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Vladimir Di Prima / Il gioco della commedia
Il grande paradosso dell’editoria italiana è questo: si stampano sempre più libri ma è sempre più difficile farsi pubblicare per un esordiente – a meno che non si ricorra a quelle case editrici che ti chiedono il contributo. Eppure c’è un gran numero di aspiranti scrittori che hanno un manoscritto, cioè in realtà un file di testo, da pubblicare – e può ben essere che proprio i personal computer abbiano a che fare con la proliferazione degli aspiranti. Si fa meno fatica a battere su una tastiera che a tracciare le lettere con una penna o una matita, c’è poco da fare. Vladimir Di Prima, classe 1977, nato e cresciuto nell’isola che ci ha dato tanti ma tanti scrittori straordinari, è riuscito nel suo precedente romanzo, Il buio delle tre (Arkadia 2023) a dipingere uno spassosissimo ritratto di uno di questi wannabe letterari, dal nome quasi pirandelliano di Pinuccio Badalà. Con una serie di episodi dalla comicità grottesca, ma non più assurdi delle vicende reali dell’editoria italiana, Di Prima ci ha fatto vedere di cosa è capace un pover’uomo che si è convinto di avere un futuro nelle patrie lettere – ha insomma scritto un’autentica commedia all’italiana, di quelle che una volta produceva il nostro cinema, prima di sprofondare nell’abisso dei tinelli. Come suggerisce il titolo, L’incoscienza di Badalà è a tutti gli effetti un sequel delle scombinate (dis)avventure dell’aspirante scrittore, ma Di Prima è riuscito a far sì che sia leggibile anche per chi non è passato per Il buio delle tre (consiglio comunque di leggerli entrambi, anche in disordine cronologico). Stavolta Pinuccio ha ormai passato i quaranta, e nonostante tutte le sue trovate non è ancora riuscito a farsi stampare da un editore di quelli veri, con tanto di ufficio stampa che funziona e distribuzione seria a livello nazionale. Comincia un po’ a rassegnarsi, consolandosi con le sue avventure erotiche altrettanto scombinate di quelle editoriali, e con le chiacchierate col suo sodale, il maestro Magazù, altro personaggio che pare uscito da un romanzo perduto di Vitaliano Brancati (quest’ultimo essendo dichiaratamente la stella polare di Vladimir, come attesta il suo romanzo La banda Brancati, del 2021). Ma la tranquilla vita provinciale di Pinuccio e suoi sodali viene scombussolata completamente quando piomba loro addosso il Covid, e poi, ancor più radicalmente – almeno per l’aspirante scrittore – quando riceva una chiamata da una non ben specificata casa editrice che lo convoca a Milano, spesandogli anche il viaggio… No, non è il caso di dire altro sulla trama, che riserva tutta una serie di sorprese, fino a una conclusione che rimette tutto in discussione. Quel che mi interessa è la contrapposizione tra la sonnolenta provincia catanese e la metropoli milanese, che per quanto facciano rima sono spaventosamente diverse. Badalà mi pare la versione aggiornata (e decisamente più scombinata) del protagonista di Don Giovanni in Sicilia, del summenzionato Brancati. Milano incarna tutto quel che il provincialissimo e sicilianissimo Pinuccio non è, e la raffigurazione fornitaci da Di Prima non è proprio in linea con la propaganda milanesista che gira ai tempi di Sala (e che mi pare sempre più appannata se non ossidata). Milano non è più solo un luogo alienato, come nelle pagine di Bianciardi: è decisamente aliena. E alla fine poco ci manca che risulti semplicemente letale. Ma se quella è la capitale dell’editoria, per uno scrittore come Pinuccio c’è ben poco da sperare: a parte le magagne del sistema editoriale, Milano sembra proiettare un modello di realtà nel quale la lingua stessa dei Badalà è fuori posto. “Bisognava scrivere di transgender, spolpare la lingua fino a renderla elementare come un tatuaggio stilizzato, animarsi di notte con frenetiche piste di coca e di alcol, uccidersi di sesso e convincersi che i sentimentalismi non prendevano più nemmeno le casalinghe, ormai avvezze a buttaniare su TikTok come scimmie ammaestrate”. Non sarà tutto così quel che si stampa in Italia, però questa sintesi copre una bella fetta della narrativa che gira oggi. Insomma, c’è una bella dose di satira in questa commedia animata da una non tanto sottile disperazione, esattamente come nel precedente Buio delle tre. Ma stavolta Di Prima ha premuto di più sul pedale dell’assurdo, del surreale, dell’onirico (e tutta la trasferta milanese alla fine sembra più un incubo che un’esperienza reale, anche se viene il dubbio che proprio la realtà ultimamente ha molto dell’incubo); incluso un incontro con qualcuno che ormai fa parte della storia milanese e nazionale. Ebbene sì, c’è anche un cameo post-mortem di Silvio, proprio lui; che, come nella canzone che i Bauhaus dedicarono a Bela Lugosi, è morto ma al tempo stesso è non-morto. Ultima considerazione, ma non in ordine di importanza: nonostante i momenti al limite del surreale, L’incoscienza di Badalà continua il gioco del romanzo precedente di alludere a personaggi reali e ben noti (potremmo anche dire tristemente noti) a chi bazzica l’editoria. Ulteriore motivo di divertimento per chi si avventurerà in questo romanzo che, a ben vedere, è pure a chiave. L'articolo Vladimir Di Prima / Il gioco della commedia proviene da Pulp Magazine.
Aurelio Picca / Dove il Paradiso ha sapore di peccato
Non è un romanzo il nuovo libro di Aurelio Picca, Roma mia, non morirò più. È un’orazione vicino al corpo disteso, luminoso ma insieme sanguinante, di una delle città più belle del mondo, al contempo amata e fraintesa, nascosta da orde di turisti che si accontentano di cartoline che conoscono già (anzi le cercano) e fuggono via recitando le stesse litanie di una Roma inventata e mai veramente visitata e conosciuta. Ma allora la scrittura di Picca, romano dei castelli (“romani”, per l’appunto) diventa quasi rabbiosa e dolente, cerca con la forza della sua memoria, del suo passato personale, del suo amore pagano, di scartavetrare quelle cartoline e, come un archeologo che ha capito di trovarsi nel punto di una (ri)scoperta preziosa, raspa con le mani per riportare in luce la vita di Roma come era e come, egli stesso spera, sarà per sempre. Roma eterna è quello che ci dicono le guide, ma è anche quello che percepiamo dalle vestigia che la città quasi ci impone: i romani antichi quando costruivano un edificio lo costruivano pensando che dovesse essere “eterno”. L’attenzione per le “rovine” che hanno incantato artisti come Wenders, Fellini e Sorrentino è molto probabilmente la stessa attenzione che ha rapito la sensibilità di Daniele Mencarelli anche lui romano, poeta e scrittore come Aurelio Picca. La vita dei quartieri così diversi e con quella stessa anima in comune anche quando sono in conflitto e in competizione. L’alto e il basso, il molto ricco e il molto povero. La celebrità e l’oblio. Tutto questo sta insieme a Roma, gomito a gomito, a volta l’uno oscura l’altro. Nobili e coatti, preti e mignotte, romani acquisiti e romani “de’ Roma”. Non si sono mai persi di vista. Tutti li conosce Picca e tutti ce li presenta. In questo libro poetico e avvincente. Per far questo accetta, anzi lancia una sfida: scende sul terreno delle “cartoline”. Er Zagaja e la spiaggia di nudisti di Capocotta, come una cartolina degli anni Settanta. Poi una sorta di sarabanda tra Margherita Buy e il suo affascinante “perenne tremore”, l’omicidio di Diabolik, l’ultrà della Lazio coinvolto con le trame nere e la malavita organizzata. Continua con i papi, il sesso, le osterie, i centri sociali, il caffè Palombini, gli etruschi e i cavallari, i castelli romani e il divin amore, Franco Califano, Moravia e Sabrina Ferilli in un incontro di incanto e di tenerezza. Non manca il Tevere e sono sempre presenti il cielo azzurro con le nuvole barocche e il mare con la storia del mitico Kursaal ad Ostia. Ma questo Roma mia non morirò più non è un libro di cronache né di ricordi. Non è un libro nostalgico con il refrain tipo “Roma sparita”, è un racconto poetico. È una dedica e un omaggio a poeti come l’istriano Valentino Zeichen con la sua baracca a borghetto Flaminio mai sostituita con una casa “vera”. Lui, con lo spago che gli teneva i pantaloni. Lui che “non ha venduto e non ha comprato”, “non si è mai ammalato, non ha mai piagnucolato e non è stato mai remissivo”. Poi Elio Pecora, Caproni, Dario Bellezza, G. Gioacchino Belli e l’amatissima Amelia Rosselli che Picca frequentò per dieci anni. “Bella d’ossa e di capelli neri” con i suoi insegnamenti dolorosi che dalla guerra sono arrivati fino ai suoi ultimi giorni con una sensibilità rarissima che trasferisce sui corpi le sofferenze del mondo. Lo sguardo del poeta Picca sulla sua Roma e sugli abitanti che ha conosciuto e di cui mostra di sapere tutto o qualcosa di molto vicino a tutto, non si ferma alle biografie o agli incontri, ma si accompagna al rilievo dei piccoli particolari, quelli che suscitano sentimenti inaspettati e quasi incomprensibili. Arrivano allora gli odori e i colori dei luoghi, il sapore della loro memoria. Senza scomodare divagazioni proustiane, gli scorci romani di Picca sono flash che restituiscono colori nuovi alle “cartoline”. Così si può ripartire con la metropolitana, visitare il cimitero monumentale del Verano, avere notizie del quartiere di san Basilio, andare sul Gianicolo, incontrare artisti e personaggi del mondo del cinema, proseguire forse all’infinito. Forse verso l’infinito. E non è un caso che le ultime pagine siano dedicate all’idroscalo di Ostia e a Pier Paolo Pasolini. L'articolo Aurelio Picca / Dove il Paradiso ha sapore di peccato proviene da Pulp Magazine.
Wu Ming 2 / Macchine, sortilegi, rituali
Dopo Timira (Einaudi, con Antar Mohamed), Il sentiero luminoso (Ediciclo) e Veglione Rosso (Panozzo), da poco in libreria Mensaleri, nuovo romanzo solista di Wu Ming 2, nom de plume di Giovanni Cattabriga. Parte del collettivo Luther Blisset e in seguito Wu Ming (ultima opera a sei mani UFO 78, sempre Einaudi), frontman e paroliere dell’esperienza poetico-musicale Wu Ming contingent, narratore camminatore, autore e interprete di teatro militante, l’autore raccoglie la somma di tutte le sue esperienze in questo romanzo unico in cui si incontrano il regno animale del molto piccolo, la natura naturans, l’uomo che rispetta e venera e l’”uomo industriale”. Mensaleri è un romanzo scritto nell’antropocene e in quanto tale porta l’attenzione sull’interrogativo più importante: è possibile un equilibrio tra i viventi? La risposta a questa domanda e le vie per arrivarci tuttavia non sono lineari. Forze arcane operano nelle catene causali delle trame e gli effetti spesso sono imprevisti, determinati da un destino iniziato altrove, come nel proverbiale effetto farfalla. Lo scenario è l’isola di Parpai, che, da luogo ameno e ricco di specie particolari diviene sede di una cartiera, creatura di Nazzaro Mensa, poi del figlio Celso e del nipote Alberto.  Quello che a un industriale può sembrare una tela bianca dove installare la propria impresa sembra solo una cosa a chi c’era da prima: casa propria e poco importa che a pensarla così siano miriadi di bruchi e farfalle o personaggi “poco raccomandabili”. L’isola che diventerà una cartiera con villaggio operaio annesso nasconde un antico segreto che ha legato spiritualmente e fisicamente intere generazioni di adepti. Come si dipana nei secoli questa relazione è l’argomento del romanzo. Il racconto si svolge su più piani temporali, dall’evento leggendario che rende l’isola speciale (1363) alla rinascita della fabbrica intorno agli anni 2000 passando per la storia della cartiera, del villaggio operaio e della famiglia Mensa, (“l’età dell’oro” 1868-1950 circa). Lo strumento per far incontrare queste anime dello stesso posto e della stessa comunità è il teatro che una combattiva regista “applica” alla situazione su mandato della stessa famiglia Mensa. Lo sguardo per certi versi esterno, ma in grado di far nascere con una sorta di maieutica la verità, è una meravigliosa metafora di come l’arte, la performance e la scrittura possano far emergere storie passate che hanno ricadute sul presente. Non sarebbe un libro dei Wu Ming se mancasse l’azione e infatti tra le pagine troviamo inseguimenti e movimenti, viaggi lisergici e trappole artigianali, cortei e piccoli furti…non ci si annoia proprio leggendo le quasi cinquecento pagine di questo libro. Tuttavia, ragionando per affinità c’è un solo lavoro a cui questo si può accostare ed è Il fungo alla fine del mondo di Anna Lowenhaupt Tsing (Keller). Se il libro dedicato all’incredibile matsutake (il fungo venduto a peso d’oro in Giappone) dimostra con dovizia di particolari la necessità di una simbiosi uomo-fungo-foresta (e attenzione la foresta è qui intesa come un luogo post-industriale) con le “armi” della saggistica, Mensaleri lo fa con il colpo d’ala della narrativa. L’esito è in entrambi i casi la consapevolezza di come l’infinitamente piccolo (bruchi e farfalle in un caso, funghi nell’altro), la natura (boschi, fiumi e foreste) e le comunità di umani con i loro sistemi simbolici, di produzione e riproduzione debbano trovare modi per cooperare per scongiurare l’estinzione. Un’ultima nota: su Wu Ming foundation si trovano materiali di approfondimento del libro, “titoli di coda” da abbinare alla lettura che tratteggiano le ispirazioni reali della vicenda immaginata nel romanzo. Cito solo una frase che aiuta a entrare nelle atmosfere “mensaleresi”: «Ci dicemmo che qualunque città ideale, edificata dal nulla, ha una doppia natura che la rende spaventevole: il volto dell’utopia e il corpo del carcere».         L'articolo Wu Ming 2 / Macchine, sortilegi, rituali proviene da Pulp Magazine.
Annalisa De Simone / Ambizione e potere
Sono due le ragioni che, in via preventiva, destano molta curiosità nei confronti del nuovo libro (il quarto) di Annalisa De Simone. La prima ragione è dovuta alla scelta di lavorare su un personaggio contraddittorio e complesso, ma molto umano, di una “donna in carriera”. La seconda è quella di ambientare la storia, con elementi di forte e chiaro realismo nei drogati anni Ottanta, quando il nostro paese visse molto al di sopra dei propri mezzi e la politica, “certa politica”, operò in collusione con “certi imprenditori” e insieme a segmenti di malavita, pensò di divorarsi il nostro paese. Il libro ha per titolo Ingrata e potrebbe offrire al lettore un falso indizio. Dopo un incipit che accenna già all’epilogo di una vicenda raccontata all’interno del libro, la storia prende un percorso più lineare e inizia dalla confortante normalità di una cittadina di provincia abruzzese. Qui è cresciuta Letizia Mastracci, brillante neolaureata in Giurisprudenza che decide legittimamente di mettere a frutto i suoi studi. Per questo si trasferisce a Roma e incontra “il Principe”, Tonino Giuliante, politico di spicco del PSI, suo compaesano che gli era stato presentato e accomandato da suo padre, rimasto a casa ormai vedovo e malato. Si consuma così la prima, doverosa e significativa, cesura, premessa indispensabile per la struttura del racconto. Non solo la provincia “contro” la grande città ma anche l’anziano, integro, padre militante socialista “contro” il suo collega, esponente del “nuovo”. Come si compongono e si giustificano allora queste cesure? Con le ambizioni di Letizia, doverose verso sé stessa – ci è dato da pensare – ma che ben presto diventano vera e propria sete di potere che svelano un lato oscuro a sé stessa che man mano la porterà forse dove neanche lei si aspettava di arrivare. Letizia ama il potere, certamente. Guarda il mondo e le persone con gli occhi del desiderio e della voracità. Ha tutto per riuscire. È preparata, è carina, è intraprendente, è nel posto giusto al momento giusto ma soprattutto è sulla scia di una persona molto influente. L’uomo più anziano sembra invincibile addirittura inattaccabile. Lei lo adora, lo desidera con una spinta emotiva che aumenta quando lui le si rivolge con toni di seduzione paterna. Letizia vive di pulsioni che non separano le mente dal corpo. Lei sogna, ricorda. Pensa, agisce e impara. Solo molto più tardi acquisterà la consapevolezza che “sempre si rincorrono le impronte di qualcun altro ma che poi sempre, a queste tracce, se ne preferiscono delle nuove”. Da qui passerà il momento della crescita e dell’emancipazione forse proprio dell’ingratitudine. Ma se questo termine è colmo di un significato morale, De Simone manovra il suo romanzo con una sorta di “distanza partecipata” che ci permette di seguire le sorti della giovane donna che acquista sempre più potere mentre il suo mentore ne discende rovinosamente i gradini. Si annida n questo momento il tema dell’ingratitudine? Oppure è una questione più ampia con cui la protagonista deve fare i conti anche riguardo a sé stessa? Il lavoro del narratore prosegue allora chiamando in causa relazioni affettive poco soddisfacenti che però non impediscono mai di tenere la barra sempre dritta verso la gestione del potere. Ci si misura allora con possibili tradimenti, con la mancanza di figli, con la chirurga estetica fino al punto di arrivo costituito dalla solitudine. Scopriamo così il coraggio dell’autrice che accetta di misurarsi con molti luoghi comuni che attraversano l’argomento senza mai rimanerne impigliata forte della sfida di far uscire la figura femminile della “donna di potere” dalla maschera che il pensiero dominante le ha costruito addosso per restituirle un’umanità dolente e non moralista. La scrittura puoi segue un percorso parallelo riuscendo a portare a compimento un sentiero accidentato anche questo a rischio di trappole dei luoghi comuni, sfidando a volte con successo la narrazione pop senza mai perdere di vista il passo letterario che delle cose apparentemente semplici ci fa vedere la complessità.   L'articolo Annalisa De Simone / Ambizione e potere proviene da Pulp Magazine.
Michele Mari / L’eterno ritorno
Leggere Michele Mari significa entrare in una stanza degli specchi in cui tutto è già noto. I convitati di pietra non fa eccezione: il romanzo è un sistema di ossessioni, una costellazione che costituisce l’impianto stesso del testo. Fumetti, collezionismo, film, rituali, rigidità moralistiche, un’ironia enciclopedica: motivi che si intensificano come in una filastrocca sempre più inquieta. In questa regressione ostinata al bambino sapientino di dieci anni che è dentro Mari si concentra la parte tragica dei suoi libri: l’autore non si emancipa dall’infanzia, la rimette continuamente in scena, trasformandola in una camera d’eco malinconica. La trama – la riffa mortuaria della III A del 1975, l’escalation di morti, sospetti e alleanze – ruota attorno a un patto semplice e spietato: ognuno dei trenta compagni versa una quota di denaro, un fondo comune che maturerà interessi e che, alla fine, verrà ereditato dagli ultimi tre superstiti della classe. Una sorta di Dieci piccoli indiani moltiplicato per tre: stesso meccanismo rituale, ma dilatato nel tempo, non finalizzato alla soluzione del giallo bensì alla conferma di un vincolo. Il piacere della lettura nasce dal riconoscimento immediato del mondo dell’autore: ogni romanzo amplifica le sue manie, e il lettore vi entra come in un’abitudine affettiva, trovando conforto in questa coerenza. Ne I convitati di pietra i personaggi invecchiano, accumulano acciacchi, attraversano decenni – il romanzo spinge la sua cronologia fino al 2050 e oltre –, ma sembrano non aver mai davvero lasciato il cortile della scuola. La cena rituale del 22 luglio è il momento in cui tutto si ricompone: un appuntamento che riconferma ogni anno il patto, riattiva la competizione e dissolve l’identità adulta. A tavola riemerge la stessa dinamica liceale, rigida e crudele, e tutto ciò che accade fuori da quel rito sembra una parentesi secondaria, un segmento di tempo che esiste solo per condurre nuovamente a quella data fissa, al vero centro delle loro vite. In questo mondo, la figura di Luca Brodo è l’emblema dell’infantile puro. Alla sua ossessione onanistica che esita un tremito permanente alla mano destra spacciato per morbo di Parkinson, corrisponde una precisione descrittiva altrettanto maniacale, che finisce per raccontarlo meglio di qualsiasi dialogo. Brodo vive in un erotismo senza altro: un archivio mentale fatto di immagini e micro-dettagli, una collezione interiore che ruota soprattutto attorno alla compagna di classe Francesca Ricci, sopravvissuta a un grave incidente e costretta alla sedia a rotelle. È lei il centro del suo immaginario: Brodo si concentra sulle cromature lucide della carrozzina, sulle curve metalliche del telaio, su quei bagliori che diventano per lui un’estensione feticistica del corpo della Ricci. Il desiderio si sposta dall’oggetto umano all’oggetto tecnico, come se la sua fantasia non riuscisse più a distinguere tra il corpo e ciò che lo sostiene. Un erotismo che però non assomiglia certo ai traumi metallici del Crash di BAllard — né alla loro versione cinematografica filtrata dallo sguardo glaciale e perturbante di David Cronenberg. Lì il metallo è una ferita, una promessa di dissoluzione; qui, nelle fantasie di Brodo, il metallo della carrozzina diventa un giocattolo sublimato, una superficie brillante su cui proiettare un desiderio che non ha mai imparato a diventare adulto. L’erotismo di Mari è perturbante, sì, ma lo è solo per la sua cifra di assoluto infantilismo, per il modo in cui riduce la complessità del desiderio a un rituale solitario, ripetitivo, statico, privo di ogni minaccia reale. È un perturbante che non nasce dal rischio, ma dalla regressione: dal rifiuto inconsapevole di crescere. Ed è così per tutti: la sessualità che attraversa il romanzo è goffa, immediata, ripetitiva. La Gaudillo colleziona conquiste fra i compagni di classe come figurine; Semprini si lascia trascinare all’atto sessuale mentre pensa alla gatta Crazy, la creatura di Herriman che gli abita nella testa più di qualsiasi donna reale; Rivadeneyra usa il corpo come valuta. Il sesso non genera legami: irrigidisce ruoli, conferma ossessioni, mostra un mondo emotivamente bloccato. C’è poi la città di Milano. I convitati di pietra è anche una sorta di giallo topografico. Ogni personaggio ha un indirizzo preciso, un civico esatto nella mappa milanese. Via Melzi d’Eril, via Sassetti, via Mac Mahon, via Canonica, viale Sarca: seguendo i loro movimenti, il lettore traccia percorsi e incroci che ricordano un’indagine. Milano diventa una città-cronologia, un reticolo di luoghi che conservano le tracce emotive e biografiche dei personaggi: scene della loro formazione, dei loro fallimenti, delle loro morti e omicidi. Come attraversare  mezzo secolo di memoria urbana leggendo, allo stesso tempo, la mappa di un delitto. La riffa – con la sua logica da gioco infantile – come detto è il centro gravitazionale di tutto. Non offre ricompense reali, eppure nessuno può sottrarsi: la competizione è identità. Ogni morte tiene in vita il fantasma della giovinezza; ogni cedimento fisico rinforza il legame perverso con quella classe di liceo che non smette di richiamarli a sé. E questa ripetizione genera un conforto nel lettore. Leggendo, si attende il momento in cui Mari spingerà ancora un po’ oltre la sua macchina narrativa: la monomania di Semprini, il potere della Bathory, le invenzioni rituali di Brodo. La prevedibilità diventa una promessa: entri in questo universo sapendo già come funziona e vuoi vederne i margini. Chi può essere allora il lettore di un romanzo così? A entrarci davvero è un “lettore sofisticato”, in grado di riconoscere la forma, il lavoro sulla ripetizione, la manutenzione maniacale del dispositivo narrativo. È un lettore che vede il mestiere di Mari e lo apprezza proprio perché è trasparente, quasi esibito. Un “lettore ingenuo”, invece — e soprattutto un lettore giovane che non sa niente degli oggetti o manie di un’epoca ormai sorpassata — rischia di uscirne spaesato. Senza il repertorio culturale che sostiene il mondo di Mari, la ripetizione può sembrare immobilità, e l’ossessione un vezzo più che una poetica. Il “lettore naturale” resta dunque un coetaneo dell’autore, qualcuno che riconosce quel paesaggio: fumetti, l’intera filmografia elencata titolo per titolo di un attore come Gene Hakmann! linguaggi scolastici, riti e mitologie di un’infanzia mai davvero superata. I convitati di pietra non racconta una generazione: parla a una generazione, e chiede un ascolto che viene da lontano. In ogni caso I convitati di pietra è un romanzo insieme divertente e triste con al centro, di fatto, la morte. È un libro che non cerca nuove direzioni: amplia una forma che Mari coltiva da sempre, cercando di renderla più nitida, più spietata, più teneramente crudele. Si legge come si legge un rituale: riconoscendo ogni passaggio e aspettando di vedere fino a che punto Mari permette alla sua macchina di girare. L'articolo Michele Mari / L’eterno ritorno proviene da Pulp Magazine.
Luca Tosi / Tra rovina e riscatto
Appena finita la lettura del secondo romanzo (breve) di Tosi sono andato a cercare su Google Maps il paesotto del nord ove è ambientato, Poggio Berni, convinto che non l’avrei trovato perché un posto così strampalato doveva essere parto – pensavo – della fertile immaginazione dello scrittore cesenate. Ma no! Poggio Berni esiste e sta in provincia di Rimini. Non fa però comune, in quanto frazione di Poggio Torriana. E adesso devo sperare che nessuno dei residenti prenda d’aceto e faccia causa al Tosi, visto che nelle pagine di Oppure il diavolo la (ridotta) popolazione locale viene presentata come un aggregato di sfigati, a partire dal protagonista e io narrante, che risponde all’antiquato nome di Natale. Devo dire che quanto a stramberia quest’ultimo brilla anche in una banda di scappati di casa quale quella che si raduna nel bar di Poggio Berni: orfano di padre, cresciuto con una madre anaffettiva e manesca (donna delle pulizie il cui unico orizzonte al di là del gramo lavoro è quanto passa su Rete 4), strappato dalla scuola per via delle non proprio floride finanze della sua famiglia monoparentale, decisamente imbranato per quanto riguarda i rapporti con l’altro sesso e non del tutto certo di non preferire lo stesso, una serie di lavoretti precari ma nessuna occupazione stabile, Natale a tutti gli effetti un inetto che fa impallidire persino Zeno Cosini. Attorno a lui un piccolo cast di provinciali a vita, più prigionieri che abitanti del natio borgo selvatico, il quale a modo suo ha anche qualche forma di inclusività, visto come ha integrato Dragoi lo slavo, che apre la narrazione sfasciando la sua Mini Cooper nella piazzetta del paesotto – uno di quegli incidenti automobilistici che costituiscono classicissimo argomento di conversazione in tutte le vere province del pianeta. Di questa e altre disgrazie si parla nel centro della vita sociale, l’immancabile bar dove bivaccano gli scioperati locali, coi quali il Natale socializza ma non proprio convintamente, consumando un Cremino Algida dopo l’altro nella torrida estate romagnola. Del resto nella terra di Fellini e Mussolini auto e moto non sono meri mezzi di trasporto, ma oggetto di una sorta di religiosità meccanica, che si materializza in corse forsennate e sinistri spettacolari. Natale ha però una diversa passione, la pesca, della quale è autentico esperto. Ma non ve lo figurate seduto sulle rive di fiumi maestosi, torrenti incontaminati, scenografici laghi alpini: lui e i suoi sodali gettano esche e ami nelle acque limacciose dei laghetti artificiali FIPS, una delle (ben poche) attrazioni della (non proprio) ridente cittadina. E proprio sulle rive di uno di questi stagni accade qualcosa che scombussolerà la vita del nostro eroe, fino a quel momento non proprio ricca di eventi memorabili. E il diavolo, si potrebbe chiedere? Dipende da come leggiamo la storia. A modo suo Natale ha una sua religiosità, per quanto non molto ben definita, e il diavolo ne fa parte; è il male che dal quale l’ha messo in guardia un’educazione rozzamente cattolica. Ma è qualcosa che sta fuori l’anima di Natale, o non piuttosto il nome da dare a una serie di sue pulsioni piuttosto inquietanti? Il protagonista di Oppure il diavolo a un certo punto s’imbarca in una serie di atti piuttosto discutibili se non delinquenziali. È solo un giovanotto sprovveduto e goffo ma sostanzialmente buono, o uno squilibrato capace di gesti inconsulti e pericolosi? Non mi pare corretto in sede di recensione dare una risposta a questa domanda, e mi limito a concludere che, dopo il buon esordio di Ragazza senza prefazione, uscito tre anni fa sempre per Terrarossa, Tosi ha dato ulteriore prova di stare degnamente nell’alveo della letteratura emiliano-romagnola. Vale la pena di seguirlo. L'articolo Luca Tosi / Tra rovina e riscatto proviene da Pulp Magazine.
Antonella Lattanzi / Nel mezzo del buio
Con Chiara, Antonella Lattanzi ci consegna un romanzo grave eppure dolce, un’opera che tesse un arazzo di sensazioni e segreti, dove il dolore abita in ogni piega del racconto, ostinato, talvolta latente, per sempre indelebile. Attraverso gli occhi di Marianna, narratrice e compagna di vita sin dall’infanzia di Chiara, Lattanzi ci trasporta nella Bari popolare degli anni Novanta, in un quartiere che sembra protettivo nei gesti più semplici — feste di compleanno in salotto, panini divisi a metà, la mano stretta di un’amica — ma è al contempo attraversato da un’ombra lunga, quella delle famiglie “in apparenza diversissime” ma uguali nella violenza che sanno infliggere. Fin dalle prime pagine, l’adolescenza emerge non come una stagione spensierata, ma come un’età scolpita: una materia fragile e resistente, che si plasma sotto il peso di ferite antiche e parole non dette. Marianna e Chiara non sono solo amiche: sono rifugio l’una per l’altra, un patto silenzioso di protezione contro qualcosa che non osa chiamarsi per nome ma che si avverte come un pericolo costante. In quel nido di complicità, l’intimità cresce: l’affetto diventa amore, l’innocenza si mescola con il desiderio, il bisogno di salvezza si fa promessa. Ma in quel fragile equilibrio, la violenza domestica minaccia sempre di esplodere — non in maniera sensazionalistica, ma con la forza spaventosa della quotidianità: padri che (si) feriscono, madri che sfuggono, muri che non tengono. Il senso di colpa, invisibile ma affilato, scava ferite nell’anima delle protagoniste; un senso di colpa che è anche silenzio, che è “non detto”, che è la paura di essere amate fino in fondo se davvero conosci chi sei. Lattanzi dipinge questi temi con una delicatezza gelida, raccontando quanto i mostri più terribili abitino nelle stanze che dovrebbero proteggere, e quanto siano reali — molto più spaventosi di quelli che si immaginano nei più sfrenati incubi infantili. Leggere Chiara significa accettare di non respirare: ogni pagina trasmette una tensione sottile, quella paura che il peggio stia per arrivare. E il peggio, in effetti, arriva: non come colpo teatrale, ma come conseguenza inevitabile, come frattura che era in agguato fin dall’inizio. Quando il patto tra le due ragazze sembra incrinarsi sotto i colpi della vita adulta, il lettore avverte la fragilità di quel rifugio che sembrava invincibile. E tuttavia, in mezzo a tutta questa oscurità, Lattanzi non rinuncia a offrire una speranza: l’amore ha scolpito la carne delle due protagoniste, così come il dolore. E la carne non dimentica. È proprio in quel tessuto umano, segnato ma vivo, che germoglia una possibilità di salvezza, non trionfale ma ferma: la promessa di esserci per l’altra, nonostante tutto, nonostante il Terrore. Il ritmo del romanzo è incalzante, magnetico; la scrittura concisa ma ricca di echi, capace di alternare la tenerezza dell’infanzia, la scoperta erotica e l’ombra di minaccia che incombe tra le mura domestiche. Lattanzi maneggia il tempo narrativo con perizia, saltando avanti e indietro, scavando nei ricordi e nei silenzi in modo sapiente. In definitiva, Chiara non è solo un romanzo di amicizia o di amore: è una storia di sopravvivenza, di cicatrici invisibili e parole non dette, di mostri che esistono davvero — ma anche di un bene “ostinato e splendente” che può disarmare il cuore, se solo ci concediamo di restare. Una lettura potente e commovente, che scuote senza urlare, che morde piano ma resta dentro. L'articolo Antonella Lattanzi / Nel mezzo del buio proviene da Pulp Magazine.
Giacinta Cavagna di Gualdana / La Rinascente, una storia milanese
La Rinascente è stata per Anni uno dei simboli di Milano. Credo che lo sia ancora, almeno a giudicare dalla folla di stranieri che entrano ed escono dalle porte che affacciano sul Duomo, sotto i portici di via Vittorio Emanuele. Quando io ero giovane e la provincia era davvero provinciale, venire a Milano e fare un giro alla Rinascente erano una bellissima avventura. E una bellissima avventura è la storia di questo grande magazzino, raccontata in forma di romanzo da Giacinta Cavagna di Gualdana in Un milione di scale. Le ragazze della Rinascente. Un’avventura che comincia alla fine dell’Ottocento, nel 1889 per la precisione, quando i fratelli Bocconi, Ferdinando e Luigi, aprono il grande magazzino alle città d’Italia. Se il nome Bocconi vi suona familiare, sì, sono proprio quelli che hanno fondato l’università Bocconi. Oggi una delle istituzioni più famose d’Italia e d’Europa, la Bocconi è stata fondata con lo stesso intento dei grandi magazzini: aprire delle possibilità, far girare le idee, allargare gli orizzonti, migliorare la vita delle persone. I grandi magazzini concentravano idee e proposte per la casa e per la persona, il meglio di quel che i tempi offrivano al prezzo più abbordabile possibile. L’università offriva una formazione nelle materie economiche e commerciali, che a quel tempo non erano considerate oggetto di studio. Nel 1917 i grandi magazzini rinascono con una nuova proprietà, quella della famiglia di Senatore Borletti (finanziatori anche del “Corriere della Sera” e di Mondadori) e soprattutto con un nuovo nome, La Rinascente, coniato da Gabriele d’Annunzio. Nome che resiste ancora oggi. Nel romanzo, che rientra in quel filone di ricostruzione della storia industriale italiana, cominciato con i Florio e proseguito con tante altre riscoperte, la storia della Rinascente è raccontata attraverso le vicende di alcune commesse, oltre che dei proprietari e delle loro famiglie. Una storia corale che si snoda tra le due guerre mondiali, il fascismo, la Resistenza, la nascita della Repubblica. I grandi magazzini non sono solo un luogo di lavoro ma anche di incontri, di sogni realizzati e sogni infranti, di amicizie improbabili e resistenti, di imbrogli e di atti di coraggio. E l’intreccio tra figure realmente esistite e figure inventate è interessante e ben sviluppato, così come l’incrociarsi di vite brillanti e di successo con piccole storie quotidiane. La figlia di Marcello Dudovich, il grande artista e disegnatore che ha guidato per anni la comunicazione e la cartellonistica della Rinascente, fin da bambina fa amicizia con la figlia di una delle sarte del reparto sartoria del grande magazzino, e sarà un’amicizia che dura tutta la vita e che rende grandi benefici a entrambe le protagoniste. Uno dei fratelli Bocconi resta disperso durante la campagna d’Africa, l’ultima lettera è da Massaua; a lui sarà intitolata l’università Bocconi. Il marito di una delle dipendenti più affezionate della Rinascente, Giuseppe Ceriani, è un ingegnere che progetta macchine da cucire per la Necchi; l’azienda di quei Necchi per cui Portaluppi costruì la meravigliosa Villa Necchi Campiglio che è ora uno dei monumenti più amati e visitati di Milano. Insomma, gli intrecci e le scoperte sono tante e sono davvero piacevoli. Prevalgono nel romanzo le figure femminili. Sia perché per tradizione il lavoro della commessa è femminile, sia per scelta dell’autrice. Che senza sottolinearlo in modo palese, racconta però il lavoro nel grande magazzino come uno strumento di emancipazione. Del resto, così è stato. Il primo passo della libertà delle donne è quello dell’indipendenza economica, del lavoro, e possibilmente di un lavoro che abbia un senso, che consenta di esprimere qualcosa di sé stesse, e che crei relazioni, amicizie, solidarietà. C’è forse un po’ di ingenuità nel ritratto di un’azienda paternalistica ma rispettosa dei suoi dipendenti, rigorosa ma attenta al benessere di chi lavora, con un’affidabilità che parte dal datore di lavoro ma è rispecchiata dai dipendenti. La realtà era sicuramente più sfumata e anche più dura. È vero però che una certa etica del lavoro era effettivamente praticata in certe aziende nello scorso secolo, e se anche la Rinascente non è passata alla storia per essere un’azienda modello, è molto probabile e plausibile che i rapporti tra padroni e dipendenti fossero corretti e di buona qualità. Ma più di tutto, Un milione di scale è un ritratto di Milano. Un ritratto bello e ricco, che rende l’idea di quello che la città è stata per i milanesi e per tutti quelli che ci sono venuti a lavorare e a cercare fortuna. I solidi valori del lavoro e dell’impegno, del fare senza mettersi in mostra, quel che oggi chiamiamo understatement, la solidarietà e il rispetto di tutti i mestieri, emergono da ogni pagina e fanno venire anche un po’ di nostalgia e di rimpianto, guardando la Milano di oggi. Quello di cui manca il libro, secondo me, è una voce originale e sicura. La scrittura è piuttosto standard, e non aiuta la caratterizzazione dei personaggi, che il più delle volte sono estremamente interessanti ma a cui le parole non rendono giustizia. Le risate sono tutte fragorose, le giornate sono scampoli d’estate, le amiche si allontanano a braccetto, i fratelli parlano all’unisono… si potrebbe fare un catalogo di quelle espressioni da vocabolario d’italiano e romanzo classico. Ma soprattutto tutte le emozioni sono descritte con poche parole, sempre le stesse. E sebbene si intuisca che sotto c’è molto di più, sebbene in qualche modo la varietà delle esperienze e la ricchezza dei caratteri arrivino a noi lettori, le parole giuste mancano. E questo, trattandosi di un libro, è un dispiacere.     L'articolo Giacinta Cavagna di Gualdana / La Rinascente, una storia milanese proviene da Pulp Magazine.
Marcello Fois / Distrarsi dalla morte
Dopo la lettura de L’immensa distrazione mi sono chiesta se nella narrativa italiana contemporanea esista un autore che proponga, con estrema efficacia, saghe familiari che rispecchiano il genere, anche come canone internazionale, sebbene imprimendo caratteristiche tipiche della nostra storia e della nostra cultura. Marcello Fois è sicuramente, per i cercatori di tale categoria letteraria, uno degli scrittori più autorevoli nel nostro panorama. L’evidenza si era già fortemente palesata con la saga dei Chironi in Stirpe e nei due seguenti volumi, e chi ha dimestichezza con questa narrativa sa bene che per poter permettere di far vivere, convivere, tanti personaggi con svariate sottotrame, un autore deve necessariamente possedere doti assimilabili ed equiparabili a un direttore di orchestra. La Sardegna era l’ambientazione naturale per i Chironi, per la famiglia Manfredini –protagonista di L’immensa distrazione – viene invece scelta l’Emilia, un luogo completamente diverso, a suo modo per chi lo conoscesse, dotato di un fascino particolare e unico, privilegio invero tipico di ogni zona di Italia. Il 21 febbraio 2017 Ettore, ormai ultranovantenne, si sveglia in una mattina grigia dalla luce sciropposa: «Conosceva lo stridore di corvi e cornacchie sui rami dei pioppi scheletrici, i richiami delle volpi dalle tane negli argini, i muggiti e grugniti dal suo mattatoio oltre la siepe e la voluttà dalle mute dei gatti che ne leccavano i pavimenti. Tutto come sempre, dunque, in quella mattina di acciaio. Oppure no?» No, in verità Ettore Manfredini, proprietario di una delle aziende di allevamento più importanti dell’Emilia e del Nord Italia, si sveglia, ma è un risveglio falsato, il suo corpo è deceduto, il protagonista capostipite si rende conto che la sua anima rileggerà ogni passaggio decisivo, ogni sfumatura ininfluente di un intero secolo di vita della sua famiglia, dei suoi figli e dei suoi nipoti. Come Gregor Samsa, protagonista della Metamorfosi di Franz Kafka, Ettore al proprio e singolare risveglio dovrà fare i conti con una temporanea realtà esistenziale, un bilancio di vita che lo porterà a rivedere le scelte e la conduzione di una vita intera. I personaggi della famiglia sono tanti, il romanzo ripercorre nella prima parte la famiglia di origine di Ettore, i genitori di quest’ultimo, Vittorio e Elda, e il racconto di come lui ottiene il mattatoio Kosher della famiglia Teglio, ebrei perseguitati dalle leggi razziali. Il mattatoio andrà ai Manfredini e verrà trasformato negli anni in un’azienda importante, non solo da un punto di vista economico, ma sarà trampolino per l’ascesa sociale agognata da Ettore; l’allevamento e la macellazione sono centro e fulcro della narrazione, personaggio al pari di tutti gli altri, grande metafora esplicativa della storia di questi protagonisti dagli ideali e dagli affetti non propriamente positivi. Nella seconda parte conosceremo i figli di Ettore e Marida Teglio, Carlo, Enrica, Edvige ed Ester, e così Luisa, la moglie di Carlo, con il figlio Elio, Roberto, marito di Enrica e la loro figlia Elisa. Anche se scritto in terza persona, forma da prediligere per questo tipo di narrazioni, la voce di Ettore è come una serpentina che attraversa l’intero romanzo, alternando una dualità, un vocalizzo più intimo e introspettivo, con uno più generico che racconta il succedersi delle generazioni intessute al contesto storico nazionale. Tipico di queste narrazioni è il concatenarsi di eventi più o meno gravi, espedienti tensivi per catturare il lettore e coinvolgerlo nella trama. Una delle particolarità di Fois è lo schema costruttivo che usa, l’innesto di brevi e fulmine rivelazioni e le sue riprese successive largamente poi sviscerate, chiudendo, con soddisfazione del lettore, ogni livello di sottotrama. Il pregio di questo autore sta nella sua cifra stilistica, nella musicalità che scaturisce da una precisa visione per la nostra lingua capace di generare quel lirismo fondamentale per creare suggestioni; collante di questa saga famigliare, ambientata in una terra dal cuore fertile, nel tempo che si ostina a piegarti ma che invece fortifica.       L'articolo Marcello Fois / Distrarsi dalla morte proviene da Pulp Magazine.
Paolo Scardanelli / Sotto il Vulcano
Con Belletti e Romeo, Paolo Scardanelli firma un nuovo, intenso capitolo della saga del commissario Belletti, spingendosi, al suo solito, oltre i confini del noir per entrare nel territorio in cui la prosa incontra la poesia, e l’indagine diventa strumento di conoscenza. Siamo a metà degli anni Ottanta, in un’Italia ancora attraversata dalle ultime scosse della lotta armata, quando la storia collettiva e le ferite personali si mescolano in un magma incandescente. È allora che una coppia di escursionisti trova il corpo di Wolfgang von Rheingold, un quarantenne tedesco, con la gola squarciata. Accanto a lui, un libro intriso di sangue: La morte di Empedocle di Hölderlin. E il cane della vittima, uno splendido esemplare di cirneco dell’Etna – chiamato poi Romeo – accucciato, vigile, custode silenzioso del delitto. Ma l’omicidio misterioso avvenuto sulle pendici dell’Etna — “a Muntagna”, come la chiamano i catanesi — è solo il punto di partenza di una discesa vertiginosa nelle zone più oscure del desiderio e della colpa, e di un viaggio a ritroso nel tempo, dove sono nati i germi degli ideali infranti e della violenza. La trama corre infatti su binari che scandiscono un doppio tempo: quello della contemporaneità scolpita nel sud siciliano e quello del passato che ritorna – in Germania – con la sua carica di rimorsi e ideologie smarrite. Belletti si trova a fronteggiare non solo il crimine, ma la vendetta che si traveste da giustizia, l’amore che può mutarsi in ossessione, la lealtà che implode. Accanto a lui, Romeo: il cane dell’uomo assassinato, che sceglie Belletti come padrone. Non un semplice animale da trama, ma un testimone silenzioso, un tramite tra il vivo e il morto, tra la colpa e l’espiazione. Romeo – elegante, potente, incline alla fiducia che nasce dal dolore – diventa specchio del commissario: entrambi soli, entrambi in cammino. In Belletti il cane risveglia una forma d’affetto e responsabilità che sfuma i confini tra uomo e bestia, tra giudice e vittima. È un rapporto che rende il romanzo più vasto, più umano, più vulnerabile. Belletti si muove tra Catania e Amburgo, due città che Scardanelli trasforma in veri e propri luoghi simbolici dell’anima. Catania, terra di fuoco, di sudore e di passioni, è il regno del sentimento, della memoria e del corpo; Amburgo, fredda e lucida, diventa la controparte razionale, la sede della mente e della legge. Tra questi poli, Belletti — e con lui il lettore — oscilla come un pendolo che cerca equilibrio tra l’istinto e la norma, tra l’amore e la vendetta. Il vulcano, presenza costante e mitologica, non è solo scenario ma principio cosmico. L’Etna è il fuoco originario, la vita che si genera e distrugge, la voce arcaica che rimbomba sotto ogni gesto umano. Scardanelli ne fa una metafora potente del tempo e della storia, della passione che arde e consuma. Ogni eruzione è un ricordo che torna, un dolore che cerca la sua forma. Lo stile di Scardanelli rimane inconfondibile: denso, sensuale, intriso di odori, sapori, materie vive. Le parole sembrano impastate di pietra lavica e vento del Nord, capaci di restituire tanto la ruvidezza di un vicolo catanese quanto la geometria severa dei moli amburghesi. Se rispetto ai precedenti romanzi la componente musicale si fa un po’ meno esplicita, il ritmo resta calibrato con la stessa maestria: sincopato, quasi respirato, come una lunga ballata che alterna il passo lento della riflessione al colpo secco dell’azione. Ma Belletti e Romeo è anche — e forse soprattutto — una storia d’amore e di perdita, in cui la giustizia non è mai pura e il confine tra legge e trasgressione si fa sottile come il fumo che sale dal cratere. In fondo, Belletti non indaga solo sull’assassinio di un uomo, ma sul mistero stesso del vivere, su quel punto in cui la passione diventa colpa e la colpa chiede redenzione. Scardanelli riesce, ancora una volta, a trasformare il noir in poesia civile, e la poesia in una forma di verità. Belletti e Romeo è un romanzo che brucia piano, come la lava sotto la crosta, e lascia nel lettore il segno di una luce calda e pericolosa. Perché, come cantavano i Clash, “I fought the law, and the law won”.               L'articolo Paolo Scardanelli / Sotto il Vulcano proviene da Pulp Magazine.