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Richard Powers / Il banco vince sempre
Su Makatea, un’isola della Polinesia francese, si incontrano per l’ennesima e decisiva volta i destini di quattro esseri umani le cui vite sono legate, per un motivo o per l’altro, da lunghi anni di vita e reciproca influenza. Todd Keane, uno che ha raggiunto la ricchezza, il riscatto sociale a seguito di una caduta e la fama grazie alla tecnologia il cui ultimo sviluppo è un’intelligenza artificiale all’avanguardia; Rafi Young, un letterato di estrazione proletaria impegnato con Todd in un confronto a distanza nel gioco strategico in cui hanno trasformato la loro amicizia pluridecennale; Ina Aroita, artista e moglie di Rafi, cresciuta tra le basi militari; Evelyne Beaulieu, oceanografa che ha fatto della ricerca sul campo la sua vita senza mai riuscire fino in fondo a vivere la propria famiglia. Si incontrano in occasione di un progetto gestito da Playground, l’azienda di Todd, che consiste nella costruzione della prima isola artificiale completamente autonoma e abitabile, per la cui realizzazione è necessario appoggiarsi a Makatea. Il progetto definirà il destino dell’isola e vedrà le vite i Rafi, Todd, Ina ed Evelyne misurarsi con i limiti dell’umanità e dell’agency che le persone hanno sul mondo. Il termine opera-mondo non è solo una moda in letteratura, indica anche l’esigenza di trovare determinate caratteristiche in un libro, sopra tutte le altre la complessità intesa non tanto come struttura articolata, moltiplicazione dei piani temporali, non linearità e quantità elevata di punti di vista. Questi sono certamente strumenti tecnici per ottenerla, ma non esauriscono il concetto stesso di complessità. La stratificazione è anche a livello tematico, ampie e profonde sono le riflessioni che dalla semplice visione di trama come traiettoria, che non va comunque per forza a scomparire, anzi in definitiva può essere un aiuto a mantenere coordinate solide per una leggibilità la cui importanza è troppo spesso sottovalutata, evolvono il romanzo in un dispositivo che produce metafore, concetti, immagini e paradigmi. E la metafora che funge da spina dorsale a Un gioco senza fine, è come minimo solida: il gioco come primordiale e intramontabile creazione di una realtà artificiale mediata da regole stabilite dagli esseri umani, nata dall’esigenza di una forma di controllo sulla realtà stessa, una creazione sulla cui efficacia la domanda resta aperta. Todd e Rafi costruiscono su questo la loro relazione, passando dagli scacchi al go con il farsi più profondo e complesso il loro rapporto, e a modo suo Evelyne stessa usa le immersioni a scopo scientifico come forma di downgrade della vita da una forma di gioco più complicata a una più semplice, limitata e dai confini più definiti. L’arrivo dell’intelligenza artificiale va a intaccare questa metafora e la sineddoche di questa svolta, che si compie a diversi livelli nella trama e nelle interazioni fra i personaggi, è la notizia di Kasparov battuto da Deep Blue con la strategia della forza bruta, che di per sé non risolve il conflitto, comunque il computer fu aiutato dagli scienziati che inserirono quella mole immensa di aperture scacchistiche, mosse e contromosse, ma indica quella che poi sarà la via del futuro, la pura capacità di calcolo come campo in cui l’IA supera di netto l’essere umano e l’unica possibilità, che non è detto si attualizzi, di forma di controllo sulla realtà tutta a fronte del possesso di una mole di dati che le persone non saranno mai in grado né di registrare né di elaborare. Un altro limite dell’umanità, perché essa e ciò che la definisce sono uno dei nuclei tematici di Un gioco senza fine insieme alle ormai imprescindibili riflessioni sull’antropocene, è quello della caducità del corpo. I protagonisti crescono, alcuni di loro partecipano al superamento dei limiti della dimensione fisica attraverso l’applicazione concreta dell’immaginazione – Evelyne con il padre che inventa il respiratore automatico subacqueo – ma sperimentano anche la temporaneità di detto superamento. Il corpo invecchia, si ammala e decade, talvolta è addirittura una tragedia a ucciderlo accidentalmente ben prima di un termine accettato come ragionevole, ma sta di fatto che alla fine il banco vince sempre. Non importa quante mani giochiamo e quanto bene le giochiamo, queste sono le regole e non è possibile barare. Non diversamente da Il sussurro del mondo, quest’ultimo lavoro di Powers è un grande romanzo corale che si apre nello spazio e nel tempo, prendendosi tutta l’ampiezza di respiro di cui ha bisogno per comporre un’architettura ricca e articolata, un’opera che se inserita nella produzione dell’autore, in particolar modo se la si vuol comparare con un romanzo breve e raccolto nella sua altissima densità come Smarrimento, ne testimonia la versatilità e soprattutto muscoli di narratore possenti come in pochi altri, capaci di misurarsi con efficacia con l’iperoggetto mortoniano chiamato realtà nel gestire una mole di racconto non certo mai vista, ma tale da creare un universo narrativo credibilmente definibile come mondo. L'articolo Richard Powers / Il banco vince sempre proviene da Pulp Magazine.
Aisling Rawle / Il consumismo dell’intrattenimento
Nella lista dei migliori libri del 2025 stilata da “The New Yorker”, quest’anno troviamo anche una giovanissima insegnante di inglese, Aisling Rawle, nata e residente in Irlanda, con il suo brillante romanzo d’esordio La vita facile, edito da edizioni e/o nella traduzione di Edoardo Andreoni. Rawle intreccia alcuni tra i più grandi modelli di intrattenimento televisivo a livello globale, partendo da Temptation Island e il Grande Fratello, aggiungendo un tocco di speculazione narrativa, come nel romanzo Il signore delle mosche, e di competizione feroce in un mondo dove non c’è più nulla da perdere, come in Hunger Games. Il risultato è una brutale analisi del mondo materialista in cui viviamo oggi, tra un consumismo distruttivo, una crisi climatica in rapido sviluppo, un capitalismo drenante e una brutale competitività. L’autrice, con la sua scrittura fluida e decisa, analizza alcune problematiche socioeconomiche in rapido sviluppo della nostra epoca trasformandole nel modo più fruibile, e quindi più comprensibile, possibile: in un reality show. Non abbiamo molte informazioni sul mondo fuori dal compound, il luogo dove si svolge il programma a cui partecipano una ventina di ragazzi e ragazze. Sappiamo che c’è una guerra in corso in cui sta combattendo il padre della narratrice, Lily, anche se non ne conosciamo le dimensioni né la portata. Il compound è situato nel deserto e in lontananza grandi incendi circondano questa finta oasi creata per intrattenere, con lo scopo ufficiale di trovare l’amore. Fuori dal compound le persone camminano sotto un cielo “grigio e deprimente” usando delle mascherine, soprattutto nelle grandi città, in un clima bollente. Lily lavora nel reparto trucco di un grande negozio e conduce la vita monotona, quasi robotica, che il capitalismo impone: “tornare a casa e avere l’ansia di dover ricominciare da capo il giorno seguente, e comunque non avere mai abbastanza soldi. E poi che senso aveva […] quando saremmo probabilmente tutti morti nel giro di vent’anni?”. Nei pensieri di Lily riecheggiano le convinzioni condivise da tutti gli inquilini del compound: cercare di rimanere in quell’oasi fittizia il più a lungo possibile, perché fuori la strada è stata smarrita. Non sembra così male vivere nel compound: un grande casa, un giardino immenso, una piscina favolosa, un campo da tennis, un labirinto, un orto e ventiquattro ore al giorno per fare tutto ciò che si vuole. Nel compound, sconnesso dal mondo esterno, tutto ciò di cui si ha bisogno – cibo, acqua, vestiti, oggetti – viene guadagnato tramite delle prove. Le prove collettive sono molteplici, di natura fisica oppure più colloquiali, e prevedono la partecipazione dell’intero gruppo. Solitamente il completamento di una prova prevede l’ottenimento di qualcosa a uso, appunto, collettivo; oppure l’eliminazione di un inquilino, con il conseguente avanzamento verso la finale, un altro dei punti focali del programma. Gli ultimi cinque membri rimanenti possono già considerarsi famosi nel mondo esterno, anche se il vero vincitore è solo l’ultimo inquilino. Se dapprima le prove sono leggere nella loro semplicità, man mano che il numero di partecipanti diminuisce, le prove diventano più pressanti: se la posta in gioco è l’eliminazione degli inquilini, la competitività diventa feroce, brutale, quasi animale, fino a tingersi di un rosso vivo. È a questo punto che emerge fino a quanto si è disposti a spingersi per non tornare alle proprie vite di prima e rischiare di perdere quell’umanità, quella compassione, che costituisce le fondamenta di chi siamo. La fine può giustificare i mezzi? La vita facile risponde chiaramente di no. Assieme alle prove collettive ciascun inquilino ha uno schermo personale dove appaiono delle prove individuali, sempre e solo associate a degli oggetti da ottenere: più un inquilino prosegue all’interno del programma, più gli oggetti diventano sfarzosi e i brand mittenti più lussuosi. Chi riceve un oggetto deve sempre ringraziare il brand che lo invia, con la segreta promessa di poterci collaborare una volta fuori dal compound. Rawle integra magistralmente il materialismo e il consumismo che governano la nostra società in un programma televisivo che deve obnubilare le menti di chi guarda. Un desiderio sfrenato di avere sempre più cose, spesso inutili, che conduce ad un’insoddisfazione precoce di ciò che si è ottenuto, portando a cercare altro con cui distrarci, entrando in un loop infinito di accumulazione compulsiva di cose, sempre più cose, sempre più oggetti. I partecipanti, Lily inclusa, affrontano una prova individuale dopo l’altra, godendosi l’oggetto ottenuto giusto il tempo di desiderarne un altro, fino a quando l’accesso facile ed esclusivo ad oggetti che non ci si sarebbe potuto permettere nel mondo reale prende il sopravvento e diventa l’unico, vero, motivo di permanenza al compound. Assieme alla ferocia delle prove collettive, dove vince chi prevale sugli altri, il materialismo delle prove individuali descrive un mondo che, seppur in un contesto narrativo, scivola fuori dalla pagina per incontrare un fratello nel mondo reale.       L'articolo Aisling Rawle / Il consumismo dell’intrattenimento proviene da Pulp Magazine.
Xueting C. Ni / Ecco l’horror cinese
Sinofagia è un’antologia virtualmente gemella alla precedente Sinopticon, la raccolta di fantascienza cinese curata tre anni fa da Xueting C. Ni, sinologa, traduttrice e ricercatrice indipendente devota ai miti e alla letteratura speculativa della Repubblica Popolare. Con questa nuova silloge Xueting C. Ni, nata a Guangzhou nel periodo di riapertura delle frontiere a ovest ed emigrata a Londra all’età di undici anni, intende ora far conoscere al pubblico occidentale anche quella letteratura che dalle nostre parti è stata a suo tempo definita “gotica” e, più recentemente, “dell’orrore”. Come spiega la stessa Xueting nell’introduzione al volume, e ribadisce nelle numerose interviste che trovate in rete, le storie di fantasmi sono sempre state di casa nella tradizione cinese senza che nessuno mettesse in discussione la loro appartenenza al canone classico. L’horror, inteso anche come filone pulp più grafico e sanguinario, a differenza della fantascienza, è stato invece a lungo messo all’indice come genere underdog, poco raccomandabile per il sentire comune e attenzionato dalla censura politica. Rispetto a venti anni fa, la situazione oggi sta cambiando, lo stigma editoriale che circondava il genere horror è in gran parte venuto meno, e l’orrore torna a riaffacciarsi nelle preferenze dei lettori cinesi. Sicuramente grazie alla crescente popolarità della letteratura online rispetto alla carta, ma, più in generale, in ragione delle ansie e della concitazione di una società condannata a vivere nel futuro, che si interroga ora sull’accelerazione dell’ultimo trentennio. Come interrogazione problematica e aperta alle risoluzioni dell’ignoto, non stupisce quindi se l’orrore è rappresentato molto spesso attraverso il conflitto tra le figure della mentalità cittadina – il medico, lo scrittore di successo, ecc. – e quelle della tradizione contadina, meglio se intesa e declinata al plurale – le tradizioni – stante la vastità del quasi continente cinese. Un folklore occulto, e comunque invisibile per gli agenti della razionalità, molto spesso impregnato della miseria della campagna e del sangue ancora fresco della storia novecentesca, come i fantasmi dei banditi della montagna in Camminando nella notte di She Gong Ge. O come la violenza patriarcale tramandata da “usanze” come il ratto, l’abuso e la compravendita della sposa (Il matrimonio fantasma di Yimei Tangguo). In un mondo di spettri, dove nulla è veramente come appare, anche la cultura gastronomica può rivelarsi un’arma a doppio taglio per lo sprovveduto cittadino (L’hotpot dello yin e dello yan).  Fuori dalle certezze della metropoli, la tecnologia stessa perde la sua allure rassicurante per trasformarsi nella sua versione “frankenstein”, come i golem surrogati utilizzati dai paesani in Ti’Naang di Su Min. L’antologia, che raccoglie 14 tra racconti lunghi e short stories, pubblicati nell’arco di circa venti anni (2002-2022), non manca comunque di affrontare anche in modo più esplicito i temi della modernità e dell’horror metropolitano. In Conosci le torri dell’antico splendore? ci ritroviamo ad esempio, dopo qualche pagina, in un’atmosfera ballardiana, mentre scopriamo che in un nuovo condominio della periferia la gente ha iniziato a tumulare le ceneri dei cari estinti perché gli appartamenti risultano ormai più economici dei loculi al cimitero. Nel futuro prossimo di Sognare ad occhi aperti, di Fin Zhuo, i mostri che spuntano tra gli avatar degli impiegati durante le riunioni di lavoro in realtà virtuale rivelano il perturbante che, nemmeno troppo nascostamente, si cela dietro alla noia aziendale e ai grandi progetti di Metaverso. Una realtà ipercompetitiva che inizia all’università dove anche le leggende urbane più sanguinose possono servire a farsi largo nel campus come ne La ragazza sotto la pioggia di Hong Niangzi. Nell’antologia – apparsa con il titolo originale di Sinophagia: A Celebration of Chinese Horror – merita ancora sicuramente una menzione Il villaggio desolato di Cai Jun, una storia delicata e perturbante, che richiama l’ideale gotico e forse per questo può suonare più familiare al lettore europeo. Che in ogni caso non avrà difficoltà ad apprezzare anche tutti gli altri racconti di questa ottima antologia.     L'articolo Xueting C. Ni / Ecco l’horror cinese proviene da Pulp Magazine.
Ken Follett / E fu così che venne costruita Stonehenge – forse
Ken Follett è una certezza. I suoi romanzi storici escono puntuali in autunno, misurano intorno alle 700/800 pagine, ricostruiscono un pezzo di storia per lo più medioevale, e lo raccontano con abilità, competenza e passione. Spesso, come anche in questo Il cerchio dei giorni, protagoniste sono le grandi opere dell’ingegno umano, realizzate per lo più da un uomo solo che ha delle particolari capacità oltre alla tenacia, al coraggio, alla convinzione delle proprie idee. Stonehenge è il punto di partenza perfetto. Nessuno sa quando, perché, da chi fu costruito il grande monumento di pietra che resiste tuttora. Follett immagina allora che in un luogo imprecisato della Gran Bretagna, tra colline e pianura, ci sia un tempio gestito da un gruppo di sacerdotesse, e che la funzione di questo tempio sia quella di contare. Contare i giorni, contare gli anni. Siamo nel medioevo, le società sono fatte di coltivatori o di pastori, ma nessuno sa contare oltre le dita di una mano. Le capacità di astrazione sono molto poco sviluppate. La lotta per la sopravvivenza è durissima, e anche quando si raggiunge un certo benessere, questo significa cibo in abbondanza, un tetto sopra la testa e dei figli che crescono sani. Non molto di più. Uno strumento per tener conto dei giorni, delle settimane e degli anni è prezioso. Ma il tempio è fatto di legno, brucia una prima volta e viene ricostruito più solido e più consistente ma sempre in legno. Brucia una seconda volta. A questo punto la giovane Joia, diventata sacerdotessa per la sua abilità nel tessere relazioni e convincere le persone a seguirla, decide di ricostruire il tempio con le pietre. Pietre grandi come quelle necessarie non ci sono nei dintorni, bisogna andarle a prendere in una valle che dista diversi giorni di cammino. E sono pietre molto più grandi di un uomo, pietre che tutti ritengono impossibili da spostare. Per fortuna c’è Seft, un giovane e abile cavatore di selce che si è stabilito nella comunità di pastori che vive intorno al tempio, e ha dimostrato grandi doti nel lavorare il legno e soprattutto nel trovare soluzioni impensate a problemi che si ritenevano insolubili. Il carisma di Joia e l’abilità di Seft renderanno possibile il progetto visionario di un monumento di pietre enormi, che potrà durare per sempre. Naturalmente l’epopea della costruzione del tempio è teatro di una grande lotta tra il bene e il male, che è sempre uno dei temi immancabili nei romanzi di Follett. La comunità dei pastori, dove si trova il tempio, è sostanzialmente pacifica. È anche piuttosto benestante, gestita da un gruppo di anziani saggi, vi si lavora con calma. Mentre più sotto, nella pianura, la comunità dei coltivatori è bellicosa e arrabbiata. Le donne non hanno voce in capitolo e devono obbedire agli uomini. Il capo è un uomo violento e poco intelligente, che comanda grazie alla prepotenza e all’assenza di scrupoli. Il lavoro è sfiancante e senza soste. C’è una terza comunità, il popolo dei boschi, che vive una vita primitiva e semplice, cibandosi di quel che trova e riparandosi in capanne precarie. I rapporti tra le tre comunità sono tesi ma civili, finché una lunga e persistente siccità mette a dura prova le possibilità di sopravvivenza di tutti. Superamento dei confini, sabotaggi, incendi, uccisioni cominciano a verificarsi sempre più spesso mentre il bestiame muore e i campi sono arsi e senza frutti. L’impresa della costruzione del tempo di pietra sembra particolarmente impossibile, ma è anche vero che proprio nei momenti tragici bisogna trovare un progetto, un piano, una visione che aiuti a immaginare un futuro, proprio quando il futuro sembra non poterci essere. Come sempre nei romanzi di Follett il personaggio femminile è quello più forte e significativo. Joia è una donna determinata, intelligente, carismatica. Cresce con una madre equilibrata e saggia che fa parte del gruppo degli anziani e che la sostiene e la aiuta a coltivare la sua diversità e peculiarità. Il contraltare maschile è un falegname/ingegnere ante litteram, capace di immaginare e sperimentare soluzioni che oggi definiremmo tecnologiche e che, per la prima volta, permettono alla società degli uomini di costruire qualcosa di più grande di loro. C’è dunque qualcosa di epico, nell’impresa di costruzione del tempio ma anche nel racconto, nei tempi, nello spazio, nelle attese, nelle sorprese della narrazione. C’è certamente una visione del mondo estremamente individualista, di quell’individualismo tipicamente occidentale che tende ad anteporre l’individuo alla comunità. In realtà sappiamo che le grandi scoperte, le grandi invenzioni, le grandi imprese non sono mai un’opera individuale. Se un individuo emerge e poi diventa il titolare della scoperta o dell’invenzione, è perché nella nostra narrazione abbiamo bisogno di eroi e di grandezza. Ma tutte le invenzioni e le scoperte sono frutto di un pensiero e di un lavoro collettivo, di moltissimi tentativi ed errori che a un certo momento culminano nella soluzione. Il fortunato o abile che si trova in quel culmine passa alla storia e tutti quelli che gli hanno preparato il terreno restano nell’oblio. Ma è importante che si sappia come stanno davvero le cose. E certo stiamo parlando di un romanzo e non di un libro di storia, e Follett dà conto ampiamente dell’importanza della società e della vita comunitaria. Resta il fatto che in questo momento storico così complicato e fragile, così teso e scivoloso, questa scelta mi sembra mettere in evidenza un elemento del nostro tempo sul quale dovremmo riflettere e prestare attenzione. Dunque, anche quello che si definisce un bestseller (con una punta di scorno) e che è una buona lettura di intrattenimento ci può far vedere qualcosa che sta nascosto ma è importante.         L'articolo Ken Follett / E fu così che venne costruita Stonehenge – forse proviene da Pulp Magazine.
Chloé Delaume / Storia di una donna come noi
«Clotilde non vuole morire prima di aver visto donne e ragazze alzarsi a una a una tenendosi per mano. Carmagnola sororale che smantella un sistema che colonizza corpo e pensiero; che ribalta ridendo i valori della fallocrazia; che distrugge in un coro di collera i bastioni del virilismo sovrano. Insieme devono ballare al suono dei cannoni: non si possono uccidere i costumi, solo farli evolvere. La distruzione delle gerarchie non si fa con l’ascia, e la tranciatura della giugulare o del pene dei maschi alfa sporcherebbe il tappeto facendone dei martiri. Non servono armi, ma strumenti». Partiamo da qui, da questo concetto che è un po’ l’essenza del libro. L’autrice francese Chloè Delaume è solita concentrarsi con la sua opera letteraria su esperienze autobiografiche e con un approccio decisamente sperimentale, a colpi di femminismo e autofiction. In questo suo ultimo lavoro, infatti, ne conosciamo l’alter ego, Clotilde Mélisse, scrittrice che esorcizza episodi della sua vita nei libri, la incontriamo in treno durante un suo viaggio che parallelamente intraprende anche nei ricordi. La sua passione per la poesia nata dal desiderio di compiacere la madre e catturarne l’attenzione, tutti i disturbi che negli anni le hanno presentato il conto dopo aver assistito all’omicidio della madre commesso dal padre, quegli istanti durati un’eternità in cui il genitore prima di spararsi le ha puntato contro una pistola. Quando ciò accade è il 1983 e Clotilde ha poco più di dieci anni, da quel momento tutto verrà rivoluzionato e quell’uxoricidio inciderà per sempre sulle relazioni future della bambina. Da lei apprendiamo che non c’erano parole per descrivere un gesto così brutale come un femminicidio, che avremmo dovuto aspettare il 2015 per vedere quel termine sul dizionario anche se nel 1976 a Bruxelles è stato pronunciato per la prima volta dal Tribunale dei crimini contro le donne durante un evento di quattro giorni, in occasione del quale Simone de Beauvoir ha tenuto il discorso d’apertura definendo quel Tribunale come l’inizio della decolonizzazione radicale delle donne. Sul treno con Clotilde, ormai adulta, proseguiamo il viaggio dentro la sua memoria attraverso ragionamenti puntuali, precisi, anche tecnici nella loro terminologia mai scontata, sebbene si potesse correre il rischio di scadere nel banale, e arriviamo a toccare corde molto intime del suo personale come il bipolarismo o la prostituzione, sempre con una narrazione priva di vittimismo e più incentrata sull’autoanalisi, per arrivare poi al cuore del libro: Guillaume. La loro intensa storia d’amore torna dopo dieci anni a turbare un equilibrio che si era stabilito in maniera forzata per istinto di sopravvivenza da parte di Clotilde. Guillaume, regista omosessuale che sconvolge la scrittrice e nasce da un colpo di fulmine in una sera d’estate. Guillaume che la sconvolge a tal punto da farle provare un amore assoluto e minare al contempo la sua autostima. Un racconto spietato quanto coraggioso di una personalità complessa, espressa con una voce schietta e profonda che davvero arriva alla mente prima che al cuore, e fa nascere discussioni e riflessioni da affrontate senza maschere o attenuanti. Sono molti i passaggi da sottolineare che si imprimono come quelli inerenti alla terapia farmacologica e sul pregiudizio della società nei confronti di un malato di mente. Una prosa quasi poetica, a tratti graffiante scava pagina dopo pagina nell’inconscio in un’eterna disamina dell’animo. Una lettura straordinaria pubblicata da una piccola casa editrice che porta il nome della sua fondatrice Mariangela Mincione, ex libraia appassionata e curiosa lettrice, che con molto coraggio ha scelto di andare controcorrente non solo con la scelta del suo catalogo, ma anche con la copertina di questo libro in particolare. Non troverete infatti la solita foto piaciona e ammiccante ma solo scritte e nessun disegno. Il titolo, il nome dell’autrice, l’editore e la traduttrice, stop. Minimalista ed essenziale, come piace ai veri lettori, il resto è superfluo e distoglie l’attenzione dal contenuto. Che in questo caso è imperdibile. L'articolo Chloé Delaume / Storia di una donna come noi proviene da Pulp Magazine.
Magdalena Blažević / Gli scomparsi
“Preparatevi, il tempo sta per scadere. Il silenzio e la lentezza dureranno ancora per poco”. L’eclissi del periodo estivo coincide con l’esordio dell’orrore, mentre “il cielo si dissolve nelle prime scintille e nell’odore della polvere da sparo”. In tarda estate è il potente esordio romanzesco di Magdalena Blažević, critica letteraria che già nel panorama narrativo si era imposta con alcuni racconti di rilievo. Le sue pagine si animano di impressioni sensoriali e atmosferiche. La memoria tiene insieme la fragile trama narrativa. I ricordi balenano intensi, come dettagli illuminati per un istante dal sole attraverso le foglie e poi di nuovo celati. Giochi di fanciulli dalla durata effimera, bambole rinchiuse in una scatola per non vedere più la luce. La quotidianità della vita di campagna prefigura la violenza della guerra. L’odore del sangue e del fango impregna l’aria mentre le galline vengono macellate. Suini nati morti vengono gettati in una fossa, mentre sciami di corvi e di mosconi infestano l’aria. Il fratello di Ivana, la protagonista, porta a spalla un fucile ad aria compressa che anticipa quelli reali e ben più perigliosi che a breve sconvolgeranno quelle terre. Gazze mettono in scena “uno spettacolo nero”, mentre “l’aria rimbomba e il bosco si oscura”. Come nelle fiabe, la foresta è buia e minacciosa, albergo di inconsci timori. La paura percorre gli animi come un vento furioso. Nella casa giace abbandonata una fisarmonica, che nessuno è in grado di suonare. Paesaggi impregnati di gelo e di morte, nei quali il più lieve rumore echeggia furente. Le finestre delle case in rovina appaiono come orribili occhi cavati. Blažević, come Virginia Woolf in time passes, riesce a rendere il trascorrere del tempo, le piazze un tempo vive e ora deserte, i tetti piagati dalla pioggia e dalla neve, sotto i quali non vi è più riparo, le stanze vuote percorse da topi e da insetti, le mura aggredite da muschi e umidità. Il libro è dedicato agli abitanti del villaggio croato di Kiseljak, massacrati il 16 agosto del 1993 dalle forze bosniache. Un episodio poco noto dalle nostre parti, come altri che vengono posti all’attenzione solo ora, a così grande distanza di tempo, a dimostrazione di come ogni conflitto porti con sé strascichi infiniti e devastazioni morali enormi. “Quando quella casa sarà crollata, con le mura divorate dal vento e dall’umidità, scomparirà anche l’ultima prova che il villaggio un tempo aveva un aspetto completamente diverso. Che sapeva di polline di sambuco e dell’acqua del ruscello”. Gli odori e i sapori di un tempo si estinguono, inevitabilmente. Fotografie sbiadite simboleggiano la necessità di ricordare, prima che l’oblio renda tutto illeggibile. “Come fa il mondo a essere ancora lo stesso?”, si domanda l’autrice. Dopo tanto orrore il normale corso dell’esistenza appare sfigurato, per sempre. Le scarpe da ginnastica di Ivana restano appoggiate al muro; nessuno le indosserà più. Un telefono squilla invano nel vuoto popolato solo dalla morte.   L'articolo Magdalena Blažević / Gli scomparsi proviene da Pulp Magazine.
Alberto Méndez / Vivere come uno fra i tanti girasoli ciechi
La Valle de Los Caidos oggi è tornata a chiamarsi Valle de Cuelgamuros, il nome che aveva prima che Francisco Franco decidesse di deturpare questa parte della sierra de Guadarrama con il suo triste mausoleo. Progettato per essere il monumento a cielo aperto del fascismo spagnolo, il caso volle che Josè Antonio Primo de Rivera, il fondatore della Falange Española, e Franco e morissero lo stesso giorno, il 20 novembre. Il primo fucilato dai repubblicani nel 1936 e il secondo nel 1975, ma di morte naturale dopo una troppo lunga vita. Entrambi furono solennemente sepolti sotto l’altare della tetra chiesa scavata nel granito sotto un’enorme croce, la più alta d’Europa. Fuori dalla porta della chiesa, in un enorme terrapieno, sono sepolti 40.000 caduti della guerra civile, più o meno a metà tra repubblicani e nazionalisti. L’opera venne costruita a partire dal 1940 per essere finita nel 1958, e fu opera dei prigionieri repubblicani costretti ai lavori forzati per quasi vent’anni. Gli storici non hanno consolidato un dato certo sui morti per la repressione che si scatenò successivamente alla fine della Guerra civile, ma alcune fonti riportano la stima di 200.000 persone. Per popolare la più grande fossa comune della storia europea, le autorità franchiste ordinarono l’esumazione dalle molte fosse comuni disseminate nella Spagna per riunire i morti repubblicani senza nome e deporli ai piedi dei corpi di Franco e de Rivera. Alcune fonti affermano che furono sepolti lì anche i numerosi morti sul lavoro e alcuni fucilati quando non erano più necessari alla costruzione. Nemico giurato di questa macabra e falsa opera di riconciliazione – almeno così era stata fatta passare con ipocrisia dalla propaganda dell’epoca – il Primo Ministro Pedro Sanchez ha ordinato il trasloco delle salme del dittatore e del suo compare, e ha ordinato lo smantellamento di ogni riferimento a quello che era di fatto un luogo di incontro di fascisti e nostalgici del regime. Salgo a piedi i sei chilometri che conducono al mausoleo fascista dalla strada della Guadarrama, tra pini e pareti di granito solcate dai torrenti, e mi avvicino alla croce alta 150 metri, sempre più grande e impressionante. Poche automobili mi passano a fianco e forse pensano a quanto sia risoluto quel camerata che procede a piedi verso il più ingombrante e brutto residuo del fascismo spagnolo. Mentre percorro la valle bellissima del Cuelgamuros, mi tornano in mente le pagine più toccanti de I girasoli ciechi, l’unico romanzo lasciatoci da Alberto Méndez, e pubblicato in Spagna nel 2004. Mendéz, nato nel 1941, aveva vissuto sotto il tallone della dittatura e il suo romanzo affronta i problemi centrali in cui ancora oggi l’intera Spagna si dibatte, quello delle memorie personali, della realtà del conflitto, della lunga e frustrante repressione in un’Europa che avrebbe dovuto debellare anche il loro fascismo dal 1945 e non lo fece, e della difficoltà a costruire una storia pubblica. Se oggi solo qualche coglione sventola sul piazzale la bandiera spagnola o si rizza nel saluto a mano tesa, le polemiche che hanno coinvolto per decenni la Valle de los Caidos sono state momentaneamente risolte spogliandola di ogni riferimento esplicito al fascismo, ma non si è ancora affrontata l’idea di farne un museo a cielo aperto della repressione falangista, cercando di collegare le memorie degli sconfitti con la storia ufficiale e riscrivere radicalmente il significato di quei luoghi ridotti a lager e a campo di lavoro forzato. Mentre cammino nella solitudine di un cielo terso e settembrino, le vicende e i personaggi de I girasoli ciechi non mi danno tregua e assumono in questo luogo un significato più concreto. Sono quattro storie interdipendenti che raccontano una sconfitta che non è solo dei repubblicani ma dell’intera Spagna, costretta a vivere per decenni in una società malsana animata da odio, vendetta e sospetto. I protagonisti dei racconti sono accumunati dall’essersi trovati a causa della guerra civile in condizioni esistenziali tali da spingerli a rifiutare la vita. Sono un nazionalista che si arrende al nemico nel giorno della resa di Madrid, un giovane padre nascosto nella sierra che si affaccia all’inverno con la moglie morta e un neonato da tenere in vita, un prigioniero in attesa della fucilazione, un intellettuale nascosto in un piccolo vano del suo appartamento. Sono quattro vicende personali in cui sono presenti gli spunti paradossali e surreali cari alla letteratura di lingua spagnola, ma immediatamente calati nel realismo della vicenda storica che il lettore conosce come tragica. Se i protagonisti del romanzo o sono d’invenzione o ripropongono vicende personali realmente accadute, i personaggi che completano la narrazione provengono dalla storia dell’assedio di Madrid, come il colonnello Miguel Eymar, responsabile della fucilazione di migliaia di militari repubblicani e dei loro parenti, e di semplici simpatizzanti, o come Edoardo López, il militante e poi dirigente del Partido Comunista di España, chiuso nella prigione in cui Eymar compie con zelo il suo compito di eliminare fisicamente i nemici della Patria, che nella realtà storica riuscirà a raggiungere l’Unione Sovietica e salvarsi. Il cimitero dell’Almudena di Madrid è intimamente legato alle vicende della terza storia, intitolata “La lingua dei morti” e ambientata nel 1941, ed è la logica prosecuzione spaziale della narrazione di Mendéz. Oggi all’Almudena, poco lontano dalle tombe di Dolores Ibárruri e Francisco Largo Caballero, è sepolto proprio Edoardo López, sulla cui lapide spiccano la falce e il martello che ricorda a tutti i visitatori la sua appartenenza e gli ideali per cui ha combattuto. Ma intorno a lui i colori della repubblica (rosso, giallo e viola), le scritte che richiamano ai partiti operai, i simboli della lotta al fascismo maculano il cimitero fino al muro di mattoni rossi che fu uno dei luoghi delle fucilazioni. Nei cimiteri, dopo un’estrema unzione, i repubblicani veniva uccisi e sotterrati, come raccontano Paco Roca e Rodrigo Terrasa nell’eccezionale storia fumetti intitolata L’abisso dell’oblio (Tunué, 2023). Qualche fiore e la bandiera segnano, spesso senza nessun’altra spiegazione, i luoghi della memoria spagnola. Ma il muro dove avvennero le oltre 3000 fucilazioni a cui si riferisce “La lingua dei morti” è dall’altra parte del cimitero, a fianco dell’entrata principale, dove trovarono la morte anche las trece rosas, le tredici giovanissime donne uccise per un attentato a cui non presero parte. Quando I girasoli ciechi viene pubblicato nel 2004, la Spagna era già dilaniata in uno scontro politico e culturale sulla dittatura che non si è risolto neppure oggi e vede un partito dell’oblio opporsi con violenza a un partito della memoria. In tutta la nazione sono evidenti i segni delle contraddizioni e delle lotte che sono state portate avanti anche dai partiti istituzionali e durante i governi diretti da José Luis Rodríguez Zapatero e Pedro Sánchez. Tutta la narrativa spagnola, compreso autori del fumetto tra cui spiccano Paco Roca ed Eduard Altarriba, è impegnata nel progetto di tradurre in novel le storie familiari come paradigmi di una lotta che ha coinvolto tutta la popolazione spagnola, dalle famiglie più della classe operaia e contadina fino agli intellettuali, e che per la parte repubblicana hanno rappresentato una sconfitta personale e collettiva, un’umiliazione che si è protratta per anni senza mai una reale riconciliazione. Contrapposizioni aspre che la sinistra italiana, pur nella diversità delle due esperienze, invece, per quanto riguarda il fascismo mussoliniano, ha progressivamente attenuato nel tempo fino a farle scomparire cedendo a un patetico revisionismo storico. È bene leggere il capitolo di Contro l’identità italiana di Christian Raimo (Einaudi, 2019) dedicato al commento sul triste appello di Luciano Violante a favore dei “ragazzi di Salò” per capire come in Spagna, a partire da romanzi come I girasoli ciechi, non si chieda riconciliazione ma giustizia, se non vendetta. Sarebbe un errore, ci ammonisce Mendéz con le sue pagine, considerare la Guerra civile spagnola conclusa nel 1939, anzi il romanzo inizia proprio con la fine del conflitto militare, perché la guerra è proseguita fino alla fine del 1975. Quello che si è modificato nel 1939 è la struttura dei contendenti, per tre anni i nazionalisti avevano combattuto contro l’esercito repubblicano e una parte della popolazione civile, poi il conflitto era continuato contro una parte della popolazione disarmata senza un esercito che la difendesse. Nell’esordio del romanzo, intitolato “Prima sconfitta: 1939”, Mendéz descrive l’incredibile resa del capitano Alegría all’armata repubblicana. Un’azione inspiegabile, visto che è l’ultimo giorno di guerra, Madrid è caduta e lo stremato esercito repubblicano si sta consegnando ai suoi aguzzini, ma che è diretta conseguenza di un imperativo morale che lo obbliga a “non voler far parte della vittoria”. Mendéz costruisce il personaggio di Alegría affidandogli la razionalità della narrazione, una razionalità che viene mostrata progressivamente e a partire da quella che nella realtà della vicenda come in quella del lettore sembra la scelta di un pazzo. Eppure, pensiero dopo pensiero, Alegría si pone al di sopra dell’ideologia e della propaganda, spiegando al tribunale militare nazionalista che lo sta giudicando per diserzione, che non voleva vincere quella guerra perché non c’erano stati veramente ideali da difendere o valori da proteggere, ma solo la volontà di ammazzare tutti gli avversari. E storicamente è stato così, perché dopo la caduta di Madrid e Barcellona, la guerra è continuata. La vittoria nazionalista non è consistita solo nella conquista del potere, ma nell’eliminazione fisica, psichica e sociale di coloro che si erano riconosciuti nella Seconda Repubblica. Mendéz parla ai lettori con le parole dirette e coraggiose affidate all’eloquio di Alegría dei “soldati vittoriosi come di persone estranee alla vita, assenti da se stessi che si trasformeranno in carne di sconfitti”. Annientati da un vincitore reale che ha sconfitto l’esercito repubblicano e il proprio. La seconda sconfitta è datata nell’anno terribile della fuga: il 1940. La retirada republicana inizia nel gennaio del 1939 con la caduta di Barcellona, con i profughi diretti verso le città andaluse nella speranza di un imbarco, dove vennero trucidati a migliaia, o verso la Francia, dove oltre 500.000 persone affrontarono il valico dei Pirenei d’inverno. Con la caduta di Madrid, molti si allontanano dalla città diretti verso la sierra a nord, senza una vera speranza di raggiungere il confine ma solo di sfuggire alla repressione. Per coloro che saranno catturati si apre una realtà di fucilazioni, carcere indefinito e torture, per gli altri l’alternativa al suicidio è nascondersi. La sconfitta del 1940 che racconta le vicende di Eulalio Caballos Suárez si svolge sulle montagne delle Asturie. Bloccato in una baita con la moglie e il figlio neonato, attende l’inverno e la morte inevitabile. Lontano dal confine, questo giovanissimo poeta scrive un breve diario in attesa del freddo insopportabile, della fame, dei lupi e dell’inedia. L’espediente del manoscritto ritrovato ha una corrispondenza nel racconto “Diario del partigiano anonimo” di Angelo Del Boca (in Storie della Resistenza, Sellerio, 2013), ambientato in Val Trebbia nell’inverno del 1944, in cui al disgelo primaverile le pagine scritte in attesa della morte nella bufera sono tutto ciò che rimane di un combattente senza nome. Nel racconto di Mendéz la parola “sconfitta” è ripetuta più volte. Suárez afferma che è contagiosa e se mai riuscirà ad abbandonare la baita, ovunque il suo odore lo perseguiterà. Lui che si è gettato nel campo di battaglia con un foglio di carta e una matita è incaricato da Mendéz di rappresentare quello che lui stesso ha vissuto durante la dittatura, la condanna infinita a una vita di emarginazione. La terza sconfitta è del 1941 ed è la storia di un inganno. Juan Senra, un giornalista comunista ridotto a “cicatrice d’uomo” dal carcere e dall’attesa di un processo la cui sentenza è scontata, riesce a manipolare i propri accusatori e rimandare la sua condanna a morte, mentre i suoi compagni di prigionia vengono rapidamente condotti al muro delle fucilazioni dell’Almudeva. Ma la consapevolezza della precarietà della sua salvezza e il dolore continuo di vedere i suoi compagni abbandonare il carcere per salire sui camion che li conducono alla morte lo inducono a una ribellione solo morale e ad accettare la sconfitta totale che si concluderà con la sua fucilazione e la sepoltura nella fossa comune. Il romanzo si conclude con la quarta sconfitta ambientata nel 1942, in una casa borghese del quartiere Salamanca a Madrid. La caccia ai repubblicani non è terminata, e un uomo dato per morto si nasconde per mesi nel suo appartamento. Come nel racconto precedente, che opponeva lo spietato giudice militare al carcerato, qui si contrappongono un intellettuale prigioniero nella propria casa e un prete squallido e fanatico in preda a un’attrazione erotica morbosa. La narrazione interseca la cronaca della famiglia che cerca di far apparire normale la drammatica esistenza reale, mentre chiusa tra le quattro mura vive un’esperienza sociale schizofrenica, la confessione del prete a un suo superiore che rivela la sua frustrazione e la schizofrenia interiore, che vive diviso tra un’incontrollabile pulsione erotica e l’armamentario ideologico e religioso entro cui è stato formato, e la rievocazione della vicenda, anni dopo, da quello che era il bambino osservatore del dramma emotivo e politico che si svolgeva nella sua famiglia chiusa nell’appartamento. L’assurdità della vicenda, surreale e tragica al contempo, cerca di dare corpo non all’eccezionalità ma di quella che è diventata la normalità del nuovo ordine imposto dal falangismo e dalla versione più criminale del cattolicesimo novecentesco. Mendéz scrive infatti che “erano i tempi dell’incomprensibilità e nessuno cercava di capire ciò che accadeva”. Il girasole cieco del titolo, evocato alla chiusura della narrazione, è la metafora di coloro che, indipendentemente dalla parte con cui sono schierati, dopo un’immensa tragedia di dolore, di violenza e morte, non potranno che vivere senza più capire dove voltarsi per seguire il sole nel suo cammino. [foto © Domenico Gallo]   L'articolo Alberto Méndez / Vivere come uno fra i tanti girasoli ciechi proviene da Pulp Magazine.
Jeanette Winterson / Stai lontano da dèi e fantasmi (Confucio)
Credere ai fantasmi al tempo dell’essere digitali. Al netto di una difettosità intrinseca della mente umana, e dei retaggi del mondo premoderno, eccoci qui a leggere racconti di cui affascinarci, tentando una fuga neppure troppo innocente dai disastri attuali cosparsi ovunque, a latitudini e longitudini, da uomini disamorati di tutto, tranne che di denaro e morte. Credere ai fantasmi e averne paura, addirittura terrore? Non scherziamo, ben altro si rende visibile dietro l’angolo di lynchiana (nel senso del regista) memoria: i mostri evidentemente non sono i fantasmi. Jeanette Winterson è stata chiara in 12 Bytes, prendendosela col maschilismo imperante nell’artificiale (più o meno stupido, altro che “intelligente”), con i maschi digitalizzati, quelli che non sanno cosa farsene della classicità millenaria. Tutto era iniziato con la rivoluzione di Scritto sul corpo. Anni ne sono passati, e ancora la felice fantasia della scrittrice articola la sua struttura dando vita a sottili (e pellegrinanti) interpretazioni del mondo e della sua natura frammentaria. E dunque Winterson coglie una semplice e diretta discontinuità del pensiero: perché le realtà virtuali non dovrebbero accogliere l’antica idea che abbiamo dei fantasmi? Più che un’idea, a ben pensarci, avendo presente quanto sia sempre stato acceso nei vivi l’interesse per i morti, e per gli spiriti da essi derivati, più che per i santi. Vedi le radici di Halloween ben piantate nell’attuale società (dei consumi e di un po’ di tutto) rispetto a Ognissanti. Nel Sud del mondo, e in Oriente, gli spiriti inquieti spadroneggiano, e in Europa che dire, se non che i fantasmi sono spesso vendicativi, richiedono cose ai viventi e turbano eredità. Le entità hanno un debole per luoghi e desideri di chi ancora calpesta le strade del mondo, e ora che la spaziosità del mondo si perpetua nei territori dei bytes eccoli pronti a invaderli prendendosi qualche rivincita sull’Illuminismo. Winterson si prodiga ad attraversare vicende e figure, personali e non, con la consueta verve ironica, descrivendo amori e generosità amorose svariate passa un po’ di tempo con Poe ma velocemente non può fare a meno d’intendersela con Shirley Jackson e Stephen King. Persecutori e perseguitati affollano il mondo, si sa, e la scrittrice ama sperimentare quel che l’arte offre e ha offerto – sapendo che, attualmente, le macchine sembrano avere l’opzione per niente peregrina d’essere infestate. Chiedersi se per caso l’uomo non sia solo fatto di ossa e sangue risulta semplice, perfino troppo, ma il mondo tecnologico – Winterson ne è convinta e ci convince – è sempre più abitato di ombre, e diventa pronto a consentire a intelligenze alternative di venire a trovarci. Sarà sempre “una risposta parziale al mistero della morte”, ma i fantasmi appariranno ancora pronti a essere “scaricati” da supporti e dispositivi. Nuovi o vecchi, leggendari o moderni, eccoli nella zona di confine circoscritta in “Dispositivi”, “Luoghi”, “Persone”, “Visitazioni”. E in questa zona la scrittrice – strumento di osservazione e protagonista – definisce la propria prosa in lucida gioia narrativa.           L'articolo Jeanette Winterson / Stai lontano da dèi e fantasmi (Confucio) proviene da Pulp Magazine.
Arnold Zweig / Alle origini dell’odio
Un rompicapo di labirintiche stradine, un tessuto urbano composto da città incastrate l’una nell’altra, così viene descritta Gerusalemme in Il ritorno di Isaak de Vriendt di Arnold Zweig, a simboleggiare l’inestricabile rovello che avvolge le vicende degli ebrei e dei palestinesi, ancora oggi fonte di odio e di sanguinosi conflitti. Quando due popoli hanno paura l’uno dell’altro, basta una minima scintilla per far precipitare gli eventi. «La rabbia esplode e poi scompare, ma le azioni dettate dalla rabbia, quelle non possono essere cancellate e quando un rapporto di buon vicinato si deteriora, ci vogliono anni prima che torni a essere un’autentica amicizia». Il caos si manifesta in tutta la sua imprevedibilità. Motore dell’azione una conversazione ascoltata per caso: due sconosciuti progettano l’omicidio di un ebreo. Isaak de Vriendt è un uomo solitario, in bilico fra oriente e occidente, dedito alle conversazioni a fior di labbra con sé stesso, animato da una passione antiquaria che evoca antiche battaglie e da una irrefrenabile vocazione poetica. Immagina di aver vissuto migliaia di anni, e di essere passato attraverso innumerevoli incarnazioni. La sua sagoma è modellata attraverso le suggestioni offerte dalla figura del poeta e uomo politico J.I. de Haan, assassinato a Gerusalemme nel 1924; un ebreo ortodosso lontano dai precetti della moralità borghese, ispirato da peculiari dettami di reciproca tolleranza. Lungi dall’essere legate alla sua personalità scabrosa, le motivazioni dell’omicidio erano ben più complesse, e comprendevano la sua opposizione al progetto sionista. Gerusalemme è una città che ti consuma il cuore, nella quale è arduo restare tranquilli; chi resta impigliato nelle sue spire non riesce più a venire via. Mediante meticolose descrizioni, Zweig riesce a veicolare l’atmosfera fascinosa e indolente, esaltante e pericolosa del luogo. Nell’aria risuonano i monotoni canti degli arabi, uomini che possono amare oppure odiare, nella medesima semplice maniera. Una varia umanità abita quelle terre, sacerdoti armeni, pope russi, preti abissini, venditori di bibite e mercanti di ghiaccio, e ancora macchine, asini e cammelli. L’utopia della convivenza pacifica fra gli uomini è destinata ad essere spazzata via dalla violenza. La storia è ambientata in tempi definiti “di comune idiozia”. Siamo nel 1929, un anno di particolare inquietudine. L’antisemitismo cresce e si diffonde, anche presso popoli ritenuti colti come quello tedesco. Macerie vengono rapidamente nascoste, perché si eviti di ricordare i conflitti trascorsi. Parole che fanno pensare agli scenari odierni, costellati di dolore e di rovine. Il mondo, allora come oggi, è sull’orlo di un abisso. Nulla è cambiato. Il dissidio fra giudaismo e sionismo anima le pagine del libro, proponendo dibattiti tornati di prepotente attualità. La passione proibita fra il protagonista e un ragazzo arabo materializza arcane rivalità e oscure pulsioni dell’anima. La dicotomia fra la devozione e il desiderio, la tensione fra benedizione e maledizione lacera la coscienza. L’assassinio di de Vriendt mette in moto un meccanismo inarrestabile. Irmin, agente dei servizi segreti britannici, è incaricato di fare luce sul caso, di ricostruire la fitta trama di intrighi celata dietro l’omicidio. Nel corso dell’indagine scoprirà la vocazione umana all’odio e alla distruzione. «Sembrava che fra arabi ed ebrei si fosse aperto un conto che non si sarebbe più potuto pareggiare», scrive Zweig prefigurando scenari apocalittici. La pace riconquistata dopo un conflitto, infatti, è sempre precaria, in quanto ogni guerra erode il patrimonio etico di chi vi prende parte. Un libro di somma imparzialità, come notò Freud nella sua corrispondenza con l’autore, del quale era amico. Pubblicato in tedesco nel 1932, prelude ai grandi e violenti sconvolgimenti provocati dai nazionalismi e dalla follia militarista. Segnali che Zweig coglie in pieno con lucide capacità profetiche, indizi che dovrebbero spingerci a non ripetere oggi gli errori fatali di ieri. L'articolo Arnold Zweig / Alle origini dell’odio proviene da Pulp Magazine.
Tillie Olsen / Lamento per una perdita
In un periodo storico e sociale buio come il nostro, in cui le destre e la restaurazione si stanno impossessando del potere in Europa e in tutto il resto del mondo, la letteratura dovrebbe avere il compito di denunciare le ingiustizie e gli abusi. Le prevaricazioni ci sono sempre state, è la storia che ce lo insegna, e si sono trasformate nel tempo con l’evolversi della tecnologia e con i cambiamenti sociali. Tillie Olsen, figlia di ebrei russi socialisti emigrati negli States agli inizi del Novecento, ci porta a cavallo degli anni Venti e Trenta del secolo scorso, in un’America in crisi durante la Grande Depressione, dove le possibilità date alla classe operai e ai proletari erano il lavoro precario e l’immigrazione che bastavano a malapena per sopravvivere. La storia degli Holbrook, una famiglia costretta a vivere in condizioni disperate, comincia nel Wyoming, dove il capofamiglia lavora in una miniera di carbone funestata da gravi incidenti sul lavoro quotidiani: decidono quindi di spostarsi in Nebraska e prendere in affitto una fattoria che però dovranno abbandonare per le richieste sempre più esose delle banche, per finire nei mattatoi di una grande città. Le voci narranti sono di due donne, il cui ruolo nella società era di mere esecutrici degli ordini dei mariti e destinate ai lavori domestici. La piccola Marzie e la madre Anna subiscono più degli altri il peso della povertà e della mancanza di prospettiva e aspettative, in una società che le relega a figure si secondo ordine. Olsen a vent’anni faceva parte della Lega dei giovani comunisti, diventa una giovane madre abbandonata dal padre della figlia che chiama Karla in onore di Karl Marx, e tra lavori umili e malpagati partecipa al movimento sindacale che nasce a San Francisco. Pubblicato nel 1974 ma cominciato decenni prima, Yonnondio è uno sguardo impietoso verso il mondo del lavoro, la condizione delle donne e una società maschilista e arretrata. Uno sguardo fortemente politico verso condizioni che sembrano reiterarsi nel tempo facendo presagire un avvenire pieno di battaglie da combattere. Lo stile è essenziale e cristallino, con un punto di vista autorevole e di parte che apre a riflessioni e conseguenti azioni che non dovrebbero più essere rimandate. Il titolo, Yonnondio, è una parola che nella lingua delle tribù irochesi significa “lamento per una perdita”, ed è la vita stessa che sembrano aver perduto i personaggi del romanzo. Completa il libro un lungo estratto di un interessante saggio di Cinzia Biagiotti sulla vita e le opere della scrittrice. Da sottolineare la traduzione di Giovanna Scocchera che con la sua professionalità e competenza rende la lettura scorrevole e piacevole.   L'articolo Tillie Olsen / Lamento per una perdita proviene da Pulp Magazine.