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Jina Khayyer / Generazioni di donne in Iran
“L’Iran è un gatto” scrive Jina Khayyer a circa metà del suo romanzo, descrivendone poi i confini. Da qui il titolo del libro, Nel cuore del gatto, un viaggio profondo attraverso l’Iran. La narrazione si apre attorno a un evento traumatico per la protagonista e per un’intera nazione, l’uccisione per mano della polizia morale di Jina Mahsa Amini, giovane ragazza catturata a Teheran, nel 2022, che dà origine alla prima rivolta organizzata da donne in Iran. L’autrice è particolarmente colpita, sia perché teme per la vita dei suoi cari, ma anche a causa dell’omonimia che la lega alla giovane e che la porta indietro nel tempo, in un percorso magico e doloroso nella sua esistenza e in quella del Paese. Il punto di vista di Khayyer è interessante: figlia di genitori iraniani, è nata e cresciuta in Europa – per la precisione in Germania – dove vive tuttora, e da dove segue gli avvenimenti con apprensione, temendo per il destino della sorella e della nipote che vivono a Teheran e che stanno prendendo parte attivamente alle proteste. Subito dopo l’incipit, torniamo indietro ai primi anni 2000, ovvero quando Khayyer, allora venticinquenne, visita per la prima volta la sua terra di origine, intraprendendo con la sorella Roya un viaggio alla scoperta dei territori più selvaggi, e delle antiche tradizioni. A cavallo tra meraviglia e tormento e con una buona dose di inadeguatezza, l’autrice ci fa scoprire l’Iran tra paura, nostalgia, ma anche stupore e una grande dolcezza. La dolcezza del miele, dei datteri, degli abbracci dei parenti mai incontrati, dei saluti degli sconosciuti e di un forte senso di comunità, e di una lingua, il persiano, conosciuta solo nella forma parlata, ma che già nelle frasi di circostanza e nei nomi delle stagioni è ricca di poesia, e regala immagini struggenti, anche e soprattutto di chi la parla e la vive tutti i giorni. Un popolo che combatte, silenziosamente prima, e poi facendo sempre più rumore, vessato da violenze e soprusi di un regime che annichilisce lo spirito, e che dopo anni di libertà e di conquiste, ha portato di nuovo la società al grado zero, o probabilmente ancora più in basso. La resistenza c’è sempre, e chi scrive ce lo racconta attraverso le vite delle donne e degli uomini che cercano con i piccoli gesti di tutti i giorni di ottenere la libertà, anche e soprattutto chi non l’ha mai conosciuta: i più giovani che non hanno mai visto un Iran senza gli ayatollah. Khayyer non fa sconti, nemmeno a se stessa, tormentata dal senso di colpa di non essere lì, di “nascondersi” in Europa al riparo dalle violenze dirette, ma offrendo aiuto come può, comprendendo l’importanza della ribellione. Un racconto autobiografico che crea immagini vivide e ci trasporta lontano, risvegliando le nostre intorpidite coscienze. Iman, ragazza che si fa passare per un uomo per non portare il velo e vivere libera dice, già venticinque anni fa, parlando del velo: «Ci marchiano perché il mondo occidentale ci tratti come lebbrose. Il mondo occidentale parla del mondo islamico come se qui non ci fosse nient’altro che la religione, l’uomo islamico, i mullah, gli ayatollah, […] ci hanno marchiato perché l’Occidente ci ignori, si volti dall’altra parte: chi guarda volentieri degli spettri neri? Senza il controllo sui nostri corpi non ci sarebbe una repubblica islamica». Un lucido sguardo su di noi, che ci distogliamo lo sguardo, insensibili al dolore degli altri, delle vittime di regimi di cui siamo complici, convinti di essere dal lato giusto della storia, e migliori di chi “si lascia maltrattare”, che siamo svelti ad etichettare un popolo come perduto: Khayyer ci mostra volti e storie di chi continua a restare e combattere per il paese che ama “molto più di quanto un amore possa sopportare”.           L'articolo Jina Khayyer / Generazioni di donne in Iran proviene da Pulp Magazine.
July 9, 2026
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Stefano Valenti / Genova, luglio 2001-luglio 2026
In quei giorni di luglio 2001 l’asfalto delle strade di Genova si scioglieva. Una vampata mai sentita si stendeva su ardesie e animi, perfino Sottoripa e i vicoli ne erano impestati. Nessuno era immune da quell’inferno, tranne i potenti asserragliati nel palazzo Ducale o nelle suite milionarie. Protetti nei suv raggiungevano le sale potenziate di microfoni mentre all’esterno i residenti non riuscivano a rientrare nei loro appartamenti a causa della foresta di barriere metalliche e container messi in fila e di traverso sulle vie principali e presidiate da forze dell’ordine e militari in assetto antisommossa. Ancora non si sapeva, il primo giorno, che la vampata avrebbe sciolto manti stradali e resistenze umane, e martoriato le carni di ragazzi e ragazze trasportati e rinchiusi in una caserma. A Bolzaneto, 13 chilometri a nord del centrocittà. Militanza e violenze, mondi che diventano cose, dove l’umano è sconfitto, dove solo la voce di Primo Levi si può ancora sentire. Stefano Valenti, valtellinese, traduttore e narratore, s’immerge nella storia selvaggia di Genova, a 25 anni dalle oscure “giornate” del G8. Partendo dalla poesia di Rimbaud del “battello ebbro”, la storia di questo libro è misurata dalle parole del narratore intorno all’amico Francesco, professore universitario adepto di Walter Benjamin che non regge il veleno delle violenze, delle torture. Dopo il suicidio, la testimonianza di quanto accaduto, della realtà a cui – come in Thomas Bernhard – meccanicamente si soccombe, investe il superstite che ora fa risuonare non solo la mente di Francesco (piena di Benjamin, Marcuse, Kafka, Bernhard) ma anche quella di Carlo che detesta la letteratura e che con la stoffa e il talento genovese dell’attivista trovava la morte proprio sui selciati di Genova. Compito arduo dove vocazione, debolezza e qualità di intelligenza s’uniscono in un processo sotterraneo a cui pochi resistono. Come farfalla a luglio è la storia di amicizie, di ragionamenti filosofici di esseri unici al mondo che si scontrano nelle nuvole nere dei lacrimogeni, partendo dal “ventre gravido di vita” delle tende allestite allo stadio Carlini nella Genova blindata, villaggio di anime del Milano social forum e “donne e uomini, adulti e giovani, popoli indigeni, contadini e cittadini, lavoratori e disoccupati, senza casa, anziani, studenti, persone di ogni credo, colore, orientamento sessuale”. Le grate alte cinque metri hanno diviso la città (Don Gallo chiede: “come si fa a dialogare con le sbarre?”), chi ha voluto contrastare pacificamente l’attacco dei black bloc riceve minacce e calci, dal 19 al 22 luglio le camionette vanno veloci come gli scatti dei manganelli, qualcuno racconta che sembra di essere piombati in Sudafrica ai tempi dell’apartheid. Tutto scritto, nelle pagine di Genova. Il libro bianco. E in molti furono portati alla caserma di Bolzaneto. Un benvenuto di ginocchia a terra, calci e manganellate. Parole irripetibili. E nessuno cada, che è peggio. Poche tracce di umanità dentro qualcosa che niente più assomiglia al “normale”. Mentre Bernhard va a trovare in sogno il narratore, e gli ricorda che i morti ricordano mancanze, errori e fallimenti, nelle pagine del libro di Valenti emerge il terrore delle celle e dei corridoi insanguinati. La paura dello stupro per le donne, crudeltà concrete le cui implicazioni sorpassano il senso comune. Nessuno ne è immune. E il narratore vuole rendere omaggio all’amico che ha sversato l’anima. Più che ricordare i fatti, più che dare spazio e luce a Francesco impiccato e a Carlo steso a terra. Sentiamo ancora, noi che lavoravamo negli ospedali del Centro, gli elicotteri volteggiare dall’alba al tramonto – mentre tutto decadeva, e alla caserma di Bolzaneto accadevano cose in una sospensione dell’agibilità umana. Valenti si chiede: come si improvvisa un tale “montaggio della crudeltà”? La città è sfibrata, nucleo del “tempo devastato e vile” fortemente voluto dai poteri – il gioco duro e sporco trova compimento a Bolzaneto, 13 chilometri a nord del Centro. È scritto. L'articolo Stefano Valenti / Genova, luglio 2001-luglio 2026 proviene da Pulp Magazine.
July 5, 2026
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Tara Menon / La potenza distruttiva dell’acqua
Il 26 dicembre 2004, mentre turisti e residenti si preparavano a festeggiare Santo Stefano nelle spiagge idilliache della Thailandia, un maremoto si abbatté e devastò il Sud-est asiatico. Otto anni più tardi, a fine ottobre del 2012, Marissa si trova a New York e osserva la città prepararsi per l’arrivo dell’uragano Sandy. Tra gli scettici (“Hanno detto la stessa identica cosa l’anno scorso”) e titoli di giornale catastrofisti (“L’East Coast si prepara per una tempesta apocalittica”), Marissa vaga per la città che va svuotandosi, ragionando su come l’apocalisse che i giornalisti decantano non tenga conto del significato più letterale del termine. Dal greco ‘rivelare’, apokaluptein risuona più ferocemente in quello che accadde in Thailandia: “l’acqua spogliò tutto, denudò la terrà, smascherò il pianeta”. Entra nel marchio Gramma di Feltrinelli la voce inedita della scrittrice indiana Tara Menon, residente a Cambridge, Stati Uniti. Con una scrittura limpida ed empatica, Menon intreccia il disastro ambientale in Thailandia con le percezioni ambivalenti contemporanee degli effetti del cambiamento climatico, ponendo l’accento sull’importanza del preservare l’ambiente naturale. Vita sommersa intervalla la vita di Marissa in Thailandia nel 2004 con la vacuità dell’esistenza più adulta a New York nel 2012, nel tentativo di superare la perdita di Arielle, scomparsa nel maremoto. Marissa è nata negli Stati Uniti, ma ha imparato a chiamare casa solo la Thailandia, dove si è traferita con il padre dopo la morte prematura della madre. Vive in un’isola non lontana dalla terraferma, dove le immersioni, le creature acquatiche e il fondale marino le riempiono le giornate di nuove scoperte e immensa gioia per il mondo naturale. Quando conosce Arielle, Marissa trova un’amicizia che si snoda in pomeriggi passati su spiagge incontaminate, viaggi subacquei alla ricerca di mante e temporali scoppiati all’improvviso, passati tra fogli bianchi e matite colorate. Marissa e Arielle vivono in simbiosi con il mondo naturale thailandese, condividendo il rispetto per l’ambiente, il bisogno di proteggerlo dall’inquinamento di rifiuti e la meraviglia del mondo sott’acqua. L’autrice ci conduce a quel lunedì 26 dicembre 2004 in punta di piedi: un mare senza pesci, un cielo senza uccelli, mammiferi che scappano. Quando, dal bagnasciuga dove si trovano, Marissa e Arielle vedono l’oceano ritirarsi, è ormai troppo tardi. I capitoli thailandesi si alternano ai capitoli newyorkesi: sono passati otto anni, ma nel cuore e nella mente di chi è pervaso dal dolore, il tempo non scorre più. Marissa lavora per una rivista di viaggi, ha la testa piena di incubi e un fantasma che la segue. Passeggia per Central Park conoscendo le specie di animali che la popolano, confrontandole con la ricchezza del mondo marino in cui è crescita. È il 2012 e New York si prepara ad affrontare l’arrivo dell’uragano Sandy, tra scetticismo e ansia generalizzata; Marissa, invece, vaga per le strade con passo apatico, senza direzione, sentendosi sommersa. Ha già vissuto la paura che deriva dall’impotenza nei confronti della furia della natura: solo attraversando, incolume, una tempesta, può risalire in superficie e tornare a casa. Menon pone l’accento sulla natura, accompagnando la lettura a meravigliose descrizioni dell’ambiente sottomarino, tra coralli e una varietà immensa di animali acquatici. L’autrice affronta il doloroso tema della perdita e la meraviglia dell’amicizia, ma il romanzo ha un cuore pulsante che richiama l’attenzione su quello che ci circonda. Ciò che innalza Vita sommersa a romanzo di attualità è l’abilità di Menon di riscrivere le percezioni ambigue della popolazione mondiale nei confronti del cambiamento climatico e di eventi naturali sempre più imprevedibili, veicolando l’importanza sostanziale della cura dell’ambiente e del clima. Uno dei più importanti messaggi per la contemporaneità.         L'articolo Tara Menon / La potenza distruttiva dell’acqua proviene da Pulp Magazine.
June 29, 2026
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Andrée A. Michaud / Una notte da incubo
È una notte da incubo quella che vivono Max, Laurence e la piccola Charlie, di soli cinque anni. Quella che avrebbe dovuto essere la prima vacanza dopo tanto tempo e molti sacrifici, un momento per riposare, divertirsi, un’occasione in cui convogliare la speranza di staccare la famigerata spina, si trasforma rapidamente in un incubo ad occhi aperti. L’acqua del lago, così placida e invitante, un piccolo campeggio sperduto nella meravigliosa natura canadese e nulla più. E invece. Un brusco scontro, evitabile a ben guardare, l’umiliazione, la vergogna, e poi un gesto, forse frainteso, forse no, il dubbio che qualcosa di terribile sarebbe potuto accadere. Da qui la rabbia cieca, la furia di un genitore che decide che il vaso è colmo. Forse non era destino il potersi godere la meritata vacanza di famiglia, fatto sta che da quel momento in poi le cose precipitano. È notte, la tempesta scoppiata all’improvviso non è di aiuto, la guida maldestra di un camper su stradine sconosciute nel bosco nemmeno. E poi i rumori, le grida nel buio, la fuga sotto la pioggia, il fulmine. Ma era davvero un fulmine? Madre e figlia restano sole e devono cavarsela per sopravvivere alla notte, una tremenda notte che non scorderanno mai. In un ritmo frenetico e concitato gli eventi si susseguono senza lasciare il tempo di un respiro, la tensione si taglia con il coltello e si corre sulla pagina in attesa di un colpo di scena che risolva la situazione. E non siamo nemmeno a metà libro. La svolta arriva ma fa comunque male. Anni dopo, il ritrovo di famiglia alla casa sul lago, un altro lago, altre acque dolci che tuttavia riaprono vecchie ferite come un promemoria fissato nella testa. L’inevitabile tragedia finale che si consuma come previsto, simile ad un’auto che imbocca ad alta velocità una via senza uscita. E di nuovo dolore e lacrime in un non detto che sa di sale sulle ferite. I dialoghi senza punteggiatura inseriti nel testo scorrono come flussi di coscienza e spingono sull’acceleratore della trama che scappa inesorabile e profondamente disturbante. L’autrice, due volte vincitrice del Gouverneur Général, il più importante premio letterario canadese, con L’ultima estate (pubblicato in Italia da Marsilio nel 2019), ha conseguito anche il Prix Quais du Polar, il Prix Saint-Pacome per il romanzo poliziesco, il Prix du Conseil des art set des lettres du Québec, il Prix Rivages del Libraires e il Prix Arthur-Ellis Acque dolci si presenta al pubblico come un thriller che sfugge le classiche regole del genere, non aspettatevi dunque serial killer o indagini poliziesche né commissari ma solo tanta tensione e la rappresentazione della crudeltà dell’animo umano davanti alla paura delle conseguenze. Se non sapete quale libro mettere in valigia, per restare svegli e vivere un incubo scegliete Acque dolci. A meno che non andiate in campeggio.   L'articolo Andrée A. Michaud / Una notte da incubo proviene da Pulp Magazine.
June 9, 2026
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Ben Shattuck / La voce di un’America diversa
“Sulle note di un amore” è il sottotitolo di questa bella raccolta di dodici racconti di Ben Shattuck, da cui è stato tratto anche un film con lo stesso titolo. L’amore che sopravvive al tempo e perfino alle persone è quello che troviamo subito, nel primo racconto: l’incontro fra Lionel e David, entrambi musicisti appassionati, entrambi giovani, ingenui, delicati. Si incontrano nel 1916 in un pub, David suona il pianoforte, Lionel canta, all’amore per la musica si aggiunge l’amore tra di loro. Ma David parte subito per la guerra, e Lionel ne perde le tracce. Finché non riceve una lettera, nel 1919, in cui David gli propone di accompagnarlo nei villaggi del nord est degli Stati Uniti per registrare, con un nuovo sistema chiamato fonografo, le canzoni popolari e le ballate tradizionali. David e Lionel vanno di casa in casa, seguendo indizi e tracce e passaparola, raccogliendo sui cilindri di cera le voci di gente che canta per il piacere di farlo, o per aiutarsi, o per lenire il dolore, o per mandare un messaggio che chissà poi se arriverà. Il loro amore fiorisce mentre percorrono miglia e miglia di foresta, dormono sotto le stelle, nuotano nei fiumi e sotto le cascate. Ma quando finisce l’estate, David ritorna al college in cui insegna, e Lionel è esitante, vorrebbe fermarlo o andare con lui ma si lascia prendere dalla timidezza, dalla giovinezza. Dopo poco verrà a sapere che David è morto nell’autunno del 1919. Verrà anche a sapere che aveva una fidanzata di nome Belle. Ma proseguendo nella lettura, ci dimentichiamo di Belle e anche di David e Lionel; incontriamo altri amori, in altri secoli e in altri luoghi. Amori come quello di Laurel per Will, la cui impronta destinata a restare è un disegno bellissimo, di un uccellino con un nastro legato a una zampa. Come quello di Hope per il figlio, che ha lasciato piccolissimo in custodia al fratello e alla moglie che di figli non potevano averne, e che ora cerca e crede di trovare negli occhi e nelle fattezze di ogni bambino che incontra; lo continuerà a cercare per tutta la vita. Come l’amore di Mark per il figlio Ian, tossicodipendente e probabilmente cattivo, a cui non potrà mai perdonare l’uccisione senza motivo di un cigno bianco, ma a cui dedicherà delle piante che forse un giorno cresceranno e si ricorderanno di loro. Come l’amore di August e Elizabeth, e il cruccio di lui, poeta, quando scopre che quello scritto che in passato è stato un atto di rabbia e invidia oggi, stampato nero su bianco su una rivista letteraria, può sembrare un tradimento e come tale va confessato. Oppure come il taglialegna, che dopo aver lasciato la moglie Annabelle a casa per avventurarsi nei boschi e vivere da uomo rude e maschio, le scrive lettere piene di tenerezza e di scuse. O ancora il fratello che rinuncia alla sorella e ne protegge il giovane amore, e il marito che manipola una fotografia e alimenta l’illusione che la rarissima alca non sia estinta, per far felice la moglie malata. O i giovanissimi innamorati Philip e Caroline, che seguono il pastore Karl Dietenz in un’avventura folle, alla ricerca del giardino dell’Eden sulle tracce di una Bibbia reinterpretata, alla ricerca di una vita proba e felice insieme alla natura, per finire massacrati dai francesi nelle terre paludose vicino a Boston. E alla fine Belle, che ha conservato i cilindri di David nascondendoli nella casa in cui ha vissuto pochissimo con lui e moltissimo da sola. Belle che consegna i cilindri ad Annie, la nuova proprietaria di casa. Annie che ha sentito alla radio la storia di Lionel e ha visto un libro che la racconta. Annie che sta cercando una storia nuova, una vita nuova forse, e rimette in circolo l’amore da cui siamo partiti, che non è mai morto e anzi ha fatto da sostegno a Lionel. Ed ecco che tutto si ricompone, il cerchio si chiude, l’amore messo in circolo ritorna, un amore apre le porte a un altro amore in una sequenza che potrebbe andare avanti, forse che andrà davvero avanti per sempre. Con una scrittura elegante, con uno stile sempre sobrio, con uno sguardo gentile e profondo, Ben Shattuck ci porta attraverso un mondo americano che non ha nulla a che vedere con quello becero, arrogante, ignorante che ora ci viene in mente ogni volta che pensiamo a quella nazione. Ed è bello e confortante che la letteratura non manchi mai di trovarsi spazi differenti, voci differenti, rappresentazioni del mondo differenti. Certo, ora siamo in questo momento di caos, violenza, prepotenza e vessazione, ma un altro mondo è possibile. E intanto possiamo immaginarlo, anche grazie a questa lettura. L'articolo Ben Shattuck / La voce di un’America diversa proviene da Pulp Magazine.
June 6, 2026
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Joan Samson / Cosa sei disposto a perdere?
«Cosa sei disposto a perdere? Questa è la domanda. Sappiamo che la bilancia dovrà tornare in pari, che per ottenere ciò che desideriamo dovremo sacrificare qualcosa, che si tratti di tempo, fatica oppure di un bene più sotterraneo, una parte di noi, magari un pezzo di anima. Giochiamo con i pesi, allora, valutiamo se il gioco valga la candela e alla fine esercitiamo il nostro più grande potere: quello della scelta». Già dalla prefazione di Paola Barbato intuiamo il punto focale attorno a cui questa storia ruota, lo annusiamo, ne siamo incuriositi perché in fondo parla di noi, di ciascuno di noi e allora proseguiamo nella lettura ma non siamo pronti a quello che ci aspetta. Se il serpente tentatore del giardino dell’Eden avesse delle sembianze umane sarebbero quelle di Perly Dunsmore. Il banditore, primo e unico romanzo della scrittrice statunitense Joan Samson e pubblicato nel 1976 poche settimane prima della sua prematura scomparsa a soli trentotto anni, raccoglie le atmosfere cupe e angoscianti dei migliori romanzi di Stephen King e Shirley Jackson e le trasforma in un romanzo difficilmente etichettabile ma estremamente magnetico. C’è qualcosa di profondamente malvagio e ipnotico nel banditore, un forestiero giunto nella piccola comunità rurale di Harlowe con mille nuove idee e pronto a rivoluzionare tutto in nome dei sani vecchi valori americani. Qui il progresso non sembra ancora essere arrivato così come il benessere economico delle grandi città non ha intaccato questo piccolo angolo d’America fatto di campi, fattorie e pascoli. Almeno fino a quando il misterioso Perly Dunsmore non convince tutti che il riscatto dalla povertà è possibile. Attraverso il ritmo lento di una scrittura precisa ed essenziale in cui il peso della sottomissione psicologica degli abitanti – e del lettore con loro – cresce fino a diventare insostenibile, si comprende troppo tardi che quello che inizialmente appare un beneficio collettivo non è che un perverso meccanismo di controllo di massa. La facilità con cui le persone si lasciano manipolare, la conseguente e progressiva perdita di libertà e la fragilità della democrazia sono le tematiche fondanti di questo romanzo quanto mai attuale. Senza l’utilizzo di creature mostruose o scene splatter, la vera magia di Joan Samson è costruire una trama angosciante e disturbante descrivendo un contesto totalmente plausibile. Qui il vero mostro è l’uomo, Dunsmore nel caso specifico, che porta al limite gli abitanti costringendoli a donare qualsiasi tipo di oggetto e non solo, ed è questo aspetto a rendere Il banditore più efficace di un qualsiasi altro horror o thriller con elementi soprannaturali perché ci obbliga a confrontarci con la crudeltà a cui potremmo arrivare. Una penna ammaliante, elegante, che riesce a regalarci un romanzo agghiacciante, di una raffinata spietatezza, proposto una manciata di anni fa da Sperling & Kupfer nella collana Macabre e rilanciato da Neri Pozza con il preciso proposito di salvare dall’oblio opere di profondo valore letterario. Se vorrete addentrarvi in questo piccolo inferno che è Harlowe e mettere alla prova la vostra capacità di resistenza psicologica, c’è un’unica raccomandazione: abbandonate ogni speranza ai cancelli d’ingresso. L'articolo Joan Samson / Cosa sei disposto a perdere? proviene da Pulp Magazine.
June 1, 2026
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Jenny Herpenbeck / Nel mezzo di tanta oscurità
Basta un dettaglio per evocare la fine di un mondo; l’aquila bicipite e la corona imperiale su un mantello sono i simboli di un potere già estinto, del quale restano solo le vestigia. Sceglie questa immagine peculiare Jenny Erpenbeck per mostrare la caduta degli Asburgo e il conseguente precipitare degli eventi nell’Europa del Novecento. E non è subito sera elude i consueti meccanismi narrativi per farci presentire quello che avrebbe potuto accadere, ma che non è stato. Un libro colto, complesso, profondamente letterario, intriso di corrispondenze. Nelle sue pagine gli eventi formano una rete di possibilità che evoca la poetica di Sebald, quella testarda ricerca di un senso nella massa informe del reale. Partendo dal livello individuale, ovvero dalla morte di una bambina nella Galizia asburgica, la scrittrice parla delle occasioni non realizzate. Quella bambina avrebbe potuto avere un destino, che invece è stato soffocato sul nascere. Un discorso che può essere facilmente applicato a un livello più ampio; chissà come sarebbe potuta evolvere la storia, se le cose fossero andate in un altro modo, se in un determinato momento si fossero prese delle decisioni diverse rispetto a quelle che tracciarono il tragico cammino dell’umanità. I fenomeni di carattere generale, come i conflitti, si calano nei volti dei singoli, imbiancandone i capelli, o scavando una trincea di rughe in guance un tempo incantevoli. La scelta del luogo non è casuale: la Galizia è un territorio eternamente conteso, albergo di conflitti e odi inestinguibili, nelle cui viscere si annidano segreti inconfessabili. Il matrimonio fra un’ebrea e un cristiano sfocia in una serie di catastrofi. Vienna inizia a inabissarsi pian piano, come un vetusto bastimento in balia delle onde. La guerra porta a un imbarbarimento dei costumi. Si fa tutto pur di sopravvivere. La fame porta alla disperazione, costringe le donne a vendersi per un tozzo di pane, mentre le giovani generazioni vengono intossicate dai gas e straziate dai reticolati. L’utopia socialista rivela il suo reale volto, forgiato da arresti e oppressioni. La bambina defunta attraversa in volo l’Europa devastata, come in quei quadri di Chagall dall’aria sognante, intrisi di poesia ma anche forieri di turbamento. La scrittrice architetta per lei diversi ipotetici destini, tutti segnati dalla sofferenza e dalla disillusione. Un infinito ventaglio di ragioni e possibilità indirizza la vita verso un approdo piuttosto che verso un altro. L’aleatorietà dell’esistenza fa rabbrividire. L’individualità si dissolve in innumerevoli rivoli. L’atto stesso dello scrivere è minato dalla transitorietà e dall’incertezza. Tutto è teoricamente possibile “nel bel mezzo di tanta oscurità”. A questo punto torniamo all’immagine di apertura. Il padre non toglie mai il mantello dai bottoni dorati, perché tiene caldo, o perché si illude di conservare un passato idealizzato come idilliaco, ma che in realtà non lo era e che comunque non potrà mai tornare. Dopo la sua morte, la moglie stacca quei bottoni prima di vendere il mantello al mercato nero. La Storia non fa sconti. “Bisognerebbe muover guerra alla guerra”, scrive Erpenbeck, ma come questo sia possibile nessuno lo sa. L’uomo non può far altro che subirne le atroci conseguenze. L'articolo Jenny Herpenbeck / Nel mezzo di tanta oscurità proviene da Pulp Magazine.
May 27, 2026
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Brian Sewell / Humour e balletti russi
L’unico romanzo scritto dal noto attore, sceneggiatore e critico d’arte inglese Brian Sewell è stato appena pubblicato in Italia, ha per titolo Pavlova e l’ombrello bianco e racconta la storia di un uomo non più giovane, colto e raffinato che, per una televisione del suo paese, la Gran Bretagna, si trova con la sua troupe dalle parti di Peshawar per girare un documentario storico naturalistico. Durante uno spostamento sulla Land Rover per tornare in aeroporto, alla fine della spedizione, quest’uomo, alto e magro, il vero fenotipo british, vede una giovanissima asinella bianca, oberata da un pesante carico assai sproporzionato per le sue lunghe ma fragili zampe e per il suo corpo ancora acerbo. Mosso a compassione, fa fermare l’auto, scende e cerca in tutti i modi di salvare l’animale evidentemente sfinita. I componenti della troupe e il regista, con i quali il rapporto era già abbastanza usurato, si oppongono con forza alla sua scelta. La rottura è inevitabile e l’uomo rimane da solo in mezzo al nulla con pochi effetti personali accanto alla “sua” bianca asinella, sofferente. L’uomo, tra ironia e un po’ di affetto, chiamato mr B dai suoi colleghi di lavoro, decide di ritornare a Londra, anche a piedi se necessario, con l’animale che gli ha toccato il cuore. Inizia così un bel romanzo che a tratti, per la sua immediatezza e freschezza, potrebbe assomigliare addirittura alla forma che prendono i bei libri per ragazzi. Ma non è così. Allora evidentemente assume tutte le caratteristiche del racconto di viaggio perché l’uomo e l’asinella attraversano quell’ampia fascia di territorio che dal Pakistan fino all’Asia minore e all’Europa arriva fino alla Gran Bretagna. Si possono così seguire i due inseparabili protagonisti per le città di Quetta e di Zahedan, famosa per le piastrelle. Li si vede poi arrivare a Isfahan con i suoi bellissimi tappeti fino a Tabriz in Turchia dove giungono in treno. Più tardi Istambul e Salonicco per proseguire il viaggio fino a destinazione. Sotto questo aspetto, la narrazione si nutre dei criteri dell’avventura più tradizionale con gli incontri degli esseri umani più vari, tra farmacisti benevoli e ospitali che si prestano anche a curare l’asinella, trafficanti di droga, mercanti, diplomatici, grand dame e povera gente. Il narratore non riesce a nascondere due caratteristiche piuttosto evidenti che rendono però la lettura piacevole e in qualche modo “rasserenano” il lettore per loro ingenuità. La prima è la tenenza a distinguere i “buoni” (molti) dai “cattivi” (pochi) indipendentemente dal ceto sociale, dall’età, dal sesso e dalla religione di appartenenza mentre la seconda è un retaggio coloniale legato alla disinvoltura con cui si pensa che tutto il mondo debba e possa parlare inglese e che, in definitiva, solo ciò che è british è destinato a rendere bella la vita. Prova tangibile di tutto è l’ombrello bianco di gran marca – storica e inglese – da cui mr B non si separa mai. Ed è proprio l’ombrello che dà il titolo a questo romanzo in cui campeggia anche il nome di Pavlova, celeberrima ballerina russa famosa per le sue lunghe ed elegantissime gambe, proprio come quelle dell’asinella che mr B decide di adottare e portare con sé. Le pagine di Sewell naturalmente sono ricche di riferimenti storici, artistici e anche letterari. Con grande eleganza e leggerezza egli ci propone per molti versi un libro colto e “antico” nel senso migliore del termine. In definitiva, Pavlova e l’ombrello bianco è un omaggio al lato migliore degli esseri umani. Ma tutto questo non sarebbe possibile senza la formidabile premessa dell’incontro con la deliziosa asinella Pavlova. Mr B le cura le ferite. La tiene accanto a sé. È consapevole che il viaggio fino a Londra è troppo lungo per lei che è ancora molto giovane e resa fragile dalle condizioni a cui veniva sottoposta. Allora accetta di fare solo pochi chilometri al giorno. La carica insieme a lui sui furgoni che offrono dei passaggi. La nutre spesso con il suo stesso cibo. In una parola: si prende cura di lei. Brian Sewell è scomparso nel 2015. Durante la sua vita l’amore per gli animali è stato un dato evidente e indiscusso: nella sua residenza di Wimbledon, dove, nel libro, fa arrivare mr B e l’amica asinella a bordo di una scassata Rolls Royce, viveva con la moglie e diversi cani. Per questo motivo egli non fece in tempo a vedere il delirio dei video sul web di animali, domestici e non, protagonisti di spettacoli ridicoli per il divertimento ottuso di esseri umani che forse sono diventati incapaci di rapporti sinceri con queste altre specie. In considerazione finale vanno segnalati i disegni di Sally Ann Lasson che teneramente ci ricordano che quella che abbiamo letto è una fiaba deliziosa che ci regala su sorriso sincero.       L'articolo Brian Sewell / Humour e balletti russi proviene da Pulp Magazine.
May 25, 2026
Pulp Magazine
Natalia Litvinova / “Zona” 1986/2026
L’anno in cui esplose il reattore nucleare a Černobyl’ gli abitanti di quel territorio divennero radioattivi insieme a piante e animali e ogni oggetto e manufatto: nel 1986 nasce la protagonista di Lucciola, romanzo memoir in cui le donne – madri, figlie, sorelle – sono esattamente coloro che tentano, e spesso ci riescono, a raccogliere il racconto di quella storia in cui il paese radioattivo riscatta la propria umanità – mentre gli uomini si sgranano in rivoli polverosi e micidiali così come le loro invenzioni, le loro menzogne. I primi anni di vita della bimba coincidono con la fine dell’Unione Sovietica, mentre ogni bene sparisce da case e negozi, mentre le micidiali particelle atomiche diventano parte del paesaggio europeo iniziando il loro viaggio mortale dalla città di Prypjať (“città dei fiori”). E lucciole sono chiamati coloro che furono esposti alle radiazioni. Gli adolescenti pensano di veder uscire dai piedi scalzi la fluorescenza assorbita con la radiazione ionizzante. Natalia Litvinova, poetessa e scrittrice, emigrò a Buenos Aires con la famiglia dieci anni dopo la sua nascita, fece in tempo a trovarsi dov’era l’origine di tutto: a cominciare dal parto indotto da un bisturi poco educato ma unico strumento capace di estrarre una creatura che non voleva “nascere in autunno in un paese radioattivo”. Natalia scrive che con i piedi toccò la tragedia mentre con le mani resisteva attaccata “alle viscere di mia madre”. Con questa scena inizia un libro dove ogni pagina inaugura un frammento di resistenza contro la sconcezza nucleare, contro la stupidità umana, resistenza che nasce dalla dedizione femminile verso tutto ciò che vive e agisce. Tutto questo all’ombra della centrale nucleare, oggetto nero e marrone al centro della “zona di esclusione” – 3000 chilometri quadrati di confine fisico, “cuore di tenebra” che ancora oggi è lì, dopo quarant’anni, con le metamorfosi biologiche, le carcasse di case, edifici pubblici, luna-park, e boschi fuori controllo dove si aggirano cani e altri animali che hanno ripreso la loro libertà selvaggia. Con l’aggiunta dei droni russi che bombardano il “sarcofago” in cui è stato imprigionato il reattore saltato in aria. La radioattività è invisibile ma i missili di Putin no. Litvinova mette allo scoperto, per brevi frammenti, il tesoro umano custodito dalle donne – di famiglia e non di famiglia –, i racconti di chi conosce tutta la storia e di chi nega che ci sia stata una Černobyl’ radioattiva e relativi figli. Adolescente pensava che neve e ghiaccio non potessero farla ammalare, che la neve avrebbe “spento la radiazione”. Bisognava non rovinare la neve, serviva a purificare i tappeti portati dalle case all’aperto. È la stessa Natalia a cui sembra strana la lingua di Buenos Aires una volta atterrata in Sudamerica, e come le sembra strano in inverno non indossare giubbotto e sciarpa. Ha nostalgia del silenzio che avvolgeva il suo paese d’origine mentre ora i clacson e le discussioni accalorate degli uomini non spariscono mai di notte. Ora scrive e sprofonda nel tumulto della memoria. Perché lì sta un fondo che non bisogna scordare. Né lei che ne ha vissuto origini oscure, né noi che forse ancora portiamo nelle nostre cellule qualche traccia “luccicante”. A noi tocca temere il peggio, se esiste un peggio alla notte nucleare, ma siamo ancora qui, ascoltiamo la voce di Natalia che dice: “Narrare è protendere la lingua, allungare il presente”. Natalia ha una madre che ai tempi della sua infanzia non sapeva che avrebbe lasciato il paese e i “libri di Černobyl’ che non dicono ciò che lei ha visto”. Era l’aprile 1986, e quel cielo rossastro presagiva la catastrofe.   L'articolo Natalia Litvinova / “Zona” 1986/2026 proviene da Pulp Magazine.
May 3, 2026
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Andreea Simionel / Una voce di confine
Bastardo. È l’odioso epiteto che fino a non molti anni fa si sentiva diffuso nel linguaggio aggressivo di molte persone, non solo italiane, per definire un “poco di buono”. Bastardo: il frutto di una mescolanza, di una ibridazione; in definitiva di un incontro. Di lui, di lei, non ci si poteva fidare perché non ne era chiara l’origine. Bastardo come offesa quando invece avrebbe dovuto essere un complimento. Tutto quello che nasce da forme di incontro e di ibridazione produce nei fatti qualcosa di nuovo e di più forte. Ma per essere felicemente bastardi bisogna forse prima diventare veramente bastardi, nel senso negativo del termine, o almeno così si può credere. È quello che capita a Aryna Tibuleac adolescente ragazza rumena che poco più che bambina si trasferisce a Torino con i genitori e la sorellina più piccola per condurre una vita migliore. Il percorso che si trova di fronte è quello di tutti i ragazzi e le ragazze che dall’estero vengono a vivere in Italia, per di più in una città in cui urbanisticamente sono molto più evidenti che altrove i conflitti di classe e di ceto sociale. Pur scegliendo tecniche di sottrazione alle dinamiche sociali e affettive, Aryna è viva: si innamora, fa amicizia (in modo selezionato), si guarda intorno vorace e a volte irritata. Ha spesso con sé il cane Ghost con cui quasi si identifica perché lui odia essere toccato e odia la gente e in particolare odia i bambini. Aryna si vergogna della casa vecchia in un brutto quartiere dove vive con la famiglia. In classe si firma Arianna, quasi a modificare la sua identità. È strafottente, polemica, arrogante, impetuosa e impulsiva. L’autrice di La ragazza d’aria è Andreea Simionel, quasi l’alter ego di Aryna quando parla di lei nell’incipit di un libro potente come pochi, tra quelli che oggi si trovano negli scaffali delle librerie: dice che si tratta di un oggetto affilato, “Se mi tocchi taglio”. Un romanzo di formazione che si sviluppa nei pochi anni di passaggio dall’adolescenza all’età di giovane donna adulta. C’è molta educazione scolastica, da cui il lettore imparerà diverse cose per via degli estremi con cui si dovrà misurare. Ci sono gli affetti. C’è una certa dose di razzismo e sessismo. Aryna porta scompiglio per la sua diversità. Ci sono le mille insicurezze che, nei giovani sfociano spesso nell’autolesionismo. L’adolescente Aryna non vuole sentire ragioni. È molto brava a mentire. Litiga spesso con la madre. Fa dei brutti sgarbi alla sorella Diana. Per ottenere quello che vuole sembra disposta a tutto. È una bastarda? Non lo è per ragioni genetiche: lei nata in Romania da genitori rumeni, ma la sua vita è già bastarda. Parla italiano – lo parla bene e lo scrive meglio. Potrebbe considerarsi “integrata”, della Romania ha ricordi dolci e gentili, ma col tempo ne perde i contorni. Simionel ci consegna una narrazione assai potente fatta di corpi di donna e materia. A un certo momento la fanciulla protagonista è stremata. Cade in terra. Ossessionata dal voler primeggiare, essere perfetta, non esporsi a nessuna critica da parte degli altri smette di mangiare e crolla nella nevrosi dell’anoressia. I muscoli, la pelle, le ossa, gli organi interni di Aryna ci parlano. Quello che supponevamo un romanzo di formazione capiamo essere un percorso terapeutico, le tre parti del libro, infatti, si dividono in “Triage”, “Pronto Soccorso” e “Normalità”. Aryna non solo fa cadere le sue difese, ma soprattutto riesce a vedere le fragilità degli altri o meglio, delle “altre”. In particolare della sua nuova amica Anna e del doloroso legame che la stringe a lei. Perché questo è anche molto un romanzo femminile nel senso pieno e compiuto del termine. È un romanzo assai originale che esce dalla categoria delle storie di immigrazione ormai non più poche, per fortuna, per diventare a pieno titolo letteratura italiana non convenzionale, perché Simionel non viene dalle scuole di scrittura. Simionel a trent’anni può vantare di essere e di essere stata una grande lettrice. Ha già pubblicato un altro libro su un tema simile, più rivolto alle sue origini. Si è nutrita di libri in maniera felicemente disordinata e ci ha consegnato una letteratura felicemente bastarda e ricchissima. Tutta da scoprire. Si è sentita un’impostora ma non lo è, è solo una bastarda. E c’è da ringraziarla per questo.       L'articolo Andreea Simionel / Una voce di confine proviene da Pulp Magazine.
April 18, 2026
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