Pino Tripodi / Umanità nascente, femminile
Macchinazioni fantastiche e policrome, ci siamo: alla fine (del tempo, dei
nostri tempi?) bisogna considerare l’antologia dei Presocratici che tanto ha
avuto attenzione nell’ultima parte del Novecento. È una necessità a cui rari
scrittori e rare pagine danno spazio, forzati a posizioni testamentarie da
poteri invasivi e tossici, da intenti politici vasti e intessuti di intelligenza
artificiale. E a proposito: Turing era un poeta, a suo agio con i sogni (e
dunque con la classicità greca), però era convinto che si potesse “insegnare” a
una macchina la via del miglioramento tanto da sorvolare le pianure
dell’intelligenza. Sappiamo come è andata, la poesia dovrebbe entrare nell’area
LGBTQI+ nell’attuale contesto storico perché la salute planetaria possa avere
una pur minima possibilità di sopravvivenza. Sì, leggere Shakespeare è alla
portata dei Chatbot ma siamo sicuri che nello spazio degli incroci digitali
l’imitazione non converga principalmente su delitti e controversie e
cospirazioni? Tutte cose profondamente “umane” e quindi in vetta alla
riproduzione su cui mirare. Nessuna specializzazione, sia chiaro, che è
prerogativa degli insetti, ma il dominio del piacere ultramodernista.
Però tutto questo bailamme da agenzia di viaggi cosa c’entra con Sindrome
Paradiso? C’entra perché il libro di Pino Tripodi contiene l’urgenza di trattare
le storie e il loro racconto esigendo di percorrere i rituali e gli addensamenti
del fenomeno umanità, tra violenza e difesa della parola. Tripodi civilizza la
parola dando voce a consistenze interamente femminili che combattono la
dissoluzione. Le protagoniste sono i luoghi delle antiche filosofie greche, sono
le vere incarnazioni del divenire umano, entità nascente che non può che essere
femminile. La mediazione non neutralizza le erranze novecentesche lungo i
classici greci e Nietzsche, se mai la divulgazione del nucleo solido di un reale
fatto di perturbazioni, punti deboli e punti forti di fenomeni molteplici. Alla
luce di Elea e le sorelle sul pianeta che gira con loro. “Chi è Elea? È Elea la
donna che ogni donna è”. Questo è (anche) un libro di indagini. Un brivido
percorre i capitoli, tracce e documenti nelle viscere del tempo, il presente
svicola da tutte le parti tra futuro e passato personali. Elea è l’ispettrice
che osserva la “vetrinetta” del tempo. Osserva “la storia venduta in saldo”.
Giuseppe Genna mi scopre al telefono la fascinazione congiunta, durante la
lettura, tra Stella Maris di Cormac McCarthy e Sindrome Paradiso: Alicia
Western, in pieni anni ’20 del 2000, non vuole parlare del fratello Bobby
durante le conversazioni col dottor Cohen. Nel dialogo fra i due protagonisti
del romanzo, diagnosi di sociopatia e schizofrenia per la prima e psichiatra il
secondo, i riferimenti di Alicia a Gödel, Feynman, Wittgenstein, Bach, sono
plurimi, parsimoniosi quelli verso il fratello a cui vuole unicamente parlare –
solo a Bobby in coma, in Italia dopo un incidente. Parole di matematica
scambiate in Stella Maris, parole d’altrettanta matematica indagante in Sindrome
Paradiso, cristalli multipli e multidimensionali d’entrambi in battere e levare,
“in stella cielo cade”. Le “sorelle umane” lì possono vivere. Come spesso
accade, Giuseppe coglie sintomo e cura al contempo, come nel caso di fallimenti
civili ed exploits di energia cognitiva femminile nella coppia di romanzi ibridi
e inauguranti un varco nello strappo del tempo, contro l’ottimismo militaresco
che rende già fisicamente inabitabile il nostro presente affamato di catastrofe.
La fine di qualcosa che viene attesa in Stella Maris trova compimento e
ripartenza in Sindrome Paradiso dove è lo stesso linguaggio ad apparecchiare
l’esistenza femminile sul pianeta, espressioni del reale venuto ben prima
dell’opera, e di più gran conto – così come ai primordi dell’era greca classica.
Possiamo essere insoddisfatti quanto vogliamo, ma il racconto visivo IMAX girato
da Tripodi azzera la nostra volontà di rimozione del trauma rifugiandoci
nell’inconscio. Giorgio Colli suggerirebbe che non ci troviamo di fronte al
dolore, ma siamo noi stessi dolore. Questo lo sa Elea, e lo sanno le sorelle. Il
cratere del contemporaneo si smaschera qui, schiaffandolo contro uno specchio
(come ha fatto History di Genna) a forza di un racconto, di una storia, infine
di un poema.
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