
Jina Khayyer / Generazioni di donne in Iran
Pulp Magazine - Thursday, July 9, 2026“L’Iran è un gatto” scrive Jina Khayyer a circa metà del suo romanzo, descrivendone poi i confini. Da qui il titolo del libro, Nel cuore del gatto, un viaggio profondo attraverso l’Iran. La narrazione si apre attorno a un evento traumatico per la protagonista e per un’intera nazione, l’uccisione per mano della polizia morale di Jina Mahsa Amini, giovane ragazza catturata a Teheran, nel 2022, che dà origine alla prima rivolta organizzata da donne in Iran. L’autrice è particolarmente colpita, sia perché teme per la vita dei suoi cari, ma anche a causa dell’omonimia che la lega alla giovane e che la porta indietro nel tempo, in un percorso magico e doloroso nella sua esistenza e in quella del Paese.
Il punto di vista di Khayyer è interessante: figlia di genitori iraniani, è nata e cresciuta in Europa – per la precisione in Germania – dove vive tuttora, e da dove segue gli avvenimenti con apprensione, temendo per il destino della sorella e della nipote che vivono a Teheran e che stanno prendendo parte attivamente alle proteste. Subito dopo l’incipit, torniamo indietro ai primi anni 2000, ovvero quando Khayyer, allora venticinquenne, visita per la prima volta la sua terra di origine, intraprendendo con la sorella Roya un viaggio alla scoperta dei territori più selvaggi, e delle antiche tradizioni.
A cavallo tra meraviglia e tormento e con una buona dose di inadeguatezza, l’autrice ci fa scoprire l’Iran tra paura, nostalgia, ma anche stupore e una grande dolcezza. La dolcezza del miele, dei datteri, degli abbracci dei parenti mai incontrati, dei saluti degli sconosciuti e di un forte senso di comunità, e di una lingua, il persiano, conosciuta solo nella forma parlata, ma che già nelle frasi di circostanza e nei nomi delle stagioni è ricca di poesia, e regala immagini struggenti, anche e soprattutto di chi la parla e la vive tutti i giorni.
Un popolo che combatte, silenziosamente prima, e poi facendo sempre più rumore, vessato da violenze e soprusi di un regime che annichilisce lo spirito, e che dopo anni di libertà e di conquiste, ha portato di nuovo la società al grado zero, o probabilmente ancora più in basso. La resistenza c’è sempre, e chi scrive ce lo racconta attraverso le vite delle donne e degli uomini che cercano con i piccoli gesti di tutti i giorni di ottenere la libertà, anche e soprattutto chi non l’ha mai conosciuta: i più giovani che non hanno mai visto un Iran senza gli ayatollah.
Khayyer non fa sconti, nemmeno a se stessa, tormentata dal senso di colpa di non essere lì, di “nascondersi” in Europa al riparo dalle violenze dirette, ma offrendo aiuto come può, comprendendo l’importanza della ribellione. Un racconto autobiografico che crea immagini vivide e ci trasporta lontano, risvegliando le nostre intorpidite coscienze. Iman, ragazza che si fa passare per un uomo per non portare il velo e vivere libera dice, già venticinque anni fa, parlando del velo: «Ci marchiano perché il mondo occidentale ci tratti come lebbrose. Il mondo occidentale parla del mondo islamico come se qui non ci fosse nient’altro che la religione, l’uomo islamico, i mullah, gli ayatollah, […] ci hanno marchiato perché l’Occidente ci ignori, si volti dall’altra parte: chi guarda volentieri degli spettri neri? Senza il controllo sui nostri corpi non ci sarebbe una repubblica islamica».
Un lucido sguardo su di noi, che ci distogliamo lo sguardo, insensibili al dolore degli altri, delle vittime di regimi di cui siamo complici, convinti di essere dal lato giusto della storia, e migliori di chi “si lascia maltrattare”, che siamo svelti ad etichettare un popolo come perduto: Khayyer ci mostra volti e storie di chi continua a restare e combattere per il paese che ama “molto più di quanto un amore possa sopportare”.
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