Trump attacca i socialisti, ma li teme

Jacobin Italia - Wednesday, July 22, 2026

Nella puntata di mercoledì scorso di The Joe Rogan Experience, Rogan e JD Vance hanno riflettuto sul socialismo, un fenomeno che ha particolarmente preoccupato Donald Trump e i suoi alleati, soprattutto dopo una serie di vittorie elettorali ottenute nell’ultimo mese dai Democratic Socialists of America (Dsa).

Vance concorda con Rogan – sostenitore di Bernie Sanders nel 2020 che ha votato per Trump nel 2024 – sul fatto che il movimento socialista attragga molte «persone gentili ed empatiche», ma anche che la sua popolarità sia motivo di preoccupazione. Vance afferma che il socialismo è «folle», ma una risposta comprensibile alle difficoltà economiche degli americani. «L’estrema disuguaglianza di ricchezza crea problemi», sostiene.

Riguardo specificamente ai Dsa, Vance dice: «Penso che le loro idee siano folli e… porteranno a un regime totalitario». «Ma tendo ad essere un po’ più empatico – aggiunge – Perché i giovani sono attratti dal socialismo nell’America del ventunesimo secolo?». Ricorda che Charlie Kirk, poco prima di morire, aveva sottolineato: «Se non si dà ai giovani un interesse, se non si dà loro un senso di appartenenza, se non si dà loro un senso del sogno americano e delle possibilità per il futuro, diventeranno socialisti». Vance continua:

Quindi penso che, a meno che non si intraprenda quella strada che permette ai giovani americani di possedere qualcosa, il socialismo sia l’esito inevitabile. Penso che sia una cosa positiva? No. Ma mi preoccupa davvero… Se non risolviamo questo problema e, direi, se non torniamo a una concezione dell’economia più cristiana, il socialismo sarà l’alternativa. È questa la direzione che prenderà la situazione.
Joe Rogan: Beh, la gente non possiede niente.
JD Vance: Esattamente. E in un certo senso, Joe, il gioco è truccato.

Vance si è espresso in termini più concilianti su altri funzionari dell’amministrazione Trump preoccupati per la popolarità del socialismo. Con un linguaggio ben più cupo e vendicativo, il Segretario di Stato Marco Rubio ha tenuto giovedì a Washington, DC, una conferenza sulla «violenza di sinistra», alla quale hanno partecipato rappresentanti di circa sessanta paesi. Rubio ha definito la sinistra «un male unico, radicato in un profondo risentimento verso la civiltà». Nello stesso incontro, il vice capo di gabinetto di Trump, Stephen Miller, ha affermato che la sinistra è «fondamentalmente motivata dall’invidia, dall’odio e dalla gelosia», e l’amministrazione ha annunciato restrizioni sui visti per i membri di alcuni gruppi politici di sinistra, invocando il concetto ampio di «sabotaggio economico».

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Trump si è espresso in termini altrettanto repressivi, ripubblicando di recente un video del personaggio mediatico di estrema destra Michael Savage che sostiene (in maiuscolo, come molti post di Trump) che «Il socialismo democratico deve essere criminalizzato, i leader deportati», incluso il sindaco di New York Zohran Mamdani (che Trump ha definito nell’ultimo anno «il mio piccolo sindaco comunista», ma anche «una persona molto razionale, un uomo che vuole davvero vedere New York tornare grande»). Ultimamente Trump ha anche divagato sul «comunismo», che non fa parte della politica statunitense tradizionale da decenni, ma che spesso, nell’immaginario ansioso dell’élite di destra, è sinonimo di qualsiasi opposizione all’oligarchia e al capitalismo sfrenato in stile americano.

Queste denigrazioni arrivano, non a caso, in un momento in cui il «socialismo democratico» è in forte ascesa, il che rende piuttosto difficile per la destra lanciare una nuova ondata di paura rossa. Bernie Sanders è una delle figure più popolari della politica americana, così come Zohran Mamdani. Il 4 luglio a Mount Rushmore, quindi, con le vittorie dei Dsa a New York, in Colorado e altrove ben impresse nella mente, Trump ha raccolto la sfida imitando Joe McCarthy.

«L’America non sarà mai un paese comunista. Non succederà», assicura Trump.

È come un cancro. Bisogna estirparlo… I nostri guerrieri non hanno combattuto il comunismo sui campi di battaglia di tutto il mondo solo perché quella minaccia rialzasse la sua brutta testa in America. Non lo permetteremo.

Si tratta di cliché tipici della destra. Eppure ci sono alcuni spunti interessanti. Nel bel mezzo della sua demonizzazione del socialismo, Trump a tratti sembra quasi nostalgico della sinistra, come se desiderasse far parte di questa squadra intrigantemente in ascesa.

«Sarei il più grande comunista della storia – ha riflettuto di recente – Sarei al livello di Lenin».

Come per dissuadersi da questa tentazione incombente, ha aggiunto che il «comunismo» odierno rappresenta uno dei pericoli peggiori che questo paese avesse mai affrontato. Quando «si diventa comunisti – sostiene – non si torna più indietro. Si muore nella miseria. Si muore di una morte orribile. Si muore nella miseria, e la situazione diventa davvero malvagia e ripugnante».

In un certo senso, Trump sta regredendo al maccartismo perché è un uomo anziano che sta perdendo il controllo della situazione e questo è un terreno a lui familiare. L’avvocato di McCarthy, Roy Cohn, era il suo mentore. Si sente a suo agio in un clima di paura rossa. Ma la recente ossessione di Trump per il comunismo non è solo il delirio di un uomo che sente lo spirito del tempo, insieme alla sua stessa sanità mentale, sfuggirgli di mano, né è semplice nostalgia o un disperato ritorno a qualcosa che un tempo funzionava per la destra. Come Vance, Rubio e tutti gli altri esponenti della destra che si stanno agitando per i Democratic Socialists of America, anche Trump si sta preoccupando – razionalmente – di un avversario potenzialmente formidabile.

Le prove sono dapperttutto. Mamdani ha vinto le elezioni a sindaco di New York l’anno scorso, poi i socialisti hanno fatto piazza pulita nelle elezioni per il Congresso e per l’assemblea legislativa statale di New York. Francesca Hong sta ottenendo ottimi risultati nella corsa a governatore del Wisconsin, e Melat Kiros del Colorado entrerà presto al Congresso; i progressisti che non si identificano come socialisti ma ne condividono molti dei punti programmatici fondamentali, come il candidato al Senato del Michigan Abdul El-Sayed, stanno ottenendo buoni risultati nelle loro elezioni.

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Come ha riconosciuto Vance, il programma politico del movimento socialista del XXI secolo, che spazia dagli alloggi a prezzi accessibili agli stipendi più alti fino all’assistenza sanitaria universale, gode di un’enorme popolarità. L’amministrazione Trump lo sa meglio di chiunque altro, perché lo stesso Trump ha condotto una campagna elettorale nel 2024 incentrata su temi legati alla classe lavoratrice, come l’alto costo della vita. Non aveva alcuna intenzione di agire concretamente su questi temi, ma sapeva che si trattava di argomenti potenti in campagna elettorale. Ora Trump e il movimento Maga si trovano ad affrontare un movimento socialista che è seriamente intenzionato a legiferare per migliorare la vita dei lavoratori, e questo li preoccupa.

È evidente che il Dsa abita nella testa di Trump e dei suoi stretti collaboratori senza pagare la pigione, o perlomeno con un affitto bloccato. I loro commenti sono stati a tratti bizzarri e persino contraddittori, ma riflettono il timore della destra che la sinistra stia guadagnando terreno e costruendo un movimento, e che detenga soluzioni a problemi che né la destra né il centro sono in grado di risolvere. Su questi punti, almeno su questi, Trump e soci hanno ragione.

*Liza Featherstone è editorialista di JacobinMag e giornalista freelance. Ha scritto, tra le altre cose, Selling Women Short: The Landmark Battle for Workers’ Rights at Wal-Mart (Basic Books, 2002) e Divining Desire: Focus Groups and the Culture of Consultation (Or, 2017). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

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