Mauro Covacich / La disperazione della classe media
Lina è un puntino luminoso che si muove fra le pagine. È una bambina diversa,
probabilmente down, si dimentica di usare gli articoli ma le sue parole sono
semplici e limpide, trasmettono la freschezza del mondo appena scoperto. Lina fa
fatica a fare i compiti, a concentrarsi, a fare astrazioni; a scuola qualcuno la
chiama mongolina, ma le amiche condividono con lei le prime emozioni e le prime
esplorazioni sessuali. Quello che piace di più a Lina è ascoltare le storie.
Soprattutto quelle che le racconta Max, il compagno della madre, sulla strada di
ritorno da scuola: la storia della zuppa di sasso e degli animali che si trovano
tutti insieme a tavola è la sua preferita, se la fa ripetere uguale tutti i
giorni e se potesse anche più di una volta al giorno. Lina ha intatta
l’innocenza e soprattutto la meraviglia di fronte al mondo.
Che contrasto con sua madre, imprigionata in un lavoro che magari amerebbe anche
ma nei fatti detesta: Elena è fisioterapista in un club di tennis esclusivo,
detesta i suoi clienti ricchi e malandati ma assetati di vita, li detesta
fisicamente eppure li deve toccare e manipolare. Elena è separata e si è dovuta
trasferire alla periferia di Roma, e non riesce a perdonare l’ex marito per
averle imposto questo cambiamento. La sua rabbia si estende al nuovo compagno
Max, che sta ingrassando e che anche se contribuisce da tutti i punti di vista
al ménage famigliare non è quello che Elena si era immaginato. Ma pure il mondo
intero è insopportabile, così che Elena finisce per trovare sfogo, e un piacere
perverso, nel rigare con le chiavi del motorino il Suv lussuoso e nuovissimo con
cui si trova a condividere il traffico.
Un unico rapporto sembra essere ancora carico di affetto e tenerezza, e non è
quello con Lina. Elena ama Lina ma non riesce ad affrontarne la condizione
speciale con naturalezza, sembra seguire con impazienza e insofferenza le
indicazioni, immaginarie o reali, di psicologi e assistenti sociali. Il rapporto
di affetto e tenerezza è quello con la madre pressoché immobilizzata, che riceve
ogni giorno un enorme mazzo di rose rosse ma non vuole dire da chi, che ritrova
il piacere di vivere solo nella sigaretta fumata alla finestra. Con lei Elena
diventa contemporaneamente madre e figlia, condivide ricordi, confessa i suoi
sogni, e si scioglie appena.
E che dire di Carlotta, l’ex compagna di Max, giornalista colta e di successo di
giorno, in cerca di sesso di notte. Un sesso sempre più estremo ma sempre
asettico, sotto falso nome e falsi gusti. Carlotta arrabbiata per aver perso Max
e per non riuscire a perdonarlo o a dimenticarlo. E Max? Max è quell’uomo che
con Lina è dolce e gentile, paziente e protettivo. Che appena uscito di casa va
a mangiarsi un panino con la porchetta. Che scriveva, ma ora passa le giornate a
camminare perché non riesce più a scrivere. Che finisce per dedicarsi a
insultare sui social Carlotta, ex amata abbandonata e rimpianta. Come se la sua
parte oscura, cupa e terribile dovesse trovare una via d’uscita, non importa se
devasterà tutto.
Con quanta onestà e quanta crudezza Mauro Covacich ci mette di fronte alla
realtà. Una realtà che preferiremmo non vedere: perché quand’è che il sesso è
stato separato dall’amore in un modo così radicale da diventare un puro
esercizio fisico o uno spazio di potere? Quand’è che il cibo non è più
nutrimento e cura e piacere, ma un dovere faticoso, oggetto di contabilità
ossessiva? Quando essere genitori è diventato una questione di precetti
psicologici, formule meccaniche che hanno soppiantato l’affetto e la premura?
Quando gli unici atti di libertà e di espressione sono diventati rigare un Suv
di lusso o insultare sui social? Quando la classe media, quell’insieme
eterogeneo di individui con una professione, una certa cultura, un reddito
ragionevole, ha smesso di guardare il resto del mondo e si è chiusa nel suo
scontento e nel suo magone?
Dovremmo ripercorrere la storia, del nostro paese e degli altri paesi,
quantomeno dell’Europa, e scomodare il turbocapitalismo, la globalizzazione, la
polarizzazione degli interessi, le diseguaglianze estreme, lo sfaldamento delle
piccole comunità a favore di una società liquida in cui ognuno è sempre più
solo, unico responsabile dei propri errori o anche solo delle proprie
insoddisfazioni. E sicuramente troveremmo profonde ragioni sociologiche e
complesse. Oppure potremmo ascoltare Lina e quella sua risata canterina.
Guardare Lina e vedere tutto come nuovo, e quindi interessante e sorprendente.
Seguire Lina e darci delle possibilità. Lina, quel puntino luminoso che si muove
tra le pagine, davvero potrebbe diventare la salvezza.
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