Rosa Matteucci / “Non dimenticateci”
Ma chi pensa più alle anime del Purgatorio? In un mondo di estremismi e
schieramenti assoluti, quelle povere creature provvisorie, né dannate né salve,
ferme in una zona intermedia dell’aldilà, non interessano proprio a nessuno. Per
fortuna ci pensa Rosa Matteucci, con la consueta serietà, a sprezzo del pericolo
e del ridicolo: ci istruisce sul tema e, soprattutto, su ciò che lei stessa fa
in merito e sulle sue relazioni con le medesime. Il risultato è un piccolo
librino, manuale di preghiera, trattatello comico-devozionale e cronaca privata
di una persecuzione ultraterrena. Si legge in una sera e funziona davvero come
un balsamo che fa assai ridere. La questione nasce da una preghiera recitata
quasi per caso, il “Ti adoro, o Croce Santa”, con cui la narratrice pensa di
liberare un certo numero di anime purganti che potranno così accedere al
Paradiso. Ma l’operazione, invece di chiudersi con la soddisfazione discreta di
aver compiuto un’opera buona, apre una falla. Le anime, evidentemente passatesi
la voce, cominciano a manifestarsi: prima come un brusio nell’orecchio sinistro,
poi come voci sempre più insistenti, fino a trasformare la vita quotidiana in
una centrale di richieste, suffragi, rosari, messe, notifiche e piccole
estorsioni spirituali. Il loro motto è semplice e terribile: «Non
dimenticateci!».
Matteucci non usa il Purgatorio come un fondale bizzarro. Lo prende sul serio,
dentro le sue regole: indulgenze, messe, preghiere, liste di anime da
riscattare, calcoli più o meno affidabili, occasioni speciali in cui il numero
dei salvati aumenta. La comicità nasce da questa precisione, dal fatto che
l’aldilà non viene inventato ma amministrato, come una pratica da seguire fino
all’ultima clausola. Men che meno le viene in mente di suggerire ironicamente al
lettore che il brusio all’orecchio potrebbe essere risolto da una visita
dall’otorino. La protagonista, che ha pregato con devozione insieme distratta e
caparbia, si ritrova così investita di una missione sproporzionata. Prima pensa
ai suoi morti: l’adorato papà che sempre compare nei suoi romanzi e che –
poverino – essendo installato nel piano più basso del Purgatorio ha il deretano
lambito dalle fiamme dell’Inferno, la madre, i nonni, il primo editore. Poi
l’elenco si allarga, come sempre accade quando si comincia a fare i conti con i
defunti. Arrivano conoscenti, vicini di casa, figure riaffiorate dalla memoria,
santi, mistici, preti negligenti, anime dimenticate da secoli e perfino morti
illustri: Schubert, Bolaño, Marcel Proust, Paul Auster, Tina Turner.
Il Purgatorio di Matteucci è un luogo di pena, ma anche un ufficio reclami, una
dogana dell’aldilà, una sala d’attesa mal gestita. Tutti aspettano una messa,
una preghiera, una raccomandazione, un intervento da fuori per ascendere al
Paradiso. Le anime ascoltano i discorsi dei vivi, protestano, si offendono,
ringraziano. E quando ringraziano lo fanno come possono: soldi trovati per
strada, guanti, sciarpe, foulard, libretti d’opera, oggetti disparati, perfino
carne di vitella, forse per interessamento ultraterreno del signor Liebig. La
grazia non ha affatto l’aspetto dell’estasi, ma quello di un mercatino
dell’usato attraversato da qualche infiltrazione soprannaturale. A complicare
tutto arriva la “Lotteria del Purgatorio”, una pagina social dove si possono
scegliere categorie di anime per cui pregare: anime che pregarono
distrattamente, anime che persero tempo in cose inutili, anime che fecero
scherzi poco convenienti, anime che cantarono canzoni disoneste. La burocrazia
celeste si salda con quella digitale, e il telefono diventa il nuovo messale e
il nuovo tormento.
Dopo aver letto Rosa Matteucci si può dire di sapere quasi tutto sul Purgatorio,
ma una domanda resta inevasa. A leggere il libretto, le anime o vengono
riscattate e salgono in Paradiso, o restano lì, in attesa di suffragio. Ma è mai
successo che un’anima cada nell’Inferno? La dottrina, in realtà, rassicura: dal
Purgatorio non si precipita, perché chi vi si trova è già salvo, anche se non
ancora purificato. Matteucci stessa non forza questo limite e non inventa un
aldilà alternativo: abita quello cattolico, con le sue regole, i suoi conteggi e
tabelle comparative (un giorno in Purgatorio vale 40 anni nel mondo), le sue
messe, le sue pene, le sue burocrazie celesti. Salvo una deroga: il cagnetto
Charlie Maria, per cui la narratrice decide di pregare anche se la Chiesa non
riconosce agli animali un’anima come quella degli uomini. La disciplina
dottrinale si incrina, non per gusto di invenzione, ma per pietà e amore.
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