Perché disprezzare chi resiste?

Comune-info - Wednesday, July 1, 2026
Foto di Antonio Cansino da Pixabay

Gentile Signor De Gregori, da antico fan mi sarei rivolto a Lei con il “tu”, ma questa è una lettera di un anziano signore a un altro anziano signore e preferisco la forma desueta e cortese del “lei” anche per sottolineare che si tratta di un ragionare su argomenti seri, che meritano il giusto distacco emotivo. Perché da parte mia l’emozione c’è e va raffreddata, tanto più che essa è stata la spinta principale che mi ha indotto a rivolgerLe queste righe. Il punto è che Sue dichiarazioni su Bruce Springsteen mi hanno causato un misto di sorpresa, delusione e amarezza, toccandomi nel profondo.

Sono tra i molti e le molte che in questo mezzo secolo hanno legato i propri sentimenti, le proprie speranze, i propri sogni alle Sue canzoni. Ho pochi anni meno di Lei, l’ho ascoltata per la prima volta credo nel 1973 nella mia città, in tournée con Riccardo Cocciante e con Antonello Venditti, e in seguito ho amato particolarmente, e cantato, e suonato, alcune delle Sue canzoni perché erano belle ma anche e forse soprattutto perché stavano dentro un universo di valori che era lo stesso mio, lo confermavano e lo arricchivano. E questo all’epoca era molto importante. È vero che altri esprimevano in modo meno metaforico, più esplicito, l’adesione a quei valori e quello sguardo disincantato e amaro sulla realtà, ma nel Suo repertorio c’erano comunque cose meravigliose: Saigon, Cercando un altro Egitto, Pablo, Generale, Viva l’Italia, La storia. E poi i sodalizi con Caterina Bueno e con Giovanna Marini mi confermavano che tra Lei e un qualsiasi cantante di cassetta c’era un salto profondo.

Lei sa bene che tra il pubblico e un artista della “popular music” – per usare un termine accademico – si sviluppa un rapporto affettivo, di fiducia, di identificazione. Emotivo. E così è stato il mio rapporto con Lei. Analogo e diverso rispetto a quello con altre artisti e altri artisti, ma comunque profondo. È questo rapporto che ho sentito improvvisamente incrinato dalle Sue parole. Con grande sorpresa, anzitutto, e poi con un senso di delusione. È stato come se una piccola parte del mio immaginario si fosse compromessa, come se avessi dovuto ammettere che quel piccolo pezzo di me stesso o era sbagliato da sempre o non funzionava più. Ma questi sono certamente affari miei, cose che riguardano me, il mio immaginario, i miei sentimenti. I sentimenti di uno delle tante centinaia di migliaia, forse milioni, di suoi fans. Che è normale e giusto che non La riguardino.
Ma oltre alla sorpresa e alla delusione ho citato anche l’amarezza.
E qui credo di dovermi spiegare bene perché questo riguarda anche Lei e il mondo intorno a noi.

Lei in sostanza ha detto che Bruce Springsteen farebbe bene a cantare e basta, senza dare lezioncine dal palco perché quello non è il mestiere di un cantautore. E che Lei non ne dà perché non ha un’opinione precisa di quello che sta succedendo nel mondo, a Minneapoli, a Kiev, a Gaza. La seconda cosa mi sorprende, ma è del tutto ovvio che se non se la sente di parlare di cose su cui non ha un’opinione precisa il silenzio è la scelta migliore. Anzi, è una scelta particolarmente apprezzabile nell’ipertrofico e degradato mondo della comunicazione attuale. Il caso di Springsteen è però un caso diverso e su questo vorrei attirare per un attimo la Sua attenzione. Springsteen è un cittadino statunitense, profondamente legato al suo paese. Ed è un uomo, credo lo si possa dire senza timore di sbagliare, di “buoni sentimenti democratici” come si diceva una volta. Amante della libertà, della verità, della giustizia sociale, della convivenza pacifica tra esseri umani, tra nazioni, tra uomo e natura. Né più, né meno. Non un sovversivo, non un demagogo, non un arruffapopoli. Un buon cittadino, formato a quegli stessi nobili sentimenti universalistici che sono gli stessi scritti nella nostra Costituzione del 1948. E in quanto tale vede il suo paese, il paese che gli ha ispirato l’amore per la libertà, per la verità, eccetera, sprofondare in un baratro in cui tutti quei valori vengono stracciati e umiliati in un crescendo di corruzione e di crudeltà, e le persone che continuano a crederci vivono in condizioni di pericolo – anche fisico – crescente. Questi sono gli Stati Uniti di oggi, non sono un’altra cosa. E di fronte a quel baratro – che rischia di diventare lo stesso baratro di molti paesi europei, compreso il nostro – che fa, Bruce Springsteen? Resiste, resiste attivamente, invita alla resistenza, esalta chi si è sacrificato per resistere. Questo fa, con canzoni e con discorsi degni delle liriche delle sue canzoni. E lo fa, oggi, a suo rischio e pericolo. Perché essere contro Donald Trump può avere conseguenze molto pesanti, anche per un miliardario famoso nel mondo come Bruce Springsteen. Se le cose non cambiano, può significare il carcere, l’esilio, forse peggio. Ammirevole, io direi: Lei non pensa?

Nel corso degli anni Lei ha cantato, ci ha cantato, “Viva l’Italia che resiste”. Non dubito che l’abbia fatto perché ci credeva. E allora perché additare al pubblico disprezzo qualcuno che resiste e che resiste coraggiosamente per gli stessi valori che hanno mosso la nostra Resistenza, chi l’ha tenuta viva negli ultimi ottant’anni e chi oggi cerca con sempre più difficoltà di farne l’ispirazione principale della vita pubblica del nostro Paese?

Quello che ai miei occhi è sicuro è che Lei ha fatto qualcosa che sarebbe stato meglio non fare: ha dato ragione a Donald Trump e torto a tutti quelli che negli Stati Uniti e nel mondo resistono alla barbarie che avanza veloce e terribile.

Io sono piccolo, la mia voce arriva a pochi, quel che posso fare è limitato. DirLe tutto il mio sconcerto, la mia delusione è forse più un modo per fare i conti con me stesso che con Lei, visto che queste mie parole Le appariranno probabilmente non solo non condivisibili ma anche un poco patetiche, stonate. Ma io non me la sentivo di tenermele per me. Oggi – io la penso come Springsteen – la parola può salvare e abbiamo tutti e tutte l’obbligo di dire la verità. Dalle cattedre, nei luoghi di lavoro, nelle strade, sui palchi.

La saluto, con immutata ammirazione per tutto quanto mi ha regalato in oltre cinquant’anni.

[Luigi Piccioni, docente universitario – Pisa]

P.s.: proprio mentre scrivevo queste righe la Corte Suprema Usa ha attribuito a Donald Trump poteri assoluti su quelle che sono state finora le agenzie indipendenti. una delle giudici dissenzienti ha dichiarato che si tratta di una decisione che porta gli Stati Uniti ai livelli della monarchia inglese settecentesca ribellandosi all’arbitrio della quale il paese era nato. un altro passo, insomma, verso il ritorno dell’assolutismo.

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