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Giuseppe, Maria, Francesco. Nomi tipicamente italiani
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- “Nelle nostre case popolari, sui citofoni, non abbiamo più Giuseppe, non abbiamo più Maria, non abbiamo più Francesco. Abbiamo Omar, abbiamo Mohammed, abbiamo Abdul. E questo, cari colleghi della sinistra, a noi di Futuro nazionale non va giù” ha detto qualche giorno fa, l’onorevole Rossano Sasso di Futuro Nazionale. Conosco personalmente almeno tre Mohammed con passaporto italiano. Conosco anche un Abdul con passaporto italiano. E di Omar poi… non ne parliamo proprio. Omar è un nome proprio di persona italiano. Deriva dall’arabo ʿUmar (عُمَر), un nome molto antico della Penisola Arabica. Si è diffuso in Italia per via del fascino esercitato dalla cultura orientale e grazie alla notorietà di figure storiche e popolari come Omar Khayyam, l’attore Omar Sharif e il calciatore Omar Sívori. Pur essendo rimasto relativamente raro, negli anni Settanta era molto comune nel Centro-Nord, soprattutto in Emilia-Romagna. Il nome Maria è la forma latina del greco biblico Μαρία (María), a sua volta mutuato dall’ebraico Miryam. Ma ancor prima della sua versione ebraica molti studiosi sono convinti che il nome Maria abbia avuto origine in Egitto. “Mry” la sua versione egiziana, di fatto significa “amata”. Ma andando ancora più indietro nel tempo si trovano tracce del nome Maria addirittura in Siria, ad Ugarit, una delle città più antiche del mondo. Quindi prima di essere italiana, Maria è stata greca, egiziana, siriana, ebrea, ed ha attraversato l’Asia e l’Occidente, per poi fermarsi in Italia, nella sua forma latinizzata derivata dal greco biblico. E l’italianissimo Giuseppe invece? Da dove verrà? Sarà anche lui il frutto di un’invasione straniera che per secoli ha silenziosamente colonizzato i gusti e le scelte di milioni di italiani nel mondo? Beh, anche qui non vorrei far sembrare l’onorevole Rossano Sasso un baccalà per nulla edotto su ciò che sostiene di identificare per certo come “nome italiano”. Ma proprio lui che di mestiere vorrebbe proteggere la cultura italiana dai maledetti figli di immigrati come me, dovrebbe scegliersi meglio i suoi esempi. Perché neppure Giuseppe è spuntato dal suolo italico come un fiorellino autoctono nutrito solo ed esclusivamente da lacrime di patrioti coraggiosi, spaghetti al pomodoro, tricolore e sangue di antichi guerrieri romani. Giuseppe, prima di essere tirato in ballo durante quel patetico intervento poco degno di riecheggiare tra le mura della Camera dei Deputati, è stato un nome originatosi nell’Asia Occidentale. Yosef, Peppino, Giuseppe, è stato ebreo, poi greco (Iosepos) e infine latino (Ioseppos). E proprio da quest’ultima forma che deriva la versione italianizzata di Giuseppe. Francesco ha un’origine che indica addirittura l’appartenenza ad un altro popolo. Quello dei Franchi. Che non erano di certo italiani. Eppure oggi, il nome Francesco, che secoli fa indicava un popolo di barbari stranieri, è il più diffuso ed utilizzato in Italia. Un nome a tutti gli effetti “tipicamente italiano”. L’onorevole Rossano Sasso stesso, che vorrebbe distinguere nomi italiani da stranieri, basandosi sui ciò che per sua ignoranza ritiene più o meno italico, ha un nome di origine persiana. Gli studiosi ritengono che il nome greco che ha dato origine a quello odierno, derivi da una forma persiana o iranica orientale ricostruita come “Raṷxšnā”, collegata alla radice iranica che significa “luminosa”. Il che fa sorridere se penso a quanto poco “illuminato” sia un uomo che a 51 anni dice ancora stronzate razziste perché senza torturare la dignità dei cittadini stranieri che vivono in questo Paese, non saprebbe come guadagnare quei 14.000 euro mensili che riesce a intascare mentre finge di interessarsi di case popolari e italiani costretti a vivere sotto la soglia di povertà. Maria, Giuseppe, e Francesco sono nomi migranti. Non amo utilizzare la parola “migrante” a caso. Ma per i nomi italiani, non c’è parola più precisa. Perché questi nomi si muovono. Sono nomi vivi. Nomi nati da passaggi di bocche che non parlavano la stessa lingua ma che in modo o nell’altro, sono giunti al punto. Maria, Giuseppe e Francesco sono nomi che genitori africani, asiatici e di tutte le etnie oggi danno ai loro figli nati in Italia. Maria è una ragazza con genitori cinesi che abita a Orta di Atella. Giuseppe è un ragazzo con genitori congolesi, nato e cresciuto a Cuneo. Francesco è nato a Terni da genitori pakistani. Mohammed ed Abdul quando vinceranno una medaglia d’oro alle Olimpiadi, per conto di questo Paese che a volte sa essere davvero ingrato e poco generoso nei confronti dei suoi figli, per una o due settimane diventeranno l’esempio più alto e valoroso di cittadinanza italiana. Sulle nostre carte di identità ci sono già nomi che tengono insieme l’Italia e i nostri nomi tradizionali pieni di amore e benedizioni ancestrali. E se a quelli di Futuro Nazionale la cosa non va giù? Col tempo se ne faranno una ragione. Impareranno ad acculturarsi e civilizzarsi anche loro. E magari, con un po’ di voglia in più di comprendere la cultura italiana senza ridicolizzarla con mezzi dialettici tanto miseri quanto imbarazzanti, impareranno a capire che Maria, Giuseppe e Francesco solo a un certo punto, dopo un viaggio di secoli, prestiti, adattamenti e scambi culturali, sono diventati nomi italiani. La vita è un viaggio inarrestabile. L’identità di un popolo come quella di ogni singolo individuo che compone il tutto, è un una forza dirompente che non si può contenere in un fragile barattolino di paure neofasciste e abbiette riletture della nostra realtà. Realtà che pretende un’onestà intellettuale che un razzista senza alcuna conoscenza della ricchezza della propria cultura, non potrà mai incarnare. Maria, Giuseppe, Francesco, Omar, Abdul e Mohammed per me sono nomi meravigliosi. Unici e indivisibili. Hanno continuato e continueranno a viaggiare, ad incontrare lingue, popoli e altre culture. Si adatteranno al presente. Sopravviveranno. E alla fine impareranno a guardare avanti, in attesa di cambiamenti. Persino i nomi “italici” che in teoria dovrebbero farci comprendere a colpo d’occhio chi merita una casa popolare e chi no, ci ricordano che italiani non si nasce, ma attraverso giri, passaggi, scontri e incredibili accidenti, lo si diventa. Chi vuole restare, chi si radica con volontà, nella quotidianità talvolta difficile della vita di tutti i giorni, magari in una casa semplice, dove la priorità e andare avanti e garantirsi dignità e pace per sè o per la propria famiglia, è parte di questo Paese. Vorremmo sentire meno stronzate riecheggiare tra le pareti della Camera dei Deputati. Perché qui c’è gente che lavora e tira a campare. Gente che aspetta che il governo si tiri su le maniche per combattere contro la piaga del lavoro “povero” e degli stipendi da fame. La Camera dei Deputati ha assunto l’aspetto di una discarica abusiva e abusante nei confronti di chi in questo Paese, ha la sola colpa di essere straniero e povero. Ultimamente mi vergogno fin troppo spesso di condividere la cittadinanza con gente come Rossano Sasso. Il Paese sprofonda nella povertà assoluta e i neo/ascisti giocano con la rabbia e la disperazione di un popolo che in fondo disprezzano e che esiste solo per finanziare i loro stipendi. In una situazione così delicata, che esige un senso di responsabilità mai sperimentato prima in questo Paese, usare il razzismo per fare la sanguisuga attaccata alla giugulare della Lega, è imbarazzante. Oltre che nauseabondo. La filippica sui citofoni, gli stranieri privilegiati e le case popolari, anche no. Proprio non ce la meritiamo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Giuseppe, Maria, Francesco. Nomi tipicamente italiani proviene da Comune-info.
June 26, 2026
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Il futuro di tutti
-------------------------------------------------------------------------------- Il futuro dei miei, di Alessandro Ghebreigziabiher è un libro di didattica attiva – illustrazioni di Giorgio Delmastro – pubblicato da Voglino Editrice. Si tratta di un’antologia di racconti nata con l’intento di educare al dialogo interculturale. Con ironia e leggerezza affronta temi come il razzismo l’antirazzismo, l’accoglienza, la diversità, l’incontro con le persone che vengono da lontano. Le storie sono ambientate a scuola e in famiglia, ma anche in mare, sulle barche con cui ogni anno migliaia di esseri umani si mettono in viaggio alla ricerca di una vita migliore. Il futuro dei miei, il racconto che dà il titolo alla raccolta, è stato scritto per un numero speciale del settimanale Carta nel 2008. Quel racconto è qui di seguito narrato dall’autore: -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il futuro di tutti proviene da Comune-info.
June 22, 2026
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Cittadini del mondo
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Stefania Pizzolla -------------------------------------------------------------------------------- Ad António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite Mi prendo la libertà di scriverle, per sottoporle un’idea. Le Nazioni Unite potrebbero rilasciare una carta d’identità a qualsiasi cittadino del mondo che ne faccia richiesta. La carta non deve necessariamente comportare privilegi o diritti. Potrebbe avere qualche utilità pratica, ma avrebbe, credo, un immenso valore simbolico: tutti gli esseri umani appartengono a un’unica famiglia di cittadini. Esperti mi dicono che il progetto è facilmente realizzabile tecnicamente, data la tecnologia odierna; la maggior parte delle carte potrebbe essere consegnata concretamente per conto dell’ONU da singoli paesi che lo vogliano fare. Forse l’ONU stessa aumenterebbe la sua legittimità simbolica, con miliardi di persone che hanno la sua carta in tasca. Penso che sarebbe meraviglioso offrire a qualsiasi essere umano il senso di appartenenza a un unico popolo. Con rispetto e ammirazione per la sua difficile leadership e la sua voce di saggezza, rara nel mondo contemporaneo. [Carlo Rovelli] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Cittadini del mondo proviene da Comune-info.
November 1, 2025
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La cucina meticcia dell’Esquilino
-------------------------------------------------------------------------------- POLO CIVICO ESQUILINO E REDAZIONE DI COMUNE presentano a Roma nell’ambito del progetto “PARTIRE DALLA SPERANZA E NON DALLA PAURA” PROMOSSO DALL’ASS. PERSONE COMUNI / EDITORE DI COMUNE Qui il programma completo che include 4 iniziative in diversi quartieri di Roma, tra giugno e novembre 2025 SABATO 20 SETTEMBRE PIAZZA PEPE (Esquilino) Ingresso libero ORE 19 PEDAGOGIA DEL CONFINE Il corpo come luogo culturale, la danza come condivisione Spettacolo di Danza-movimento-terapia Fernando Battista ORE 20 LA CUCINA METICCIA DELL’ESQUILINO Il mondo non è uno scontro di culture, ma un incontro di fritture Cena e concerto/perfomance multimediale donpasta -------------------------------------------------------------------------------- Daniele De Michele da oltre vent’anni, con lo pseudonimo donpasta, utilizza la scrittura e gli spettacoli per indagare e proteggere la cucina popolare. Sabato 20 settembre lo farà incontrando la comunità meticcia dell’Esquilino per una festa di piazza: una grande tavolata, cuochi dal mondo intero, una consolle e un sound system. Cucinare per parlare di tradizioni che si contaminano, di vite in bilico, di resistenze e accoglienze. Saranno raccontate alcune delle tante ricette italiane che hanno origine da ibridazioni secolari come i carciofi alla giudia, il cacciucco livornese, il cous cous di pesce trapanese. E saranno raccontati anche il presente e il futuro prossimo di una cucina sempre più aperta alle contaminazioni. Con le sue tagliatelle, assieme ai cuochi di origine migrante, donpasta immaginerà piatti che prendano spunto da tradizioni diverse. Per questo sul palco ci saranno musica e pentole contemporaneamente, mixer e mini-pimer, una consolle e un piano da cucina, fornelli e cuffie, e tanta farina tenera e di grano duro per l’insostituibile “Imperia” a manovella che sforna tagliatelle. Tutti i sensi saranno chiamati in causa. Naturalmente anche il dj set sarà speziato di sonorità del mondo intero, tra il funk, il reggae, il Sud America e la Londra meticcia… La serata si aprirà con uno spettacolo di Danza-movimento-terapia di Fernando Battista. La danza, presente in ogni tempo, luogo e in tutte le strutturazioni sociali, si rivela uno straordinario mezzo interculturale di condivisione dei vissuti e una modalità partecipata di pensare il fare collettivo. -------------------------------------------------------------------------------- L’iniziativa fa parte del ciclo di appuntamenti “Partire dalla speranza e non dalla paura” realizzato dall’Ass. Persone comuni. Il progetto, promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura, è vincitore dell’Avviso Pubblico Artes et Iubilaeum – 2025, finanziato dall’Unione Europea Next Generation EU per grandi eventi turistici nell’ambito del PNRR sulla misura M1C3 – Investimento 4.3 – Caput Mundi”. -------------------------------------------------------------------------------- Daniele De Michele Don Pasta (www.donpasta.it). Daniele De Michele è autore del film Naviganti, presentato alle Giornate degli Autori di Venezia nel 2021 e I Villani prodotto da Rai Cinema e presentato a Venezia 2018. Eonomista, con un Master in “Economia e sviluppo Economico” all’Istituto Nazionale delle ricerche Agronomiche in Francia, Daniele De Michele dal 2001, con lo pseudonimo donpasta, utilizza la scrittura, le performance, gli spettacoli, le istallazioni, il giornalismo per sviluppare un progetto culturale e artistico sul tema dell’alimentazione. In televisione collabora assiduamente con Geo And Geo (RAI3), La Prova del Cuoco (Rai 1), la rete LaEffe. In radio è spesso invitato a Fahreneith (Radio3), Caterpillar (Radio 2), Decanter (Radio 2) e Capital in The World (Radio Capital). Per Treccani e Corriere della Sera ha curato la serie web-tv “Le nonne d’Italia in cucina”, viaggio nelle venti regioni incontrando nonne in cucina. Collabora Nel 2014 ha pubblicato Artusi Remix (Mondadori), frutto di un lavoro condiviso con il Comitato Scientifico di Casartusi. Ha pubblicato inoltre: Food sound system (2006) e Wine Sound System (2009) per Kowalski-Feltrinelli; La Parmigiana e la Rivoluzione (2011) e La Ballata di Circe (2017) per Stampa Alternativa; Kitchen Social Club (2016) per Altreconomia. Nel giornalismo scrive assiduamente con: Repubblica, Corriere della Sera, Left e Manifesto e Comune. Lo spettacolo Food Sound System gira il mondo dal 2001 (Usa, Vietnam, Zimbabwe, Mozambico, Algeria, Finlandia, Libano, Turchia, Francia, Germania, Spagna) e partecipa ai più importanti festival nazionali (Mittlefest in Friuli; Festival di Ravello; Capodanno di Roma e di Firenze; Arezzo Wave, etc). -------------------------------------------------------------------------------- Fernando Battista, coreografo e performer, porta avanti con l’Università Roma 3 una ricerca sui temi della Danza-movimento-terapia (DMT) in ambito educativo e nei processi migratori. Docente presso diverse scuole di formazione in DMT, Counseling, Psicomotricità e ArteTerapia. partecipa da tempo a progetti internazionali e attività di formazione per docenti e operatori del sociale. Il suo ultimo libro è Pedagogia del Confine (ed. Junior). Corpisensibili è il suo blog. Corpisensibili.com -------------------------------------------------------------------------------- Mezzi pubblici per raggiungere Piazza Pepe metropolitana (fermata Termini) e bus 71 Informazioni: Whatsapp +39 335 5769531 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La cucina meticcia dell’Esquilino proviene da Comune-info.
September 10, 2025
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Oltre il pensiero unico
DON TABACCO, DONNA ZUCCHERA E LA CULTURA COME PROCESSO IN CONTINUO DIVENIRE. LE ORIGINI DEL PENSIERO TRANSCULTURALE -------------------------------------------------------------------------------- Antropologo ed etno musicologo Ferdinando Ortiz Fernández (La Havana,1881 – 1969), candidato al Premio Nobel della pace nel 1955, è stato fra i maggiori innovatori del pensiero antropologico del novecento. Nel dibattito attuale, in cui incombe la minaccia di un pensiero unico che vorrebbe appiattire ogni dissenso e ogni canale di confronto culturale, ci sembra importante e opportuno riproporre l‘opera di Ferdinando Ortiz Contrappunto cubano del tabacco e lo zucchero, le origini del pensiero transculturale (Borla 2025). In essa viene messo a fuoco il concetto di transculturacion, ossia l’attraversamento di culture e la loro reciprocità con la pratica del “toma y daca”, “prendi e dai”. L’o­biettivo del saggio è di esporre mediante una analisi – per contrappunto – la sua teoria sui fenomeni di commistione e contatto di mondi differenti (creolo, castigliano, caraibico etc.) che si influenzano vicendevolmente senza che uno si imponga sull’altro. Il titolo Contrappunto– ponere punctum contra punctum – (segnare nota contro nota)è coniato dal linguaggio musicale per indicare la presenza in una composizione o in una sua parte di linee melodiche indipendenti. Come riferisce l‘antropologo del suono Antonello Coliberti (2016), “il contrappunto si concentra sull’aspetto melodico piuttosto che sull’effetto armonico; la chiave è tutta nell’indipendenza delle diverse voci”. Da questa contrapposizione di note può nascere una polifonia come risultato di elementi diversi e di differente valore. Il contrappunto salta il discorso gerarchico delle note. Ortiz parte da questo linguaggio musicale per introdurre la storia di due prodotti caratteristici dell’isola, tabacco e zucchero, divenuti due “personaggi litigiosi” pur se dialoganti. Nel presentarli ricorre alla metafora musicale per descriverne differenze e contrasti dei rispettivi mondi di appartenenza, e come per le note, senza che l‘una prevalga sull’altra. Dal loro incontro si ricevono e si lasciano codici, senza paura di perdere i propri. Come è noto zucchero e tabacco nella realtà sono due prodotti differenti a livello economico e a livello sociale, ognuno con sue proprietà specifiche. Nella suggestiva raffigurazione dell’autore prendono le sembianze di due personaggi particolari della narrazione cubana: Don tabacco e Donna Zucchera (azúcar in spagnolo è anche femminile). Il tabacco è amaro e possiede un aroma, lo zucchero è dolce e non ha odore, il tabacco è audacia, lo zucchero è prudenza. Il tabacco è maschile, lo zucchero è femminile e innumerevoli altre pittoresche rappresentazioni. L’etnomusicologo Ferdinando Ortiz attinge a queste figure fantasiose, radicate nelle tradizioni dell’isola, per evidenziarne contraddizioni e allo stesso tempo varietà e ricchezza. Non c’è spazio per culture superiori. Né “subalterne”, come direbbe Antonio Gramsci. Le osservazioni metodologiche di Ortiz nascono “sul campo” (secondo gli insegnamenti del suo maestro Malinowski) in una Cuba meticcia degli anni Quaranta, aperta alle correnti di tanti mondi che si intercettavano influenzandosi e contaminandosi reciprocamente. Nel particolare spaccato della società cubana di quel periodo si erano infatti formate le condizioni per una mescolamento di culture, secondo un processo creativo e dinamico frutto delle interazioni fra le popolazioni che pullulavano nell’isola, ognuna con i suoi riti, costumi, lingua. Cuba rappresentava come dice Valerio Riva nella sua nota storica al testo (2025, cit.) la “prefigurazione della futura società universale, di un mondo nuovo dove tutte le “razze” si sarebbero mescolate. Riconoscere a ognuna di esse dignità e singolarità e considerarla sullo stesso piano delle altre rappresentava un duro attacco a ogni forma di etnocentrismo, presente ai suoi tempi e ancora duro morire ai giorni d’oggi, se pur “sotto mentite spoglie”. Il suo metodo risultò rivoluzionario per quel periodo e si diffuse in molti paesi suscitando l’interesse fra gli antropologi: latransculturazione superava concetti come “acculturazione o “differenziazione” fino ad allora adottati nel dibattito scientifico. Attualmente vorremmo sottolineare soprattutto i suoi aspetti dinamici e il potere trasformativo. Infatti con la preposizione trans si vuole mettere in risalto la processualità dell’incontro durante il quale si lasciano e si prendono elementi culturali con un arricchimento reciproco. Nel passaggio attraverso altri modi e mondi di conoscenza si possono modificare atteggiamenti mentali chiusi e rigidi della ricerca, della cura, ed in ogni contesto in cui sono necessari apertura e flessibilità. In tale transito si assiste a “contaminazioni” e adattamenti che ogni tipo di siffatti incontri sollecita e provoca. L’opera dell’antropologo cubano è importante anche perché riconosce alla cultura il suo carattere processuale, di divenire più che di divenuto, lontano dalle sirene di esotismi “etno” molto di moda. Il pensiero transculturale offre una chiave di lettura per un mondo plurale, in continuo movimento, dove categorie “etichettanti” non sono sufficienti all’operatore transculturale del terzo millennio di fronte a fenomeni complessi con cui si trova d interagire. Un diverso approccio nella pratica quotidiana con migranti e i rifugiati lo aiuterebbe a considerarli non solo nei loro aspetti sociali ed economici (oltre che umani) ma anche come rappresentanti di altri mondi con cui rapportarsi “dando e ricevendo” senza rischi per la propria integrità. Il mondo è in continua evoluzione e insieme a esso si trasformano le culture e il modo con cui impattano sulla vita degli individui. Ortiz introdusse una visione innovativa basata su un concetto rivoluzionario rispetto ai metodi tradizionali legati (non solo allora) a una visione culturocentrica, secondo cui ogni cultura si ritiene centrale rispetto alle altre, ”periferiche”. Egli offre una prospettiva transculturale aperta a varie derive: clinica, storica, antropologica, psicologica, di ricerca. Il suo testo fa anche riflettere sull’importanza di costruire un pensiero mobile atto a intercettare più che a difendersi, pronto a un nomadismo di pensiero/azione per varcare le cosiddette “soglie di competenza” che spesso bloccano i processi evolutivi in molti ambiti. Nella società che si va configurando non è sufficiente attenersi a un mandato “neutro”, “istituzionale”, trascurando movimenti interni-esterni che ogni processo culturale richiede e produce. A latere bisogna aggiungere che per molto tempo nell’analizzare la sua opera si è soffermati più sugli aspetti positivisti (nel suo primo periodo era stato molto influenzato dal pensiero del criminologo Cesare Lombroso) che sugli gli aspetti innovativi del suo pensiero. Don Ferdinando – come lo chiamava Malinowski – non era solo un intellettuale immerso nei libri, avulso dalla società, ma un uomo impegnato nella attività politica di Cuba del tempo, tanto da militare come deputato nella sinistra liberale, e combattere contro ogni attacco alla democrazia nella sua isola, a fianco degli studenti nelle loro manifestazioni antifasciste. In seguito soffocato dal clima autoritario e repressivo, creato dal dittatore Machado, il Mussolini dei Caraibi, lasciò per protesta l’incarico di parlamentare e andò in esilio a New York, “traslocando con libri, idoli e tamburi”. Pur ricordando le sue contraddizioni (positivista e rivoluzionario) lo consideriamo un punto di riferimento fondamentale per lo psichiatra, psicologo e psicoterapeuta transculturale che attraversa modi e mondi della sofferenza, senza separarli dai loro contesti culturali e sociali e conseguentemente riesce a mettersi in discussione, sospendendo categorie non sintoniche con le realtà che va a conoscere. Come direbbe Foucault (2023): “Il pensare è il fuori dall’accademia, come il conoscere, ben oltre il comprendere, è prendere posizione”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Oltre il pensiero unico proviene da Comune-info.
July 1, 2025
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Che cosa vuol dire transculturale? Parte II
LA TRANSCULTURA NON È SOLO LA PROPOSTA DI UNA DIREZIONE, UN TRANSITO FRA MONDI CULTURALI DIVERSI INEVITABILMENTE DINAMICI, MA VUOLE INDICARE ANCHE UNA TRASFORMAZIONE FRA COLORO CHE COSTRUISCONO UNA RELAZIONE -------------------------------------------------------------------------------- Foto ed elaborazione di Giovanni Izzo -------------------------------------------------------------------------------- Se è vero che le parole sottendono un pensiero quindi sono parole-pensiero, anche il termine transculturale necessita di alcune spiegazioni per non cadere nella trappola di parole criptiche e quindi incomprensibili. Questo rischio è abbastanza frequente soprattutto quando si utilizzano in campo scientifico (psichiatria transculturale, psicoterapia etc.) dove sono frequenti classificazioni e definizioni spesso distaccate dalla realtà. Fenomeni come l’emigrazione – un terremoto secondo Karl Jaspers -presenta anche aspetti culturali spesso non considerati nella loro giusta rilevanza. Migranti, rifugiati – persone non categorie – vengono in molti casi deprivati della loro storia e della loro cultura. Noi, come operatori della salute mentale, quale atteggiamento utilizziamo verso la loro sofferenza? I vecchi metodi frutto di un pensiero “catastale” forse non sono sufficienti per avvicinarsi a quel qualcosa di “di nuovo” che irrompe nelle nostri menti prima che nei nostri ambulatori, servizi, centri di accoglienza. Siamo presi solo dallo “studiare un oggetto esotico” e quindi interessante, lasciando inalterati i nostri modi di osservare/agire? Quale scienza e con quali strumenti? Queste interrogazioni – più che interrogativi – sono presenti nei nostri processi di cura e di formazione professionale spesso non adeguati di fronte a “nuovi utenti”. In questa sede possiamo accennare a un approccio transculturale, consapevoli che è solo l‘inizio di un percorso articolato che cercheremo di sviluppare più approfonditamente in seguito su queste pagine. Con tale metodo intendiamo un attraversamento di culture durante il quale si è contaminati e si contamina a sua volta, influenzandosi vicendevolmente, senza che una cultura prevalga sull’altra, secondo gli insegnamenti dell’antropologo cubano Ferdinando Ortiz (2025). Egli, coniando il termine di transculturacion “dando e prendendo“( toma y daca) aveva espresso il dinamismo proprio di ogni processo culturale aperto allo scambio paritario. Deleuze la considerava una scienza “dei margini, degli interstizi della liminarità”(Deleuze-Guettari,1980) connaturata alla dimensione dell’incontro e della relazione con tutti gli imponderabili a cui questa modalità conduce. Una sua possibile applicazione, la “psichiatria transculturale”, non deve aggiungersi al già affollato mondo ”psy”come un nuovo modo di catalogare sintomi e sindromi, ma di costruire una direzione di cambiamento nel processo di osservazione, passando attraverso (non sopra) le modalità di esprimere le sofferenze psichiche e le loro manifestazioni culturali. In questo passaggio fra pratiche e saperi diversi che ogni incontro/scontro con culture altre sollecita e provoca. si produce un arricchimento reciproco. Tale percorso offre la possibilità all’osservatore, al terapeuta, al ricercatore, ad ogni operatore di mettersi in discussione, di scommettersi per rendersi conto che il famoso “oggetto” di studio è da tempo diventato soggetto. È qui fra noi, con tutto il suo carico di sofferenza e di diversità. La sua presenza, tra l’altro, pare continuamente chiederci come ci poniamo di fronte a quel “qualcosa che avanza”, a “quello straniero” che ci costringe a guardarci, non solo a guardarlo. Ascolta come mi batte forte il tuo cuore, recita la poetessa Wisława Szymborska. Una società complessa, divenuta da tempo multiculturale e multietnica – a dispetto di chi voglia ancora negarlo – può mettere in difficoltà l’operatore non preparato e porre in forse l’adeguatezza degli stessi i servizi in cui lavora. Una “modalità transculturale” forse può aiutare in quegli attraversamenti di altri mondi e modi di conoscenza associati alla possibilità di modificare l’orizzonte della ricerca, della cura e, in generale, dell’approccio ad eventi e persone provenienti da paesi diversi. Non aiuta certo rimanere ancorati a una posizione culturo-centrica, secondo cui ogni società pensa che la sua cultura sia “centrale” rispetto al “resto con cui viene in contatto”. Ecco quindi l’idea di un viaggio, di una mobilitazione dentro e fuori di sé, di preparazione a un nomadismo di pensiero-azione, necessario per bagnarsi in altro e nell’altro, nell’altrove e nell’altrui. Se è vero che da tempo l’immagine dell’osservatore inerte non va più bene, anche l’osservatore che interagisce con l’oggetto della sua ricerca ha bisogno di ingranare un’ulteriore marcia, quella dell’esploratore un po’ sporco, con i segni del con-tatto. È un viaggio comunque assai poco esotico che si configura specialmente come un processo di trasformazione del “viaggiatore”, all’interno dei propri pregiudizi e visioni del mondo, previa sospensione delle sue vecchie categorie di pensiero. La transcultura non è solo la proposta di una direzione, un transito fra mondi culturali diversi, ma vuole indicare anche una trasformazione fra i contraenti della relazione che si costruisce. Una operazione rischiosa che richiede un cambiamento, un diverso posizionamento lontani da facili la tentazioni di “derive” più facili, più comode, più “alla moda”, consoni a un dibattito marcato da consolidati stereotipi. Un messaggio fuori dal “solito” approccio statico e auto confermante e pronto a divenire sociale e culturale e quindi “politico”, nel senso più alto del temine (e a cui sembra non siamo più abituati). -------------------------------------------------------------------------------- Che cosa vuol dire transculturale? Parte I -------------------------------------------------------------------------------- Alfredo Ancora, Psichiatra e psicoterapeuta, Directeur Scientifique Université Populaire “E. De Martino D. Carpitella” Paris, Ordinary member Society for Academic Research on Shamanism, è condirettore della rivista “Transculturale”. Si occupa di psichiatria e psicoterapia transculturale di gruppo, sciamanesimo, problematiche migratorie e tradizioni popolari. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Che cosa vuol dire transculturale? Parte II proviene da Comune-info.
May 14, 2025
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