
Starmer, il mendace incapace
Jacobin Italia - Wednesday, June 24, 2026
Il deflagrante fallimento della Premiership di Keir Starmer, conclusa il 22 giugno, segnala cambiamenti profondi e strutturali del sistema politico britannico che vanno oltre l’inadeguatezza di un personaggio mendace e incapace che ha dilapidato in brevissimo tempo un capitale politico enorme.
Nella parabola politica di Starmer si intrecciano in effetti due storie: quella, tutta interna al partito, di un leader autoritario che ha completamente stravolto i principi del laburismo come mai nessun leader prima di lui; e quella del più debole leader della storia della democrazia britannica, algido amministratore delegato di un paese con un sistema politico in evidente crisi.
L’elezione bugiarda del responsabile per la Brexit
Per capire la genesi della segreteria Starmer, iniziata in piena pandemia nell’Aprile 2020, bisogna ricordare due cose: da una parte il suo ruolo come ministro ombra per la Brexit del partito laburista guidato da Jeremy Corbyn, posizione dalla quale ha goduto di una malriposta simpatia di molti iscritti europeisti, malintesa perché della complessa strategia laburista sulla Brexit era come minimo corresponsabile.
Dall’altra la sua ascesa alla leadership del partito avviene su una piattaforma di continuità con l’agenda neosocialista del suo predecessore. I suoi 10 impegni (pledges) che gli avevano permesso di conquistare la fiducia di una significativa quota di giovani iscrittisi al partito durante la segreteria Corbyn sono stati largamente rimangiati e traditi una volta diventato leader. Queste promesse tradite hanno contribuito ad allontanare dal partito e dalla politica molti iscritti: durante la leadership di Starmer, prima di andare al governo il partito aveva perso quasi duecentomila iscritti, arrivando a dimezzare dopo un anno e mezzo di governo la membership del 2018, all’apice dell’era Corbyn, quando il Labour era il partito politico più grande d’Europa con 564mila iscritti.
L’espulsione di Corbyn e l’uso dell’antisemitismo
La disaffezione degli attivisti è stata inoltre determinata da un’operazione sistematica di sospensione ed espulsione dei parlamentari e dei candidati della sinistra laburista, in aperta contraddizione all’impegno esplicito di Starmer di unire il partito e promuoverne il pluralismo. A partire dall’immediato licenziamento dal governo ombra della candidata della sinistra al congresso del 2020, Rebecca Long-Bailey, la deriva autoritaria esplose contro l’ex leader Jeremy Corbyn, sospeso nel 2020 e successivamente espulso a causa della sua controversa reazione a un report sulla condizione dell’antisemitismo nel partito.
Se è senz’altro criticabile ogni minimizzazione del problema reale dell’aumento dei casi di antisemitismo nella societa, nella stragrande maggioranza dei casi la politica di tolleranza zero di Starmer sull’antisemitismo ha semplicemente offerto una scusa per eliminare ogni opposizione interna, ottenendo espulsioni spesso arbitrarie anche soltanto per aver messo un like a un post considerato antisemita da qualche membro dello staff. A tal punto è arrivata la blindatura della linea filo-israeliana che nell’autunno 2023 il partito ha fatto circolare una direttiva che impediva a rappresentanti nazionali e locali di partecipare alle manifestazioni di solidarietà con la Palestina.
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Una breve e non esaustiva lista di proscrizioni ha compreso principalmente parlamentari iscritti al Socialist Campaign Group, la corrente parlamentare di sinistra, a cui appartenevano Sam Tarry, ex ministro ombra dei trasporti locali, escluso dalla candidatura a seguito di una controversa procedura di riselezione, Beth Winter, parlamentare laburista gallese, deselezionata a seguito di procedure eccezionali, Lloyd Russell-Moyle, MP di Brighton non ricandidato a seguito di una segnalazione anonima su vicende personali avvenute otto anni prima, Faiza Shaheen, giovane accademica e studiosa di disuguaglianze economiche, votata dai membri locali come candidata e avanti nei sondaggi per diventare parlamentare, e deselezionata nottetempo dal comitato esecutivo nazionale del partito per alcuni like e post su Facebook pubblicati diversi anni prima, fino ad arrivare alla sospensione di Diane Abbott, prima donna di colore a essere stata eletta alla Camera dei Comuni. Diane Abbott è stata poi riammessa nel partito alla vigilia delle politiche del 2024, a seguito di una mobilitazione spontanea nazionale a suo sostegno.
La lista si potrebbe allungare a un’altra decina di nomi ma il senso politico rimane chiarissimo: Starmer ha marginalizzato ed espulso gran parte della sinistra del partito, molto spesso adducendo motivazioni platealmente pretestuose.
La deriva autoritaria del partito
È importante rimarcare come questi eventi siano assolutamente inediti nella storia laburista, dove il partito era considerato una grande tenda e dove i casi di sospensione sono stati rarissimi in una storia centenaria. Basti considerare che né durante la leadership quadriennale di Corbyn, ritratto da diverse testate come un pericoloso stalinista, né durante quella di Tony Blair nessun parlamentare è mai stato sospeso, nonostante i dissensi, anche radicali, fossero frequenti. Allo stesso tempo, nonostante l’attività sistematica di espulsione e restrizione degli spazi democratici nel partito, il leader Starmer non ha subito stranamente alcuna campagna mediatica di critica sul tema.
Sappiamo oggi come la cultura politica autoritaria della segreteria Starmer era in larga parte determinata dall’approccio fazioso del suo principale consigliere, quel Morgan McSweeney costretto a dimettersi lo scorso febbraio per la disastrosa nomina ad ambasciatore negli Stati uniti di Peter Mandelson, a sua volta costretto alle dimissioni lo scorso settembre per la sua amicizia con Jeffrey Epstein.
McSweeney, noto per il lavoro di dossieraggio sugli avversari interni, che lo aveva portato addirittura a chiedere di spiare giornalisti che indagavano sulla fonte di consistenti e mai dichiarate donazioni al suo think tank, esprimeva un modus operandi opaco e machiavellico tipico di quella schiera di funzionari del partito, la cui slealtà durante la leadership di Corbyn era stata rivelata dal Forde report, un rapporto commissionato nel 2020 proprio da Starmer, che aveva evidenziato in maniera indipendente come parte dello staff dell’headquarter del partito avesse lavorato incessantemente per sabotare Corbyn.
Anche la conferenza annuale del partito, dove vengono ufficialmente decise le policies, ha visto un’involuzione sistematica dei diritti degli iscritti. Nel 2023 il comitato esecutivo nazionale, controllato dai sostenitori di Starmer, ha approvato un pacchetto di regole che rende più difficile per iscritti e sezioni locali presentare una mozione su una policy nella conferenza. Questa mossa era forse una risposta alla mozione approvata a larghissima maggioranza dalla conferenza del 2022, contro il volere del leader, per ottenere una riforma in senso proporzionale della legge elettorale. Inutile dire che Starmer non ha dato seguito alle indicazioni del suo stesso partito. Inoltre già nel 2021 era stato reso più difficile presentare candidature alternative alla leadership. Insomma un partito sempre più blindato, e ingessato, in cui i meccanismi di democrazia interna e partecipazione dal basso degli iscritti nelle decisioni di policy, e nella selezione dei candidati laburisti al parlamento, sono state letteralmente sabotate. Starmer ha quindi scientemente dilapidato un patrimonio di processi democratici prezioso e necessario per combattere la politica plebiscitaria e televisiva odierna; processi qualche anno fa ancora ritenuti un esempio da seguire anche in Italia.
L’elezione disfunzionale
Alla luce di questo quadro, forse troppo poco analizzato dalla stampa italiana e straniera, va fatta un’osservazione sulle elezioni del 2024, quelle che hanno portato Starmer a Downing Street con una maggioranza parlamentare strabordante, con 411 seggi su 650, la più ampia dai tempi del governo di unità nazionale del 1931, con i Tories che presero il minimo storico a 121. Tuttavia va osservato che non solo Starmer ha vinto le elezioni ottenendo in numero assoluto meno voti del Labour delle due precedenti tornate elettorali sotto la leadership di Corbyn ma che la sua vittoria è stata quella col più basso consenso popolare nella storia della democrazia britannica. Addirittura nel suo stesso seggio, Starmer perse la metà secca dei voti tra il 2019 e il 2024, ovvero gli anni della sua leadership laburista, a testimonzianza di un primo ministro estremamente impopolare, arrivato a governare soltanto per il crollo elettorale del partito conservatore.
Ed è questo l’aspetto forse meno raccontato. Tutto quello che ha fatto Starmer da segretario del partito, dai tradimenti degli impegni con gli iscritti alla stretta autoritaria, gli si è ritorto contro sul piano elettorale e ha contribuito a indebolirlo di fronte sia all’elettorato che al suo stesso partito.
Country first, party second
Lo slogan dell’insediamento a Downing Street diceva subito tutto e nulla: tutto perché Country first, party second mostrava come Starmer si pensasse come il leader di un partito della nazione, più che del partito laburista, con tutto quello che ne consegue in termini di scelta degli interessi di classe da rappresentare. Nulla perché non avendo un’idea chiara di quale fosse la nazione ha fatto molta fatica a inquadrarne l’interesse, o meglio gli interessi di un’unione multinazionale con diverse sensibilità politiche.
Eppure le premesse per affrontare la riforma costituzionale la cui urgenza sia era manifestata al mondo negli anni della Brexit c’erano tutte: Starmer ha guidato un partito che, per la prima volta nella storia della democrazia britannica dall’introduzione del suffragio universale, aveva la maggioranza dei seggi sia in Inghilterra, che in Galles che in Scozia, in quest’ultima ereditando il fisiologico scontento per 15 anni ininterrotti di governo degli indipendentisti, e una consapevolezza diffusa che non reggesse più la democrazia di Westminster, sul governo del complesso sistema di elusioni e paradisi fiscali di quel poco che resta dell’impero, e sull’uninominale secco che marginalizza alternative ed elettori lontani dai centri di potere. Serviva insomma un piano di riforma della vetusta democrazia britannica, per redistribuire potere a nazioni e cittadini, e risolvere il sempre più evidente scollamento tra volontà popolare, selezione dei parlamentari e formazione dei governi.
Nulla di tutto questo è arrivato dal country first di Starmer, che non è stato altro che un’incerta amministrazione dello status quo, compreso quello della Brexit, riconfermata nelle linee rosse che furono di Boris Johnson col triplo no a mercato unico, libera circolazione delle persone e unione doganale (sulla quale Corbyn aveva aperto, a dimostrazione di quanto fosse semplicistica l’analisi di un Corbyn euroscettico contro il resto del partito europeista). Peggio ancora sulla gestione dei confini e i diritti di chi li attraversa, dove Starmer ha fatto peggio dei Tories, con tagli draconiani a tutte le vie d’accesso legali, raddoppio degli anni per accedere a un passaporto britannico e retorica talmente dura da venire accostata a quella dell’estrema destra degli anni Settanta. Il tutto condito da un’insopportabile retorica di un nazionalismo anglo-britannico tutto patria, confini e bandiere, rigorosamente quelle dell’Union Jack che arrivano a sostituire la rosa perfino sulle tessere del Labour.
Anche per tutto questo Starmer è diventato letteralmente criptonite sia in Galles, dove nel 2024 ha difeso a oltranza lo screditato primo ministro laburista costretto alle dimissioni per avere mentito davanti a una commissione d’inchiesta, che in Scozia, dove il rigetto delle politiche antiimmigrazione è piu forte e la richiesta di ritornare nell’Ue supera il 70% nei sondaggi.
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Agenda economica moderata e contraddittoria
Solo sul party second Starmer è stato fedele al suo slogan. A differenza di tutti i leader laburisti del passato, Starmer ha dimostrato uno spiccato disinteresse nel rispettare la discussione del suo gruppo parlamentare anche su temi oggettivamente opinabili e contendibili in un partito progressista.
Così si è sviluppata una gestione dilettantesca del rapporto tra governo e Parlamento che ha portato Starmer a gestire goffamente un tema che tocca il core business di un partito laburista: il welfare. Sul taglio del limite dei due figli per accedere ai sussidi statali, come sull’abolizione di un sussidio al riscadalmento per gli anziani o la proposta di riduzione di quelli per persone non autosufficienti, la dinamica politica che si è sviluppata è stata sempre la stessa. Il governo inizialmente si è schierato a favore delle esigenze di cassa, spesso prendendo durissime misure disciplinari per i deputati riottosi, sospendendoli o cacciandoli dal partito, salvo poi fare una confusa e bizzarra retromarcia, pressato dai crescenti livelli di impopolarità nel paese e dal conseguente crollo nei sondaggi, dove il Labour a tratti è arrivato a essere quarto partito, dietro Reform, Tories e Verdi.
Ma è tutta l’agenda economica del governo a essere risultata moderata e incapace di riformare le storture del capitalismo britannico, a partire dalle diseguaglianze esacerbate da 14 anni di governi conservatori. Se la prima manovra ha cercato di dare un po’ di ossigeno al sistema sanitario nazionale e a quello scolastico, la politica economica del governo non ha mai avuto un obiettivo di redistribuzione, e anche la lotta alla povertà è stata sempre subordinata all’ossessione per la crescita, con un atteggiamento questuante nei confronti della city e dei grandi interessi privati.
Messi subito in naftalina i piani di una transizione energetica ambiziosa, il governo ha puntato al contrario sull’espansione dell’aeroporto Heathrow e sull’aumento dell’estrazione di petrolio dal mare del nord. Nessuna discussione sulle politiche industriali necessarie a interrompere la crescita del deficit della bilancia commerciale, rinnegate le promesse di nazionalizzare di poste, energia ed acqua, nessun aumento della tassazione sulla ricchezza e i profitti della City.
L’ineffabile sudditanza verso Trump e Netanyahu
Se c’è una singola policy che può essere la cartina di tornasole delle (in)capacità politiche di Starmer, il rapporto con Trump offre un caso da manuale. Starmer ha offerto tanto a Trump ottenendo in cambio molti sberleffi e nessun vantaggio. Tra le responsabilità storiche più gravi, il Regno unito ha mantenuto un approccio cooperativo con gli Usa e Israele sul piano militare, offrendo le sue basi per alcuni bombardamenti dell’Iran. In cambio, il Regno unito ha ricevuto un aumento delle tariffe doganali verso gli Stati uniti comparabile, e a detta dei sostenitori della Brexit perfino peggiore, a quello dell’Unione europea, la sconfessione dell’accordo sulle isole Chagos e una sequela di insulti più o meno gratuiti.
Di fatto, Starmer è l’unico leader progressista di un grande paese anglosassone a non aver beneficiato elettoralmente dell’elezione di Trump. Sia per i liberali in Canada che per i laburisti in Australia l’effetto Trump si è rivelato un portentoso toccasana, resuscitando politicamente leader che languivano nei sondaggi e portando a clamorose rimonte contro i locali alleati di Trump. Nel Regno unito la dinamica politica è invece esattamente l’opposta, con il Labour che perde in due anni la metà dei pochi voti conquistanti alle politiche del 2024 e il partito xenofobo di Nigel Farage, Reform, che da oltre un anno è in testa a quasi tutti i sondaggi.
Le dimissioni, l’eredità dello Starmerismo, e Burnham
Dopo le dimissioni di Starmer da leader del partito, e quindi da primo ministro, Andy Burnham è destinato a prendere il suo posto.
Nel dibattito interno al partito e nelle recenti dichiarazioni di Burnham, non si ravvisa ancora alcuna riflessione profonda e chiara su cosa si sia sbagliato durante la leadership di Starmer. Nessuna riflessione sull’abbandono di un’identità politica progressista in favore di un partito della nazione cerchiobottista fondato sull’ondivago e confuso concetto di senso comune; nessuna riflessione sugli inediti metodi platealmente antidemocratici di gestione del partito, e sull’espulsione in massa di decine, se non centinaia di migliaia, di iscritti, consiglieri, candidati parlamentari, e parlamentari; nessuna riflessione sulle misure (non) adottate per tutelare materialmente la classe lavoratrice che vive del proprio salario, e non di rendite; infine, nessuna riflessione sulla modesta offerta politica nel ridefinire i rapporti con l’Unione europea, e nel rappresentare una leadership genuinamente progressista, alternativa e credibile rispetto all’ordine internazionale devastato dalle guerre di Trump, Putin e Netanyahu. Se la mancanza di queste riflessioni è la premessa della nuova leadership di Burnham, il rischio di ritrovare Nigel Farage primo ministro del Regno unito alle prossime elezioni non può essere del tutto accantonato.
Giorgio Bologna – Emigrante italiano a Londra, ex militante del partito laburista
Andrea Pisauro – in Gran Bretagna da quindici anni è ricercatore di neuroscienze all’Università di Plymouth, cofondatore del Manifesto di Londra e co-coordinatore della campagna Europe for Scotland
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