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Luigi Nacci / Il libro del figlio
«Come si fa? Ho chiesto a mamma al pranzo del loro ultimo anniversario. A fare cosa? A essere come voi. Come siamo? Una cosa sola. Sacrificio». Si scrive per dimenticare, per elaborare, si scrive per ricordare, affinché ogni cosa del nostro essere non sia del tutto perduta. Il tempo dei semplici del triestino Luigi Nacci, secondo romanzo dell’autore, è questo, una costellazione di momenti, una preziosa corolla di ricordi, un “libro del figlio” che celebra con passione e tenerezza la vita dei genitori e il suo rapporto con essi. Nacci è un viandante, un cercatore di tutte quelle semplicità che si annidano nella moltitudine di attimi che formano un’esistenza, delle semplicità di valore e sostanza che impreziosiscono, donano spessore e profondità a un modo di vivere pressoché dimenticato. In questo romanzo un figlio racconta i suoi genitori con gli occhi dell’infanzia, dell’adolescenza e del suo essere adulto; narra la stima, l’affetto, la tenerezza, i sacrifici, le premure, le gioie e i dolori, con sincerità e con costante e mai immutata ammirazione.«Lei è così, sboccia clamorosa come una peonia selvatica e sbocciando saluta tutto e tutti». La made e il padre, per lui nel romanzo mamma e papà, sono sempre una cosa sola, due esistenze che da sempre si completano. Il ruolo della famiglia è centrale, la strada, la risposta al grande viaggio che è la vita, ma la famiglia cresce, invecchia, il figlio vede il lento e ineluttabile declino fisico, la paura della perdita e l’incognita del futuro diventano paura strisciante, presenza fastidiosa che si insinua nel legame, che si riflette negli oggetti della casa, negli odori, in ogni attimo della quotidianità. Il figlio, mamma e papà, una quarta persona da ricordare e celebrare, tutti i parenti di Trieste, quelli di “giù”, quelli sparsi nel mondo, sono i protagonisti di questo libro dei ricordi, ma vi è un altro personaggio, quello che più spaventa, quello che per la maggior parte delle persone è anche solo difficile nominare: la morte. La morte è un personaggio che diventa “vivo”, è ovunque, un orizzonte sempre presente, visibile, tangibile, con connotazioni reali, talvolta positive, perché la morte è come la vita, fa parte della nostra esistenza e i vivi si relazionano con i propri morti. In questo romanzo la morte è rispettata, celebrata e attesa. Nacci ambienta il suo romanzo a Trieste, dandole un ruolo duale, adottando scenografie poco conosciute e poco narrate. Il mosaico architettonico composto dalle linee pulite dei palazzi asburgici, da quelle eleganti in stile liberty, da quelle rigide a austere del razionalismo e del moderno brutalismo, viene abbandonato; la Trieste di Nacci è verde come le selve che custodiscono le osmize, blu come il mare nel porto, grigia come i palazzoni della periferia abitata da ogni tipo di etnia, dai triestini ma anche dagli italiani immigrati dal sud. «Si vede anche un pezzo di mare, con le banchine in cui attraccano le petroliere. Non ha niente a che fare con il mare di piazza Unità, è un mare operaio il nostro, di amianto e catrame». Il romanzo, scritto con una prosa apparentemente semplice, come a riflettere il senso e la vita dei suoi personaggi, nasconde una chiave intima e poetica, frasi brevi, precise, incisive che donano al testo profondità e musicalità. I capitoli brevi formano un album dei ricordi, sono polaroid di fotografie nitide in cui il lettore, con un gesto semplice e lento come quello dello sfogliare, respira nel suono del fruscio delle pagine la pura e dolce genuinità dei valori e degli affetti che non devono essere dimenticati. L'articolo Luigi Nacci / Il libro del figlio proviene da Pulp Magazine.
April 22, 2026
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Niccolò Ammaniti / Sicilia Dreaming
Triscina è una frazione nel sud più sperduto della Sicilia, settecento quaranta anime, la malavita e la mafia che controllano la vita di tutti, ritmi lenti, segreti custoditi con il massimo riserbo, la famiglia prima di tutto. Ed è qui che vive Nilo, un ragazzino di tredici anni, insieme alla madre Agata e alla zia Rosi. Le due donne gestiscono un laboratorio di marmi, una copertura che nasconde ben altro. Il ragazzino non fa una vita come quella degli altri adolescenti, non è libero di giocare e frequentare troppe amicizie: la sera la madre gli dà delle gocce per farlo dormire senza sentire i rumori e i lamenti che provengono da un bagno in cui è rinchiuso un segreto di cui lui dovrà essere custode in futuro, ma che ancora non conosce. Questo è sempre stato il destino della sua famiglia. In paese tutti sanno dell’esistenza di questa entità malvagia, tanto che a volte richiedono l’aiuto di Agata per far scomparire testimoni e persone scomode. La vita sembra scorrere senza troppe scosse, senza alcuna novità, con un ritmo che il caldo rende lento e prevedibile. Ma a un certo punto arrivano in paese Arianna e Saskia, una madre che si mantiene con Onlyfans e una figlia di dieci anni che è dovuta crescere più velocemente del previsto a causa di una vita non adatta a lei. L’incontro di Nilo con le due è dirompente: per la prima volta il ragazzo si rende conto che esiste qualcosa al di fuori di Triscina e della famiglia, anche se la madre gli ha sempre detto che il suo mondo sarà quello. Nilo fa amicizia con la bambina ma prova un desiderio irrefrenabile verso Arianna, una donna diametralmente opposta come carattere ed abitudini alla madre e alla zia. Agata gli intima più volte di non vederle più, ma lui trova sempre il modo di incontrarle. E l’amore, la scoperta dei sentimenti è il primo passo per passare attraverso l’adolescenza. Come spesso accade, il protagonista di Ammaniti è un adolescente e in questo romanzo l’autore indaga sul desiderio come forza trainante della vita. Con il suo stile essenziale, direi a volte scarno, mostra scenari inquietanti e apertissimi senza, per scelta, approfondirli troppo. Il non detto che funziona come e forse più dell’espresso, spingendo il lettore a riflessioni che sfidano le nostre convinzioni e le nostre idee. Il realismo che convive con il surrealismo, Ammaniti rende credibili anche situazioni assolutamente assurde facendo entrare il lettore in mondi magici con estrema facilità: il mito di Medusa tra mitologia e attualità, realtà e leggenda giocando con una serie di sentimenti che vanno dalla disumanità alla tenerezza, dall’amore all’ostilità in un crescendo di avvenimenti che si concludono con un colpo di scena inaspettato. Le chiavi di lettura e di riflessione sono molteplici come solo uno scrittore della maestria di Ammaniti può indurre al lettore in un testo abbastanza breve, che qualcuno ha definito più un racconto lungo che un romanzo. Ma questo, di fronte a tutto il resto, non è che un dettaglio superfluo.   L'articolo Niccolò Ammaniti / Sicilia Dreaming proviene da Pulp Magazine.
April 21, 2026
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Valentina Maini / John Berger in laguna
Romanzo lagunare e sull’arte, Alaska promette a ogni pagina di essere anche qualcosa di più, per una sorta di impulso trascendente, sostenuto quasi unicamente dalla forza della scrittura. Ed è un proposito spesso mantenuto; d’altra parte, Valentina Maini si era già segnalata all’esordio, La mischia (2020, Bollati Boringhieri), per una lingua assai viva e rigogliosa, e al tempo stesso controllata e flessibile rispetto alle esigenze architettoniche della forma-romanzo. In quel caso, Maini aveva proposto una sorta di “storia europea della violenza contemporanea” attraverso il prisma della storia basca nel primo scorcio di ventunesimo secolo; Alaska è una narrazione apparentemente più localizzata nel microcosmo veneziano, eppure, com’è già stato anticipato, presenta altrettante tendenze allo sconfinamento, sia tematico che formale. Non ci si limita, infatti, alla narrazione della relazione adulterina tra Maia, giovane artista iscritta all’Accademia di Belle Arti, e Sergio, pescatore di barena – relazione che si intreccia ad altre amicizie e frequentazioni sessuali, senza per questo impigliarsi nelle reti di quel ménage à trois che ha una tradizione tutto sommato borghese (e, quindi, di una narrazione che potrebbe risultare infine monocorde, se non anche stucchevole). Se nella prima parte del romanzo, molte pagine sono effettivamente dedicate ai dettagli psicologici ed esistenziali del rapporto tra Sergio e Maia – con affondi notevoli, ad esempio, sull’amore come “indietreggiamento” – è pur vero, d’altra parte, che Alaska sembra costruito per smentire i truismi sull’arte, e dunque anche sulla letteratura, delle lezioni dell’Accademia seguite da Maia, dove «quasi tutti i discorsi […] avevano a che fare con la passione erotica tra un uomo e una donna». Dopo l’esplosione nella prima parte, infatti, la relazione tra Sergio e Maia regredisce gradualmente sullo sfondo nella seconda sezione, lasciando spazio a un “ritratto dell’artista da giovane” che, a differenza del testo joyciano, è giocato principalmente sul filo dell’annichilimento e della sparizione, sia nella dimensione psichica che in quella corporale. Non di rado si toccano i territori, altrettanto precari e in continua ridefinizione, della memoria e del sogno (come si legge, ad esempio: «Accadeva a tutti gli artisti? Per riuscire a comunicare al mondo bucavano la superficie di un sogno»), mentre si fa largo un soggetto in prima persona plurale vagamente weird, ossia dall’incerta collocazione ontologica, che guarda alla storia di Maia in una chiave che è anche metaletteraria. La terza e ultima parte procede ancora più scopertamente in quest’ultima direzione, con uno scritto di un amico di Maia, Louis, su una delle prime opere di richiamo dell’artista, un’installazione intitolata “Stanza con sconosciuti”. La scelta metaletteraria duplica il romanzo nel romanzo scritto dal personaggio di Dominique Luque nella Mischia; stavolta, però, il percorso sottostante non sembra riguardare tanto l’intreccio tra letteratura e realtà in un contesto di trauma, quanto un approccio all’arte che sia obliquo rispetto a quello – forse più frontale, e in realtà più sterile – della critica d’arte. Quest’ultima viene parodiata in alcuni luoghi del testo con apparente velocità, ma con più intenzionalità, forse, rispetto a un semplice vezzo autoriale, per consentire anche a chi legge una libertà di sguardo, verso il fatto artistico, che si liberi da lacci e lacciuoli ora disciplinari, ora ideologici. Metaletterarietà non significa nemmeno citazionismo, diversamente da quanto accadeva nella scrittura postmoderna propriamente detta: tra i riferimenti artistici e critici, sia finzionali che reali, che costellano il testo – con una certa discrezione, evitando il puro e semplice name dropping – ne spicca con ogni probabilità uno, almeno nella mia lettura. Si tratta di quel Cesco Pizzigani, scalpellino della Scuola Grande di San Marco, nel Cinquecento, che vendette la propria bottega per la malattia e morte della moglie, ritrovandosi quindi, in miseria, a mendicare davanti alla propria opera. Gli si attribuisce anche il cosiddetto “graffito del levantino con il cuore in mano”, altra narrazione dai tratti leggendari di un giovane matricida poi suicidatosi nella laguna davanti agli occhi di Pizzigani. Maia ribalta questa storia, appropriandosi dello sguardo dell’artista in una condizione di estrema disperazione, annichilimento e sparizione, facendone spinta produttiva e artistica e infine consolidando la propria carriera anziché terminarla. Una riscossa del female gaze, o sguardo femminile, sull’arte, si potrebbe dire, che si unisce all’anti-accademismo della parodia della critica d’arte, lasciando forse intravvedere in filigrana accenti della scrittura d’arte e romanzesca di John Berger in quella di Maini – senz’alcuna derivazione o epigonismo, anzi accrescendo ulteriormente l’intensità dei singoli passaggi e la qualità palinsestuale dell’insieme.     L'articolo Valentina Maini / John Berger in laguna proviene da Pulp Magazine.
April 11, 2026
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Giorgia Tribuiani / La gente fa del suo meglio, eppure…
Nel nostro panorama editoriale, l’appena quarantenne Giorgia Tribuiani è una delle massime esperte delle tematiche, delle strategie e delle tecniche del cosiddetto “perturbante” in letteratura. Il “perturbante” non è l’orrifico, ma è quella sensazione di ansia e di paura che emerge improvvisamente quando accade qualcosa di inaspettato nelle situazioni o negli oggetti per noi assolutamente familiari. Il perturbante è un tema psicoanalitico, per come ce lo consegna Freud nei suoi studi, ma è anche un tema letterario per come invece lo usa un grandissimo del genere come Stephen King che in Italia conta molti estimatori, ma non molti veramente esperti come, ad esempio, sono Luca Briasco e certamente la Tribuiani stessa. Giunta ormai al suo quarto libro che ne ha segnato nel tempo un profilo coerente nella ricerca tematica e in una instancabile innovazione stilistica, Tribuiani propone in questi giorni un’intensa e avvincente favola nera: Pezzi. La struttura del racconto è da subito chiara: il villaggio di G dovrà risolvere un macabro gioco a premi di cui non si immaginava minimamente l’esistenza. Non ci sono alternative. Il regolamento è chiaro: si perdono penalità se si sbaglia, se si rubano gli indizi, se si coinvolge qualcuno di esterno al villaggio. La posta in gioco è molto alta: la vita di un uomo a cui, ogni giorno, un piccolo pezzo del corpo viene amputato e consegnato agli abitanti per l’identificazione. I tramiti di questa operazione sono diciassette merli che improvvisamente, il primo giorno, si presentano alla vista degli abitanti del paese di G. Immediatamente, viene alla mente la riuscita serie televisiva coreana Squid Game ma il riferimento dell’autrice del libro va direttamente a Lars von Trier e al film Dogville che suscitò reazioni entusiaste come critiche feroci (ancorché minoritarie). In comune con Dogville c’è anche una mappa del Paese di G che, al centro del libro, si presenta curiosamente come composto da due sfere poco comunicanti tra loro. Ma è inutile cercare veramente lo spazio e il tempo in una vicenda che potrebbe essere ambientata in un passato non definito, durante un inverno qualsiasi, verosimilmente in centro Italia, su una collina che sembra “il groppone di un placido animale dal folto pelo bianco” raccontato da un narratore onnisciente in un italiano antico più vicino a un dialetto (ma molto comprensibile) che alle asciutte prose contemporanee. In verità tutto questo sarebbe anche inutile perché ciò che interessa a chi scrive sono le persone, gli abitanti del villaggio presi nelle loro dimensioni individuali, familiari e sociali. Ogni capitolo è dedicato a ciascuno di essi. Vi sono il Sindaco e il Sarto, la Panettiera e il Lustrascarpe, il Becchino e il Dottore, il Lustrascarpe e l’Artigiano, il Droghiere, il Cantante, il Droghiere, il Possidente e il Taverniere. Ma anche il Cacciatore, la Cuoca, il Macellaio, la Verduraia, l’Ottico e la Pazza. E non finisce qui, molti di loro hanno famiglia… ma in questo momento non conta. Sono di fatto persone comuni con i loro difetti e le loro piccole virtù che conducono una vita sociale abbastanza soddisfacente in cui si si riconoscono l’uno con l’altro e, se del caso, si aiutano e si sostengono reciprocamente. Quando nella loro vita collettiva fa irruzione il “gioco dei pezzi” progressivamente tutto finisce e dalla dimensione sociale si passa a far prevalere un forte individualismo fondato sulla paura dell’altro e sulla necessità di prevaricare. Emergono fatti e comportamenti assai meschini, a volte terribili. Le congetture, le furbizie e gli espedienti, le alleanze e le discriminazioni crescono e si consumano nell’arco di sei giorni. Il paese di G ricorda certi villaggi ottocenteschi dell’America rurale raccontati magistralmente da Mark Twain con in più un pizzico di ironia che Tribuiani non disdegna ma che, in molti casi, sostituisce, con un sarcasmo morale tutto ben rappresentato da Lars von Trier in esergo: «La gente di qui sta facendo del suo meglio, nonostante molte difficili circostanze». «Ma questo meglio è abbastanza buono?» L'articolo Giorgia Tribuiani / La gente fa del suo meglio, eppure… proviene da Pulp Magazine.
April 9, 2026
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Grazie all’International Booker Prize che ci fa scoprire i nostri talenti nascosti
L’ International Booker Prize è un premio estremamente interessante. Figlio degnissimo del Man Booker, sicuramente il più prestigioso tra tutti i premi europei, direi l’unico che riesce a scegliere non solo libri belli e importanti ma anche autori capaci di continuare a produrre libri belli e importanti. Da dieci anni l’International Booker Prize premia il miglior libro tradotto in inglese da qualsiasi lingua. Il premio è generoso e diviso equamente tra autore e traduttore, e quindi tiene insieme uno sguardo ampio sulla letteratura di tutti i paesi – anche quelli emergenti – purchè resa accessibile attraverso la traduzione, e il riconoscimento dell’importanza dei traduttori, in un momento storico in cui la professione rischia di essere soppiantata dall’intelligenza artificiale. All’inizio di marzo era stata pubblicata la Long List e il 31 marzo è stata resa nota la Short List. Nella Long List, composta di tredici libri tradotti da undici lingue, c’era un solo libro italiano, The duke, Il duca, di Matteo Melchiorre. Un libro che qui in Italia è passato sostanzialmente inosservato, pur essendo pubblicato da Einaudi nel 2022 e tradotto in quasi tutte le lingue europee: Un autore con molti riconoscimenti ma uno scarso seguito di pubblico. Purtroppo The duke non è entrato nella short list. Intanto però si è creato un interesse intorno al romanzo e al suo autore, che non può che fare del bene al libro e a noi lettori. E certo il libro è del tutto particolare nel panorama italiano. Innanzitutto per la scrittura, quasi d’altri tempi, eppure così bella e convincente che è un peccato staccarsene a libro finito e non trovarla in nessun altro libro, se non negli altri dello stesso autore, in una versione però a mio parere meno raffinata e compiuta. Questa lingua dal sapore colto e passato ci porta in un racconto senza tempo, seppure perfettamente circostanziato e concreto. Il duca è in realtà un giovane conte, unico erede di una ricca e blasonata famiglia di possidenti, che si ritrova solo e va a vivere nella villa di famiglia, una volta solo casa di vacanze, in un borgo montano dal nome inventato e dalla geografia non riconoscibile. Il duca si dedica ai lavori pratici di manutenzione della casa e del giardino, alla gestione delle terre ereditate, soprattutto boschi, e allo studio delle carte che i suoi antenati gli hanno lasciato in abbondanza. Pur di indole pacifica e tranquilla, si lascia trascinare in una paradossale diatriba con un personaggio del paese, un allevatore in espansione, da cui tutti i compaesani sembrano dipendere in un modo o in un altro; la diatriba, partita dai confini di un bosco, evolve in un crescendo di dispetti e contese. Senza volerlo, il duca sente dentro di sè il richiamo del sangue e dell’appartenenza famigliare, il potere degli avi che avevano spadroneggiato nelle terre che lui ora abita. Fa delle cose di cui sa che si pentirà e scava sempre più indietro e più a fondo nell’oscurità delle origini. L’antichità della sua famiglia gli garantisce infatti la ricchezza, ma non di certo un passato limpido e sereno. Che anzi più si approfondisce la conoscenza degli antenati, più emergono figure oscure, scandali, bruttezze. Sullo sfondo, o meglio come coprotagonista, c’è la montagna. Minacciosa e potente. I pascoli abbandonati e invasi dal bosco, che sembra scendere a grandi passi in paese per appropriarsi anche di quello spazio. Una montagna sempre meno frequentata. Mentre il paese è ancora abitato da poche persone che sono lì da sempre, che si sentono isolate, che non sanno immaginare una vita diversa da quella che gli è toccata. Qualcuno è più saggio e qualcuno più scriteriato, qualcuno si beve via la vita, qualcuno se ne va o se ne è andato. Restano leggende e storie la cui verità non è mai stata verificata. Restano misteri e segreti da nascondere. Finché un giorno una tempesta di vento di proporzioni mai viste attraversa la montagna e il paese, abbattendo gli alberi come fossero fiammiferi, scoperchiando le case, distruggendo in modo irreparabile tutto quello che trova sul suo percorso. La tempesta è però una sorta di liberazione, crea quella scansione del tempo in “prima” e “dopo” che facilita la riflessione, i bilanci e poi le scelte. Per il duca è una liberazione anche in senso letterale: dalla devastazione della villa alla sparizione dei boschi di sua proprietà e oggetto di contesa, arriva anche un disvelamento del passato e la chiarezza che dovrà scegliere dove vivere e dove stare. Il romanzo ha un passo lento e solenne, e ogni scena, raccontata in prima persona, ha una consistenza e una densità quasi solida. Ed è un romanzo sulla montagna che non la idealizza, non la mitizza. Anzi ne rende la realtà di luogo particolare che impone uno sguardo cauto sulle cose del mondo, e un sentire pacato per quanto intenso. Impone anche un contenersi, un darsi dei limiti interiori. La lingua così strutturata, ricercata e precisa sostiene questa necessità di contenimento e sobrietà. Nel mondo sbracato e chiassoso nel quale quotidianamente abitiamo, sembra quasi un miracolo. Fa pensare ma allora quando vogliamo siamo ancora capaci di darci un freno, di contenerci, di cercare delle parole che non siano le prime che ci vengono in mente, di parlare non direttamente dalla pancia ma passando prima dalla mente che ha assorbito conoscenze, principi, storia, cultura. Fa pensare anche al detto latino “nemo profeta in patria”, per capire come mai un libro di tale valore e di tale originalità abbia avuto bisogno della segnalazione di un premio internazionale perché la stampa, gli influencer e i lettori se ne accorgessero. Ma non lamentiamoci e ringraziamo l’esistenza e l’attenzione dell’International Booker Prize per averci fatto questo regalo. L'articolo Grazie all’International Booker Prize che ci fa scoprire i nostri talenti nascosti proviene da Pulp Magazine.
April 8, 2026
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Gabriella Ambrosio / Dalla mia riva
La complessità del mondo comprende abitanti che seguono la geografia ferendosi lungo i confini – nonostante questo, da migliaia di anni gli umani circolano per contrade selvagge e sentieri tracciati tra villaggi e province coltivando e distruggendo, con la scusa di miti leggeri o mostruosi, di leggende e invenzioni. Storie d’insondabile grandezza che sempre rasentano questioni private o pubbliche d’amore e di sesso, di bellezze suggerite e magari esplosive. La geografia muta come mutano le persone, rispecchia le residenze in cui si addentrano donne e uomini che, le une negli altri, disdegnano convenzioni e psicologie mediche. Sessualità duplici si ritrovano su rive straniere, ma anche in una Genova dove le infanzie sono seppellite come quella di Nina, anima a cui Gabriella Ambrosio, napoletana di nascita, dedica il suo libro. Con la propria scrittura l’autrice accarezza il protagonista del racconto, cineasta nomade che si lascia sciogliere nella geografia attraversata e nelle anime amate per un tratto del Novecento italiano, notturno e diurno, tragico e sacro negli atti quotidiani. I confini si sfilacciano perché nessuno li vuole, nessuno dei personaggi incontrati dal protagonista “orfano di sé stesso” secondo il suo sentire, nemmeno il gatto Nostromo, compagno di barca, assunto come marinaio a quattro zampe, sempre in formidabile attesa durante i lunghi allontanamenti dell’umano bipede nei territori dei propri viaggi terrestri, amorosi, e sessuali. Tutto ruota all’interno di un Mediterraneo che conosce fin dalla classicità vicissitudini e gesti mirabili di uomini e donne uniti nel ruolo di semidei, immersi in atti appassionati non di rado deleteri. Ogni sorriso contiene materia violenta, Ambrosio ne conosce mitologie e scatenamenti rabbiosi, e privilegi di vedute: il suo romanzo ha momenti di luminosa meditazione sul senso dell’esistenza che nell’aprile strano e “crudele” (come ci ha informato Eliot nel Novecento di The Waste Land) trova l’apice dell’essere femminile e maschile in raro – nel senso di prezioso – connubio. L’acqua del mare sa come placare la terra che sarà pure “Waste” ma è pur sempre capace d’instillare ironie nella mente umana, poetica o meno. Che sia sale genovese o napoletano, o francese, sarà immancabilmente “straniera” la riva (D’ä mê riva, cantava De Andrè) su cui si assaggia il suo sapore. Ora su una riva, ora sull’altra, nessuna concessione all’atto di scegliere. Il protagonista alla fine sa come allontanarsi dalle memorie con bracciate precise una dietro l’altra per liberarsi di voci troppo invadenti. Ambrosio lo riconosce, abitante nato di fronte al mare, mai sua la scelta a quale genere di umanità appartenere, maschile o femminile. E gli fa dire: “Correre il rischio di soffrire. Nella mia millesima vita ne rivendico finalmente il diritto”. L'articolo Gabriella Ambrosio / Dalla mia riva proviene da Pulp Magazine.
April 5, 2026
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«Una perla nascosta» di Lino Cascioli
A girar per bancarelle, a prestare ascolto a lettori avvertiti, a gettare sguardi predatori a biblioteche altrui, ci si può imbattere in autentiche gemme letterarie. È il caso di un breve romanzo, in otto capitoletti, dal titolo evocativo che promette quel che il testo poi mantiene: L’isola nel mare del tempo (Edizioni Il Parnaso, pp. 99, Euro 10 a stampa). Ne è autore Lino Cascioli (1935-2011), brillante giornalista sportivo, firma di punta del quotidiano «Il Messaggero», prima ancora della «Gazzetta dello sport» e di altre testate. Ne ricordo le apparizioni agli albori della popolarissima trasmissione televisiva «Il processo del lunedì», che allora – primi anni ’80 del secolo passato – attirava come mosche gli invasati dello sport nazionale. Di quel giornalista dalla fronte stempiata mi colpiva l’eloquio colto, la posa rilassata, che contrastavano con gli accesi interventi degli iracondi suoi colleghi dalle lingue al vetriolo. Prima di approdare al giornalismo, Cascioli insegnava italiano greco e latino ai licei e a scorrerne la bibliografia si mette a fuoco un intellettuale dall’estesa varietà di interessi: pubblicazioni sul calcio (notevole la Storia fotografica del calcio italiano edita da Newton Compton) e su altri sport (il tennis, per il quale ideò dei premi, l’automobilismo), ma anche di storia, arte, pittura, tradizioni culturali e linguistiche capitoline, cinema, vinificazione, paesaggistica, e così via, libri pubblicati in solitaria o in collaborazione con affermati studiosi, per lo più con la casa editrice da lui fondata, dall’eloquente nome «Il Parnaso», attiva dal 1990 – una delle numerose realtà messe in piedi nell’inesausta attività di animatore culturale. Orbene, proprio al Parnaso affidò il volumetto in esame, apparso nel 2009. Difficile conchiuderlo in un genere preciso: giallo metafisico? romanzo ecologista? d’ambiente? Vale la pena dilungarci nella sua lettura. La trama procede su un doppio registro: da una parte si narra con impetuosa plasticità la vita dell’isola di Giannutri – gli abitanti, i traffici, la flora e gli animali, le stagioni –, dall’altra si procede con andamento giallo, in una sequela di morti violente che paiono chiamare in causa la natura stessa, violata e distrutta dalla speculazione edilizia, simboleggiata dai perturbanti gabbiani reali. La scena si apre in un’atmosfera pregna di presagi, con un mare livido e un vento gelido che recano la bettolina del primo, memorabile personaggio, l’acquaiolo Raimondo, detto Omar, «zingaro del mare» dispensatore di acqua potabile e merci, col suo carico di insulti e bestemmie. Figlio di una donna di Talamone e di un pescatore tunisino di passaggio, ha ereditato «lo spirito di avventura» e una «tremenda voglia di vendetta» per le umiliazioni patite dalla madre: questo il primo tema, l’emarginazione, rappresentata più che narrata, secondo la prescrizione show, don’t tell. Figura liminare tra mare e terra, tra commercio e contrabbando, vitalismo e disperazione, è protagonista di aneddoti sanguinosi e grotteschi (una murena attaccata allo scroto d’un pescatore di Orbetello da lui liberato), e con fisicità esuberante attraversa il romanzo come un controcanto comico e osceno all’ipocrita rispettabilità dei borghesi di terraferma. Il rito collettivo del suo arrivo a Cala Maestra introduce alla quotidianità aspra dell’isola, con i radi abitanti in fila con otri e damigiane, i contratti improvvisati, le zanzariere vendute come ancore di salvezza. Intorno, personaggi come il ciarliero «maremmano» (ma «forse era nato in Abruzzo o in Umbria»), anni prima lì approdato «per sfuggire alle carestie e alla podagra»; il saggio e silenzioso Giuseppe, guardiano dell’isola, e su tutti, Emanuele Filiberto Falcone, il baricentro morale e narrativo del racconto, «un vecchio magro e vigoroso che portava da sessant’anni quel nome ingombrante con una naturalezza priva di imbarazzo, che sconfinava nell’ironia». In questo incipit realistico giunge il primo dei flashback strutturanti il testo, che sa di epica, quella di uomini che di fronte alle avversità della vita non si piegano, ma anzi rinvigoriscono. Nel nuovo capitolo s’introduce un’altra figura cardine, dal nome pirandelliano, quel Famiano Pirri sprezzantemente soprannominato «la Cozza» per indossare sempre lo stesso vestito. Ex segretario comunale, licenziato per traffico di foto pornografiche, giunge a Giannutri in qualità di assistente del sindaco di Porto Santo Stefano, maleodorante «come un topo morto». Simbolo di una burocrazia meschina e provinciale, è il personaggio più satirico del libro: recita la parte dell’uomo d’ordine ma dispensa permessi falsi, favorisce cacciatori di frodo, ed è il primo a temere e alimentare il panico collettivo che prende gli isolani quando la tranquillità del luogo viene turbata dal cadavere di una donna rinvenuto da alcuni pescatori tra gli scogli, col volto divorato da topi e gabbiani, la mammella squarciata, il corpo sfregiato da morsi e beccate. Novello Watson, il funzionario corrotto insinua una violenza sessuale e ne accusa i pescatori, ma il saggio Emanuele Filiberto, Sherlock Holmes dell’isola, sa interpretare gli indizi: l’ipotesi, inquietante ma plausibile, è quella di una morte provocata da un gabbiano reale incattivito, a difesa del nido. In pochi, sapidi tocchi, con uso sapiente del dialogo, il fraseggio lungo e ondoso che mima il movimento del pensiero e del mare, lo scorrere del tempo (presenze pervasive sin dal titolo, con l’insularità), la voce narrante costruisce la giusta tensione, le relazioni tra i personaggi, i loro caratteri e il loro passato: in meno di dieci pagine è già lampante l’abilità dell’autore. Dal terzo capitolo, la struttura corale del testo piega sul protagonista, del quale, con mirate analessi, viene resa la vicenda: un sacerdote che ha smesso la tonaca per amore di una popolana del quartiere romano di San Lorenzo, Matilde (con la quale «gli era capitato di trovarsi faccia a faccia con l’Assoluto»), che vive la musica come una fede (in particolare quella del venerato Rossini, i cui dischi avventurosamente raccolti ascolta su un vecchio grammofono a manovella «che rappresentava la sua ricchezza più grande»); un uomo confinatosi a Giannutri in una «strana casa» che è poco più d’una capanna, luogo di esilio e di rinascita dopo una dolorosa esistenza trascorsa tra studi ecclesiastici, il matrimonio consumato in estrema miseria e nella vana speranza d’un figlio, cocenti disillusioni umane e politiche – siamo al tempo del fascismo e nel dopoguerra –, «uno spretato che non poteva piacere ai cattolici, un cattolico che non poteva piacere ai marxisti, un antifascista convinto che non poteva piacere alla destra»: ancora una volta, un individuo condannato all’emarginazione. Intanto la scena si popola: ecco la vedova Marietta, donna «indurita dal sole e dal vento» e «pesantemente ingannata dalla vita», che incarna la femminilità ferita, incartocciata nel rancore, ma ancora aperta al desiderio e capace di una forma carnale di tenerezza. E ancora, una galleria di figure minori ben scolpite: il guardiano del faro Firmino, figlio illegittimo di una nobildonna senese, abbandonato in fasce sul molo di Porto Ercole, che aveva accolto e istruito sui misteri dell’isola Emanuele, poi arrestato per aver sparato ai pescatori di frodo che devastano il mare; il contadino Felice detto «Idrolitina», i muratori sopravvissuti alla ritirata di Russia, i «fondaroli» a caccia di antichità romane, i burocrati regionali portatori di un tardivo e fumoso progetto di parco naturale, turisti, speculatori; pennellate che fanno dell’isola un microcosmo sociale complesso, mai ridotto a idillio naturalistico, per quanto la natura sia essa stessa un formidabile personaggio, resa con precisione botanica e sensoriale. A metà romanzo irrompe il mutamento: «L’isola stava cambiando». La modernità è ormai sbarcata a infrangere stagioni uguali da millenni. La società «Sole d’Oro» lottizza Giannutri, gettate di cemento, mine nella roccia basaltica, villette abusive spuntate come funghi, un progettato aeroporto a Punta San Francesco, l’arrivo di facoltosi attirati come cavallette dallo slogan Compratevi una casa, vi regaleremo un’isola. E l’isola diviene teatro di una violenza radicale: gli animali si rifugiano nella macchia, i gabbiani abbandonano le antiche zone di nidificazione, i topi proliferano nutrendosi di rifiuti organici interrati nelle forre. In questo scenario, le morti si susseguono, la dimensione “gialla” guadagna terreno, sempre però sapientemente fusa con l’andamento meditativo del protagonista, costretto suo malgrado a trasformarsi in detective per svelare con ragionata interpretazione degli indizi la «misteriosa minaccia mortale che gravava sopra la testa di tutti». L’agognata solitudine, la pace interiore che credeva finalmente raggiunta svaniscono: Emanuele Filiberto si aggrappa alla musica come ad un Santo Graal, costretto a fronteggiare il cambiamento. Finché, all’ennesimo cadavere scarnificato, dopo una notte di verità e di lutto condiviso da parte della comunità radunata nella taverna dell’isola, decide «di affrontare l’incubo» inoltrandosi armato d’una vecchia doppietta e d’un coltello nella macchia a caccia del responsabile delle morti. Siamo al cuore della vicenda, una rimarchevole sequenza narrativa di lotta con le forze arcane della natura. Braccato da uno stormo impazzito di gabbiani reali, ferito, trova rifugio in una garitta abbandonata di cacciatori. E nella pece della notte interminabile, scosso da una paura ancestrale alternata a momenti di lucidità, il vecchio fronteggia «rivelazioni inquietanti». La chiusa giunge improvvisa a sciogliere la tensione narrativa, ma latrice di una sconfitta interiore. Emanuele comprende infine che «il gioco della vita gli era sfuggito nuovamente di mano», e quanto distante fosse stato dall’afferrare la verità – su se stesso, sullo spirito dell’uomo, sulla natura, sul mistero di quelle morti. A ben vedere, la struttura pseudo-poliziesca – i cadaveri orrendamente mutilati, il sospetto di un «gabbiano mannaro», l’ansia della comunità, l’arrivo del magistrato – organizza una riflessione sul male che sfugge alle semplificazioni. Tutti cercano il colpevole, ed Emanuele Filiberto si fa guerriero di una crociata immaginaria. Il «giallo» è un intelligente pretesto, a interessare l’autore è la discesa nei meandri della memoria e della colpa (la moglie deceduta di stenti con lui nascosto per sfuggire alle retate dei tedeschi, la morte di un giovane pescatore), della scoperta di sé, con la Storia – quella con la S maiuscola – a tirare le fila. E quando la verità emerge impietosa, la sua sconfitta interiore è tremenda: «Aveva combattuto per tutta la vita i pregiudizi e lui stesso se ne era fatto latore». Se nell’«isola nel mare del tempo» aveva trovato rifugio, l’irruzione del reale lo sconfigge due volte, rivelando l’impossibilità di una solitudine assoluta: anche chi ha scelto di «morire al mondo» come un eremita prima o poi rientra, suo malgrado, nel gioco sociale, con le sue responsabilità e i suoi abbagli. Con questo folgorante racconto Cascioli si può ben inserirsi in una precisa linea narrativa, quella che da Cassola a Bianciardi, da Volponi a Meneghello, ha interrogato i margini – geografici e sociali – come luoghi privilegiati per misurare la violenza della modernizzazione, la corruzione del potere, il consumarsi delle utopie. Come i tanti reduci sconfitti del miracolo economico raccontati da Bianciardi, Emanuele è un intellettuale che ha attraversato la storia (fascismo, guerra, dopoguerra, lotte di potere) e ne è uscito con un giudizio di irrimediabile ostilità verso la società organizzata, «che gli era e gli sarebbe stata sempre nemica». Anche lui, come il protagonista de La vita agra, ha conosciuto il lavoro editoriale e tipografico (correttore di bozze a cottimo), il precariato, l’umiliazione salariale, la migrazione interna, e si porta addosso un feroce disincanto verso la politica. Ma a differenza delle figure bianciardiane schiacciate dal rancore sociale in contesti urbani, Cascioli sposta la sua in un paesaggio isolano, distillando quell’astio in una forma di ascetismo, in una teologia personale della natura, in un culto della musica che sostituisce la militanza. E come i protagonisti di Cassola, Emanuele è legato alla terra, alla concretezza dei lavori umili, alla ciclicità delle stagioni, subisce il lento logorarsi del tessuto contadino, pur con uno sguardo che, vista la natura del personaggio, tende al metafisico. Vi è poi una componente pasoliniana nel modo in cui egli guarda al mondo moderno: un’accesa nostalgia per forme di vita pre‑industriali (il paese pugliese dell’infanzia, la neve sul maiale scannato, la piazza dell’Assunta con la banda che suona Bellini e Verdi), un acre disgusto per la «civiltà dei consumi» che trasforma tutto in merce, una mutazione antropologica che cancella saperi, legami, tradizioni, e sostituisce all’esperienza l’immagine e il consumo. Il suo radicalismo è tuttavia meno politico, più intimamente spirituale, centrato sull’idea che «ogni progresso tecnologico è un regresso ai fini della vera natura delle cose». Volendo poi scavallare la tradizione italiana, il romanzo sembra dialogare anche con altri mondi letterari: innanzitutto, con la matrice narrativa dell’uomo civilizzato che si ritrova su un’isola sperduta, moderno Robinson Crusoe; e poi la figura del «mostro» che non si rivela tale, nel rovente epilogo, della comunità isolana in cerca di un capro espiatorio, nella lunga sequenza della caccia ai gabbiani, con la nebbia che sale dal mare, lo stormo aggressivo che si compatta nel cielo, il rifugio nella garitta: tutte suggestioni del viaggio nel «cuore di tenebra» di conradiana memoria, non in una giungla africana ma nel folto della macchia mediterranea. Come in Conrad, l’isolamento, la paura e la solitudine producono una distorsione interpretativa: il protagonista è convinto di leggere «i segni della natura» ma proietta su di essi le sue angosce e il bisogno di un nemico esterno. Quando infine scopre il proprio errore, la «vergogna» che prova è la presa d’atto che la tenebra non è al di fuori ma dentro di lui. Ancora, il tema del vecchio cacciatore all’inseguimento di un nemico che coincide con i propri fantasmi, quello della lotta metafisica tra Bene e Male, rimandano all’ineludibile Moby Dick melvilliano. Detto ciò, la forza narrativa risiede anche nella costruzione di un piccolo pantheon di figure che, pur sbozzate nel realismo dell’osservazione minuta, assurgono ad un rilievo quasi mitico. Personaggi resi con un lessico concreto e sensoriale basato sull’intreccio di registri diversi, spesso nella stessa frase: il basso/plebeo/osceno, il medio-colto, l’alto, liturgico e poetico, così da produrre un effetto di attrito ironico, fra i tratti più originali del romanzo. Una prosa che alterna in scioltezza il tono filosofico al realistico, il formulaico al dialogico. Temi e motivi, si sarà capito, s’accavallano in una fitta rete che tiene insieme cronaca, ecologia, metafisica, eros, politica, nell’alveo della grande dicotomia natura/modernizzazione, di cui l’invasione del cemento è il simbolo più appariscente. Cascioli tuttavia non indulge in un ambientalismo di maniera, com’è evidente nello scontro tra Emanuele e i funzionari regionali che vogliono «ridare il primato alla Natura» asserendo che essa «è più giusta dell’uomo». Il vecchio liquida quelle idee come «balle filosofiche»; per lui «la Natura è profondamente ingiusta perché permette sempre che il più forte uccida il più debole»: non va «lasciata sola», ma «insegnata» agli uomini perché la rispettino. Non è affatto «buona», ma feroce, gerarchica, indifferente; eppure, paradossalmente, proprio nell’indifferenza risiede una forma di giustizia superiore al cinismo umano. È un punto di vista radicalmente anti-idilliaco; sul tema ecologico, il romanzo propone quindi una duplice critica: alla retorica del «ritorno alla natura» e alla violenza della speculazione edilizia. Molto ancora ci sarebbe da dire, come sull’uso del motivo della musica, e in particolare di Rossini, che attraversa il romanzo con una coerenza che trascende la mera suggestione. L’ex prete approda a Giannutri come a un «eremo laico»: cerca Dio nella natura, e finisce per trovarlo nella musica del Cigno di Pesaro, vissuta come un sacramento: sostituisce la messa, lo supporta nella solitudine delle notti d’inverno, mette ordine nella memoria, tiene a freno la paura. La capanna allestita con cura, il grammofono a manovella sullo sgabello, poi il mangianastri a pile, sono il suo altare, l’unione con una dimensione più alta dello spirito. Qui Cascioli dimostra competenza musicale, il protagonista ascolta e commenta con sapienza le opere (L’Italiana in Algeri, La Cenerentola, Il barbiere di Siviglia, lo Stabat Mater), distingue tra «musica che crea estasi» e musica leggera consumabile, detesta i dischi di Claudio Villa, difende l’allegria rossiniana come forma di sapienza mediterranea. Lo stesso uso della paratassi conferisce alla prosa un andamento cantabile, richiama il fraseggio rossiniano, con l’introduzione lenta, l’accumulo, il crescendo, la chiusa rapida e tagliente – soprattutto nelle scene dove l’osservazione meditativa si interrompe per una battuta volgare di Raimondo o della Cozza. Ma quando il vecchio scopre di essersi ingannato, dopo la tremenda epifania, Rossini non è più un solido appiglio, i balli dell’Otello e della Vestale gli risultano insopportabilmente festosi: la musica che aveva medicato la ferita esistenziale non lenisce più. L’arte, pur necessaria, non basta a garantire quella «rettitudine» tanto ricercata dal protagonista: possiamo rammemorare i tanti libri letti, ascoltare capolavori operistici eppure cedere al pregiudizio, votarci alla salvezza di un’isola sacrificando degli innocenti. L’isola nel mare del tempo non è dunque soltanto il racconto di un mistero risolto, di una violenza ambientale, ma la cronaca di un naufragio dell’anima, lo scacco di un uomo che aveva creduto di poter trovare una forma di redenzione personale e civile, e che si scopre invece vulnerabile alle paure e agli abbagli che giudicava negli altri. L’autore ne fa il tramite per una meditazione sulla condizione umana, stretta tra il desiderio di purezza e l’irrimediabile impudicizia del mondo. Nella sua solitudine, nell’esilio che è insieme espiazione e ricerca sempre frustrata di un brandello di verità, nella disfatta, Emanuele Filiberto è personaggio di densità tragica, che non sfigura accanto alle maggiori creazioni letterarie della nostra narrativa. Un’ultima notazione: il testo è “cinematografico”, sicuramente adatto a una trasposizione su grande schermo, e in effetti si è tentato di ricavarne un film, progetto naufragato per difficoltà produttive. Con gli attori giusti, un regista di livello, uno sceneggiatore abile, un direttore delle luci che sappia il fatto suo, ne verrebbe fuori un capolavoro. Be’, attendiamo fiduciosi: che una tale perla rimanga nascosta, mi pare un vero delitto. L'articolo «Una perla nascosta» di Lino Cascioli proviene da Pulp Magazine.
April 2, 2026
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Francesco Pecoraro / Futuro sempre più stretto
Cosa cercare nel nuovo libro di Francesco Pecoraro dal titolo più che mai evocativo La fine del mondo? Non certo un romanzo distopico e nemmeno un‘iperbole disfattista e/o falsamente entusiasta intorno a eventi genericamente “straordinari”. No, qui si tratta proprio di una narrazione di tutt’altro genere: del senso della vita dal punto di vista di una persona anziana che fa i conti con il suo abbondante passato, con il suo esiguo futuro e soprattutto con quello che percepisce come il suo desolante presente. Il quadro è chiaro fin dall’inizio: il mondo è un disastro, il mondo è alla fine. Il nostro mondo è attraversato da orrende crisi climatiche, da guerre senza senso, da epidemie incontrollate, da nuove specie di pesci e crostacei che infestano il mare e da altre malattie più o meno previste dall’incedere dell’età. Tutto è riversato nella vita e sulle spalle di un uomo solo che, nella sua casa situata in un quartiere borghese di Roma si sta preparando un caffè con l’uso della cialda. Tra ironia e inquietudine, tra malinconici e dolci ricordi d’infanzia e qualche cedimento alla depressione, Pecorare riprende alcuni dei suoi temi più cari per svilupparli in forma per molti aspetti definitiva. Il suo protagonista è in pensione ormai da vent’anni. Non ha volontà o particolari aspettative: «ormai non voleva niente di niente, su niente di niente, colpito da una grave sindrome di nolontà, abitava quella casa come un universo di dis-appartenenza». È stato architetto, gli rimane ancora questa sensibilità per la bellezza e per la geometria, vive in un quartiere dove regna l’ipotassi: un disegno urbano in cui tutto è subordinato a una piazza centrale. Forse avrebbe potuto sceglierne un altro visto che è nato e vive in una città dalle decine di quartieri diversi per stile, età e conformazione urbanistica, ma rimane ancorato lì. Nella narrazione, Roma è una sorta di città-mondo e si offre come coprotagonista di un disegno narrativo e di uno stato d’animo in cui tutto si mescola «frutto abusivo della mente umana». E la città è «la cosa più importante che facciamo, non solo è la cosa che dura di più, ma è anche quella che non vorremmo mai, o quasi mai, veder cambiare». Ci affezioniamo anche agli spazi che non ci piacciono, come facciamo con i famigliari. E qui entra in ballo uno dei bilanci più malinconici del ragionamento del protagonista di questo libro fatto quasi da appunti, da suggestioni proposte random, di riflessioni affacciate alla finestra senza una trama. Il bilancio di chi ha pensato di poter lottare per cambiare il mondo ma non c’è riuscito ed è rimasto deluso dal suo fallimento e dal fallimento dei suoi compagni di avventura, ideale e politica. Ma è il senso del mondo e della vita che progressivamente viene meno. Non solo perché sente incombere la fine su di sé e sul mondo, ma anche perché nel ragionamento dell’ultraottantenne, dal suo punto di vista, tutto inizia a svuotarsi progressivamente di significato. Sembra allora vacillare quello che a un certo punto del libro sembrava essere diventato un riparo sicuro dal “cascame sociale post-borghese”: la vecchiaia come forma di resistenza e forse di eversione. In tutto questo ci si potrebbe anche affidare alla natura. Ma come la vediamo noi esseri umani, questa dimensione appare sempre più terribile. Rimaniamo compiaciuti dei video violenti di aggressioni tra animali che egli stesso definisce “porno-violenza naturale”. Ma allora chi siamo? Come siamo fatti? Molte pagine dedicate alla dissezione di cadaveri e allo studio dell’anatomia umana e non solo, non ci aiutano a risolvere il problema. Tutti noi, che progressivamente “siamo diventati americani” a partire dal giorno di quegli sbarchi che ci hanno aiutato a liberarci dal nazifascismo, sembriamo essere come svuotati di senso. Stare in piedi sulla terra, per una legge fisica, che appare quanto mai evocativa, è semplicemente “una caduta impedita”. Alla fine di tutti i discorsi e delle tante riflessioni, può venire in mente un famosissimo romanzo tedesco del 1963, Opinioni di un clown. In quell’occasione, il suo autore, Heinrich Böll smascherò la borghesia tedesca che si era tuffata nel denaro facile della ricostruzione post-bellica e il mondo cattolico ottuso che copriva tutto questo, “rubandogli” per giunta anche la sua amata Maria. Di li a poco ci sarebbero stati i moti studenteschi e operai per tentare di ribellarsi a quell’ordine delle cose. Oggi l’anziano protagonista del libro di Pecoraro ha difficoltà a distinguere il vero dal falso, la distruzione dalla costruzione, il passato dal futuro e rimane fermo a guardare fuori dalla finestra. Egli si consola parzialmente con la frase di Ernesto De Martino in esergo per la quale la fine del mondo è solo la fine del proprio mondo. Ma rimane una piccola fiamma accesa che definisce un percorso analitico ed emotivo nel pensiero gentile e affettuoso verso l’amico greco Kostas, «marinaio e capitano di nave prima e pescatore e albergatore poi, ma sempre uomo libero». Intanto il caffè è pronto.     L'articolo Francesco Pecoraro / Futuro sempre più stretto proviene da Pulp Magazine.
March 31, 2026
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Elvira Seminara / La stirpe dei nottambuli
Una protagonista che si chiama Iris, ma si vuole far chiamare con un altro nome, Ariel. La tensione di una ricerca con un certo patema d’animo che però sembra un po’ sproporzionato per l’importanza del caso. Oggetti, comportamenti, forse persone che sembrano non avere la giusta dimensione e la giusta collocazione nel mondo, pur non essendo presenti per caso. Questo lo scenario di apertura del nuovo libro di Elvira Seminara, valente e originale scrittrice romano-catanese giunta ormai al suo quinto romanzo. Iris vive in una condizione più utile a raccontare un thriller che un romanzo dolente e un po’ intimista come questo Lunario dei giorni insonni. Con lei, separata dal marito, vive un amico, bioarchitetto di nome Jacopo che, esplicitamente, la aiuta a evitare “corpi umani”. Perché Iris non ama la luce del giorno e si muove, vive, solo di notte, per giunta “vestendo” un altro nome: Ariel, appunto. Iris ama la notte perché meno antropizzata. Con un’andatura che può sembrare addirittura trasandata, passeggia sul lungomare abbandonando il suo sguardo fluttuante intorno al mondo che la circonda e che vive (poco) di altre scene con altri protagonisti. Annusa odori che di giorno sembrano non esserci. Trova che, di notte, la vita sia “più essenziale”. Ma non è solo così. Di notte, anime di persone apparentemente lontane e addirittura “sconosciute” le vengono incontro. Entrano anche nel residence che, non per caso prende il nome di “ignoto marinaio”. È il caso di Aida, anziana gattara vicina di casa che, di giorno appare come una donna fiera e sicura di sé, mentre di notte si trasfigura fino a far trapelare un lato di follia quasi inquietante che la porta a considerare Ariel coma sua figlia scomparsa tempo addietro. In generale, di notte si incontrano anime dolenti, ma a loro modo serene, immerse in pensieri e in attività che in altri momenti della giornata non possono o non vogliono fare. Il tutto avviene in un interminabile mese di settembre composto da quasi cento giorni di calendario che ben riesce a conferire alla narrazione quel tono di sospensione e di lentezza che solo la notte può dare. È vero però che questa condizione non è per nulla facile: “stare svegli e inoperosi la notte, quando i giusti dormono e si ricaricano per il giorno, fa sentire colpevoli e inadatti. Vergognosi”. La vita non è esente di paradossi e capovolgimenti logici come il lavoro nelle attività di comunicazione di una persona fondamentalmente triste e depressa. Oppure come la considerazione che “di notte i buoni lanciano coltelli e i cattivi scrivono poesie”. Nel procedere in queste riflessioni Iris-Ariel sembra voler raggiungere il punto di sintesi più alto nella famosa frase di Jean Paul Sartre “l’inferno sono gli altri”. Ma, mentre per uno dei grandi padri dell’esistenzialismo, questa frase riguarda la vita di ciascun essere umano, l’esistenza di ogni essere umano nel proprio bisogno di entrare in relazione con gli altri e non riuscirci, per Iris e per Seminara il discorso prende una direzione completamente diversa. La scelta di vivere di notte infatti è una vera e proprio alternativa salvifica alla vita con gli altri, alla vita “degli altri”. Nella notte, progressivamente Iris-Ariel trova e ritrova l’Umanità, prima nelle poche persone che incontra, poi in sé stessa. Lentamente, si scopre che anche l’indifferenza di cui ciascuno si dota in realtà è una maschera che si può sollevare. Nei percorsi notturni, si fanno strada i temi dell’amore e del desiderio come pure, fatalmente, le questioni legate alla vita e alla morte. La poesia e la letteratura prendono il sopravvento e, attraverso di loro, si afferma un modo fantastico che aiuta a rappresentare il ricchissimo mondo interiore di Iris, una donna che ha la passione, forse l’ossessione delle mappe, per cercare sempre di orientarsi in un modo che fatica a percepire come accogliente. Come accogliente le sembra dover essere invece la minuscola cittadina di Alert nella zona settentrionale del Canada vicino al Polo Nord, semidisabitata. Alert che le potrebbe garantire quel “vuoto” che la cultura occidentale sembra disprezzare e che invece ha un suo preciso motivo di esistere. Nel romanzo di Seminara un ruolo preciso di continua presenza, ma anche di monito, ce l’ha sicuramente la natura: animali, piante e paesaggi. E lei, questa donna insonne che ha paura della felicità, riesce a “salvarsi” grazie a un’azione, faticosa e coraggiosa al tempo stesso, “prendendosi cura della propria tristezza”. Una gentile presa in carico che suona come un gesto rivoluzionario ed eversivo in una società che tende a demonizzare e a medicalizzare la tristezza perché non è produttiva, perché dà fastidio.       L'articolo Elvira Seminara / La stirpe dei nottambuli proviene da Pulp Magazine.
March 20, 2026
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Mauro Covacich / La disperazione della classe media
Lina è un puntino luminoso che si muove fra le pagine. È una bambina diversa, probabilmente down, si dimentica di usare gli articoli ma le sue parole sono semplici e limpide, trasmettono la freschezza del mondo appena scoperto. Lina fa fatica a fare i compiti, a concentrarsi, a fare astrazioni; a scuola qualcuno la chiama mongolina, ma le amiche condividono con lei le prime emozioni e le prime esplorazioni sessuali. Quello che piace di più a Lina è ascoltare le storie. Soprattutto quelle che le racconta Max, il compagno della madre, sulla strada di ritorno da scuola: la storia della zuppa di sasso e degli animali che si trovano tutti insieme a tavola è la sua preferita, se la fa ripetere uguale tutti i giorni e se potesse anche più di una volta al giorno. Lina ha intatta l’innocenza e soprattutto la meraviglia di fronte al mondo. Che contrasto con sua madre, imprigionata in un lavoro che magari amerebbe anche ma nei fatti detesta: Elena è fisioterapista in un club di tennis esclusivo, detesta i suoi clienti ricchi e malandati ma assetati di vita, li detesta fisicamente eppure li deve toccare e manipolare. Elena è separata e si è dovuta trasferire alla periferia di Roma, e non riesce a perdonare l’ex marito per averle imposto questo cambiamento. La sua rabbia si estende al nuovo compagno Max, che sta ingrassando e che anche se contribuisce da tutti i punti di vista al ménage famigliare non è quello che Elena si era immaginato. Ma pure il mondo intero è insopportabile, così che Elena finisce per trovare sfogo, e un piacere perverso, nel rigare con le chiavi del motorino il Suv lussuoso e nuovissimo con cui si trova a condividere il traffico. Un unico rapporto sembra essere ancora carico di affetto e tenerezza, e non è quello con Lina. Elena ama Lina ma non riesce ad affrontarne la condizione speciale con naturalezza, sembra seguire con impazienza e insofferenza le indicazioni, immaginarie o reali, di psicologi e assistenti sociali. Il rapporto di affetto e tenerezza è quello con la madre pressoché immobilizzata, che riceve ogni giorno un enorme mazzo di rose rosse ma non vuole dire da chi, che ritrova il piacere di vivere solo nella sigaretta fumata alla finestra. Con lei Elena diventa contemporaneamente madre e figlia, condivide ricordi, confessa i suoi sogni, e si scioglie appena. E che dire di Carlotta, l’ex compagna di Max, giornalista colta e di successo di giorno, in cerca di sesso di notte. Un sesso sempre più estremo ma sempre asettico, sotto falso nome e falsi gusti. Carlotta arrabbiata per aver perso Max e per non riuscire a perdonarlo o a dimenticarlo. E Max? Max è quell’uomo che con Lina è dolce e gentile, paziente e protettivo. Che appena uscito di casa va a mangiarsi un panino con la porchetta. Che scriveva, ma ora passa le giornate a camminare perché non riesce più a scrivere. Che finisce per dedicarsi a insultare sui social Carlotta, ex amata abbandonata e rimpianta. Come se la sua parte oscura, cupa e terribile dovesse trovare una via d’uscita, non importa se devasterà tutto. Con quanta onestà e quanta crudezza Mauro Covacich ci mette di fronte alla realtà. Una realtà che preferiremmo non vedere: perché quand’è che il sesso è stato separato dall’amore in un modo così radicale da diventare un puro esercizio fisico o uno spazio di potere? Quand’è che il cibo non è più nutrimento e cura e piacere, ma un dovere faticoso, oggetto di contabilità ossessiva? Quando essere genitori è diventato una questione di precetti psicologici, formule meccaniche che hanno soppiantato l’affetto e la premura? Quando gli unici atti di libertà e di espressione sono diventati rigare un Suv di lusso o insultare sui social? Quando la classe media, quell’insieme eterogeneo di individui con una professione, una certa cultura, un reddito ragionevole, ha smesso di guardare il resto del mondo e si è chiusa nel suo scontento e nel suo magone? Dovremmo ripercorrere la storia, del nostro paese e degli altri paesi, quantomeno dell’Europa, e scomodare il turbocapitalismo, la globalizzazione, la polarizzazione degli interessi, le diseguaglianze estreme, lo sfaldamento delle piccole comunità a favore di una società liquida in cui ognuno è sempre più solo, unico responsabile dei propri errori o anche solo delle proprie insoddisfazioni. E sicuramente troveremmo profonde ragioni sociologiche e complesse. Oppure potremmo ascoltare Lina e quella sua risata canterina. Guardare Lina e vedere tutto come nuovo, e quindi interessante e sorprendente. Seguire Lina e darci delle possibilità. Lina, quel puntino luminoso che si muove tra le pagine, davvero potrebbe diventare la salvezza.     L'articolo Mauro Covacich / La disperazione della classe media proviene da Pulp Magazine.
March 2, 2026
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