
Politica risentimento o desiderio?
Comune-info - Monday, July 6, 2026
A Scampia, quarant’anni, c’è una meravigliosa palestra capace di trasformare la rabbia in forza per cambiare il mondo: il carnevale sociale (foto Bruno Santo, 2023)In un’intervista pubblicata su Domani (l’11 luglio 2025), Judith Butler propone una riflessione che va ben oltre il dibattito politico del momento. Una frase, in particolare, fa molto riflettere: «Una vera trasformazione è capace di liberare il desiderio dal risentimento». È una frase semplice solo in apparenza. In realtà racchiude una domanda decisiva: su quali emozioni può costruirsi una democrazia?
Viviamo in un tempo attraversato dalla rabbia. È una rabbia che nasce da condizioni reali: il lavoro precario, l’aumento delle disuguaglianze, l’erosione del welfare, il costo della vita, le guerre, la sensazione diffusa di aver perduto il controllo sul proprio futuro. Sarebbe un errore considerarla un sentimento irrazionale o da reprimere. La rabbia è spesso la prima reazione all’ingiustizia. Butler, infatti, non sostiene che la rabbia sia illegittima. La domanda che pone è un’altra: che cosa ne facciamo?
Una politica può limitarsi a raccoglierla, darle voce e indirizzarla contro qualcuno. Oppure può trasformarla in una domanda di giustizia e in un progetto di futuro. Negli ultimi anni molte destre hanno dimostrato una notevole capacità di parlare alla rabbia sociale. Lo fanno offrendo spiegazioni semplici a problemi complessi e indicando responsabili immediatamente riconoscibili: i migranti, le minoranze, le persone LGBTQ+, l’Europa, chi viene descritto come un privilegiato o una minaccia. La sofferenza sociale non viene negata. Viene però trasformata in risentimento.
Il risentimento è qualcosa di diverso dalla rabbia. La rabbia denuncia un’ingiustizia; il risentimento cerca un colpevole. La prima può aprire la strada a un cambiamento; il secondo finisce spesso per alimentare esclusione e ostilità. Per spezzare questo meccanismo, Butler opera un ribaltamento cruciale: ricorda che migranti, donne, persone queer e non bianche non sono esterne alla classe lavoratrice contemporanea, ma ne fanno pienamente parte. Condividono forme diverse della stessa precarietà, dello stesso sfruttamento e della stessa esposizione all’incertezza economica. Il risentimento si regge su una falsa separazione: mette i penultimi contro gli ultimi, offrendo l’illusione che la propria sicurezza dipenda dall’esclusione dell’altro.
Riconoscere che la vulnerabilità è comune significa sottrarre al risentimento il suo capro espiatorio. Significa spostare lo sguardo: il conflitto non si gioca tra gruppi sociali contrapposti, ma tra forme di vita e una struttura economica che mercifica le esistenze e trasforma i diritti in privilegi.
Per questo Butler sostiene che una politica democratica non può limitarsi a organizzare la rabbia. Deve saper parlare al desiderio. Il desiderio, nel suo linguaggio, non è un sogno privato né un’illusione. È la capacità di immaginare una società nella quale la dignità di ciascuno non dipenda dall’umiliazione di qualcun altro. È la possibilità di vedere un futuro condiviso invece di un nemico da combattere.
Questa riflessione richiama, quasi naturalmente, il pensiero di Ernst Bloch. In Il principio speranza, Bloch scrive che gli esseri umani non vivono soltanto di ciò che esiste, ma anche di ciò che ancora non esiste e che tuttavia può essere costruito. La speranza non è evasione dalla realtà; è la capacità di riconoscere nel presente possibilità ancora incompiute (le intuizioni di Bloch sono il cuore dello straordinario libro di John Holloway, La speranza. In un tempo senza speranza, ndr).
Senza questa capacità, la politica si riduce ad amministrare paure.
Un riferimento importante evocato da Butler è Hannah Arendt. È lei a distinguere con chiarezza tra potere e violenza, due concetti che siamo abituati a confondere. Nel linguaggio comune pensiamo che il potere coincida con la forza. Arendt capovolge questa idea. Il vero potere nasce quando gli esseri umani agiscono insieme, riconoscono la legittimità delle istituzioni e costruiscono uno spazio pubblico condiviso. Il potere vive del consenso, della partecipazione, della fiducia reciproca. La violenza, invece, compare quando questo consenso si indebolisce. Per questo Arendt afferma che la violenza può distruggere il potere, ma non può sostituirlo.
Quando una società ha bisogno di ricorrere sempre più frequentemente alla repressione, alla costruzione di nemici e alla concentrazione del potere, non sta diventando più forte. Sta mostrando la fragilità della propria base politica. Anche ciò che oggi viene spesso celebrato come decisionismo o leadership forte può essere letto in questa prospettiva: non come un rafforzamento della democrazia, ma come il segno di una difficoltà crescente nel costruire consenso attraverso il confronto, la mediazione e il riconoscimento reciproco.
La forza della democrazia non consiste nell’eliminare il conflitto. Consiste nel renderlo abitabile, nel permettere che differenze profonde convivano senza trasformarsi in inimicizia. Ecco perché il tema del desiderio assume un significato così importante. Le democrazie non sopravvivono soltanto grazie alle Costituzioni o alle leggi. Hanno bisogno di un’immaginazione collettiva, della capacità di rendere desiderabile una convivenza fondata sulla libertà, sull’uguaglianza e sulla giustizia. Quando questa immaginazione si spegne, resta il risentimento. E il risentimento cerca quasi sempre qualcuno da accusare prima ancora di cercare una soluzione.
Forse il compito più urgente della politica, ma anche della scuola, della cultura e dell’educazione, è proprio questo: non negare la rabbia, bensì impedirle di trasformarsi in odio.
Aiutarla a diventare desiderio di giustizia e speranza di un futuro condiviso. Perché una democrazia che smette di alimentare il desiderio finisce inevitabilmente per lasciare spazio a chi promette sicurezza attraverso la paura, identità attraverso l’esclusione e forza attraverso la riduzione della libertà. Liberare il desiderio dal risentimento significa allora restituire alla politica la sua funzione più alta: non amministrare le paure, ma rendere di nuovo pensabile — e desiderabile — un mondo più giusto.
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