Jina Khayyer / Generazioni di donne in Iran
“L’Iran è un gatto” scrive Jina Khayyer a circa metà del suo romanzo,
descrivendone poi i confini. Da qui il titolo del libro, Nel cuore del gatto, un
viaggio profondo attraverso l’Iran. La narrazione si apre attorno a un evento
traumatico per la protagonista e per un’intera nazione, l’uccisione per mano
della polizia morale di Jina Mahsa Amini, giovane ragazza catturata a Teheran,
nel 2022, che dà origine alla prima rivolta organizzata da donne in Iran.
L’autrice è particolarmente colpita, sia perché teme per la vita dei suoi cari,
ma anche a causa dell’omonimia che la lega alla giovane e che la porta indietro
nel tempo, in un percorso magico e doloroso nella sua esistenza e in quella del
Paese.
Il punto di vista di Khayyer è interessante: figlia di genitori iraniani, è nata
e cresciuta in Europa – per la precisione in Germania – dove vive tuttora, e da
dove segue gli avvenimenti con apprensione, temendo per il destino della sorella
e della nipote che vivono a Teheran e che stanno prendendo parte attivamente
alle proteste. Subito dopo l’incipit, torniamo indietro ai primi anni 2000,
ovvero quando Khayyer, allora venticinquenne, visita per la prima volta la sua
terra di origine, intraprendendo con la sorella Roya un viaggio alla scoperta
dei territori più selvaggi, e delle antiche tradizioni.
A cavallo tra meraviglia e tormento e con una buona dose di inadeguatezza,
l’autrice ci fa scoprire l’Iran tra paura, nostalgia, ma anche stupore e una
grande dolcezza. La dolcezza del miele, dei datteri, degli abbracci dei parenti
mai incontrati, dei saluti degli sconosciuti e di un forte senso di comunità, e
di una lingua, il persiano, conosciuta solo nella forma parlata, ma che già
nelle frasi di circostanza e nei nomi delle stagioni è ricca di poesia, e regala
immagini struggenti, anche e soprattutto di chi la parla e la vive tutti i
giorni.
Un popolo che combatte, silenziosamente prima, e poi facendo sempre più rumore,
vessato da violenze e soprusi di un regime che annichilisce lo spirito, e che
dopo anni di libertà e di conquiste, ha portato di nuovo la società al grado
zero, o probabilmente ancora più in basso. La resistenza c’è sempre, e chi
scrive ce lo racconta attraverso le vite delle donne e degli uomini che cercano
con i piccoli gesti di tutti i giorni di ottenere la libertà, anche e
soprattutto chi non l’ha mai conosciuta: i più giovani che non hanno mai visto
un Iran senza gli ayatollah.
Khayyer non fa sconti, nemmeno a se stessa, tormentata dal senso di colpa di non
essere lì, di “nascondersi” in Europa al riparo dalle violenze dirette, ma
offrendo aiuto come può, comprendendo l’importanza della ribellione. Un racconto
autobiografico che crea immagini vivide e ci trasporta lontano, risvegliando le
nostre intorpidite coscienze. Iman, ragazza che si fa passare per un uomo per
non portare il velo e vivere libera dice, già venticinque anni fa, parlando del
velo: «Ci marchiano perché il mondo occidentale ci tratti come lebbrose. Il
mondo occidentale parla del mondo islamico come se qui non ci fosse nient’altro
che la religione, l’uomo islamico, i mullah, gli ayatollah, […] ci hanno
marchiato perché l’Occidente ci ignori, si volti dall’altra parte: chi guarda
volentieri degli spettri neri? Senza il controllo sui nostri corpi non ci
sarebbe una repubblica islamica».
Un lucido sguardo su di noi, che ci distogliamo lo sguardo, insensibili al
dolore degli altri, delle vittime di regimi di cui siamo complici, convinti di
essere dal lato giusto della storia, e migliori di chi “si lascia maltrattare”,
che siamo svelti ad etichettare un popolo come perduto: Khayyer ci mostra volti
e storie di chi continua a restare e combattere per il paese che ama “molto più
di quanto un amore possa sopportare”.
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