Il caso Roggero

Pressenza - Saturday, July 18, 2026

Pubblichiamo due riflessioni sul caso Roggero, una di ordine politico, l’altra più di carattere etico, augurandoci che la loro curvatura e la loro pacatezza correggano in qualche modo l’acrimonia dilagante in queste ore (d.m.)

Il caso Roggero, il gioielliere di 72 anni condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere per avere ucciso due rapinatori, impazza sui social con due schieramenti che, come al solito, non ammettono discussioni. Una parte consistente è per la grazia subito; un’altra parte significativa dice: “meritava l’ergastolo”.

Tra coloro che chiedono la grazia c’è anche una parte (di minoranza) che ha una visione umanitaria. La grazia verrebbe giustificata dall’età avanzata e dalla esasperazione del momento. In astratto sono argomenti che da garantista ritengo giusti ed apprezzabili contro gli eccessi giustizialisti di chi parla di sentenza troppo leggera, devo però dire che rispetto al caso concreto non sono del tutto pertinenti.

Roggero non era e non è un uomo esasperato; non si è pentito per quanto ha fatto; non ha detto: “mi dispiace, ma in quel momento non ragionavo”. Al contrario ha detto in pratica: ho fatto bene; era mio diritto farlo e ora pretendo la grazia dal Presidente della Repubblica. Inoltre non è affatto incensurato come qualcuno crede. In passato ha minacciato con una pistola il fidanzato della figlia e la sua famiglia, dove per fortuna non c’era nessuno dal grilletto facile come il suo. Per questi fatti è stato condannato e gli è stato ritirato il porto d’armi, anche se le armi le aveva lo stesso.

Data questa situazione la grazia non sarebbe un atto di clemenza, ma una scelta politica di schieramento atta a modificare di fatto l’idea stessa di legittima difesa, accettando il diritto di farsi giustizia da sé.

È proprio questa la questione più grave. Un caso giudiziario chiarissimo – con tre gradi di giudizio concordanti, con un uomo ripreso dalle telecamere mentre insegue e uccide le sue vittime, con una ipotesi di legittima difesa che è semplicemente risibile anche per chi sa pochissimo di diritto – diviene un caso politico emblematico. Il ministro della giustizia avvia un provvedimento di grazia (usurpando, tra l’altro, le prerogative costituzionali del Capo dello Stato, che si vede costretto a redarguirlo); Salvini raggiunge in carcere il detenuto e dice di voler valutare una sua eventuale candidatura. Il diritto fatto a pezzi e gettato nella spazzatura. E, sia detto per inciso, neppure aiuta il giustizialismo di chi dice “ergastolo”, mostrando di volere accettare la sfida dello scontro duro a tutti i costi, in barba a qualche studioso, forse fuori dal mondo, che ha osato parlare di “diritto mite”.

Una società che pensa di poter fare a meno o di poter manipolare il diritto; una società che crede nella giustizia fai da te e che la pretende come “azione diretta” di popolo; un sistema politico che crede di poter cavalcare la tigre o di poter fare della legge della giungla un obiettivo da campagna elettorale: sono tutte testimonianze di un mondo malato.

Ci sono troppi segnali per poter credere nella semplice casualità o nella contingenza. Credo che dovremmo cominciare a pensare ad un processo di imbarbarimento le cui radici stanno nel senso di smarrimento che assale un Occidente in crisi e che sta perdendo le sue vecchie certezze. Quando pensi di essere il centro del mondo e ti accorgi invece che stai diventando periferia, solo una ripartenza Etica ti può salvare. C’è tutto un percorso da costruire prima che sia troppo tardi.

Antonio Minaldi

In questi giorni, assistendo al “dibattito” sulla vicenda di Mario Roggero, mi sento più solo.

Non tanto a causa della mia qualità di “studioso” di diritto: le opinioni a commento della vicenda mettono certamente a dura prova i giuristi.

Mi sento solo come uomo, come cittadino, come persona.

Io credo nelle persone, e in particolare nel fatto che ogni essere umano sia “buono” per natura. Io credo che chi sbaglia, chi aggredisce, chi prevarica, chi offende, in quanto persona può riscattarsi, può ritornare “buono”.

So che è difficile da credere, e che subire un torto in prima persona, anche gravissimo, è tutta un’altra cosa. So che è difficile da credere, in questo tempo dove tutti hanno certezze, tutti condannano, tutti sono convinti di sapere cosa sia “giusto”.

Per conto mio, l’unica certezza che ho è che nessuno nasce “cattivo”.

Io credo che la vita di chi offende valga quanto la vita dell’offeso. Credo che additare, accusare, escludere, isolare chi offende generi solo altro livore, produca solo altra violenza. Lo credo anche perché l’ho visto con i miei occhi. Scontata la pena, chi ha offeso tornerà ad offendere: l’Italia ha un tasso altissimo di recidiva, e cioè chi ha commesso un reato, una volta scontata la pena, tornerà a delinquere.

Mi rendo conto che la mia è una posizione impopolare, per questo soggetta a critiche. Ma io credo nelle persone, e penso che il nostro compito, come comunità, sia di rispettare la vita anche di chi offende, e provare a non trattarlo come un mostro, a non gioire perché qualcuno viene ucciso a colpi di pistola da chi ha subito la sua violenza, a non stilare giudizi sommari.

Il nostro compito, come comunità, è di aiutare chi ha sbagliato a ricredersi, di aiutarlo ad assumere consapevolezza del male che ha fatto, aiutarlo a immaginare e a programmare una nuova vita, lontano dalla violenza. E le istituzioni, la politica, dovrebbe favorire tutto questo.

Mi sento solo, più solo in questi giorni.

Davanti a tutto il livore e alle convinzioni che leggo non smetto di credere che il futuro delle nostre comunità non si giochi sull’immedesimazione: “tu cosa avresti fatto al suo posto, se non quello?”. Si giochi, piuttosto, sulla carità e sulla compassione, ben più difficili da praticare: “so che hai sbagliato, ma il mio compito è aiutarti”.

Giuseppe Verrigno

Antonio Minaldi