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Bernardo Notargiacomo / Libri e amori
Poche cose come la letteratura riescono a rappresentare efficacemente la nostra inadeguata condizione esistenziale – e culturale – nei confronti della morte. Tutti abbiamo una consapevolezza generica della sua esistenza e della sua ineluttabilità, ma solo quando questa “scadenza” arriva a riguardarci da vicino, per le persone che amiamo, allora la “cosa nota” diventa un evento incomprensibile, che sembra esploderci tra le mani e ci lascia soli e disorientati. A maggior ragione se questo avviene quando siamo in tenera età e l’evento riguarda un’altra persona giovane sebbene di molti anni più grande di noi: nostro fratello maggiore. È quello che ci racconta Bernardo Notargiacomo nel suo libro Il fratello leggendario che ci ripropone il percorso dolente, ironico, ma anche salvifico e formativo del piccolo Adriano, decenne, che, all’improvviso, viene a sapere della morte di suo fratello Giorgio, avvenuta nella lontana Scozia. Nella casa natale, dove venne alla luce suo fratello Giorgio quando il padre farmacista e la bella madre erano molto giovani, una delle prime reazioni è quella di continuare a vivere la vita quotidiana come se Giorgio fosse ancora vivo, in arrivo dalla Scozia da un momento all’altro, con la tavola apparecchiata in previsione della sua presenza. Il piccolo fratello però non si “accontenta” di tutto questo e dopo i primi momenti di forte smarrimento inizia il suo malinconico percorso fantastico che ha come punto di partenza l’emozione dei giochi maschili da bambino condivisi almeno in parte con il fratello maggiore: cavalcate, duelli e sparatorie. In questo modo il fratello maggiore, più grande di Adriano di ben diciassette anni, si colloca in una dimensione eroica che riesce anche a “dialogare” con il fratello più piccolo. Egli si afferma come una figura che assume i tratti del mito ma che è anche capace di calda protezione. Quasi più paterna che fraterna. Tra dialoghi e apparizioni, mai veramente sorprendenti ma sempre appropriate, nella vita del giovane Adriano fa progressivamente irruzione la letteratura di cui Giorgio era appassionato fruitore e che Adriano pensa di conoscere pur non avendo letto ancora nulla ma tutto immaginato. Proprio per questo, forse, l’autore del libro si appella all’intervento del grande Cervantes che attraverso don Chisciotte e Sancho Panza determina con discrezione un contrappunto perfetto tra illusione e realtà. Adriano ritrova lo scudo e la spada di Giorgio – il guerriero – che il padre aveva ricavato da una tavola di legno e che Giorgio usò minacciosamente con un’improvvisa sortita fuori di casa contro i ragazzi cattivi che, con fionde e pistole a aria compressa, davano la caccia ai gatti randagi del quartiere. Naturalmente, ritrovare il proprio fratello maggiore non basta. Il ricordo può non bastare. La necessità più forte può diventare tenerlo accanto a sé e la storia di Adriano allora subisce un cambiamento nella direzione di una dimensione mistica, magica e divinatoria. Tra indovine e chiromanti, sogni e presagi la figura di Giorgio, però, sempre appare e sempre sfugge. Tra il tragico, il comico e il grottesco si compie in definitiva un cammino di formazione durante il quale si corrono rischi e si ottengono soddisfazioni. A tutto questo parteciperanno anche l’intervento di uno psicoanalista e i libri della biblioteca di Giorgio, alleati nel disvelare e far conoscere il mondo interiore del fratello più piccolo progressivamente sempre più maturo e sempre più vivo. La scrittura rimane lieve per tutto lo sviluppo della narrazione e il punto di vista si fa forte di una buona dose di tenerezza che accompagna con cura l’elaborazione del lutto in una convincente soluzione per la quale vale una sorta di massima: “le persone più care, quando moriranno saranno simili a libri solo che saranno dentro di te”.   L'articolo Bernardo Notargiacomo / Libri e amori proviene da Pulp Magazine.
June 4, 2026
Pulp Magazine
Sandro Veronesi / Le dimore delle perdite
I viaggi e la “caducità” di Freud. La scrittura per gli scrittori che viaggiano da viaggiatori o errabondi. Poco sublime o evocazioni allucinate, danze intorno a chi si ama (molto) e a chi si odia (poco). Spesso il racconto, orale o scritto, diventa una digressione sul nostro stare al mondo, seduti allo studio, o sulla groppa di un cammello in Africa. In quest’epoca terrificante si fanno ipotesi strane sulla realtà cosmica, con l’impressione che il missile definitivo arrivi sul nostro quartiere o che il vicino di casa incida sulla porta d’ingresso una svastica. Era Beckett a dire: si fa quel che non si dovrebbe fare. E Beckett a Sandro Veronesi piace. Senza trasformarlo in mitologia spera che ai giovani piaccia tanto da potersene allontanare. Come lui stesso attuò. Ed ecco la propria ricchezza narrativa la mette tutta insieme, in questo volume contenente tutti i racconti – significa, in definitiva, mettersi a nudo poggiando tutto quanto nella pianura sterminata di quella strana entità umana, tanto virtuale da essere inesistente, che è il tempo. Nelle quasi 400 pagine del volume si capisce quanto l’autore fosse in buona forma mentre digitava questi scritti, tenendo fede alla verità di come sia importante la salute mentre si compone. Ogni racconto è un centro emozionale, non emotivo, diretto alla fronte di quel lettore che potrebbe forse essere il giovane poeta a cui si rivolge Rilke in un testo famoso (e citato da Freud), o più semplicemente a coloro che soffrono da professionisti e sanno come venirne fuori. Veronesi ne viene fuori a ogni racconto. Oltre quattro decenni di prove d’esistenza, alle prese con madri, amori, amicizie, incontro casuali. Una drammaturgia delle dimore e degli spazi cercati o perduti. E l’effetto del tempo è sempre lì, diamine, sacro segno sempre sul punto di diventare mitico. Volendo, si sa, anche scendere per le sigarette o un mesto panino, ha l’acre sapore del viaggetto mitico e, appunto, mistificatorio. Un’intensità di cui godiamo a ogni pagina, perché – diciamolo – i racconti di Caducità hanno l’effetto di farci sperimentare azioni e conseguenze come fossero nostre, reali o sognate, scoperte e naufragi e presagi di tempeste. In fondo lo scrittore insegna a destreggiarsi con le misere tribù attuali, e le inquietanti azioni psicotiche che ogni giorno invadono la realtà. Questa realtà mondiale di cui da molto tempo, si crede, Veronesi intuisse l’arrivo inopinato. Night & Day annuncia già in copertina (di Janusz Haka, artista polacco residente a Los Angeles) come astutamente lo zeitgeist scontorna gli umani – in questo caso una ragazza nel pieno della propria vitalità come fosse su un litorale atlantico – di quanto sta loro intorno. Accorgendosene, fuggono immersi in un’esplosione di luce bianca accecante. Dentro queste follie per niente esotiche (“quanta luce c’era nel buio?”), ogni protagonista del libro deve imparare a guardare in faccia il male distribuito, più di quello ricevuto. Mal detto precede e segue il mal fatto. In questo crogiolo si collocano le storie di Caducità, per trentadue volte (tanti sono i racconti) ci rendiamo conto che i punti di vista del viaggiatore sono i nostri, e non ci possiamo fare niente.       L'articolo Sandro Veronesi / Le dimore delle perdite proviene da Pulp Magazine.
May 31, 2026
Pulp Magazine
Raffaele Passerini / Amore e altre dipendenze
Con il termine “love bombing” si intende una tattica manipolatoria attraverso cui una persona cerca di conquistare rapidamente l’attenzione e l’affetto di un’altra, soffocandola con gesti e parole d’amore eccessivi, per poter esercitare su di lei controllo e potere unidirezionale. Si tratta di un fenomeno di cui si è discusso molto, soprattutto negli ultimi anni, nel tentativo di individuare, all’interno di una relazione sentimentale, atteggiamenti abusanti che trasformano una storia d’amore in un gioco di potere distruttivo. Con questo romanzo Passerini sottrae la dinamica del “love bombing” alla classica rappresentazione eterosessuale in cui il soggetto abusato è tipicamente la donna, per trasferirla all’interno di una coppia omosessuale che vive a New York: Jean Luc di origini francesi e Raffaele, italiano. Ricorda così al lettore come certi meccanismi di potere nelle relazioni possono riprodursi ovunque esista uno squilibrio emotivo e/o economico, a prescindere dal sesso. Raffaele – cineasta alle prese con la sua prima sceneggiatura – è la preda ideale per rimanere intrappolato in questo perverso meccanismo: insicuro, sensibile, poco considerato dalla famiglia d’origine e disperatamente bisognoso d’amore. Jean Luc, invece, classico uomo d’affari abituato a decidere e volere tutto e subito, assume il ruolo di maschio dominante della coppia già dal primo appuntamento. Raffaele subisce il fascino del francese lasciandosi travolgere da un corteggiamento intenso e totalizzante che, almeno inizialmente, sembra colmare tutti i suoi vuoti affettivi ma l’uomo premuroso, presente, irresistibile, che studia ogni gesto per farlo sentire speciale, desiderato e indispensabile, dimostra ben presto la sua propensione al possesso mascherato, come spesso accade, da amore: la relazione tra i due protagonisti si sviluppa infatti attraverso piccoli segnali di controllo, inizialmente quasi invisibili, che diventano via via sempre più soffocanti. È Jean Luc a dettare i tempi e i modi della relazione esprimendo giudizi sprezzanti e negativi sul modo di vivere e gestire il quotidiano dell’altro, riprendendolo per ogni minima cosa detta o fatta che lui considera fuori luogo, punendolo con il silenzio per atteggiamenti che reputa sbagliati evitando, così, il confronto. Nonostante Raffaele sia pienamente consapevole che in una relazione amorosa il sacrificarsi e l’aspettare, il sopportare, perdonare e mediare non debba ricadere sempre sulla stessa persona – trasformandola inevitabilmente nell’anello debole della coppia –, non riuscirà mai a trovare le parole né la forza per rompere il meccanismo di prevaricazione messo in atto dal compagno. Quest’ultimo, infatti, arriverà perfino a chiedergli, come prova d’amore, di scegliere tra lui e la propria famiglia, tra lui e gli amici. Raffaele, pur di non farlo arrabbiare, sceglierà sempre e comunque Jean Luc adeguandosi a ogni sua richiesta, ma non solo non riceverà mai in cambio l’amore di cui ha bisogno, subirà continuamente atteggiamenti che non faranno altro che alimentare il suo senso d’inadeguatezza e aumentare la paura di non essere accettato e amato, sensazione che si porta dietro sin da ragazzino quando cercava d’essere come chiunque gli sembrasse felice senza imparare, però, a essere sé stesso: «[…] sin da piccolo, vivendo quello che sentivo di essere come un grande pericolo, ho cercato di essere come chiunque incontrassi che mi sembrava felice – ragazzi, ragazze, cani, gatti – e provavo a immaginare come doveva essere, esser loro, imitandoli in tutto. Dimenticandomi però di imparare ad essere me stesso. Questa mancanza di amore per me stesso, anni dopo, l’avrei pagata cara». L’aspetto più interessante del romanzo di Passerini è nel raccontare persone comuni, soggetti quasi banali, lasciandoci intendere che ognuno di noi può incappare in una relazione tossica; nel mostrare come certe dinamiche distruttive possano nascere dall’incontro tra chi ha un bisogno disperato di essere amato e chi è incapace di amare con sincerità. Non si riesce a essere completamente dalla parte di Raffaele, incapace per lungo tempo di sottrarsi alla manipolazione di Jean Luc, così come non si prova nessuna pena per quest’ultimo, persona totalmente incapace di vivere un sentimento se non attraverso la prevaricazione. Con questa storia, Passerini mostra quanto il confine tra amore e manipolazione possa essere sottile e difficile da riconoscere, soprattutto per chi vive una fragilità emotiva individuando nel bisogno d’amore – cui credo nessuno sia esente –, nella paura della solitudine e nel desiderio di essere considerati, terreno fertile per relazioni tossiche.     L'articolo Raffaele Passerini / Amore e altre dipendenze proviene da Pulp Magazine.
May 28, 2026
Pulp Magazine
Vittorio Giacopini / Dentro le guerre
Ogni altro tempo è pace è l’ultimo romanzo dello scrittore romano Vittorio Giacopini, edito da Nutrimenti. Credo che il tempo, ma soprattutto il tempismo, non sia casuale, attorno e all’interno di questo libro che presenta tante similitudini con la storia che si snoda attorno a noi. Il libro è stato pubblicato il 6 febbraio, in un momento in cui ci sembrava di esserci lasciati alle spalle una guerra – il conflitto tra Israele e Palestina – solamente per ritrovarci dentro un’altra guerra – il conflitto in Iran; esattamente come, nel romanzo, la violenza – personificata dalla Guerra dei Trent’anni – passa il testimone a un suo simile – un conflitto di trent’anni più moderno, nel 2032 – in un battito di ciglia. Per riprendere le parole di Matthaus Merian, da una lettera all’amico Jacques Callot, nel romanzo, «dovessi dire a cosa mi fa pensare quest’evo che viviamo […] porterei ad esempio quelle scatole cinesi […]. L’una contiene l’altra e l’altra ne contiene un’altra ancora e questa a sua volta un’altra e ad libitum, così, all’infinito». Una moltitudine di personaggi si muove – concitata, spaventata, abituata ormai al concatenarsi di eventi non del tutto gradevoli e propizi – in due punti nel tempo, intervallandosi lo spazio nel romanzo. Nel diciassettesimo secolo si scatena una lunga guerra che interessò l’Europa centrale per la quasi totalità dei primi decenni del Seicento. In questo periodo buio, che ha inizio con tre comete che attraversano il cielo nel 1618, Giacopini ci introduce a dei personaggi opposti tra loro, ma con narrazioni complementari. C’è Iacopo Iacopi, soldato di ventura, che insegue la guerra “come un amante”, sfruttandola per vendere armi e munizioni per l’Europa, addentrandosi nel conflitto e trovandosi dove non avrebbe voluto. Alla sua narrazione, più rocambolesca, si intreccia lo scambio epistolare di un allievo, Matthaus Merian, con il proprio maestro e mentore, Jacques Callot, entrambi incisori rispettivamente a Francoforte e Lorena. L’allievo e il maestro si scrivono per aggiornarsi sull’avanzare del conflitto e per conoscere il rispettivo stato di salute e di lavoro, rappresentando un legame affettivo e umano in mezzo a tanta cenere – il più fertile per parlare universalmente della brutalità della guerra e della distanza che intercorre tra le persone. Dalle loro lettere emerge la visione della Storia come una matrioska, una guerra dentro all’altra, che quindi non scorre in avanti ma è, piuttosto, compresenza costante di ogni conflitto. Anche il protagonista della “nuova” Guerra dei Trent’anni la pensa come loro, ovvero che la storia sia compresenza, di vita e morte, di guerra e pace. Si trova confinato in un “palazzone falansterio” a Roma, denominato Togliattenstrasse, nel 2032, dopo innumerevoli guerre da cui sono scaturite pandemie e alluvioni, rendendo il mondo ostile e chiuso. Un guazzabuglio di personaggi, però, popola la visione di quello che potremmo denominare lo Iacopo Iacopi del ventunesimo secolo: un uomo che cerca di cavarsela quando il mondo sembra sull’orlo del baratro. Giacopini scrive un romanzo che si legge come un messaggio, un’interpretazione della Storia che si mescola al presente, in modi del tutto imprevedibili. Qualunque sia il momento in cui leggerete questo libro, troverete dei pezzi del mondo e del tempo in cui vivete – poiché, riprendendo la citazione di Thomas Hobbes che apre e chiude il romanzo, «la natura della guerra consiste […] nella disposizione dichiarata verso questo tipo di situazione, in cui per tutto il tempo in cui sussiste non vi è assicurazione del contrario. Ogni altro tempo è pace». L'articolo Vittorio Giacopini / Dentro le guerre proviene da Pulp Magazine.
May 18, 2026
Pulp Magazine
Una fazza una razza? Riflessioni su Le soldatesse, di Ugo Pirro
Un critico letterario che sia anche insegnante nelle scuole secondarie resta perplesso quando vede programmi di italiano delle classi quinte che si fermano a Ossi di seppia. Beninteso, ci sono docenti di italiano che proseguono imperterriti, ma non è infrequente che la narrazione della storia delle patrie lettere si arresti sul limitare della Seconda guerra mondiale. Può darsi che quei colleghi si siano dilungati a spiegare Manzoni Leopardi Verga Carducci Pascoli ecc. finendo così il tempo a disposizione. Un dubbio malizioso però sorge: che, dato il numero di studenti (e genitori) fascistelli che ci si ritrova in classe, si preferisca evitare di presentare Fenoglio, Meneghello, Revelli, Viganò et similia per evitare polemiche, discussioni, e-mail di denuncia ai dirigenti scolastici e quant’altro. Se poi è il docente ad avere nostalgie del ventennio o a identificarsi coi camerati di oggi, gli andrà di presentare quegli scrittori che scelsero di combattere contro invasori nazisti e collaborazionisti fascisti? Insomma, la Seconda guerra mondiale è ancora un oggetto problematico che alcuni preferiscono aggirare, così negano agli studenti la conoscenza di una parte importante della nostra letteratura. Inoltre – e qui si apre un’altra questione, ancor più problematica, che ci avvicina all’argomento di oggi – quando si parla di letteratura della Seconda guerra mondiale in Italia, gli autori precedentemente citati sono sempre visti nella prospettiva della Resistenza. Ma quest’ultima – sia esaltata acriticamente stile vecchio PCI che vituperata stile Pansa e seguaci – è solo il secondo atto della tragedia, quello che va dal 1943 al 1945. Le narrazioni resistenziali hanno avuto più spazio e più attenzione, certo non senza merito: nel mazzo ci sono autentici capolavori della letteratura italiana, come I piccoli maestri di Meneghello e Una questione privata di Fenoglio. Ma il primo atto, quello che va dal 1940 al 1945, ce lo siamo perso? Se si va a vedere cosa si è scritto sugli anni in cui l’Italia (anzi, il Regno d’Italia) combatteva contro gli Alleati a fianco dell’alleato germanico, si esce dal novero dei titoli che conoscono tutti (anche chi li ha solo sentiti nominare), e si entra in una zona meno illuminata. L’unico titolo che gode di una certa notorietà è Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern (1953); mentre non sono certo capisaldi della nostra storia letteraria opere come Il deserto della Libia (1952) di Mario Tobino, Primavera di bellezza (1959) di Fenoglio, Centomila gavette di ghiaccio (1963) di Giulio Bedeschi, o Guerra in camicia nera (1955) di Giuseppe Berto. A parte Bedeschi (il cui memoriale è anche dubbio dal punto di vista letterario), si tratta di autori di spicco del secondo Novecento (pur se meno, ma i titoli sopra riportati non sono certo i più considerati. Figuriamoci poi se andiamo a leggere un romanzo di un personaggio noto sì, ma non come scrittore: Ugo Pirro. Per gli appassionati della settima arte, questo è uno pseudonimo prestigioso (si chiamava Ugo Mattone): è lo sceneggiatore di pietre miliari del cinema italiano quali Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, La classe operaia va in paradiso, Il giardino dei Finzi-Contini, A ciascuno il suo, Ogro, Metello. Meno nota è la sua attività di scrittore, che annovera quattordici titoli pubblicati tra il 1956 e il 2001; di questi ci interessa disseppellire l’opera di esordio, Le soldatesse – esordio, beninteso, letterario, perché come sceneggiatore Pirro aveva cominciato già nel 1951, all’età di trentun anni, lavorando con altri al soggetto di Achtung! Banditi! diretto da Carlo Lizzani. La lettura dell’opera prima di Pirro romanziere rivela subito come mai questo romanzo sia finito nella soffitta della memoria letteraria nazionale (una sola ristampa risalente al 2000, per i tipi di Sellerio, con postfazione di Andrea Camilleri; fortunatamente ancora disponibile online). La Seconda guerra mondiale fu una vergognosa sconfitta; non mancò solo la fortuna, come recita un menzognero monumento in Africa, ma quasi tutto il resto; dopo vent’anni di retorica nazionalista, guerrafondaia, militarista, l’Italia del fascio arrivò al conflitto male attrezzata, senza una vera strategia complessiva, mal comandata, poco motivata, senza risorse, con un apparato industriale poco sviluppato. A chi ancora si sforza di trovare le cose buone fatte dal fascismo, bisogna ricordare, sempre sia in grado di capire, che la preparazione militare del paese era l’obiettivo principale sbandierato da Mussolini, e che al momento in cui sarebbe servita semplicemente non c’era. Questo lo ammette persino uno scrittore che restò fascista anche dopo la resa e dopo il 25 aprile, come Bedeschi. Nel dopoguerra si cercò di compensare la vergogna della disfatta nazionale, e di quel che seguì l’otto settembre con l’epopea della Resistenza. Di qui la maggiore importanza attribuita alla letteratura resistenziale, vista come guerra di popolo e riscatto nazionale: le narrazioni della guerra fascista finivano così col diventare storie di un’altra Italia, non quella nata dalla Resistenza. La guerra fino all’otto settembre era quindi una sorta di appendice del Ventennio, come se nel 1943 il paese avesse subito una sorta di palingenesi, come se gli italiani del 1940 non fossero quelli del 1945. Mentre Fenoglio, più lucido di tanti altri, aveva originariamente concepito il suo grande romanzo sulla Resistenza, come si vede nella ricostruzione operata da Gabriele Pedullà, seguendo un percorso che parte da prima della dichiarazione di guerra, con i giorni di scuola e universitari di Johnny, poi passa per il suo addestramento nel Regio Esercito (la parte che poi sarebbe diventata Primavera di bellezza), infine narra lo sfascio del regime e la guerra civile. Soprattutto, Fenoglio mette in chiaro che non si spiegherà mai quel che succede dopo l’otto settembre se non si tiene conto di quel che è accaduto prima (in questo è assolutamente in sintonia con Meneghello, che a I piccoli maestri ha fornito un indispensabile prequel, Fiori italiani, e un altrettanto necessario sequel, Bau-sète). Per questo è dunque il caso di riscoprire le narrazioni, memorialistiche e finzionali, della guerra fascista, come appunto Le soldatesse, un testo, riletto oggi, senz’altro imbarazzante, e per due motivi. Siamo in Grecia durante l’occupazione italiana: regna la fame, il pane sembra introvabile per i greci; gli occupanti invece la farina e il pane bene o male ce l’hanno, e questo dà loro un potere di fatto sugli elleni occupati. Ci si sposta tra città e villaggi dai nomi altisonanti che richiamano la tragedia classica, ma non ne resta molto: “Intanto ci avvicinavamo a Tebe. Poche case lungo la camionabile ed in fondo all’abitato un pezzo di muro antico dimenticato e troppo anonimo per sbalordirci”. Ed è proprio nella città di Edipo che il protagonista e io narrante del romanzo deve prendere in carico una squadra di ragazze greche affamate, destinate a prostituirsi ai soldati italiani per avere di che mangiare tutti i giorni. L’imbarazzo provato da chi si trova a leggere queste pagine è, come dicevo, duplice: vedere gli italiani come tutt’altro che “brava gente”, bensì come invasori che approfittano del loro potere (derivante in realtà dall’intervento dei tedeschi che piegarono la Grecia, dopo che noi non ne fummo stati capaci); ma anche vedere all’opera il vero maschilismo, la vera cultura patriarcale, incarnati nell’idea che i conquistatori (noi) abbiano diritto a godersi le donne dei conquistati. Ripetutamente Pirro ci presenta i soldati e gli ufficiali italiani che cercano di comprarsi il sesso con un tozzo di pane – letteralmente. Ma il destino delle “soldatesse” è per certi versi ancor più disumanizzante, e lo spiega sinteticamente un tenente dei Carabinieri: “Le prostitute servono a tener su il morale delle truppe, fanno parte dell’armamento morale del soldato”. La prostituta come parte della macchina bellica del regime: è un’idea che predata il fascismo, perché i bordelli per soldati e ufficiali (rigorosamente separati) erano stati già gestiti efficientemente dal Regio Esercito durante la Prima guerra mondiale. Le ragazze greche, insomma, vengono prese per fame diventando ingranaggi spersonalizzati dell’apparato militare italiano che opprime il loro stesso paese, uccidendo quei greci che osano resistere. Nel romanzo Pirro inserisce anche una storia d’amore, che a tutta prima sembra un tentativo di trovare qualcosa di gratificante in una situazione che non lo è affatto: il narratore è fortemente attratto da Eftichia, la più scontrosa e taciturna delle ragazze. Man mano che l’ufficialetto si strugge per l’aspirante meretrice, chi legge viene colto dal timore che la storia sfocerà in qualche finale alla volemose bene, anticipando lo zuccheroso Mediterraneo di Salvatores (quanto a rappresentazione della Seconda guerra mondiale, più fasullo di quello soltanto La vita è bella di Benigni). Pirro però evita di precipitare nella melassa, insinuando il dubbio che Eftichia sia in realtà una partigiana infiltrata tra le future prostitute, e che l’agguato nel quale perde la vita Elenitza sia stato innescato dalle informazioni che Eftichia ha passato alla resistenza – una tragedia greca nella commedia all’italiana. Verso la fine del romanzo la passione tra l’ufficiale italiano e la prostituta greca si consuma, ma il rapporto sessuale non aggiusta niente, e una battuta del narratore mette tutta la vicenda sotto una luce inquietante: “Vorrei sapere se io sono stato il tuo primo uomo o il tuo primo cliente”. Era passione autentica, quella di Eftichia, o simulata? L’esternazione del narratore, del resto, si può leggere in più modi: anche come espressione dell’amara consapevolezza di essere stato usato dalla ragazza, di aver pagato il sesso con informazioni utili per i partigiani greci che l’ufficiale si è fatto sfuggire. In un contesto di guerra, non ci sono passioni “pure”, l’amore non vince su tutto, e non è mai del tutto chiaro chi conduca veramente il gioco. Forse, in ultima analisi, sono tutti vittime del meccanismo inesorabile del conflitto, e solo in questo senso si può citare la vecchia formula “una fazza una razza”. Nella chiusa del romanzo il narratore, tornato alla base, si trova a tavola con gli altri ufficiali nella mensa a loro riservata: il menù è ricco, perché c’è un generale in visita, e l’ospite d’onore va trattato bene. L’abboffata degli ufficiali contrasta nettamente con la fame che attanaglia la Grecia, e nel raffigurarla Pirro esprime implicitamente un giudizio morale. Ed è significativa la scelta del narratore di non sedersi al tavolo degli ufficiali suoi superiori, ma di accomodarsi con altri due tenenti, due pecore nere che “facevano di tutto per lasciar capire a chiunque osasse avvicinarli che non credevano ad una parola di quanto era scritto nei nostri bollettini di guerra”. La radio, a questo punto, annuncia la presa di Tobruk da parte delle truppe italo-tedesche al comando del feldmaresciallo Rommel; scoppiano gli applausi, si inneggia alla vittoria, ma il narratore è consapevole “che non era una vittoria, perché qualcosa crollava intorno a noi anche in quel giorno, senza nostra colpa, senza che potessimo impedirlo, senza che fosse giusto impedirlo”. La catastrofe finale viene solamente accennata, e forse per questo fa ancor più colpo; nonostante l’esultanza obbligata degli ufficiali che ancora credono – o fingono di credere per convenienza – alla guerra del fascio, alla fine “tutti sentivano rabbia, come se il nostro scetticismo li defraudasse della ingenua speranza di un felice e vittorioso ritorno”. Indubbiamente un libro da recuperare, questo di Pirro; da recuperare e da meditare. In questa istantanea impietosa degli italiani in guerra, ci trovi già qualcosa dei tanti puttanieri di oggi – letterali e, ancor peggio, metaforici. L'articolo Una fazza una razza? Riflessioni su Le soldatesse, di Ugo Pirro proviene da Pulp Magazine.
April 25, 2026
Pulp Magazine
Luigi Nacci / Il libro del figlio
«Come si fa? Ho chiesto a mamma al pranzo del loro ultimo anniversario. A fare cosa? A essere come voi. Come siamo? Una cosa sola. Sacrificio». Si scrive per dimenticare, per elaborare, si scrive per ricordare, affinché ogni cosa del nostro essere non sia del tutto perduta. Il tempo dei semplici del triestino Luigi Nacci, secondo romanzo dell’autore, è questo, una costellazione di momenti, una preziosa corolla di ricordi, un “libro del figlio” che celebra con passione e tenerezza la vita dei genitori e il suo rapporto con essi. Nacci è un viandante, un cercatore di tutte quelle semplicità che si annidano nella moltitudine di attimi che formano un’esistenza, delle semplicità di valore e sostanza che impreziosiscono, donano spessore e profondità a un modo di vivere pressoché dimenticato. In questo romanzo un figlio racconta i suoi genitori con gli occhi dell’infanzia, dell’adolescenza e del suo essere adulto; narra la stima, l’affetto, la tenerezza, i sacrifici, le premure, le gioie e i dolori, con sincerità e con costante e mai immutata ammirazione.«Lei è così, sboccia clamorosa come una peonia selvatica e sbocciando saluta tutto e tutti». La made e il padre, per lui nel romanzo mamma e papà, sono sempre una cosa sola, due esistenze che da sempre si completano. Il ruolo della famiglia è centrale, la strada, la risposta al grande viaggio che è la vita, ma la famiglia cresce, invecchia, il figlio vede il lento e ineluttabile declino fisico, la paura della perdita e l’incognita del futuro diventano paura strisciante, presenza fastidiosa che si insinua nel legame, che si riflette negli oggetti della casa, negli odori, in ogni attimo della quotidianità. Il figlio, mamma e papà, una quarta persona da ricordare e celebrare, tutti i parenti di Trieste, quelli di “giù”, quelli sparsi nel mondo, sono i protagonisti di questo libro dei ricordi, ma vi è un altro personaggio, quello che più spaventa, quello che per la maggior parte delle persone è anche solo difficile nominare: la morte. La morte è un personaggio che diventa “vivo”, è ovunque, un orizzonte sempre presente, visibile, tangibile, con connotazioni reali, talvolta positive, perché la morte è come la vita, fa parte della nostra esistenza e i vivi si relazionano con i propri morti. In questo romanzo la morte è rispettata, celebrata e attesa. Nacci ambienta il suo romanzo a Trieste, dandole un ruolo duale, adottando scenografie poco conosciute e poco narrate. Il mosaico architettonico composto dalle linee pulite dei palazzi asburgici, da quelle eleganti in stile liberty, da quelle rigide a austere del razionalismo e del moderno brutalismo, viene abbandonato; la Trieste di Nacci è verde come le selve che custodiscono le osmize, blu come il mare nel porto, grigia come i palazzoni della periferia abitata da ogni tipo di etnia, dai triestini ma anche dagli italiani immigrati dal sud. «Si vede anche un pezzo di mare, con le banchine in cui attraccano le petroliere. Non ha niente a che fare con il mare di piazza Unità, è un mare operaio il nostro, di amianto e catrame». Il romanzo, scritto con una prosa apparentemente semplice, come a riflettere il senso e la vita dei suoi personaggi, nasconde una chiave intima e poetica, frasi brevi, precise, incisive che donano al testo profondità e musicalità. I capitoli brevi formano un album dei ricordi, sono polaroid di fotografie nitide in cui il lettore, con un gesto semplice e lento come quello dello sfogliare, respira nel suono del fruscio delle pagine la pura e dolce genuinità dei valori e degli affetti che non devono essere dimenticati. L'articolo Luigi Nacci / Il libro del figlio proviene da Pulp Magazine.
April 22, 2026
Pulp Magazine
Niccolò Ammaniti / Sicilia Dreaming
Triscina è una frazione nel sud più sperduto della Sicilia, settecento quaranta anime, la malavita e la mafia che controllano la vita di tutti, ritmi lenti, segreti custoditi con il massimo riserbo, la famiglia prima di tutto. Ed è qui che vive Nilo, un ragazzino di tredici anni, insieme alla madre Agata e alla zia Rosi. Le due donne gestiscono un laboratorio di marmi, una copertura che nasconde ben altro. Il ragazzino non fa una vita come quella degli altri adolescenti, non è libero di giocare e frequentare troppe amicizie: la sera la madre gli dà delle gocce per farlo dormire senza sentire i rumori e i lamenti che provengono da un bagno in cui è rinchiuso un segreto di cui lui dovrà essere custode in futuro, ma che ancora non conosce. Questo è sempre stato il destino della sua famiglia. In paese tutti sanno dell’esistenza di questa entità malvagia, tanto che a volte richiedono l’aiuto di Agata per far scomparire testimoni e persone scomode. La vita sembra scorrere senza troppe scosse, senza alcuna novità, con un ritmo che il caldo rende lento e prevedibile. Ma a un certo punto arrivano in paese Arianna e Saskia, una madre che si mantiene con Onlyfans e una figlia di dieci anni che è dovuta crescere più velocemente del previsto a causa di una vita non adatta a lei. L’incontro di Nilo con le due è dirompente: per la prima volta il ragazzo si rende conto che esiste qualcosa al di fuori di Triscina e della famiglia, anche se la madre gli ha sempre detto che il suo mondo sarà quello. Nilo fa amicizia con la bambina ma prova un desiderio irrefrenabile verso Arianna, una donna diametralmente opposta come carattere ed abitudini alla madre e alla zia. Agata gli intima più volte di non vederle più, ma lui trova sempre il modo di incontrarle. E l’amore, la scoperta dei sentimenti è il primo passo per passare attraverso l’adolescenza. Come spesso accade, il protagonista di Ammaniti è un adolescente e in questo romanzo l’autore indaga sul desiderio come forza trainante della vita. Con il suo stile essenziale, direi a volte scarno, mostra scenari inquietanti e apertissimi senza, per scelta, approfondirli troppo. Il non detto che funziona come e forse più dell’espresso, spingendo il lettore a riflessioni che sfidano le nostre convinzioni e le nostre idee. Il realismo che convive con il surrealismo, Ammaniti rende credibili anche situazioni assolutamente assurde facendo entrare il lettore in mondi magici con estrema facilità: il mito di Medusa tra mitologia e attualità, realtà e leggenda giocando con una serie di sentimenti che vanno dalla disumanità alla tenerezza, dall’amore all’ostilità in un crescendo di avvenimenti che si concludono con un colpo di scena inaspettato. Le chiavi di lettura e di riflessione sono molteplici come solo uno scrittore della maestria di Ammaniti può indurre al lettore in un testo abbastanza breve, che qualcuno ha definito più un racconto lungo che un romanzo. Ma questo, di fronte a tutto il resto, non è che un dettaglio superfluo.   L'articolo Niccolò Ammaniti / Sicilia Dreaming proviene da Pulp Magazine.
April 21, 2026
Pulp Magazine
Valentina Maini / John Berger in laguna
Romanzo lagunare e sull’arte, Alaska promette a ogni pagina di essere anche qualcosa di più, per una sorta di impulso trascendente, sostenuto quasi unicamente dalla forza della scrittura. Ed è un proposito spesso mantenuto; d’altra parte, Valentina Maini si era già segnalata all’esordio, La mischia (2020, Bollati Boringhieri), per una lingua assai viva e rigogliosa, e al tempo stesso controllata e flessibile rispetto alle esigenze architettoniche della forma-romanzo. In quel caso, Maini aveva proposto una sorta di “storia europea della violenza contemporanea” attraverso il prisma della storia basca nel primo scorcio di ventunesimo secolo; Alaska è una narrazione apparentemente più localizzata nel microcosmo veneziano, eppure, com’è già stato anticipato, presenta altrettante tendenze allo sconfinamento, sia tematico che formale. Non ci si limita, infatti, alla narrazione della relazione adulterina tra Maia, giovane artista iscritta all’Accademia di Belle Arti, e Sergio, pescatore di barena – relazione che si intreccia ad altre amicizie e frequentazioni sessuali, senza per questo impigliarsi nelle reti di quel ménage à trois che ha una tradizione tutto sommato borghese (e, quindi, di una narrazione che potrebbe risultare infine monocorde, se non anche stucchevole). Se nella prima parte del romanzo, molte pagine sono effettivamente dedicate ai dettagli psicologici ed esistenziali del rapporto tra Sergio e Maia – con affondi notevoli, ad esempio, sull’amore come “indietreggiamento” – è pur vero, d’altra parte, che Alaska sembra costruito per smentire i truismi sull’arte, e dunque anche sulla letteratura, delle lezioni dell’Accademia seguite da Maia, dove «quasi tutti i discorsi […] avevano a che fare con la passione erotica tra un uomo e una donna». Dopo l’esplosione nella prima parte, infatti, la relazione tra Sergio e Maia regredisce gradualmente sullo sfondo nella seconda sezione, lasciando spazio a un “ritratto dell’artista da giovane” che, a differenza del testo joyciano, è giocato principalmente sul filo dell’annichilimento e della sparizione, sia nella dimensione psichica che in quella corporale. Non di rado si toccano i territori, altrettanto precari e in continua ridefinizione, della memoria e del sogno (come si legge, ad esempio: «Accadeva a tutti gli artisti? Per riuscire a comunicare al mondo bucavano la superficie di un sogno»), mentre si fa largo un soggetto in prima persona plurale vagamente weird, ossia dall’incerta collocazione ontologica, che guarda alla storia di Maia in una chiave che è anche metaletteraria. La terza e ultima parte procede ancora più scopertamente in quest’ultima direzione, con uno scritto di un amico di Maia, Louis, su una delle prime opere di richiamo dell’artista, un’installazione intitolata “Stanza con sconosciuti”. La scelta metaletteraria duplica il romanzo nel romanzo scritto dal personaggio di Dominique Luque nella Mischia; stavolta, però, il percorso sottostante non sembra riguardare tanto l’intreccio tra letteratura e realtà in un contesto di trauma, quanto un approccio all’arte che sia obliquo rispetto a quello – forse più frontale, e in realtà più sterile – della critica d’arte. Quest’ultima viene parodiata in alcuni luoghi del testo con apparente velocità, ma con più intenzionalità, forse, rispetto a un semplice vezzo autoriale, per consentire anche a chi legge una libertà di sguardo, verso il fatto artistico, che si liberi da lacci e lacciuoli ora disciplinari, ora ideologici. Metaletterarietà non significa nemmeno citazionismo, diversamente da quanto accadeva nella scrittura postmoderna propriamente detta: tra i riferimenti artistici e critici, sia finzionali che reali, che costellano il testo – con una certa discrezione, evitando il puro e semplice name dropping – ne spicca con ogni probabilità uno, almeno nella mia lettura. Si tratta di quel Cesco Pizzigani, scalpellino della Scuola Grande di San Marco, nel Cinquecento, che vendette la propria bottega per la malattia e morte della moglie, ritrovandosi quindi, in miseria, a mendicare davanti alla propria opera. Gli si attribuisce anche il cosiddetto “graffito del levantino con il cuore in mano”, altra narrazione dai tratti leggendari di un giovane matricida poi suicidatosi nella laguna davanti agli occhi di Pizzigani. Maia ribalta questa storia, appropriandosi dello sguardo dell’artista in una condizione di estrema disperazione, annichilimento e sparizione, facendone spinta produttiva e artistica e infine consolidando la propria carriera anziché terminarla. Una riscossa del female gaze, o sguardo femminile, sull’arte, si potrebbe dire, che si unisce all’anti-accademismo della parodia della critica d’arte, lasciando forse intravvedere in filigrana accenti della scrittura d’arte e romanzesca di John Berger in quella di Maini – senz’alcuna derivazione o epigonismo, anzi accrescendo ulteriormente l’intensità dei singoli passaggi e la qualità palinsestuale dell’insieme.     L'articolo Valentina Maini / John Berger in laguna proviene da Pulp Magazine.
April 11, 2026
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Giorgia Tribuiani / La gente fa del suo meglio, eppure…
Nel nostro panorama editoriale, l’appena quarantenne Giorgia Tribuiani è una delle massime esperte delle tematiche, delle strategie e delle tecniche del cosiddetto “perturbante” in letteratura. Il “perturbante” non è l’orrifico, ma è quella sensazione di ansia e di paura che emerge improvvisamente quando accade qualcosa di inaspettato nelle situazioni o negli oggetti per noi assolutamente familiari. Il perturbante è un tema psicoanalitico, per come ce lo consegna Freud nei suoi studi, ma è anche un tema letterario per come invece lo usa un grandissimo del genere come Stephen King che in Italia conta molti estimatori, ma non molti veramente esperti come, ad esempio, sono Luca Briasco e certamente la Tribuiani stessa. Giunta ormai al suo quarto libro che ne ha segnato nel tempo un profilo coerente nella ricerca tematica e in una instancabile innovazione stilistica, Tribuiani propone in questi giorni un’intensa e avvincente favola nera: Pezzi. La struttura del racconto è da subito chiara: il villaggio di G dovrà risolvere un macabro gioco a premi di cui non si immaginava minimamente l’esistenza. Non ci sono alternative. Il regolamento è chiaro: si perdono penalità se si sbaglia, se si rubano gli indizi, se si coinvolge qualcuno di esterno al villaggio. La posta in gioco è molto alta: la vita di un uomo a cui, ogni giorno, un piccolo pezzo del corpo viene amputato e consegnato agli abitanti per l’identificazione. I tramiti di questa operazione sono diciassette merli che improvvisamente, il primo giorno, si presentano alla vista degli abitanti del paese di G. Immediatamente, viene alla mente la riuscita serie televisiva coreana Squid Game ma il riferimento dell’autrice del libro va direttamente a Lars von Trier e al film Dogville che suscitò reazioni entusiaste come critiche feroci (ancorché minoritarie). In comune con Dogville c’è anche una mappa del Paese di G che, al centro del libro, si presenta curiosamente come composto da due sfere poco comunicanti tra loro. Ma è inutile cercare veramente lo spazio e il tempo in una vicenda che potrebbe essere ambientata in un passato non definito, durante un inverno qualsiasi, verosimilmente in centro Italia, su una collina che sembra “il groppone di un placido animale dal folto pelo bianco” raccontato da un narratore onnisciente in un italiano antico più vicino a un dialetto (ma molto comprensibile) che alle asciutte prose contemporanee. In verità tutto questo sarebbe anche inutile perché ciò che interessa a chi scrive sono le persone, gli abitanti del villaggio presi nelle loro dimensioni individuali, familiari e sociali. Ogni capitolo è dedicato a ciascuno di essi. Vi sono il Sindaco e il Sarto, la Panettiera e il Lustrascarpe, il Becchino e il Dottore, il Lustrascarpe e l’Artigiano, il Droghiere, il Cantante, il Droghiere, il Possidente e il Taverniere. Ma anche il Cacciatore, la Cuoca, il Macellaio, la Verduraia, l’Ottico e la Pazza. E non finisce qui, molti di loro hanno famiglia… ma in questo momento non conta. Sono di fatto persone comuni con i loro difetti e le loro piccole virtù che conducono una vita sociale abbastanza soddisfacente in cui si si riconoscono l’uno con l’altro e, se del caso, si aiutano e si sostengono reciprocamente. Quando nella loro vita collettiva fa irruzione il “gioco dei pezzi” progressivamente tutto finisce e dalla dimensione sociale si passa a far prevalere un forte individualismo fondato sulla paura dell’altro e sulla necessità di prevaricare. Emergono fatti e comportamenti assai meschini, a volte terribili. Le congetture, le furbizie e gli espedienti, le alleanze e le discriminazioni crescono e si consumano nell’arco di sei giorni. Il paese di G ricorda certi villaggi ottocenteschi dell’America rurale raccontati magistralmente da Mark Twain con in più un pizzico di ironia che Tribuiani non disdegna ma che, in molti casi, sostituisce, con un sarcasmo morale tutto ben rappresentato da Lars von Trier in esergo: «La gente di qui sta facendo del suo meglio, nonostante molte difficili circostanze». «Ma questo meglio è abbastanza buono?» L'articolo Giorgia Tribuiani / La gente fa del suo meglio, eppure… proviene da Pulp Magazine.
April 9, 2026
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Grazie all’International Booker Prize che ci fa scoprire i nostri talenti nascosti
L’ International Booker Prize è un premio estremamente interessante. Figlio degnissimo del Man Booker, sicuramente il più prestigioso tra tutti i premi europei, direi l’unico che riesce a scegliere non solo libri belli e importanti ma anche autori capaci di continuare a produrre libri belli e importanti. Da dieci anni l’International Booker Prize premia il miglior libro tradotto in inglese da qualsiasi lingua. Il premio è generoso e diviso equamente tra autore e traduttore, e quindi tiene insieme uno sguardo ampio sulla letteratura di tutti i paesi – anche quelli emergenti – purchè resa accessibile attraverso la traduzione, e il riconoscimento dell’importanza dei traduttori, in un momento storico in cui la professione rischia di essere soppiantata dall’intelligenza artificiale. All’inizio di marzo era stata pubblicata la Long List e il 31 marzo è stata resa nota la Short List. Nella Long List, composta di tredici libri tradotti da undici lingue, c’era un solo libro italiano, The duke, Il duca, di Matteo Melchiorre. Un libro che qui in Italia è passato sostanzialmente inosservato, pur essendo pubblicato da Einaudi nel 2022 e tradotto in quasi tutte le lingue europee: Un autore con molti riconoscimenti ma uno scarso seguito di pubblico. Purtroppo The duke non è entrato nella short list. Intanto però si è creato un interesse intorno al romanzo e al suo autore, che non può che fare del bene al libro e a noi lettori. E certo il libro è del tutto particolare nel panorama italiano. Innanzitutto per la scrittura, quasi d’altri tempi, eppure così bella e convincente che è un peccato staccarsene a libro finito e non trovarla in nessun altro libro, se non negli altri dello stesso autore, in una versione però a mio parere meno raffinata e compiuta. Questa lingua dal sapore colto e passato ci porta in un racconto senza tempo, seppure perfettamente circostanziato e concreto. Il duca è in realtà un giovane conte, unico erede di una ricca e blasonata famiglia di possidenti, che si ritrova solo e va a vivere nella villa di famiglia, una volta solo casa di vacanze, in un borgo montano dal nome inventato e dalla geografia non riconoscibile. Il duca si dedica ai lavori pratici di manutenzione della casa e del giardino, alla gestione delle terre ereditate, soprattutto boschi, e allo studio delle carte che i suoi antenati gli hanno lasciato in abbondanza. Pur di indole pacifica e tranquilla, si lascia trascinare in una paradossale diatriba con un personaggio del paese, un allevatore in espansione, da cui tutti i compaesani sembrano dipendere in un modo o in un altro; la diatriba, partita dai confini di un bosco, evolve in un crescendo di dispetti e contese. Senza volerlo, il duca sente dentro di sè il richiamo del sangue e dell’appartenenza famigliare, il potere degli avi che avevano spadroneggiato nelle terre che lui ora abita. Fa delle cose di cui sa che si pentirà e scava sempre più indietro e più a fondo nell’oscurità delle origini. L’antichità della sua famiglia gli garantisce infatti la ricchezza, ma non di certo un passato limpido e sereno. Che anzi più si approfondisce la conoscenza degli antenati, più emergono figure oscure, scandali, bruttezze. Sullo sfondo, o meglio come coprotagonista, c’è la montagna. Minacciosa e potente. I pascoli abbandonati e invasi dal bosco, che sembra scendere a grandi passi in paese per appropriarsi anche di quello spazio. Una montagna sempre meno frequentata. Mentre il paese è ancora abitato da poche persone che sono lì da sempre, che si sentono isolate, che non sanno immaginare una vita diversa da quella che gli è toccata. Qualcuno è più saggio e qualcuno più scriteriato, qualcuno si beve via la vita, qualcuno se ne va o se ne è andato. Restano leggende e storie la cui verità non è mai stata verificata. Restano misteri e segreti da nascondere. Finché un giorno una tempesta di vento di proporzioni mai viste attraversa la montagna e il paese, abbattendo gli alberi come fossero fiammiferi, scoperchiando le case, distruggendo in modo irreparabile tutto quello che trova sul suo percorso. La tempesta è però una sorta di liberazione, crea quella scansione del tempo in “prima” e “dopo” che facilita la riflessione, i bilanci e poi le scelte. Per il duca è una liberazione anche in senso letterale: dalla devastazione della villa alla sparizione dei boschi di sua proprietà e oggetto di contesa, arriva anche un disvelamento del passato e la chiarezza che dovrà scegliere dove vivere e dove stare. Il romanzo ha un passo lento e solenne, e ogni scena, raccontata in prima persona, ha una consistenza e una densità quasi solida. Ed è un romanzo sulla montagna che non la idealizza, non la mitizza. Anzi ne rende la realtà di luogo particolare che impone uno sguardo cauto sulle cose del mondo, e un sentire pacato per quanto intenso. Impone anche un contenersi, un darsi dei limiti interiori. La lingua così strutturata, ricercata e precisa sostiene questa necessità di contenimento e sobrietà. Nel mondo sbracato e chiassoso nel quale quotidianamente abitiamo, sembra quasi un miracolo. Fa pensare ma allora quando vogliamo siamo ancora capaci di darci un freno, di contenerci, di cercare delle parole che non siano le prime che ci vengono in mente, di parlare non direttamente dalla pancia ma passando prima dalla mente che ha assorbito conoscenze, principi, storia, cultura. Fa pensare anche al detto latino “nemo profeta in patria”, per capire come mai un libro di tale valore e di tale originalità abbia avuto bisogno della segnalazione di un premio internazionale perché la stampa, gli influencer e i lettori se ne accorgessero. Ma non lamentiamoci e ringraziamo l’esistenza e l’attenzione dell’International Booker Prize per averci fatto questo regalo. L'articolo Grazie all’International Booker Prize che ci fa scoprire i nostri talenti nascosti proviene da Pulp Magazine.
April 8, 2026
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