Pino Tripodi / Umanità nascente, femminile

Pulp Magazine - Sunday, July 12, 2026

Macchinazioni fantastiche e policrome, ci siamo: alla fine (del tempo, dei nostri tempi?) bisogna considerare l’antologia dei Presocratici che tanto ha avuto attenzione nell’ultima parte del Novecento. È una necessità a cui rari scrittori e rare pagine danno spazio, forzati a posizioni testamentarie da poteri invasivi e tossici, da intenti politici vasti e intessuti di intelligenza artificiale. E a proposito: Turing era un poeta, a suo agio con i sogni (e dunque con la classicità greca), però era convinto che si potesse “insegnare” a una macchina la via del miglioramento tanto da sorvolare le pianure dell’intelligenza. Sappiamo come è andata, la poesia dovrebbe entrare nell’area LGBTQI+ nell’attuale contesto storico perché la salute planetaria possa avere una pur minima possibilità di sopravvivenza. Sì, leggere Shakespeare è alla portata dei Chatbot ma siamo sicuri che nello spazio degli incroci digitali l’imitazione non converga principalmente su delitti e controversie e cospirazioni? Tutte cose profondamente “umane” e quindi in vetta alla riproduzione su cui mirare. Nessuna specializzazione, sia chiaro, che è prerogativa degli insetti, ma il dominio del piacere ultramodernista.

Però tutto questo bailamme da agenzia di viaggi cosa c’entra con Sindrome Paradiso? C’entra perché il libro di Pino Tripodi contiene l’urgenza di trattare le storie e il loro racconto esigendo di percorrere i rituali e gli addensamenti del fenomeno umanità, tra violenza e difesa della parola. Tripodi civilizza la parola dando voce a consistenze interamente femminili che combattono la dissoluzione. Le protagoniste sono i luoghi delle antiche filosofie greche, sono le vere incarnazioni del divenire umano, entità nascente che non può che essere femminile. La mediazione non neutralizza le erranze novecentesche lungo i classici greci e Nietzsche, se mai la divulgazione del nucleo solido di un reale fatto di perturbazioni, punti deboli e punti forti di fenomeni molteplici. Alla luce di Elea e le sorelle sul pianeta che gira con loro. “Chi è Elea? È Elea la donna che ogni donna è”. Questo è (anche) un libro di indagini. Un brivido percorre i capitoli, tracce e documenti nelle viscere del tempo, il presente svicola da tutte le parti tra futuro e passato personali. Elea è l’ispettrice che osserva la “vetrinetta” del tempo. Osserva “la storia venduta in saldo”.

Giuseppe Genna mi scopre al telefono la fascinazione congiunta, durante la lettura, tra Stella Maris di Cormac McCarthy e Sindrome Paradiso: Alicia Western, in pieni anni ’20 del 2000, non vuole parlare del fratello Bobby durante le conversazioni col dottor Cohen. Nel dialogo fra i due protagonisti del romanzo, diagnosi di sociopatia e schizofrenia per la prima e psichiatra il secondo, i riferimenti di Alicia a Gödel, Feynman, Wittgenstein, Bach, sono plurimi, parsimoniosi quelli verso il fratello a cui vuole unicamente parlare – solo a Bobby in coma, in Italia dopo un incidente. Parole di matematica scambiate in Stella Maris, parole d’altrettanta matematica indagante in Sindrome Paradiso, cristalli multipli e multidimensionali d’entrambi in battere e levare, “in stella cielo cade”. Le “sorelle umane” lì possono vivere. Come spesso accade, Giuseppe coglie sintomo e cura al contempo, come nel caso di fallimenti civili ed exploits di energia cognitiva femminile nella coppia di romanzi ibridi e inauguranti un varco nello strappo del tempo, contro l’ottimismo militaresco che rende già fisicamente inabitabile il nostro presente affamato di catastrofe.

La fine di qualcosa che viene attesa in Stella Maris trova compimento e ripartenza in Sindrome Paradiso dove è lo stesso linguaggio ad apparecchiare l’esistenza femminile sul pianeta, espressioni del reale venuto ben prima dell’opera, e di più gran conto – così come ai primordi dell’era greca classica. Possiamo essere insoddisfatti quanto vogliamo, ma il racconto visivo IMAX girato da Tripodi azzera la nostra volontà di rimozione del trauma rifugiandoci nell’inconscio. Giorgio Colli suggerirebbe che non ci troviamo di fronte al dolore, ma siamo noi stessi dolore. Questo lo sa Elea, e lo sanno le sorelle. Il cratere del contemporaneo si smaschera qui, schiaffandolo contro uno specchio (come ha fatto History di Genna) a forza di un racconto, di una storia, infine di un poema.

 

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