Giuseppe, Maria, Francesco. Nomi tipicamente italiani
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“Nelle nostre case popolari, sui citofoni, non abbiamo più Giuseppe, non abbiamo
più Maria, non abbiamo più Francesco. Abbiamo Omar, abbiamo Mohammed, abbiamo
Abdul. E questo, cari colleghi della sinistra, a noi di Futuro nazionale non va
giù” ha detto qualche giorno fa, l’onorevole Rossano Sasso di Futuro Nazionale.
Conosco personalmente almeno tre Mohammed con passaporto italiano. Conosco anche
un Abdul con passaporto italiano. E di Omar poi… non ne parliamo proprio. Omar è
un nome proprio di persona italiano. Deriva dall’arabo ʿUmar (عُمَر), un nome
molto antico della Penisola Arabica. Si è diffuso in Italia per via del fascino
esercitato dalla cultura orientale e grazie alla notorietà di figure storiche e
popolari come Omar Khayyam, l’attore Omar Sharif e il calciatore Omar Sívori.
Pur essendo rimasto relativamente raro, negli anni Settanta era molto comune nel
Centro-Nord, soprattutto in Emilia-Romagna.
Il nome Maria è la forma latina del greco biblico Μαρία (María), a sua volta
mutuato dall’ebraico Miryam. Ma ancor prima della sua versione ebraica molti
studiosi sono convinti che il nome Maria abbia avuto origine in Egitto. “Mry” la
sua versione egiziana, di fatto significa “amata”. Ma andando ancora più
indietro nel tempo si trovano tracce del nome Maria addirittura in Siria, ad
Ugarit, una delle città più antiche del mondo. Quindi prima di essere italiana,
Maria è stata greca, egiziana, siriana, ebrea, ed ha attraversato l’Asia e
l’Occidente, per poi fermarsi in Italia, nella sua forma latinizzata derivata
dal greco biblico.
E l’italianissimo Giuseppe invece? Da dove verrà? Sarà anche lui il frutto di
un’invasione straniera che per secoli ha silenziosamente colonizzato i gusti e
le scelte di milioni di italiani nel mondo? Beh, anche qui non vorrei far
sembrare l’onorevole Rossano Sasso un baccalà per nulla edotto su ciò che
sostiene di identificare per certo come “nome italiano”. Ma proprio lui che di
mestiere vorrebbe proteggere la cultura italiana dai maledetti figli di
immigrati come me, dovrebbe scegliersi meglio i suoi esempi. Perché neppure
Giuseppe è spuntato dal suolo italico come un fiorellino autoctono nutrito solo
ed esclusivamente da lacrime di patrioti coraggiosi, spaghetti al pomodoro,
tricolore e sangue di antichi guerrieri romani. Giuseppe, prima di essere tirato
in ballo durante quel patetico intervento poco degno di riecheggiare tra le mura
della Camera dei Deputati, è stato un nome originatosi nell’Asia Occidentale.
Yosef, Peppino, Giuseppe, è stato ebreo, poi greco (Iosepos) e infine latino
(Ioseppos). E proprio da quest’ultima forma che deriva la versione italianizzata
di Giuseppe.
Francesco ha un’origine che indica addirittura l’appartenenza ad un altro
popolo. Quello dei Franchi. Che non erano di certo italiani. Eppure oggi, il
nome Francesco, che secoli fa indicava un popolo di barbari stranieri, è il più
diffuso ed utilizzato in Italia. Un nome a tutti gli effetti “tipicamente
italiano”.
L’onorevole Rossano Sasso stesso, che vorrebbe distinguere nomi italiani da
stranieri, basandosi sui ciò che per sua ignoranza ritiene più o meno italico,
ha un nome di origine persiana. Gli studiosi ritengono che il nome greco che ha
dato origine a quello odierno, derivi da una forma persiana o iranica orientale
ricostruita come “Raṷxšnā”, collegata alla radice iranica che significa
“luminosa”. Il che fa sorridere se penso a quanto poco “illuminato” sia un uomo
che a 51 anni dice ancora stronzate razziste perché senza torturare la dignità
dei cittadini stranieri che vivono in questo Paese, non saprebbe come guadagnare
quei 14.000 euro mensili che riesce a intascare mentre finge di interessarsi di
case popolari e italiani costretti a vivere sotto la soglia di povertà.
Maria, Giuseppe, e Francesco sono nomi migranti. Non amo utilizzare la parola
“migrante” a caso. Ma per i nomi italiani, non c’è parola più precisa. Perché
questi nomi si muovono. Sono nomi vivi. Nomi nati da passaggi di bocche che non
parlavano la stessa lingua ma che in modo o nell’altro, sono giunti al punto.
Maria, Giuseppe e Francesco sono nomi che genitori africani, asiatici e di tutte
le etnie oggi danno ai loro figli nati in Italia.
Maria è una ragazza con genitori cinesi che abita a Orta di Atella. Giuseppe è
un ragazzo con genitori congolesi, nato e cresciuto a Cuneo. Francesco è nato a
Terni da genitori pakistani. Mohammed ed Abdul quando vinceranno una medaglia
d’oro alle Olimpiadi, per conto di questo Paese che a volte sa essere davvero
ingrato e poco generoso nei confronti dei suoi figli, per una o due settimane
diventeranno l’esempio più alto e valoroso di cittadinanza italiana.
Sulle nostre carte di identità ci sono già nomi che tengono insieme l’Italia e i
nostri nomi tradizionali pieni di amore e benedizioni ancestrali.
E se a quelli di Futuro Nazionale la cosa non va giù? Col tempo se ne faranno
una ragione. Impareranno ad acculturarsi e civilizzarsi anche loro. E magari,
con un po’ di voglia in più di comprendere la cultura italiana senza
ridicolizzarla con mezzi dialettici tanto miseri quanto imbarazzanti,
impareranno a capire che Maria, Giuseppe e Francesco solo a un certo punto, dopo
un viaggio di secoli, prestiti, adattamenti e scambi culturali, sono diventati
nomi italiani.
La vita è un viaggio inarrestabile. L’identità di un popolo come quella di ogni
singolo individuo che compone il tutto, è un una forza dirompente che non si può
contenere in un fragile barattolino di paure neofasciste e abbiette riletture
della nostra realtà. Realtà che pretende un’onestà intellettuale che un razzista
senza alcuna conoscenza della ricchezza della propria cultura, non potrà mai
incarnare.
Maria, Giuseppe, Francesco, Omar, Abdul e Mohammed per me sono nomi
meravigliosi. Unici e indivisibili. Hanno continuato e continueranno a
viaggiare, ad incontrare lingue, popoli e altre culture. Si adatteranno al
presente. Sopravviveranno. E alla fine impareranno a guardare avanti, in attesa
di cambiamenti. Persino i nomi “italici” che in teoria dovrebbero farci
comprendere a colpo d’occhio chi merita una casa popolare e chi no, ci ricordano
che italiani non si nasce, ma attraverso giri, passaggi, scontri e incredibili
accidenti, lo si diventa. Chi vuole restare, chi si radica con volontà, nella
quotidianità talvolta difficile della vita di tutti i giorni, magari in una casa
semplice, dove la priorità e andare avanti e garantirsi dignità e pace per sè o
per la propria famiglia, è parte di questo Paese.
Vorremmo sentire meno stronzate riecheggiare tra le pareti della Camera dei
Deputati. Perché qui c’è gente che lavora e tira a campare. Gente che aspetta
che il governo si tiri su le maniche per combattere contro la piaga del lavoro
“povero” e degli stipendi da fame. La Camera dei Deputati ha assunto l’aspetto
di una discarica abusiva e abusante nei confronti di chi in questo Paese, ha la
sola colpa di essere straniero e povero.
Ultimamente mi vergogno fin troppo spesso di condividere la cittadinanza con
gente come Rossano Sasso. Il Paese sprofonda nella povertà assoluta e i
neo/ascisti giocano con la rabbia e la disperazione di un popolo che in fondo
disprezzano e che esiste solo per finanziare i loro stipendi. In una situazione
così delicata, che esige un senso di responsabilità mai sperimentato prima in
questo Paese, usare il razzismo per fare la sanguisuga attaccata alla giugulare
della Lega, è imbarazzante. Oltre che nauseabondo. La filippica sui citofoni,
gli stranieri privilegiati e le case popolari, anche no. Proprio non ce la
meritiamo.
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