
Rosa Matteucci / “Non dimenticateci”
Pulp Magazine - Wednesday, June 10, 2026Ma chi pensa più alle anime del Purgatorio? In un mondo di estremismi e schieramenti assoluti, quelle povere creature provvisorie, né dannate né salve, ferme in una zona intermedia dell’aldilà, non interessano proprio a nessuno. Per fortuna ci pensa Rosa Matteucci, con la consueta serietà, a sprezzo del pericolo e del ridicolo: ci istruisce sul tema e, soprattutto, su ciò che lei stessa fa in merito e sulle sue relazioni con le medesime. Il risultato è un piccolo librino, manuale di preghiera, trattatello comico-devozionale e cronaca privata di una persecuzione ultraterrena. Si legge in una sera e funziona davvero come un balsamo che fa assai ridere. La questione nasce da una preghiera recitata quasi per caso, il “Ti adoro, o Croce Santa”, con cui la narratrice pensa di liberare un certo numero di anime purganti che potranno così accedere al Paradiso. Ma l’operazione, invece di chiudersi con la soddisfazione discreta di aver compiuto un’opera buona, apre una falla. Le anime, evidentemente passatesi la voce, cominciano a manifestarsi: prima come un brusio nell’orecchio sinistro, poi come voci sempre più insistenti, fino a trasformare la vita quotidiana in una centrale di richieste, suffragi, rosari, messe, notifiche e piccole estorsioni spirituali. Il loro motto è semplice e terribile: «Non dimenticateci!».
Matteucci non usa il Purgatorio come un fondale bizzarro. Lo prende sul serio, dentro le sue regole: indulgenze, messe, preghiere, liste di anime da riscattare, calcoli più o meno affidabili, occasioni speciali in cui il numero dei salvati aumenta. La comicità nasce da questa precisione, dal fatto che l’aldilà non viene inventato ma amministrato, come una pratica da seguire fino all’ultima clausola. Men che meno le viene in mente di suggerire ironicamente al lettore che il brusio all’orecchio potrebbe essere risolto da una visita dall’otorino. La protagonista, che ha pregato con devozione insieme distratta e caparbia, si ritrova così investita di una missione sproporzionata. Prima pensa ai suoi morti: l’adorato papà che sempre compare nei suoi romanzi e che – poverino – essendo installato nel piano più basso del Purgatorio ha il deretano lambito dalle fiamme dell’Inferno, la madre, i nonni, il primo editore. Poi l’elenco si allarga, come sempre accade quando si comincia a fare i conti con i defunti. Arrivano conoscenti, vicini di casa, figure riaffiorate dalla memoria, santi, mistici, preti negligenti, anime dimenticate da secoli e perfino morti illustri: Schubert, Bolaño, Marcel Proust, Paul Auster, Tina Turner.
Il Purgatorio di Matteucci è un luogo di pena, ma anche un ufficio reclami, una dogana dell’aldilà, una sala d’attesa mal gestita. Tutti aspettano una messa, una preghiera, una raccomandazione, un intervento da fuori per ascendere al Paradiso. Le anime ascoltano i discorsi dei vivi, protestano, si offendono, ringraziano. E quando ringraziano lo fanno come possono: soldi trovati per strada, guanti, sciarpe, foulard, libretti d’opera, oggetti disparati, perfino carne di vitella, forse per interessamento ultraterreno del signor Liebig. La grazia non ha affatto l’aspetto dell’estasi, ma quello di un mercatino dell’usato attraversato da qualche infiltrazione soprannaturale. A complicare tutto arriva la “Lotteria del Purgatorio”, una pagina social dove si possono scegliere categorie di anime per cui pregare: anime che pregarono distrattamente, anime che persero tempo in cose inutili, anime che fecero scherzi poco convenienti, anime che cantarono canzoni disoneste. La burocrazia celeste si salda con quella digitale, e il telefono diventa il nuovo messale e il nuovo tormento.
Dopo aver letto Rosa Matteucci si può dire di sapere quasi tutto sul Purgatorio, ma una domanda resta inevasa. A leggere il libretto, le anime o vengono riscattate e salgono in Paradiso, o restano lì, in attesa di suffragio. Ma è mai successo che un’anima cada nell’Inferno? La dottrina, in realtà, rassicura: dal Purgatorio non si precipita, perché chi vi si trova è già salvo, anche se non ancora purificato. Matteucci stessa non forza questo limite e non inventa un aldilà alternativo: abita quello cattolico, con le sue regole, i suoi conteggi e tabelle comparative (un giorno in Purgatorio vale 40 anni nel mondo), le sue messe, le sue pene, le sue burocrazie celesti. Salvo una deroga: il cagnetto Charlie Maria, per cui la narratrice decide di pregare anche se la Chiesa non riconosce agli animali un’anima come quella degli uomini. La disciplina dottrinale si incrina, non per gusto di invenzione, ma per pietà e amore.
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