESCO MOLTO ARTICOLATO CHE CI HAI PROPOSTO. IN CHIUSURA, SE DOVESSI CONTRIBUIRE ALLA COSTRUZIONE DI QUESTA IMMAGINARIA CASSETTA DEGLI ATTREZZI CHE POSSA ACCOMPAGNARE L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO EUROPEO E AIUTARCI A PREPARARCI POLITICAMENTE AD AFFRONTARLO, TI VENGONO IN MENTE LIBRI, ARTICOLI O ALTRI MATERIALI CHE INSERIRESTI AL SUO INTERNO? R. Credo sia importante leggere anche testi che consentano di assumere uno sguardo in qualche modo laterale rispetto al Patto. All’inizio menzionavo il lavoro di Nicholas De Genova, che rappresenta ormai un classico per chi si occupa di migrazioni. In particolare, credo che i suoi lavori sulla deportability ci dicano ancora molto sull’importanza di guardare oltre il successo o il fallimento delle politiche migratorie e di osservare, piuttosto, come la precarietà socioeconomica venga prodotta attraverso quei meccanismi che lui definisce appunto come una condizione di deportability e che, a mio avviso, oggi possono essere riletti nei termini di una punitività latente. E poi, per restare su uno sguardo laterale, menzionavo all’inizio il corso di Michel Foucault al Collège de France sulla società punitiva, nel quale emerge il tema della criminalizzazione senza infrazione, che credo abbia ancora molto da dirci. Un altro materiale che suggerirei riguarda la genealogia della cosiddetta finzione di non ingresso, che mi è sembrato particolarmente utile ricostruire. Si tratta di un dispositivo che, come ricordavo, è stato implementato dalla Grecia prima che da altri paesi. Su questo tema segnalo un interessante report di ECRE dedicato proprio alla finzione di non ingresso. Il documento ricostruisce le diverse tappe della sua affermazione negli ultimi anni, mostrando con precisione come e quando questo meccanismo sia stato introdotto nella pratica, dapprima in Germania e successivamente anche in Francia.
Taranto, il razzismo che non possiamo più raccontare come eccezione
Provo dolore, rabbia, angoscia per l’omicidio di Sako Bakari. La violenza – da Gaza in su e in giù – è certo un fatto iperpresente nel nostro tempo. Eppure, quando tocca terra e prende forma in luoghi familiari, diventa più difficile da contenere. Qual è lo spazio per la politica? Quale delle parole? Non so, ma forse conviene provarci. Taranto è una città razzista? Certo. Il razzismo non è un residuo del passato, un “retaggio culturale” destinato a scomparire con il “progresso”. È un elemento strutturale del presente. Organizza gerarchie, distribuisce in modo diseguale risorse, diritti e possibilità, orienta le posizioni nel lavoro e nello spazio urbano. Taranto non fa – ovviamente – eccezione. Passata l’ondata di indignazione e dolore, dovremmo ricordarci di maneggiare con molta più cautela l’immagine della “città irrimediabilmente solidale”, l’idea di “un patto spontaneo tra subaltern*” capace di neutralizzare – qui – forme di razzismo che attecchirebbero altrove. È una rappresentazione rassicurante. Consola chi la invoca e finisce per sottrarre il razzismo allo sguardo. Il razzismo non è una variabile indipendente e astorica. Non agisce in isolamento, né si spiega da solo. È il prodotto – non lineare – di una molteplicità di fattori: processi economici, assetti sociali, dispositivi culturali, gerarchie spaziali, politiche dell’abitare e così via. Un intreccio fitto, stratificato, a tratti sfuggente. Le molteplici crisi che attraversano Taranto – industriali, ambientali, sociali – rendono questo quadro ancora più denso e complesso. Ma è solo dentro questa trama che il razzismo può essere colto: estrarlo, semplificare, isolarlo significa, quasi sempre, fraintendere. “Un onesto lavoratore”. Non conosco le condizioni specifiche in cui Sako Bakari era inserito nel lavoro agricolo, ma non è evidentemente una forzatura ipotizzare un’esposizione a forme di sfruttamento organizzate lungo linee razziali. La posizione nel mercato del lavoro ha molto a che fare con il razzismo – e viceversa: si alimentano, si rafforzano, si organizzano insieme. Non sono dimensioni separate. Per questo, ogni volta che richiamiamo il lavoro, dovremmo anche interrogare il significato concreto. Cosa vuol dire “lavoro” per le persone razzializzate? In quali condizioni si svolge? quali gerarchie incorpora e riproduce? Il razzismo non irrompe all’improvviso nella vita di Sako Bakari. L’omicidio è una manifestazione estrema e ultima, ma è del tutto plausibile immaginare che la sua vita sia stata preceduta, segnata e organizzata da esperienze continuative, ordinarie – meno visibili e, proprio per questo, meno dicibili – di razzismo. È questa asimmetria nella visibilità che ci deve interrogare. Quando la rabbia e il dolore saranno meno forti, cosa resterà del razzismo ordinario nel perimetro del dibattito pubblico cittadino? Come se ne esce? Con la “lotta di classe”? Certo. Ma non basta nominarla perché il razzismo vi trovi automaticamente posto. Quando è normalizzato, latente, il razzismo tende a essere assorbito, derubricato o sottovalutato anche dentro alcune tradizioni del pensiero critico. Tenerlo a fuoco, individuare il suo carattere “produttivo”, coglierne la portata richiede uno sforzo ulteriore, esplicito. In questi giorni l’idea della città come “piano inclinato” che scivola verso il baratro è particolarmente inflazionata. È una tentazione comprensibile, ma da rifiutare. Un fatto terribile, per quanto inscritto in dinamiche più ampie, è un sintomo – non una traiettoria lineare e inevitabile, né un destino segnato. L’immagine della “deriva” non è neutra: orienta lo sguardo, legittima risposte che – non di rado – rischiano di aggravare il quadro, anche dal punto di vista delle politiche pubbliche. Degli autori sappiamo poco. Il riferimento alla “città vecchia” basta davvero a spiegare? L’incontro con Sako Bakari è avvenuto in un contesto specifico, che non è neutro e ha un peso nel rendere possibile ciò che è accaduto. Pensare che basti punire in maniera “esemplare” può avere una funzione rassicurante – e anche deresponsabilizzante – ma non esaurisce affatto la questione. Il contesto non assolve – e non condanna – ma incide: ignorarlo significa rinunciare a comprendere le condizioni che rendono questo evento pensabile e praticabile. L’idea che “più sviluppo” in città vecchia possa produrre “più emancipazione” – anche dal razzismo – è una rappresentazione lineare, fuori scala e anch’essa consolatoria. Le relazioni tra “sviluppo”, marginalità e violenza sono molto più complesse e non seguono un’unica direzione. Non ho, ovviamente, ricette, neanche abbozzate. Ma forse possiamo ripartire da qui: proviamo a non semplificare. Teniamo insieme livelli diversi, riconosciamo le connessioni tra piani economici, sociali e culturali, interroghiamo le reciproche implicazioni. Facciamoci domande. Non giudichiamo.