Ogni istante

Comune-info - Thursday, July 23, 2026
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Ho imparato una nuova parola araba: “Tahrir” l’ho sentita molte volte sempre in riferimento alla nota piazza del Cairo in Egitto, teatro delle primavere arabe tristemente represse. La parola significa “Liberazione” ma il suo secondo significato me lo ha spiegato bene la curatrice di un bel libro: Ogni istante è una vita uscito nel mese di giugno 2026 per Fazi. L’editor del libro Huzama Abahieb a pagina 29 scrive:

“La parola Tahrir (liberazione) è un termine sorprendente: racchiude due significati ugualmente inspiranti. Il primo riguarda la libertà e la liberazione: l’emancipazione, lo scioglimento, l’emancipazione, la scarcerazione, la rottura delle catene in senso materiale e simbolico. Il secondo riguarda l’editing dei testi scritti in tutte le loro forme, a partire dall’ambito letterario: la correzione degli errori linguistici, grammaticali e strutturali, il miglioramento della prosa e della sua forza narrativa. I due significati si incontrano. Liberare un testo è una forma di liberazione dalle costrizioni che impediscono al pensiero e al senso di arrivare, affinché possano spiccare il volo in spazi espressivi più ampi…”.

Ogni istante è una vita è un libro di racconti che affidano alla parola scritta la testimonianza del genocidio. Sono vite attraversate da una quotidianità di dolore che scuote corpi e menti. Il libro è nato dal progetto della scrittrice palestinese Susan Abulhawa, conosciuta per il suo Un giorno a Jenin, che nel 2024 si è recata a Gaza due volte e ha organizzato un corso di scrittura da cui sono stati estratti 18 racconti a opera dei partecipanti. Il libro riporta le fotografie e le biografie delle autrici e degli autori ed è impressionante leggere il loro grado di scolarizzazione universitaria e le loro professioni. Bella anche la copertina con la stilizzazione di un pennino per scrivere che diventa aquilone.

La scrittrice Susan Abulhawa vive a New York, e le sue prese di posizione appaiono radicali e suscitano dibatti molto accesi. Tra questi le sue critiche al libro di grande successo Apeirogon, opera di Colum Mc Cann, un romanzo in cui si racconta di due genitori, uno arabo e l’altro palestinese, che decidono di usare “la potenza del loro dolore come arma” incontrandosi e dialogando per creare poi l’associazione Parents Circle Family Forum. Si tratta di di Rami Elhanan, il padre di Smadar e Bassam Aramim, il padre di Abir che girano il mondo portando la loro storia. Su Doppiozero Daniela Gross ne scrive così: “Apeirogon è il genere di libro che si ama o si detesta. La critica si è divisa fra chi lo considera un libro destinato a cambiare il mondo; chi lo accusa di oscurità, lentezza e sentenziosità; chi nella costruzione per frammenti ravvisa la morte del romanzo e chi, viceversa, il suo futuro. Il New York Times l’ha distrutto in una recensione e in un’altra l’ha incensato. Quanto a me, l’ho letto un anno fa in inglese e da allora non ha smesso di lavorarmi dentro“ (fonte).

Anche io ho letto il libro e mi era piaciuto molto, non solo per la tematica della riconciliazione ma anche per la forma della scrittura.

Susan Abulhawa affida a Al Jazeera la sua critica, poi ripresa dal sito Zeitun. Stronca il libro definendolo colonialista perché mette in scena un “dialogo tra pari” quando invece la disparità tra l’aggressore e l’aggredito è abissale. La sua critica partì dalla preoccupazione suscitata dal fatto che il regista Steven Spielberg ne comprò subito i diritti per farne un film. La stroncatura di Susan inizia proprio con la preoccupazione che il film diventi un nuovo colossal tipo “Exodus” che mistificò la questione ebraica. Così le sue parole: “Il risultato fu Exodus, un best seller che diventò un blockbuster nelle sale. Narra una storia vera (una nave che trasportava rifugiati ebrei diretta in Palestina) che fu all’origine di un mito costruito ad arte – una terra senza popolo per un popolo senza terra – che serviva a metter in ombra i custodi indigeni di quella terra. Era il romantico lieto fine di cui l’Europa aveva bisogno dopo il genocidio della propria popolazione ebrea. Milioni di persone se lo sono bevuto e l’hanno accettato come verità assoluta, per giunta con l’autorità della Bibbia. Ma era una bugia, come adesso tutti sanno”. Conclude dicendo: “Io non conosco McCann, anche se sospetto che abbia scritto il suo libro con un senso di solidarietà e il desiderio di promuovere il “dialogo”. Ma è possibile fare grandi danni avendo le più nobili intenzioni. La retorica del dialogo può essere attraente, l’idea che parlare per trovare un’umanità comune sia tutto quello che ci vuole per smantellare il razzismo strutturale e le nozioni di supremazia etnocentrica. Può trasformare ogni tipo di persona, persino le vittime stesse, in persone che contribuiscono a diffondere l’ingiustizia. Come ben sanno i palestinesi, avendo fatto proprio questo per quasi trent’anni, dialogo e negoziati hanno sempre favorito i potenti”.

Dopo avere letto la sua critica mi sono posto innumerevoli domande e ora ho molti dubbi nella mia testa e per questi ringrazio Susan. Questo il link all’intervista completa.

Apeirogon: un altro passo falso colonialista dell’editoria commerciale

Anche questo suo ultimo libro: Ogni istante è una vita, pubblicato ora in Italia ha suscitato polemiche aspre. La più famosa è quella col neosindaco di New York Zohran Mandani che a seguito dell’attacco mediatico alla moglie Rama Duwaji accusa Susan Abulhawa di antisemitismo. Ecco l’inizio dell’articolo: “La storia è andata più o meno così. Rama ha illustrato un saggio che ho scritto, e quindi deve essere un’antisemita semplicemente per questa vicinanza professionale a me, pur essendoci almeno tre gradi di separazione tra noi. Il sindaco Mamdani ha poi tenuto una conferenza stampa in cui mi ha accusata usando aggettivi come “riprovevole”…”. Ne parla dettagliatamente l’articolo di Invictapalestina del marzo 2026 che traduce il video allegato. Il racconto che ha causato il dibattito incriminato è il quarto del libro, quello scritto da Diana Sleih, giovane studentessa universitaria. Un racconto che in italiano porta il titolo “La schiuma della strada” narra in maniera toccante la questione dei servizi igienici nelle tendopoli di Gaza. L’ho trovato bellissimo.

La difesa di Susan, del suo lavoro, è come sempre radicale, lucida e determinata (vi invito a leggere il link e vedere il video su invictapalestina.org). Queste le parole conclusive e cordiali, non senza moniti, restituite a Mandani: “Infine, e a parte, voglio congratularmi con lei per il lavoro svolto e che continua a portare avanti per le famiglie lavoratrici di New York. Ho osservato con ammirazione come ha messo in evidenza il ruolo dei lavoratori municipali come eroi di ogni tempesta di neve. Come ha ripensato l’assistenza all’infanzia come un diritto per ogni famiglia che lavora e come una responsabilità sociale per tutti. Queste sono cose degne di rispetto e ammirazione. Ma nel caso che mi riguarda, lei ha sbagliato. Ha ceduto alle forze che cercano di indebolirla, di denigrare la sua talentuosa e bellissima moglie e il suo lavoro, affondando sempre di più i loro artigli ad ogni sua scusa o concessione. Se non sta attento, le svuoteranno l’anima prima ancora che se ne renda conto. Le auguro ogni bene, signor Mamdani”.

Comune ospita ogni giorno diversi articoli: c’è da augurare a tutti gli scrittori e giornalisti che collaborano di continuare a cercare, come fa Susan Abulhawa, le parole giuste per arricchire e liberare il pensiero. Ogni istante è una vita, quindi buon Tahrir a tutte e tutti.

Qui una presentazione del libro Ogni istante è una vita.

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