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Andrée A. Michaud / Una notte da incubo
È una notte da incubo quella che vivono Max, Laurence e la piccola Charlie, di soli cinque anni. Quella che avrebbe dovuto essere la prima vacanza dopo tanto tempo e molti sacrifici, un momento per riposare, divertirsi, un’occasione in cui convogliare la speranza di staccare la famigerata spina, si trasforma rapidamente in un incubo ad occhi aperti. L’acqua del lago, così placida e invitante, un piccolo campeggio sperduto nella meravigliosa natura canadese e nulla più. E invece. Un brusco scontro, evitabile a ben guardare, l’umiliazione, la vergogna, e poi un gesto, forse frainteso, forse no, il dubbio che qualcosa di terribile sarebbe potuto accadere. Da qui la rabbia cieca, la furia di un genitore che decide che il vaso è colmo. Forse non era destino il potersi godere la meritata vacanza di famiglia, fatto sta che da quel momento in poi le cose precipitano. È notte, la tempesta scoppiata all’improvviso non è di aiuto, la guida maldestra di un camper su stradine sconosciute nel bosco nemmeno. E poi i rumori, le grida nel buio, la fuga sotto la pioggia, il fulmine. Ma era davvero un fulmine? Madre e figlia restano sole e devono cavarsela per sopravvivere alla notte, una tremenda notte che non scorderanno mai. In un ritmo frenetico e concitato gli eventi si susseguono senza lasciare il tempo di un respiro, la tensione si taglia con il coltello e si corre sulla pagina in attesa di un colpo di scena che risolva la situazione. E non siamo nemmeno a metà libro. La svolta arriva ma fa comunque male. Anni dopo, il ritrovo di famiglia alla casa sul lago, un altro lago, altre acque dolci che tuttavia riaprono vecchie ferite come un promemoria fissato nella testa. L’inevitabile tragedia finale che si consuma come previsto, simile ad un’auto che imbocca ad alta velocità una via senza uscita. E di nuovo dolore e lacrime in un non detto che sa di sale sulle ferite. I dialoghi senza punteggiatura inseriti nel testo scorrono come flussi di coscienza e spingono sull’acceleratore della trama che scappa inesorabile e profondamente disturbante. L’autrice, due volte vincitrice del Gouverneur Général, il più importante premio letterario canadese, con L’ultima estate (pubblicato in Italia da Marsilio nel 2019), ha conseguito anche il Prix Quais du Polar, il Prix Saint-Pacome per il romanzo poliziesco, il Prix du Conseil des art set des lettres du Québec, il Prix Rivages del Libraires e il Prix Arthur-Ellis Acque dolci si presenta al pubblico come un thriller che sfugge le classiche regole del genere, non aspettatevi dunque serial killer o indagini poliziesche né commissari ma solo tanta tensione e la rappresentazione della crudeltà dell’animo umano davanti alla paura delle conseguenze. Se non sapete quale libro mettere in valigia, per restare svegli e vivere un incubo scegliete Acque dolci. A meno che non andiate in campeggio.   L'articolo Andrée A. Michaud / Una notte da incubo proviene da Pulp Magazine.
June 9, 2026
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Ben Shattuck / La voce di un’America diversa
“Sulle note di un amore” è il sottotitolo di questa bella raccolta di dodici racconti di Ben Shattuck, da cui è stato tratto anche un film con lo stesso titolo. L’amore che sopravvive al tempo e perfino alle persone è quello che troviamo subito, nel primo racconto: l’incontro fra Lionel e David, entrambi musicisti appassionati, entrambi giovani, ingenui, delicati. Si incontrano nel 1916 in un pub, David suona il pianoforte, Lionel canta, all’amore per la musica si aggiunge l’amore tra di loro. Ma David parte subito per la guerra, e Lionel ne perde le tracce. Finché non riceve una lettera, nel 1919, in cui David gli propone di accompagnarlo nei villaggi del nord est degli Stati Uniti per registrare, con un nuovo sistema chiamato fonografo, le canzoni popolari e le ballate tradizionali. David e Lionel vanno di casa in casa, seguendo indizi e tracce e passaparola, raccogliendo sui cilindri di cera le voci di gente che canta per il piacere di farlo, o per aiutarsi, o per lenire il dolore, o per mandare un messaggio che chissà poi se arriverà. Il loro amore fiorisce mentre percorrono miglia e miglia di foresta, dormono sotto le stelle, nuotano nei fiumi e sotto le cascate. Ma quando finisce l’estate, David ritorna al college in cui insegna, e Lionel è esitante, vorrebbe fermarlo o andare con lui ma si lascia prendere dalla timidezza, dalla giovinezza. Dopo poco verrà a sapere che David è morto nell’autunno del 1919. Verrà anche a sapere che aveva una fidanzata di nome Belle. Ma proseguendo nella lettura, ci dimentichiamo di Belle e anche di David e Lionel; incontriamo altri amori, in altri secoli e in altri luoghi. Amori come quello di Laurel per Will, la cui impronta destinata a restare è un disegno bellissimo, di un uccellino con un nastro legato a una zampa. Come quello di Hope per il figlio, che ha lasciato piccolissimo in custodia al fratello e alla moglie che di figli non potevano averne, e che ora cerca e crede di trovare negli occhi e nelle fattezze di ogni bambino che incontra; lo continuerà a cercare per tutta la vita. Come l’amore di Mark per il figlio Ian, tossicodipendente e probabilmente cattivo, a cui non potrà mai perdonare l’uccisione senza motivo di un cigno bianco, ma a cui dedicherà delle piante che forse un giorno cresceranno e si ricorderanno di loro. Come l’amore di August e Elizabeth, e il cruccio di lui, poeta, quando scopre che quello scritto che in passato è stato un atto di rabbia e invidia oggi, stampato nero su bianco su una rivista letteraria, può sembrare un tradimento e come tale va confessato. Oppure come il taglialegna, che dopo aver lasciato la moglie Annabelle a casa per avventurarsi nei boschi e vivere da uomo rude e maschio, le scrive lettere piene di tenerezza e di scuse. O ancora il fratello che rinuncia alla sorella e ne protegge il giovane amore, e il marito che manipola una fotografia e alimenta l’illusione che la rarissima alca non sia estinta, per far felice la moglie malata. O i giovanissimi innamorati Philip e Caroline, che seguono il pastore Karl Dietenz in un’avventura folle, alla ricerca del giardino dell’Eden sulle tracce di una Bibbia reinterpretata, alla ricerca di una vita proba e felice insieme alla natura, per finire massacrati dai francesi nelle terre paludose vicino a Boston. E alla fine Belle, che ha conservato i cilindri di David nascondendoli nella casa in cui ha vissuto pochissimo con lui e moltissimo da sola. Belle che consegna i cilindri ad Annie, la nuova proprietaria di casa. Annie che ha sentito alla radio la storia di Lionel e ha visto un libro che la racconta. Annie che sta cercando una storia nuova, una vita nuova forse, e rimette in circolo l’amore da cui siamo partiti, che non è mai morto e anzi ha fatto da sostegno a Lionel. Ed ecco che tutto si ricompone, il cerchio si chiude, l’amore messo in circolo ritorna, un amore apre le porte a un altro amore in una sequenza che potrebbe andare avanti, forse che andrà davvero avanti per sempre. Con una scrittura elegante, con uno stile sempre sobrio, con uno sguardo gentile e profondo, Ben Shattuck ci porta attraverso un mondo americano che non ha nulla a che vedere con quello becero, arrogante, ignorante che ora ci viene in mente ogni volta che pensiamo a quella nazione. Ed è bello e confortante che la letteratura non manchi mai di trovarsi spazi differenti, voci differenti, rappresentazioni del mondo differenti. Certo, ora siamo in questo momento di caos, violenza, prepotenza e vessazione, ma un altro mondo è possibile. E intanto possiamo immaginarlo, anche grazie a questa lettura. L'articolo Ben Shattuck / La voce di un’America diversa proviene da Pulp Magazine.
June 6, 2026
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Joan Samson / Cosa sei disposto a perdere?
«Cosa sei disposto a perdere? Questa è la domanda. Sappiamo che la bilancia dovrà tornare in pari, che per ottenere ciò che desideriamo dovremo sacrificare qualcosa, che si tratti di tempo, fatica oppure di un bene più sotterraneo, una parte di noi, magari un pezzo di anima. Giochiamo con i pesi, allora, valutiamo se il gioco valga la candela e alla fine esercitiamo il nostro più grande potere: quello della scelta». Già dalla prefazione di Paola Barbato intuiamo il punto focale attorno a cui questa storia ruota, lo annusiamo, ne siamo incuriositi perché in fondo parla di noi, di ciascuno di noi e allora proseguiamo nella lettura ma non siamo pronti a quello che ci aspetta. Se il serpente tentatore del giardino dell’Eden avesse delle sembianze umane sarebbero quelle di Perly Dunsmore. Il banditore, primo e unico romanzo della scrittrice statunitense Joan Samson e pubblicato nel 1976 poche settimane prima della sua prematura scomparsa a soli trentotto anni, raccoglie le atmosfere cupe e angoscianti dei migliori romanzi di Stephen King e Shirley Jackson e le trasforma in un romanzo difficilmente etichettabile ma estremamente magnetico. C’è qualcosa di profondamente malvagio e ipnotico nel banditore, un forestiero giunto nella piccola comunità rurale di Harlowe con mille nuove idee e pronto a rivoluzionare tutto in nome dei sani vecchi valori americani. Qui il progresso non sembra ancora essere arrivato così come il benessere economico delle grandi città non ha intaccato questo piccolo angolo d’America fatto di campi, fattorie e pascoli. Almeno fino a quando il misterioso Perly Dunsmore non convince tutti che il riscatto dalla povertà è possibile. Attraverso il ritmo lento di una scrittura precisa ed essenziale in cui il peso della sottomissione psicologica degli abitanti – e del lettore con loro – cresce fino a diventare insostenibile, si comprende troppo tardi che quello che inizialmente appare un beneficio collettivo non è che un perverso meccanismo di controllo di massa. La facilità con cui le persone si lasciano manipolare, la conseguente e progressiva perdita di libertà e la fragilità della democrazia sono le tematiche fondanti di questo romanzo quanto mai attuale. Senza l’utilizzo di creature mostruose o scene splatter, la vera magia di Joan Samson è costruire una trama angosciante e disturbante descrivendo un contesto totalmente plausibile. Qui il vero mostro è l’uomo, Dunsmore nel caso specifico, che porta al limite gli abitanti costringendoli a donare qualsiasi tipo di oggetto e non solo, ed è questo aspetto a rendere Il banditore più efficace di un qualsiasi altro horror o thriller con elementi soprannaturali perché ci obbliga a confrontarci con la crudeltà a cui potremmo arrivare. Una penna ammaliante, elegante, che riesce a regalarci un romanzo agghiacciante, di una raffinata spietatezza, proposto una manciata di anni fa da Sperling & Kupfer nella collana Macabre e rilanciato da Neri Pozza con il preciso proposito di salvare dall’oblio opere di profondo valore letterario. Se vorrete addentrarvi in questo piccolo inferno che è Harlowe e mettere alla prova la vostra capacità di resistenza psicologica, c’è un’unica raccomandazione: abbandonate ogni speranza ai cancelli d’ingresso. L'articolo Joan Samson / Cosa sei disposto a perdere? proviene da Pulp Magazine.
June 1, 2026
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Jenny Herpenbeck / Nel mezzo di tanta oscurità
Basta un dettaglio per evocare la fine di un mondo; l’aquila bicipite e la corona imperiale su un mantello sono i simboli di un potere già estinto, del quale restano solo le vestigia. Sceglie questa immagine peculiare Jenny Erpenbeck per mostrare la caduta degli Asburgo e il conseguente precipitare degli eventi nell’Europa del Novecento. E non è subito sera elude i consueti meccanismi narrativi per farci presentire quello che avrebbe potuto accadere, ma che non è stato. Un libro colto, complesso, profondamente letterario, intriso di corrispondenze. Nelle sue pagine gli eventi formano una rete di possibilità che evoca la poetica di Sebald, quella testarda ricerca di un senso nella massa informe del reale. Partendo dal livello individuale, ovvero dalla morte di una bambina nella Galizia asburgica, la scrittrice parla delle occasioni non realizzate. Quella bambina avrebbe potuto avere un destino, che invece è stato soffocato sul nascere. Un discorso che può essere facilmente applicato a un livello più ampio; chissà come sarebbe potuta evolvere la storia, se le cose fossero andate in un altro modo, se in un determinato momento si fossero prese delle decisioni diverse rispetto a quelle che tracciarono il tragico cammino dell’umanità. I fenomeni di carattere generale, come i conflitti, si calano nei volti dei singoli, imbiancandone i capelli, o scavando una trincea di rughe in guance un tempo incantevoli. La scelta del luogo non è casuale: la Galizia è un territorio eternamente conteso, albergo di conflitti e odi inestinguibili, nelle cui viscere si annidano segreti inconfessabili. Il matrimonio fra un’ebrea e un cristiano sfocia in una serie di catastrofi. Vienna inizia a inabissarsi pian piano, come un vetusto bastimento in balia delle onde. La guerra porta a un imbarbarimento dei costumi. Si fa tutto pur di sopravvivere. La fame porta alla disperazione, costringe le donne a vendersi per un tozzo di pane, mentre le giovani generazioni vengono intossicate dai gas e straziate dai reticolati. L’utopia socialista rivela il suo reale volto, forgiato da arresti e oppressioni. La bambina defunta attraversa in volo l’Europa devastata, come in quei quadri di Chagall dall’aria sognante, intrisi di poesia ma anche forieri di turbamento. La scrittrice architetta per lei diversi ipotetici destini, tutti segnati dalla sofferenza e dalla disillusione. Un infinito ventaglio di ragioni e possibilità indirizza la vita verso un approdo piuttosto che verso un altro. L’aleatorietà dell’esistenza fa rabbrividire. L’individualità si dissolve in innumerevoli rivoli. L’atto stesso dello scrivere è minato dalla transitorietà e dall’incertezza. Tutto è teoricamente possibile “nel bel mezzo di tanta oscurità”. A questo punto torniamo all’immagine di apertura. Il padre non toglie mai il mantello dai bottoni dorati, perché tiene caldo, o perché si illude di conservare un passato idealizzato come idilliaco, ma che in realtà non lo era e che comunque non potrà mai tornare. Dopo la sua morte, la moglie stacca quei bottoni prima di vendere il mantello al mercato nero. La Storia non fa sconti. “Bisognerebbe muover guerra alla guerra”, scrive Erpenbeck, ma come questo sia possibile nessuno lo sa. L’uomo non può far altro che subirne le atroci conseguenze. L'articolo Jenny Herpenbeck / Nel mezzo di tanta oscurità proviene da Pulp Magazine.
May 27, 2026
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Brian Sewell / Humour e balletti russi
L’unico romanzo scritto dal noto attore, sceneggiatore e critico d’arte inglese Brian Sewell è stato appena pubblicato in Italia, ha per titolo Pavlova e l’ombrello bianco e racconta la storia di un uomo non più giovane, colto e raffinato che, per una televisione del suo paese, la Gran Bretagna, si trova con la sua troupe dalle parti di Peshawar per girare un documentario storico naturalistico. Durante uno spostamento sulla Land Rover per tornare in aeroporto, alla fine della spedizione, quest’uomo, alto e magro, il vero fenotipo british, vede una giovanissima asinella bianca, oberata da un pesante carico assai sproporzionato per le sue lunghe ma fragili zampe e per il suo corpo ancora acerbo. Mosso a compassione, fa fermare l’auto, scende e cerca in tutti i modi di salvare l’animale evidentemente sfinita. I componenti della troupe e il regista, con i quali il rapporto era già abbastanza usurato, si oppongono con forza alla sua scelta. La rottura è inevitabile e l’uomo rimane da solo in mezzo al nulla con pochi effetti personali accanto alla “sua” bianca asinella, sofferente. L’uomo, tra ironia e un po’ di affetto, chiamato mr B dai suoi colleghi di lavoro, decide di ritornare a Londra, anche a piedi se necessario, con l’animale che gli ha toccato il cuore. Inizia così un bel romanzo che a tratti, per la sua immediatezza e freschezza, potrebbe assomigliare addirittura alla forma che prendono i bei libri per ragazzi. Ma non è così. Allora evidentemente assume tutte le caratteristiche del racconto di viaggio perché l’uomo e l’asinella attraversano quell’ampia fascia di territorio che dal Pakistan fino all’Asia minore e all’Europa arriva fino alla Gran Bretagna. Si possono così seguire i due inseparabili protagonisti per le città di Quetta e di Zahedan, famosa per le piastrelle. Li si vede poi arrivare a Isfahan con i suoi bellissimi tappeti fino a Tabriz in Turchia dove giungono in treno. Più tardi Istambul e Salonicco per proseguire il viaggio fino a destinazione. Sotto questo aspetto, la narrazione si nutre dei criteri dell’avventura più tradizionale con gli incontri degli esseri umani più vari, tra farmacisti benevoli e ospitali che si prestano anche a curare l’asinella, trafficanti di droga, mercanti, diplomatici, grand dame e povera gente. Il narratore non riesce a nascondere due caratteristiche piuttosto evidenti che rendono però la lettura piacevole e in qualche modo “rasserenano” il lettore per loro ingenuità. La prima è la tenenza a distinguere i “buoni” (molti) dai “cattivi” (pochi) indipendentemente dal ceto sociale, dall’età, dal sesso e dalla religione di appartenenza mentre la seconda è un retaggio coloniale legato alla disinvoltura con cui si pensa che tutto il mondo debba e possa parlare inglese e che, in definitiva, solo ciò che è british è destinato a rendere bella la vita. Prova tangibile di tutto è l’ombrello bianco di gran marca – storica e inglese – da cui mr B non si separa mai. Ed è proprio l’ombrello che dà il titolo a questo romanzo in cui campeggia anche il nome di Pavlova, celeberrima ballerina russa famosa per le sue lunghe ed elegantissime gambe, proprio come quelle dell’asinella che mr B decide di adottare e portare con sé. Le pagine di Sewell naturalmente sono ricche di riferimenti storici, artistici e anche letterari. Con grande eleganza e leggerezza egli ci propone per molti versi un libro colto e “antico” nel senso migliore del termine. In definitiva, Pavlova e l’ombrello bianco è un omaggio al lato migliore degli esseri umani. Ma tutto questo non sarebbe possibile senza la formidabile premessa dell’incontro con la deliziosa asinella Pavlova. Mr B le cura le ferite. La tiene accanto a sé. È consapevole che il viaggio fino a Londra è troppo lungo per lei che è ancora molto giovane e resa fragile dalle condizioni a cui veniva sottoposta. Allora accetta di fare solo pochi chilometri al giorno. La carica insieme a lui sui furgoni che offrono dei passaggi. La nutre spesso con il suo stesso cibo. In una parola: si prende cura di lei. Brian Sewell è scomparso nel 2015. Durante la sua vita l’amore per gli animali è stato un dato evidente e indiscusso: nella sua residenza di Wimbledon, dove, nel libro, fa arrivare mr B e l’amica asinella a bordo di una scassata Rolls Royce, viveva con la moglie e diversi cani. Per questo motivo egli non fece in tempo a vedere il delirio dei video sul web di animali, domestici e non, protagonisti di spettacoli ridicoli per il divertimento ottuso di esseri umani che forse sono diventati incapaci di rapporti sinceri con queste altre specie. In considerazione finale vanno segnalati i disegni di Sally Ann Lasson che teneramente ci ricordano che quella che abbiamo letto è una fiaba deliziosa che ci regala su sorriso sincero.       L'articolo Brian Sewell / Humour e balletti russi proviene da Pulp Magazine.
May 25, 2026
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Natalia Litvinova / “Zona” 1986/2026
L’anno in cui esplose il reattore nucleare a Černobyl’ gli abitanti di quel territorio divennero radioattivi insieme a piante e animali e ogni oggetto e manufatto: nel 1986 nasce la protagonista di Lucciola, romanzo memoir in cui le donne – madri, figlie, sorelle – sono esattamente coloro che tentano, e spesso ci riescono, a raccogliere il racconto di quella storia in cui il paese radioattivo riscatta la propria umanità – mentre gli uomini si sgranano in rivoli polverosi e micidiali così come le loro invenzioni, le loro menzogne. I primi anni di vita della bimba coincidono con la fine dell’Unione Sovietica, mentre ogni bene sparisce da case e negozi, mentre le micidiali particelle atomiche diventano parte del paesaggio europeo iniziando il loro viaggio mortale dalla città di Prypjať (“città dei fiori”). E lucciole sono chiamati coloro che furono esposti alle radiazioni. Gli adolescenti pensano di veder uscire dai piedi scalzi la fluorescenza assorbita con la radiazione ionizzante. Natalia Litvinova, poetessa e scrittrice, emigrò a Buenos Aires con la famiglia dieci anni dopo la sua nascita, fece in tempo a trovarsi dov’era l’origine di tutto: a cominciare dal parto indotto da un bisturi poco educato ma unico strumento capace di estrarre una creatura che non voleva “nascere in autunno in un paese radioattivo”. Natalia scrive che con i piedi toccò la tragedia mentre con le mani resisteva attaccata “alle viscere di mia madre”. Con questa scena inizia un libro dove ogni pagina inaugura un frammento di resistenza contro la sconcezza nucleare, contro la stupidità umana, resistenza che nasce dalla dedizione femminile verso tutto ciò che vive e agisce. Tutto questo all’ombra della centrale nucleare, oggetto nero e marrone al centro della “zona di esclusione” – 3000 chilometri quadrati di confine fisico, “cuore di tenebra” che ancora oggi è lì, dopo quarant’anni, con le metamorfosi biologiche, le carcasse di case, edifici pubblici, luna-park, e boschi fuori controllo dove si aggirano cani e altri animali che hanno ripreso la loro libertà selvaggia. Con l’aggiunta dei droni russi che bombardano il “sarcofago” in cui è stato imprigionato il reattore saltato in aria. La radioattività è invisibile ma i missili di Putin no. Litvinova mette allo scoperto, per brevi frammenti, il tesoro umano custodito dalle donne – di famiglia e non di famiglia –, i racconti di chi conosce tutta la storia e di chi nega che ci sia stata una Černobyl’ radioattiva e relativi figli. Adolescente pensava che neve e ghiaccio non potessero farla ammalare, che la neve avrebbe “spento la radiazione”. Bisognava non rovinare la neve, serviva a purificare i tappeti portati dalle case all’aperto. È la stessa Natalia a cui sembra strana la lingua di Buenos Aires una volta atterrata in Sudamerica, e come le sembra strano in inverno non indossare giubbotto e sciarpa. Ha nostalgia del silenzio che avvolgeva il suo paese d’origine mentre ora i clacson e le discussioni accalorate degli uomini non spariscono mai di notte. Ora scrive e sprofonda nel tumulto della memoria. Perché lì sta un fondo che non bisogna scordare. Né lei che ne ha vissuto origini oscure, né noi che forse ancora portiamo nelle nostre cellule qualche traccia “luccicante”. A noi tocca temere il peggio, se esiste un peggio alla notte nucleare, ma siamo ancora qui, ascoltiamo la voce di Natalia che dice: “Narrare è protendere la lingua, allungare il presente”. Natalia ha una madre che ai tempi della sua infanzia non sapeva che avrebbe lasciato il paese e i “libri di Černobyl’ che non dicono ciò che lei ha visto”. Era l’aprile 1986, e quel cielo rossastro presagiva la catastrofe.   L'articolo Natalia Litvinova / “Zona” 1986/2026 proviene da Pulp Magazine.
May 3, 2026
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Andreea Simionel / Una voce di confine
Bastardo. È l’odioso epiteto che fino a non molti anni fa si sentiva diffuso nel linguaggio aggressivo di molte persone, non solo italiane, per definire un “poco di buono”. Bastardo: il frutto di una mescolanza, di una ibridazione; in definitiva di un incontro. Di lui, di lei, non ci si poteva fidare perché non ne era chiara l’origine. Bastardo come offesa quando invece avrebbe dovuto essere un complimento. Tutto quello che nasce da forme di incontro e di ibridazione produce nei fatti qualcosa di nuovo e di più forte. Ma per essere felicemente bastardi bisogna forse prima diventare veramente bastardi, nel senso negativo del termine, o almeno così si può credere. È quello che capita a Aryna Tibuleac adolescente ragazza rumena che poco più che bambina si trasferisce a Torino con i genitori e la sorellina più piccola per condurre una vita migliore. Il percorso che si trova di fronte è quello di tutti i ragazzi e le ragazze che dall’estero vengono a vivere in Italia, per di più in una città in cui urbanisticamente sono molto più evidenti che altrove i conflitti di classe e di ceto sociale. Pur scegliendo tecniche di sottrazione alle dinamiche sociali e affettive, Aryna è viva: si innamora, fa amicizia (in modo selezionato), si guarda intorno vorace e a volte irritata. Ha spesso con sé il cane Ghost con cui quasi si identifica perché lui odia essere toccato e odia la gente e in particolare odia i bambini. Aryna si vergogna della casa vecchia in un brutto quartiere dove vive con la famiglia. In classe si firma Arianna, quasi a modificare la sua identità. È strafottente, polemica, arrogante, impetuosa e impulsiva. L’autrice di La ragazza d’aria è Andreea Simionel, quasi l’alter ego di Aryna quando parla di lei nell’incipit di un libro potente come pochi, tra quelli che oggi si trovano negli scaffali delle librerie: dice che si tratta di un oggetto affilato, “Se mi tocchi taglio”. Un romanzo di formazione che si sviluppa nei pochi anni di passaggio dall’adolescenza all’età di giovane donna adulta. C’è molta educazione scolastica, da cui il lettore imparerà diverse cose per via degli estremi con cui si dovrà misurare. Ci sono gli affetti. C’è una certa dose di razzismo e sessismo. Aryna porta scompiglio per la sua diversità. Ci sono le mille insicurezze che, nei giovani sfociano spesso nell’autolesionismo. L’adolescente Aryna non vuole sentire ragioni. È molto brava a mentire. Litiga spesso con la madre. Fa dei brutti sgarbi alla sorella Diana. Per ottenere quello che vuole sembra disposta a tutto. È una bastarda? Non lo è per ragioni genetiche: lei nata in Romania da genitori rumeni, ma la sua vita è già bastarda. Parla italiano – lo parla bene e lo scrive meglio. Potrebbe considerarsi “integrata”, della Romania ha ricordi dolci e gentili, ma col tempo ne perde i contorni. Simionel ci consegna una narrazione assai potente fatta di corpi di donna e materia. A un certo momento la fanciulla protagonista è stremata. Cade in terra. Ossessionata dal voler primeggiare, essere perfetta, non esporsi a nessuna critica da parte degli altri smette di mangiare e crolla nella nevrosi dell’anoressia. I muscoli, la pelle, le ossa, gli organi interni di Aryna ci parlano. Quello che supponevamo un romanzo di formazione capiamo essere un percorso terapeutico, le tre parti del libro, infatti, si dividono in “Triage”, “Pronto Soccorso” e “Normalità”. Aryna non solo fa cadere le sue difese, ma soprattutto riesce a vedere le fragilità degli altri o meglio, delle “altre”. In particolare della sua nuova amica Anna e del doloroso legame che la stringe a lei. Perché questo è anche molto un romanzo femminile nel senso pieno e compiuto del termine. È un romanzo assai originale che esce dalla categoria delle storie di immigrazione ormai non più poche, per fortuna, per diventare a pieno titolo letteratura italiana non convenzionale, perché Simionel non viene dalle scuole di scrittura. Simionel a trent’anni può vantare di essere e di essere stata una grande lettrice. Ha già pubblicato un altro libro su un tema simile, più rivolto alle sue origini. Si è nutrita di libri in maniera felicemente disordinata e ci ha consegnato una letteratura felicemente bastarda e ricchissima. Tutta da scoprire. Si è sentita un’impostora ma non lo è, è solo una bastarda. E c’è da ringraziarla per questo.       L'articolo Andreea Simionel / Una voce di confine proviene da Pulp Magazine.
April 18, 2026
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Emmanuel Venet / Il filo rosso del fuoco
Il romanzo Sacro fuoco di Emmanuel Venet si apre su un evento che potrebbe apparire, almeno in superficie, come un classico innesco narrativo: un incendio improvviso, il crollo di una cattedrale, lo sgomento di una comunità colta alla sprovvista. Eppure, fin dalle prime pagine, Venet disattende le aspettative del lettore, sottraendo progressivamente centralità all’evento in sé per spostare lo sguardo su ciò che quell’evento mette in moto. Non è il fatto a interessarlo, ma l’eco che esso produce nelle coscienze, nelle relazioni, nelle narrazioni che gli individui costruiscono per dare forma all’incomprensibile. In questo senso, l’incendio non è tanto un punto di arrivo quanto un punto di dispersione: un’origine da cui si diramano molteplici traiettorie, spesso divergenti, talvolta contraddittorie. Venet, anche grazie alla sua formazione psichiatrica, adotta uno sguardo analitico ma profondamente umano, capace di cogliere le minime oscillazioni dell’animo senza mai irrigidirle in categorie morali definitive. I suoi personaggi non vengono giudicati, ma esposti nella loro irriducibile complessità, come se fossero osservati attraverso una lente che ne amplifica le crepe, le esitazioni, le zone d’ombra. La comunità che si raccoglie attorno alla catastrofe è una costellazione di figure imperfette, attraversate da tensioni spesso inconciliabili: un prete in preda al desiderio, uno psicanalista la cui ambiguità sembra riflettere quella dei suoi pazienti, un politico che piega la tragedia a fini opportunistici, un immigrato trasformato con inquietante rapidità nel capro espiatorio ideale. In questo microcosmo, la verità perde consistenza, si sfalda sotto il peso delle interpretazioni, mentre prende forma un bisogno più urgente e quasi primordiale: quello di costruire una colpa, di darle un volto, di renderla narrabile. È proprio in questa dinamica che il romanzo rivela la sua natura più profonda: non un’indagine su ciò che è accaduto, ma una riflessione su come gli esseri umani reagiscono a ciò che non riescono a comprendere. La comunità non cerca tanto la verità quanto una storia che sia in grado di contenerla, anche a costo di deformarla. Il racconto diventa allora uno strumento di sopravvivenza, una forma di ordine imposta al caos. La scrittura di Venet si muove con equilibrio sottile tra registri diversi, intrecciando il tragico e il comico in una tessitura che sfiora spesso il grottesco. Scene che potrebbero precipitare nel dramma si incrinano in dettagli ironici, mentre episodi apparentemente leggeri lasciano emergere una verità più cupa e disarmante. Il lettore è così continuamente spiazzato: il sorriso che affiora si accompagna quasi sempre a un senso di disagio, come se dietro ogni gesto si celasse qualcosa di più perturbante. La struttura corale contribuisce in modo decisivo a questa impressione di instabilità. Il romanzo si costruisce per frammenti, per voci che si alternano senza mai convergere in una sintesi definitiva. Ogni punto di vista illumina un aspetto e ne oscura altri, generando un mosaico mobile, mai completamente ricomponibile. Non esiste un centro univoco, né una verità ultima che possa essere svelata: ciò che resta è il movimento stesso delle interpretazioni, il loro sovrapporsi, contraddirsi, dissolversi. In questo quadro, il “fuoco” evocato dal titolo assume una valenza che va ben oltre la dimensione materiale. Non è soltanto l’elemento distruttivo che devasta la cattedrale, ma una forza simbolica che attraversa i personaggi e li definisce. È il fuoco del desiderio, che inquieta e destabilizza; quello dell’ambizione, che spinge ad approfittare anche della tragedia; quello della paura, che cerca rifugio in spiegazioni semplici e rassicuranti; quello del bisogno di appartenenza, che trasforma l’individuo in parte di un racconto collettivo. È una forza ambivalente, capace di illuminare e insieme di accecare, di unire e al tempo stesso di separare. Lo stile, misurato e insieme densissimo, contribuisce a rendere questa esplorazione particolarmente incisiva. Venet scrive con un’ironia sottile, mai ostentata, che non alleggerisce ma piuttosto intensifica il senso di inquietudine. La sua prosa ha un sapore quasi classico, per equilibrio e precisione, ma è attraversata da una tensione contemporanea che la rende viva e penetrante. Sacro fuoco non offre soluzioni, non propone giudizi, non chiude i suoi interrogativi. Al contrario, invita il lettore a sostare nell’incertezza, a confrontarsi con la complessità dell’umano e con la fragilità delle costruzioni collettive. Più che raccontare una storia, Venet mette in scena un processo: quello attraverso cui gli individui, di fronte al disordine del reale, tentano ostinatamente di dargli una forma — anche quando quella forma è inevitabilmente parziale, distorta, provvisoria.     L'articolo Emmanuel Venet / Il filo rosso del fuoco proviene da Pulp Magazine.
April 15, 2026
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Joe Mungo Reed / Quel che nel nostro tempo connette il futuro al passato
Dal mare della scozia emerge una strana figura. La sagoma è umanoide e sembra essere giunto camminando sul fondale. Si tratta di un ragazzo proveniente dal futuro con informazioni capitali per imprimere una svolta decisiva a un mondo in cui la crisi climatica si fa più minacciosa col passare del tempo e un’idea precisa della persona a cui darla. Si tratta di Hannah, una scienziata che insieme a Red – questo è il nome del viaggiatore del tempo – inizia un percorso che condizionerà il futuro. Il suo, quello del suo pianeta e quello della sua famiglia. Il figlio Andrew si candiderà in politica per portare avanti a modo suo la lotta della madre, mentre la nipote Kenzie riprenderà il lavoro della nonna portandolo avanti non senza compromessi mentre Roban, suo figlio, parte di una generazione che non ha mai visto il pianeta terra, partirà per la missione di una vita che in qualche modo tenterà di chiudere il cerchio aperto da Hannah. Futuri terrestri è un romanzo di fantascienza costruito sul concetto intorno a cui il genere nella sua totalità si sviluppa: il futuro. E se l’elemento principale che lo radica nel presente è certamente l’argomento della crisi climatica, la riflessione filosofica che conferisce all’opera carattere di attualità e di urgenza è la visione del futuro come elemento che inevitabilmente condiziona il presente. Questo ragionamento è alla base di ogni opera che voglia trattare l’antropocene da una prospettiva significativa. L’impatto ambientale della tecnologia sul pianeta e sulla sua idoneità a ospitare la vita e la civiltà umana pone la questione di ciò che sarà di noi negli anni a venire al centro di un dibattito che sembra non riuscire a cancellare l’ipoteca che il capitalismo, con le conseguenze dei processi produttivi che lo sostentano, ha messo sull’esistenza delle prossime generazioni. Il tempo è limitato e, se non per fermare una biglia sul piano inclinato quantomeno per attutirne l’impatto che l’attende in fondo alla discesa, già nel presente è urgente e necessario che la civiltà umana ripensi quanto prima la propria organizzazione in vista di ciò che l’attende. L’ora deve più che mai lavorare in continuità col domani. Ed è proprio questa continuità che Joe Mungo Reed racconta. Futuri terrestri è una saga familiare che vede il perpetuarsi di una famiglia nel tempo non solo attraverso la riproduzione e il passaggio dei geni ma proprio tramite la partecipazione, ognuno secondo la propria personale e talvolta conflittuale prospettiva, al lavoro di modellamento del presente in vista di un possibile futuro. La discendenza di Hannah è fatta di esseri umani collocati nel tempo e nello spazio, individui connessi dal filo rosso di un ideale, prima che dalla genetica, si passano il testimone portando ognuno un contributo diverso. Hannah riceve un dono che è una corsa contro il tempo e il suo lavoro è per lo più teorico, di sviluppo. Andrew è un politico che vive di conflitto, sia nel suo lavoro che in famiglia, il rapporto con Kenzie sarà infatti messo alla prova da scelte che lui non approva ma che sono nella natura estremamente pragmatica della figlia, che farà un grande salto e darà la vita a uno dei prodotti integrali del futuro di una terra lasciata alle spalle, nato e cresciuto in un ambiente alieno che lo condizionerà in ogni aspetto della sua vita, primo fra tutti il fisico. La prosa di Joe Mungo Reed è delicata al punto di essere sfuggente e vive di ritmi lenti e dilatati, che mantengono la tensione a un livello molto sottile senza mai farla esplodere in maniera violenta. Futuri terrestri non ha un passo sostenuto e non vive di strappi, procede lento ma costante in un racconto corale che rappresenta efficacemente l’illusione di un tempo per risolvere le cose che sembra infinito ma termina troppo presto e comunque ben prima di quanto potessimo immaginare, e un rapporto tra presente, passato e futuro come qualcosa di impalpabile ma al tempo stesso persistente.   L'articolo Joe Mungo Reed / Quel che nel nostro tempo connette il futuro al passato proviene da Pulp Magazine.
March 11, 2026
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V.V. Ganeshananthan / Il dolore degli altri non è solo degli altri
Non so se ha senso parlare di guerre peggiori o migliori, ma verrebbe da dire che le guerre civili sono le peggiori. Non tanto in termini di violenza, difficilmente misurabile, quanto in termini di conflitto interiore, di dilemmi morali, di strappi affettivi. Questo memoir scritto con grande partecipazione e grande sofferenza, che ci parla in modo diretto ponendoci la domanda “ma voi cosa avreste fatto” più e più volte, è ambientato nello Sri Lanka, un paese lontano da noi sia fisicamente che concettualmente. Un paese tormentato da una guerra civile lunghissima e violentissima: abbiamo sentito parlare dei Tamil, delle Tigri, degli scontri, della repressione; in qualche raro momento le notizie hanno raggiunto le prime pagine dei giornali, ma sono scomparse subito dopo. A parte il romanzo vincitore del Booker Prize nel 2022, Le sette lune di Maali Almeida (recensito su “Pulp Magazine”) di Shehan Karunatilaka, in cui quella realtà intricata e complicata veniva illuminata da un racconto ai limiti del surreale, lo Sri Lanka è davvero fuori dai nostri radar, personali e collettivi. Miei fratelli perduti comincia in un periodo storico non tanto lontano ma ancora pacifico e tranquillo: il 1981, quando Sashi, protagonista e voce narrante, allora sedicenne, si prepara per gli esami sognando di diventare medico, come la dottoressa Premachandran, l’unica donna nella facoltà di medicina della sua città, Jaffna. Sashi ha quattro fratelli, una famiglia normale, sono tutti pieni di energia e di progetti, proiettati verso un futuro di realizzazione professionale e personale. Sono esattamente come noi. La minoranza Tamil a cui Sashi appartiene non è proprio ben vista, ma le rivendicazioni sono pacifiche e la situazione è largamente accettabile. E poi quasi impercettibilmente tutto degenera e deflagra in una guerra civile tra le più violente e durature del nostro tempo (che da quel punto di vista non si è fatto mancare nulla). È una situazione in cui non si può restare a guardare. Non si può neppure prendersi il tempo di riflettere. Bisogna stare da una parte o dall’altra. E starci vuol dire o combattere o sostenere chi combatte. Sashi viene subito chiamata a lavorare nell’ospedale di emergenza dei resistenti. È ancora soltanto una studentessa di medicina, ma è brava e impara in fretta. I suoi fratelli si arruolano tra le Tigri e si danno alla lotta armata, per i ragazzi c’è ancora meno scelta. E Sashi perde i suoi fratelli, a uno a uno, i primi tre li perde materialmente, fisicamente; ma anche il quarto, quello che sopravvive, lo perde come affetto, come alleato, come compagno. All’università, sotto la guida della professoressa Premachandran, Sashi non solo diventa medico, ma partecipa all’attività veramente sovversiva di registrare e scrivere tutto quello che succede, tutti i soprusi, tutte le efferatezze, tutte le atrocità che vengono commesse da entrambe le parti, dal governo singalese come dalle Tigri e dagli altri movimenti di lotta armata. Le informazioni vengono ottenute attraverso interviste, condotte con discrezione, rispetto ed empatia, perché l’importante è che le persone possano raccontare e condividere quello che hanno vissuto e così alleggerirne il peso e la sofferenza. I resoconti vengono diffusi clandestinamente, con grandi rischi personali. Infatti, Premachandran pagherà con la vita il suo impegno di documentazione. Sashi alla fine emigra, senza convinzione o slancio ma come pure scelta di sopravvivenza. Da medico negli Stati Uniti cerca comunque di rimanere in contatto con il suo paese, cosa di per sé difficilissima, e di alimentare il lavoro di raccolta di informazioni, di costruzione di una memoria che, un giorno che finalmente la guerra civile sarà finita, permetterà di ricreare una coesistenza pacifica. È questo secondo me il messaggio forte del libro: che quando la vita diventa impossibile e le sofferenze sono parte della quotidianità, quando le ingiustizie, le vessazioni, gli abusi diventano la normalità, l’unico modo per restare umani è quello di raccontare, di scrivere, di dare forma e voce a quello che succede. Di permettere alle persone, a chi subisce, di mettere in parole quello che provano e sentono e pensano. Non è la soluzione del problema, certo che no, come del resto non lo è armarsi e intraprendere la lotta. Ma in certi momenti è l’unico modo per restare vivi, per non soccombere, e per lasciare a chi viene dopo una memoria su cui fondare il futuro. Di nuovo la scrittura, questo modo concreto e materiale che può prendere la narrazione, questo fenomeno che ci distingue da tutte le altri specie (forse l’unico che ci distingue in meglio), si rivela una delle poche armi che abbiamo a disposizione nei momenti estremi della nostra storia. Arma spuntata ma non distruttiva. Arma di costruzione invece che arma di distruzione. Magari un giorno riusciremo a dotarci di armi di costruzione come strumento di difesa. Per il momento le testimonianze, i racconti, le parole sono quello che ci ricorda la nostra verità di specie umana. Terribile ma anche compassionevole. Anche nella peggiore delle guerre ci sono persone che lottano non per distruggere ma per aiutare. È importante ricordarsene e questo romanzo memoir dà un contributo prezioso.     L'articolo V.V. Ganeshananthan / Il dolore degli altri non è solo degli altri proviene da Pulp Magazine.
January 31, 2026
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