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Fruttero & Lucentini / Libro di lettura
La vita intellettuale di Carlo Fruttero procede, per esempio, con la traduzione dei Nove racconti di Salinger pubblicata nei “Supercoralli” Einaudi nel 1962. Allo stesso modo segue dopo un mese la traduzione, da parte di Franco Lucentini, del Manuale di zoologia fantastica di Borges, questa volta nei “Coralli” sempre di Einaudi. I due avevano già portato in Italia Samuel Beckett e Alain Robbe-Grillet, ora si nota che il loro lavoro comune avanza sui generi letterari allestendo antologie di fantascienza e di fantasmi con grande successo di critica e pubblico. Ecco come la presenza di questo Meridiano permetta di comprendere in che modo F&L, “nuovo logo della ditta”, hanno comunicato il loro programma da lì in poi. Perché niente come le storie più note contengano sponde di mari diversi, disincanti e concretezze, educazione e progressi, e anche vantaggi venali. Giramondo entrambi nei primi anni ’50, dovevano per forza incontrarsi tanto da far slittare non poche cose della storia letteraria europea. Al netto, sia chiaro, del distinguersi per letture e manufatti culturali. Dalla singolarità alla comunanza. “Né provinciali né snob”, precisa Scarpa. Scorrendo l’indice dei Nottambuli, in questa occasione, ne fuoriescono aromi e sentimenti rivelatori. Precisazione dovuta: alcuni degli scritti raccolti nel Meridiano provengono da un trittico dedicato da F&L al “cretino” di cui spesso hanno divulgato le imprese in rassegna di esempi. E figurarsi se il duo non partisse dal Musil della conferenza (“Sulla stupidità”) di Vienna del 1937. Grande annata, quella – ne seguirono non poche nel corso del ’900 e nel nostro ultimo ventennio. In più, il duo ha sempre condotto lo sguardo sul Leopardi della Ginestra, dove in rapporto al suo tempo afferma: “secol superbo e sciocco”. F&L da parte loro antologizzano alcuni esempi di “resistenti” che si battono contro il “comune nemico”. Con altri spiriti fraterni, viene alla luce la loro attività artigianale nel nucleo del settore industriale. Questo Nottambuli ci consegna lo storico talento. Cosa vediamo? Classici d’estate in pieno Ferragosto, uscito sulla “Stampa” nel 1973, quando La donna della domenica (libro d’intrattenimento, così appare) aveva già venduto centomila copie. Lo sanno, lo dicono, parlano contro il loro interesse, ma guardano sempre più in là e l’invito è chiaro: bisogna fare altrettanto. Bisogna almeno affiancarci al vasto territorio della loro varietà di esperienze. Testimone a difesa sarà Giorgio Manganelli quando fra i generi di scrittura inserisce tutto ciò “che anima i Nottambuli”. L’antologia si presenta piacevolmente al centro dell’estate in veste di “libro di lettura”, ha la grazia non sentenziosa di tenere insieme Salinger, Beckett, King, e Landolfi. *** Fruttero & Lucentini / Poesia, tubature e farfalle In orbita geostazionaria su I nottambuli, troviamo L’idraulico non verrà, pubblicato da Einaudi dopo la prima edizione presso i tipi di Mario Spagnol nel 1971 e poi ristampato nelle edizioni del Melangolo, 1993. Una raccolta di poesia che ha tutto l’apetto del classico conservato in maniera garbata evitando la polverosità a cui spesso sono destinate opere modulate, se non fuori dai generi letterari, di certo trasversali all’accezione comune. Fruttero insegue gli inciampi dell’esistenza moderna con specifica furbizia, paradossi e giochi leggeri nelle consumistiche “Ferie al Circeo”. Lucentini tesse una rete metafisica con un poemetto che attraversa filosofia, cosmologia e sapienze estratte direttamente dai ruderi di Luni. Un “passo a due” in cui gli autori si alternano “per ragioni di amicizia” e varietà stilistica. Cosa scatena il gocciolio del rubinetto quando si sa benissimo, con rassegnata consapevolezza, che l’idraulico al colmo vacanziero non si farà vivo? Godot si presenterà mai? Sa bene Fruttero l’esito della storia, lui che ha tradotto la pièce di Beckett. La risposta, una delle tante che F&L immaginano, sta nella varietà poetica contenuta nel libretto, quella che Alessandro Fo descrive nella funambolica postfazione dove si fa in quattro per correre dietro a incisi, precisazioni, date di pubblicazione multiple, e curiose vicende fra normalità e paranormalità. Che dire, a proposito di fenomeni psicofisici, di una misteriosa “Farfalla di Dinard” montaliana apparsa alla coppia in un giardino nel giugno 1971? Mentre si chiedevano se il grande Eusebio avesse ricevuto l’Idraulico appena uscito, Lucentini scopre una poesia del Diario del ’71 dove gli ultimi due versi suonano: “Ma ora ai primi di luglio ogni secondo sgoccia / e l’idraulico è in ferie”. Poesia scritta nel giugno 1971. Medianicità, verità o sogno, queste convergenze alimentano il gusto per la lettura e lo moltiplicano: complice il caldo estivo l’avventura poetica e idraulica si allea all’esperienza del lettore, a chi sa di tubazioni e di metafisica e a chi sa un bel niente di entrambi. Ci si chiede quanto di snob ci sia nella raccolta, difficile rispondere scrive Fo, al netto di simpatie e facili equivoci, sembra peraltro chiaro come sia l’idraulico in persona a snobbare i clienti, lettori o meno che siano della ditta F&L. Gli esempi a cui riferirsi sono numerosi in letteratura, almeno quanti se ne attestino nella realtà. Godot, Odisseo e i famosi tartari di Buzzati bastano alla bisogna? Note e contronote volteggiano in un libretto che sembra contenere, dentro le sue geometrie non euclidee, molte più cose di quanto uno spazio finito possa includere. Ma in fondo si sa, abitiamo un universo finito ma senza confini.     L'articolo Fruttero & Lucentini / Libro di lettura proviene da Pulp Magazine.
July 19, 2026
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Pino Tripodi / Umanità nascente, femminile
Macchinazioni fantastiche e policrome, ci siamo: alla fine (del tempo, dei nostri tempi?) bisogna considerare l’antologia dei Presocratici che tanto ha avuto attenzione nell’ultima parte del Novecento. È una necessità a cui rari scrittori e rare pagine danno spazio, forzati a posizioni testamentarie da poteri invasivi e tossici, da intenti politici vasti e intessuti di intelligenza artificiale. E a proposito: Turing era un poeta, a suo agio con i sogni (e dunque con la classicità greca), però era convinto che si potesse “insegnare” a una macchina la via del miglioramento tanto da sorvolare le pianure dell’intelligenza. Sappiamo come è andata, la poesia dovrebbe entrare nell’area LGBTQI+ nell’attuale contesto storico perché la salute planetaria possa avere una pur minima possibilità di sopravvivenza. Sì, leggere Shakespeare è alla portata dei Chatbot ma siamo sicuri che nello spazio degli incroci digitali l’imitazione non converga principalmente su delitti e controversie e cospirazioni? Tutte cose profondamente “umane” e quindi in vetta alla riproduzione su cui mirare. Nessuna specializzazione, sia chiaro, che è prerogativa degli insetti, ma il dominio del piacere ultramodernista. Però tutto questo bailamme da agenzia di viaggi cosa c’entra con Sindrome Paradiso? C’entra perché il libro di Pino Tripodi contiene l’urgenza di trattare le storie e il loro racconto esigendo di percorrere i rituali e gli addensamenti del fenomeno umanità, tra violenza e difesa della parola. Tripodi civilizza la parola dando voce a consistenze interamente femminili che combattono la dissoluzione. Le protagoniste sono i luoghi delle antiche filosofie greche, sono le vere incarnazioni del divenire umano, entità nascente che non può che essere femminile. La mediazione non neutralizza le erranze novecentesche lungo i classici greci e Nietzsche, se mai la divulgazione del nucleo solido di un reale fatto di perturbazioni, punti deboli e punti forti di fenomeni molteplici. Alla luce di Elea e le sorelle sul pianeta che gira con loro. “Chi è Elea? È Elea la donna che ogni donna è”. Questo è (anche) un libro di indagini. Un brivido percorre i capitoli, tracce e documenti nelle viscere del tempo, il presente svicola da tutte le parti tra futuro e passato personali. Elea è l’ispettrice che osserva la “vetrinetta” del tempo. Osserva “la storia venduta in saldo”. Giuseppe Genna mi scopre al telefono la fascinazione congiunta, durante la lettura, tra Stella Maris di Cormac McCarthy e Sindrome Paradiso: Alicia Western, in pieni anni ’20 del 2000, non vuole parlare del fratello Bobby durante le conversazioni col dottor Cohen. Nel dialogo fra i due protagonisti del romanzo, diagnosi di sociopatia e schizofrenia per la prima e psichiatra il secondo, i riferimenti di Alicia a Gödel, Feynman, Wittgenstein, Bach, sono plurimi, parsimoniosi quelli verso il fratello a cui vuole unicamente parlare – solo a Bobby in coma, in Italia dopo un incidente. Parole di matematica scambiate in Stella Maris, parole d’altrettanta matematica indagante in Sindrome Paradiso, cristalli multipli e multidimensionali d’entrambi in battere e levare, “in stella cielo cade”. Le “sorelle umane” lì possono vivere. Come spesso accade, Giuseppe coglie sintomo e cura al contempo, come nel caso di fallimenti civili ed exploits di energia cognitiva femminile nella coppia di romanzi ibridi e inauguranti un varco nello strappo del tempo, contro l’ottimismo militaresco che rende già fisicamente inabitabile il nostro presente affamato di catastrofe. La fine di qualcosa che viene attesa in Stella Maris trova compimento e ripartenza in Sindrome Paradiso dove è lo stesso linguaggio ad apparecchiare l’esistenza femminile sul pianeta, espressioni del reale venuto ben prima dell’opera, e di più gran conto – così come ai primordi dell’era greca classica. Possiamo essere insoddisfatti quanto vogliamo, ma il racconto visivo IMAX girato da Tripodi azzera la nostra volontà di rimozione del trauma rifugiandoci nell’inconscio. Giorgio Colli suggerirebbe che non ci troviamo di fronte al dolore, ma siamo noi stessi dolore. Questo lo sa Elea, e lo sanno le sorelle. Il cratere del contemporaneo si smaschera qui, schiaffandolo contro uno specchio (come ha fatto History di Genna) a forza di un racconto, di una storia, infine di un poema.   L'articolo Pino Tripodi / Umanità nascente, femminile proviene da Pulp Magazine.
July 12, 2026
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Romanzo mondiale. Il gioco sporco del potere – Marco Niro
(letto da Francesco Masala) – una storia che sembra di fantasia, ma purtroppo sa di realtà, direbbe Tersite Rossi (Garrincha edizioni, 2026, 15 euro) Ai tempi di Gigi Riva, Georges Best, Diego Maradona, Roberto Baggio, Gianfranco Zola (fra gli altri) il romanzo di Marco Niro sarebbe stato classificato come fantacalcio, o romanzo d’anticipazione (per i pessimisti). Invece oggi questo romanzo
Alberto Arbasino / A.A.
Alberto Arbasino spiegava che la rievocazione “sentimentale” di parenti e amici, tramite connesse rivelazioni geografiche e abitative, fosse da sfuggire come la peggior epidemia virale. Proustismo vade retro, sciò. Scrivere di infanzia (quale poi?) avvicinerebbe troppo a vecchie zie rinchiudenti in campane di vetro a rischio asfissia, e a poveri bambini orfani di guerra a cui di “madeleines” importa quanto i discorsi a tavola di paparini e le canzoni “ebeti” alla radio. Loquacità sull’intero mondo ma silenzio spinto intorno alla sua vita – riserbo ostinato e, per così dire, eloquente. Ma esiste una storia intorno a questo tema. Quando Raffaele Manica, alle prese con la cura del doppio Meridiano che doveva raccogliere i romanzi e racconti, chiese aiuto a A.A. riguardo a una cronologia della vita e delle opere (così come prevedeva l’edizione), notò subito l’imbarazzo dello scrittore. L’idea di affidarsi alle duemila battute composte da Manica su suggerimento dello stesso Arbasino naufragò in critiche e scontentezza. Né scrivere di sé né far scrivere da altri andava bene. Manica, astutamente, trovò il modo di uscirne: ideò una semplice gabbia che desse ordine alle cose – data, luogo, opera, avvenimento. In questo spazio l’autore poteva sbloccarsi tirando giù – non idealmente – gli scatoloni dalla soffitta. In senso letterale. Oggi la storia è nota, i Meridiani uscirono tra il 2009 e il 2010, pronti per celebrare gli ottant’anni di Arbasino. Aperti da un’ampia Cronologia scritta da autore e curatore. L’Autocronologia viene oggi presentata da Adelphi, aggiornata al 2020, come libro autonomo, essendo diventata ben presto “cosa scritta da Alberto Arbasino” e non più semplicemente “curata” da Manica. Il libretto della “Piccola Biblioteca” contiene un affettuoso Prologo in cui si descrive come lo scrittore cominciò a collocare accanto a ogni data una memoria, o tante memorie, andando così a costruire una struttura dall’inizio all’ultima bozza, quasi annullando il tempo a favore dello “spazio”. Così come in altrettante opere, suggerisce Manica, gli spazi in Arbasino sono tutti compresenti, come se “ci si muovesse sulle pagine dell’atlante”. Tutte le cose sono viste e già viste, varianti e cronologia coincidono, le cose allo scrittore vanno bene, ma le sa già. E accade che, giorno dopo giorno, ci si accorge che quella cronologia “assomigliava a tutti i suoi libri”, eppure “cosa nuovissima nella sua opera”. Oggi quel libro un “po’ speciale” è leggibile in autonomia, ha alle sue spalle una valanga di fogli, foglietti, Coccoina, biro e carta carbone, forbici e taglierini. Opera di storia e cronaca, piuttosto di culto per i lettori di Arbasino.   L'articolo Alberto Arbasino / A.A. proviene da Pulp Magazine.
May 24, 2026
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Il salto del fosso – Romano Ruju
recensione di Francesco Masala Pubblicato per la prima volta nel 1967, il libro, ormai pieno di polvere in qualche biblioteca, è stato ripubblicato recentemente, e meritoriamente, da Il Maestrale, Romano Ruju, nato nel 1939, e morto prematuramente a 39 anni, nel libro racconta la vita a Nuoro dopo la seconda guerra mondiale. Da bambino Romano si traferisce in un altro quartiere,
Francesco Permunian / Mostri editoriali
Esce ora in Palingenia, editore veneziano che in veste di forziere non fa che proteggere approdi preziosi di letteratura, il libro più tragico dello scrittore che dai lidi quasi inviolati del Garda (dove vive e lavora da molti anni), da quei luoghi generativi, di tanto in tanto getta testimonianze sulfuree su malefatte editoriali tutt’altro che pie e che saturano di delitti e empietà cartacee i banchi pesantissimi delle patrie librerie. Francesco Permunian denuncia da sempre i riti consumati nei corridoi labirintici dove si addentrano cercatori di fama in mezzo a bande di malfattori di lingua (si fa per dire) italiana che di suddetta lingua fanno strame del tutto ignari di quanto il vero “fallimento” beckettiano possa essere onorevole finale. Ai professionisti del fallimento che continuano, dal loro fondo paludoso, a inondarci di lamentele, Permunian dedica questo libello costituito da una mezza centuria di specie e generi di falliti patologici, speranzosi purtuttavia in una misera fama che aggiungerebbe presto rovina alla rovina. I multiformi farfugliano, appunto, senza sosta nel campo dell’editoria, scartati uno dopo l’altro nelle sale dove il fallimento socioeconomico s’accompagna alle astrazioni accademiche. Alla ricerca di delitti onesti, camminano tutti di lato trasformandosi ben presto in apparizioni d’acre odore. Meno che resti di rese dei conti nel cronicario mondano. L’autore viaggia in queste contrade soffocate che a stento arginano orrori e polluzioni editoriali, piene zeppe di pubblicandi di professione e frequentatori del primo “chiassoso pollaio di pennuti nevrastenici” a disposizione. Nei quadri di vita quotidiana raccontati pagina dopo pagina gli accadimenti grotteschi sono di svariata natura e gusto, dai deleteri appetiti sessuali e zoofilie ai plagi mozzafiato, dalle trappole culinarie ai cascami poetici, dal nazifemminismo a improbabili editori. Un teatro onnicomprensivo di miserie e florilegio di mondi che nemmeno la solitudine mortale sottrae all’azione meticolosa del tragico. Menzioni di scrittori i cui frammenti fortunatamente appaiono da luoghi conservativi, Permunian ne trova memoria e corrispondenza e ce ne fa dono vagheggiando trascrizioni accorte di lingua viva. Cittadino di operosa solitudine sa tutto di inedite e edite catastrofi, di deretani passati alla cronaca e carriere disonorevoli, racconta il brusio e si destreggia con ampi margini di vaccino fra stupidi meritori di castigo e sfigati il cui peggior vizio non è l’etilismo. Gli ingranaggi commerciali usano oli d’ultimo ordine, nel meccano risultante maneggiano i filibustieri, con nomi e cognomi che divertono o fanno incazzare. Ma il lettore sappia divertirsi e si faccia vanto d’avventurarsi in un libro dalla cura eccelsa e deliberatamente aristocratico, nelle cui pagine s’agitano floridi mostri per niente simbolici ma brulicanti e sconci. Scene esplicite, materia di prima scelta in diretta dalle meglio famiglie editoriali. L'articolo Francesco Permunian / Mostri editoriali proviene da Pulp Magazine.
May 17, 2026
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Giorgio Manganelli / Libri fatali
Amabilmente contrario a quanto Giorgio Manganelli scrive nel risvolto alla prima edizione di questo volume – che non vi sia nulla di più futile della recensione – non si può certo dire che le fatuità consegnate alla pagina dall’autodenigratorio scrittore apparso spettacolarmente sulle tavole sconnesse del nostro teatro letterario, non diano spazio allo spettacolo. Ma le sue libertà le ha sempre raccolte, fuori e dentro le metafore, fra serissimi sberleffi e operistici saggi nell’ambito della retorica – tutta roba mirabolante e in qualche modo sfacciata nonostante la ben nota arte dello stare in disparte del nostro, in convegni e pranzi e cene più o meno amichevoli. “Amabilmente contrario” per evidenti ragioni di buona educazione, dunque, tanto per non ritrovarsi nei tranelli architettati in antri vertiginosi e parodistici in grado di far smottare chiunque fra critici e lettori. Manganelli fa slalom fra dicerie e sapienze centenarie, accarezza l’ipocondria per poi schiaffeggiarla con lirismi consumati in un attimo e celebrazioni che non ammettono repliche: come nel caso delle Operette morali di Giacomo Leopardi qui trattate come oggetto “inconsumabile” perché edito – nell’occasione da lui descritta – con cura “delicata e umile”, ben sapendo che l’eternità può permettersi, in questo caso, atti ben sobri. Manganelli non ha dubbi: l’apologeta delle tenebre di Recanati proprio in quest’opera non fa che renderci dono di inesauribile luce. Quale miracolo è questo? L’egoismo del Manga lo porta a sentire irrilevante la disperazione di Leopardi di fronte all’insondabile gioia della sua prosa. Detta in corsivo appare tutta la luciferina idea del tenutario delle recensioni (tutto fuorché futili) raccolte in Laboriose inezie: nel deserto, le parole risplendono di più. E non si sa se l’apparato ironico messo su da Manganelli sia un tantino gelido definendo “maestri di ironia” Leopardi nonché Pascal concettualmente affine. Si sa che, amando le oscurità esistenziali e letterarie (non sempre in quest’ordine), Manganelli non si è mai fatto mancare passioni d’inveterato bibliomane, dai brulichii del fantastico petulante e interessante ai tali e quali travestitismi di Giovanni Pascoli velati dalla sorella. Come sempre Manganelli ama e trova, nell’opera di certi autori e poeti, quel che la dissimulazione e i tranelli rendono accettabile lo stare in vita. Letterariamente s’intende, in quanto “vivere” per lui era ben altra cosa. Classici, o meno, nell’universo di questo libro si celebra qualcosa di talmente decoroso da rasentare la vertigine, poiché l’Odissea e Pinocchio ubbidiscono alla stessa mente che numera le opere secondo l’ultima azione possibile che le è concessa: libri presenti nello spaziotempo manganelliano sfidante viaggi e bagagli. La biblioteca ideale è colpevole perché tende all’omniscienza, e diventa cosa strana perché i libri sono “cosa strana e inquietante”, sempre acquattati in un dedalo. Per lui i libri che non danno disagio possono anche considerarsi deceduti. Non si possono amministrare, e dunque Manganelli che fa? Ne elenca, e ne sopporta la presenza, una quantità senza pensare di fare un favore al lettore. La conseguenza è che i destini di ogni libro recensito si frantumano in un labirinto. Lo spettacolo è garantito, le “laboriose inezie” propendono verso un pubblico pronto a partecipare al mito, in esse la biografia di ogni singolo libro denota un’esistenza verso cui si è sguinzagliata la meglio curiosità – da imitare o copiare senza remore. Lodevole, interessante, “concupiscente”. L'articolo Giorgio Manganelli / Libri fatali proviene da Pulp Magazine.
April 19, 2026
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Marino Magliani e Alessandro Gianetti / Se in Liguria e in Toscana un viaggiatore…
Ricorrendo subito a una dichiarazione assiomatica, per poi verificarne la portata, l’omaggio letterario appare come un genere astigmatico: più l’opera omaggiata è vicina – e, s’intende, canonicamente ingombrante – meno la scrittura sarà derivativa, e viceversa. Nel primo caso, con ogni probabilità il più interessante, rientrano allora quelle scritture che partono da un’idea di omaggio letterario e diventano indagini, magari on the road, e sicuramente a tutto campo, come il percorso calviniano di Marino Magliani: già evidente in Il bambino e le isole (un sogno di Calvino) (66thandthe2nd, 2023), l’itinerario continua ora con una nuova uscita della collana Passaggi di Dogana di Giulio Perrone editore, In Italia con Italo Calvino. La traiettoria di uno sguardo, firmato a quattro mani con lo scrittore e traduttore Alessandro Gianetti. Il punto di partenza è simile, ovvero un’intervista di Duilio Cossu, amico di scuola di Calvino, in cui si raccontava di uno dei primi progetti di scrittura dell’autore, ancora adolescente. Quel racconto di Calvino si sviluppava attorno al vagabondaggio di un bambino lungo i binari della ferrovia di un paese ligure, mai attraversati per non contravvenire alla regola data dai genitori. Una simile sorte d’erranza, nel nuovo libro di Magliani e Gianetti, tocca a Ramón, personaggio finzionale che è coetaneo di Italo Calvino e suo conterraneo, proprio come Magliani. Dopo la morte dello scrittore e intellettuale, appresa sui quotidiani, Ramón si costruisce un itinerario ben più preciso, per ripercorrere alcuni luoghi calviniani da Torino a Roma, con tappe fondamentali nella Liguria di Magliani, appunto, e anche nella Toscana di Gianetti. È infatti il percorso per così dire tirrenico – ligure e tirrenico – a prevalere, nella prospettiva di un Ramón cui interessa meno l’aspetto canonico e canonizzato dell’opera di Calvino, rispetto alla possibilità di vedere con i propri occhi i luoghi che hanno alimentato l’immaginazione dello scrittore, amico di infanzia, nonché il luogo della sepoltura, nel cimitero di Castiglione della Pescaia, cui sono dedicate le pagine forse più intense del volume. Quello di Ramón è, in altre parole, l’approccio di chi legge Calvino, più che quello di chi ne studia l’opera secondo le regole e anche le limitazioni dell’analisi letteraria, arrivando così ad accendere anche la propria immaginazione: «poche volte», come si legge nel libro, «si danno le condizioni per una lettura così perfetta: solo i traduttori e i biografi percepiscono così da vicino i testi su cui lavorano, ma accadrebbe più spesso se i personaggi dei romanzi potessero leggere le storie che vengono raccontate su di loro senza chiedergli il permesso». 0 Al di là della fine di questa citazione, che ricorda il livello metaletterario di alcune sperimentazioni postmoderne – dalle quali, tuttavia, il presente volume si tiene ben distante – il nuovo moto di avvicinamento a Calvino del personaggio di Ramón permette di riscrivere, in quanto “scrivere ex novo”, i luoghi e le narrazioni propri tanto della biografia quanto dell’opera dell’autore. Pur essendo un moto prettamente immaginativo, ciò non estremizza le possibilità della letteratura combinatoria, peraltro cara a Calvino: non si tratta più di “Se una notte d’inverno un viaggiatore…”, ma forse di “Se in Liguria e in Toscana un viaggiatore…” Anzi, ciò consente di guardare più a fondo a Calvino e scovare una duplicità che risolve l’astigmatismo dell’omaggio letterario citato all’inizio, specie se dedicato tanto alla vita quanto all’opera dell’autore, in una sorta di diplopia, tuttavia sempre lucidissima: «Di Calvino l’aveva sempre affascinato il fatto che fosse cittadino italiano, scrittore e intellettuale, uno che sembrava vivere almeno due volte, in parallelo, la prima nell’universo di tutti e la seconda in un cosmo tutto suo che col primo dialogava, discuteva e magai litigava; uno che insomma sembrava saper dove si trovasse, da che parte stare, in virtù di ragionamenti che si sviluppavano mentre la vita scorreva; come quella di tutti fatta di lentezze, entusiasmi e inciampi, ma schiarita da una manciata d’idee pure».     L'articolo Marino Magliani e Alessandro Gianetti / Se in Liguria e in Toscana un viaggiatore… proviene da Pulp Magazine.
January 13, 2026
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Alberto Arbasino / “Fratelli d’Italia” 1963-2025
© Dino Ignani, Alberto Arbasino alla libreria Feltrinelli 18 novembre 2013 Natalia Aspesi scrive che Arbasino era lì, alla Feltrinelli di via Manzoni, già famoso e adorato con stili diversi da donne che avevano avuto fra le mani, più o meno svogliatamente, la prima versione di Fratelli d’Italia. E chissà quante di esse, in realtà, s’erano infastidite nel riconoscersi dentro a quel libro. Ma meglio non dirlo, era il 1963 e il jet set aveva le sue regole, da seguire o tradire per agghindare – a seconda dell’umore e della scena – conformismo e anticonformismo. Fama che per gli adepti in giro per l’Italia tardo-novecentesca tenevano nella tasca del blazer o nei sorrisi furbetti come fosse un dono da imitare, ahimé, sognando reportage ben remunerati. Arbasino era l’inviato principe del Paese analogico, uno dei pochi a cui premeva lo sdoganamento provinciale della cultura e del gusto. Lo leggevano capendo un terzo, quando andava bene, di quanto scritto – ma la presunzione era ben appiccicata ai loro petti vogliosi di donne colte e intraprendenti. Ma per Arbasino questa piccola folla si confondeva fra “ragazzini pensierosi” e “fanciulline scatenate”. In fondo ben prima di Fratelli d’Italia era uscito Piccole vacanze voluto da Calvino (di lui diceva: “ha già ventisette anni, non si può mettere in una collana di debuttanti”) nei “Coralli” einaudiani: l’estate del ’57 iniziava a divertirsi al suono degli scappamenti di Vespe e Lambrette, Fiat 500, Giulietta spider (rare) mentre Miss Italia è una veronese biondina e sorridente. La notizia è questa: Giovanni Agosti, storico dell’arte, si è accollato l’impresa di curare la riedizione di Fratelli d’Italia nella versione originale del 1963. La meno stratificata, “meno monumentale, meno malinconica, e più diretta” delle successive, che sono per chi ancora non lo sapesse quelle del 1967, sempre Feltrinelli, del 1976 con Einaudi, e l’ultima del 1993 con Adelphi (smisurata nelle sue 1371 pagine rispetto alle 532 iniziali) interamente riscritta. Questo sfrenato “viaggio in Italia” degli anni Sessanta si presenta ora, nella sua veste color lime (nuance simile all’originale, della serie “I Narratori”, occultata dalla sovraccoperta con su presente il famoso ritratto fotografico di Giulia Niccolai), corredato di un apparato di note e una lunga postfazione. Ora ci si trova davanti al romanzo a cui Arbasino lavorò intorno ai suoi trent’anni, proponendosi un novel contemporaneo, finalmente distante dallo stile proustiano di cui tutti erano abbastanza stufi. L’uso di un linguaggio moderno e impertinente, il misto di racconto e saggismo suscitarono, dopo l’uscita nel 1963, non poche reazioni negative, e stroncature scatenate, da parte di coloro che si sentirono presi di mira. L’establishment mondano e intellettuale non si fece attendere, dunque, come i più accorti avevano già prefigurato. E si scatenò il gossip, come un gioco che prevedeva cadute d’amicizie e molto altro. Occorre ricordare però che Pasolini, nella sua eroica posizione controcorrente, definì Fratelli d’Italia “uno dei più bei libri del secondo Novecento”. Mentre Giuliano Gramigna, Angelo Guglielmi e Pietro Bianchi non fecero mancare il loro appoggio critico su “Settimo Giorno”, “il Verri” e “Il Giorno”. La rottura con Bassani, invece, fu definitiva (“Arbasino è soltanto un uomo di mondo che sa scrivere”). Importante, per comprendere il contesto, è leggere le pagine che Agosti dedica alla genesi del testo arbasiniano, seguendo la cronologia e tutte le gallerie e i cunicoli della miniera dello scrittore lombardo (“lombardissimo”). Impresa ardua, evidentemente, e non solo per l’abbondanza di personaggi e “scene di massa” presenti nel romanzo. Senza contare del retroterra sotterraneo precedente la pubblicazione, coinvolgente Bassani e Moravia (con probabili altri) fra le pareti redazionali di Feltrinelli, che considerano Arbasino “out”. Ma il polverone successivo fu perfino maggiore. Oggi le definizioni negativissime date all’opera, e raccolte rapidamente da Agosti nel suo scritto, fanno anche sorridere: un florilegio di accozzaglie alessandrine, rancorose e di cattivo gusto. Agosti elegge Fratelli d’Italia, al netto della Recherche, come suo libro della vita, e si vede con quanta meticolosa attenzione, ma priva di orpelli digressivi, descrive nella sua postfazione la genesi di questa originaria edizione del romanzo, prima che giungessero (in pratica fino alla vecchiaia dello scrittore) “riscritture, ritocchi, restauri e manutenzioni” che portarono il testo alla mole mastodontica dell’edizione Adelphi. Giorgio Manganelli scova nell’autore lombardo un’intensa fede registica poiché i suoi libri sono composti di trame rilasciate come serie naturalistiche di eventi, forme abbondantissime posate sulla pagina bidimensionale che rappresenta per Arbasino il vero ideale. Il congegno letterario adottato da Arbasino nel corso della sua vita è lui stesso a esplicarlo in quell’altro romanzo laterale che ci ha regalato in occasione dell’uscita dei due “Meridiani” (2009, 2010) a lui dedicati dalla collana mondadoriana: la Cronologia scritta con Raffaele Manica (curatore dell’edizione) dove per la prima volta lo scrittore decide di – “in vista di una probabile terza guerra mondiale” – mettere a posto certi ricordi molesti, smancerie e una “massa di sciocchezze insignificanti”. Una specie di autocronologia intessuta di nuovi testi. Qui la poetica di Arbasino trova un’ulteriore funzione. A cinque anni dalla scomparsa (era nato il 22 gennaio 1930), oltre alla pubblicazione di Fratelli d’Italia nella prima edizione, è uscito il documentario Stile Alberto, diretto da Michele Masneri e Antongiulio Panizzi, tratto dal libro omonimo di Masneri edito da Quodlibet. Presentato alla Festa del cinema di Roma e andato in onda il 28 ottobre su Rai 3. Grazie a Dino Ignani, fotografo, per aver concesso la pubblicazione dell’istantanea di Arbasino tratta dal suo archivio personale.           L'articolo Alberto Arbasino / “Fratelli d’Italia” 1963-2025 proviene da Pulp Magazine.
December 16, 2025
Pulp Magazine
Veronica Tomassini / Esperienze di scrittura
Leggere le parole di Veronica Tomassini è affondare in una vertigine di riflessione, afferrare la spirale mostruosa e lirica del pensiero nel precipizio di una visione rivelativa. Ascoltare la sua poetica significa essere attraversati, da lettori, da un’esperienza che concentra il labirintico e ipnotico fluire della scrittura nella devota e significativa arte evocativa dell’essenza interiore. Roveto ardente consegna una profonda, estrema e profetica offerta all’esercizio efficace della letteratura, in riferimento all’autentico impulso personale dell’autrice, all’invisibile spazio di una primordiale promessa, incisa in modo indelebile nella sacrificale, mistica, liturgica stesura narrativa. Tomassini oltrepassa la condizione autobiografica per delineare la concezione biblica della scoperta intorno alla sua testimonianza di scrittrice, descrive il carattere necessario per accogliere l’urgenza dell’invocazione esistenziale, conservare la rappresentazione visiva del linguaggio, comunicare il segno della conoscenza. Sostiene l’ermeneutica dell’esperienza per analizzare l’universo materiale e approfondire l’illuminazione sovrumana, promuove la sacra e meravigliosa qualità dell’ispirazione indicando, nella relazione miracolosa tra la deriva terrena delle ombre e l’intensità sublime dell’invisibile, la deviazione emotiva che infiamma il suo dire. Roveto ardente consuma la libertà infuocata di uno sguardo vivido e inquieto sul mondo, accende la misura della dimensione artistica nella lacerazione di un destino di dannazione e di risurrezione, restituisce il prolungamento disarmante del dolore nel solco tremante del tessuto esegetico, nella lettura implacabile e generosa di ogni invito a esplorare l’enigmatica e imperscrutabile divergenza delle ragioni umane, nella loro crudele e arcana transitorietà. Il libro incrocia la radicale indipendenza dell’autrice, declina la dimensione della corrispondenza nell’intreccio di metamorfosi elegiache, nella prospettiva viscerale di un attaccamento radicato all’espressione filologica, nel passaggio carnale e spirituale della superficie sensitiva, nel misterioso incantesimo del contenuto, prodigio di una presenza dilaniata. Tomassini assiste la sua voce in una preghiera intima lancinante e straziante, pone la sua accorata attenzione sull’intensità del dogma che muove la sua penna, riceve la benedizione irrequieta di ogni consacrata accoglienza per l’anima, ospita il residuo della pietà come la dedizione a un sentire sensibile e indifeso, essenziale e turbato. Comunica la sua costante e dinamica premura nei confronti del testo, intriso di sincera e fulminea spietatezza interpretativa, immerge nella voragine della compassione il lirismo di un’esistenza che è teofania della sua produzione artistica, groviglio bruciante dei concetti e delle proiezioni, impegno e sconforto, affannosa e disperata volontà di altruismo, vocazione suprema oltre il relitto desolato del dolore. Lo stile serrato, impaziente e contemplativo di Tomassini trova conferma ancora una volta in questo pamphlet che soccorre il transito della monade originaria dell’ispirazione, analizza gli itinerari silenziosi delle scelte e le prove della vita nell’intento introspettivo di dare luce e dignità all’estremo congedo della solitudine. Tomassini riemerge dalle sue stesse divinatorie fragilità, nella sincera affermazione del sentimento dell’umanità, affida alla sua possibilità di riscatto l’eco indulgente dell’espiazione, si misura con la natura eterna e inesauribile delle esitazioni, veglia l’epifania umana come fonte di dedizione e manifestazione della bellezza, resilienza ai margini della realtà. Lenisce la ferita aperta, protegge l’estenuante confessione vissuta in tutta la sua resistenza, in nome del prezioso dono salvifico in cui scrivere è ricambiare la semantica nobile e privata della sofferenza.                         L'articolo Veronica Tomassini / Esperienze di scrittura proviene da Pulp Magazine.
December 10, 2025
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