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Mauro Covacich / La disperazione della classe media
Lina è un puntino luminoso che si muove fra le pagine. È una bambina diversa, probabilmente down, si dimentica di usare gli articoli ma le sue parole sono semplici e limpide, trasmettono la freschezza del mondo appena scoperto. Lina fa fatica a fare i compiti, a concentrarsi, a fare astrazioni; a scuola qualcuno la chiama mongolina, ma le amiche condividono con lei le prime emozioni e le prime esplorazioni sessuali. Quello che piace di più a Lina è ascoltare le storie. Soprattutto quelle che le racconta Max, il compagno della madre, sulla strada di ritorno da scuola: la storia della zuppa di sasso e degli animali che si trovano tutti insieme a tavola è la sua preferita, se la fa ripetere uguale tutti i giorni e se potesse anche più di una volta al giorno. Lina ha intatta l’innocenza e soprattutto la meraviglia di fronte al mondo. Che contrasto con sua madre, imprigionata in un lavoro che magari amerebbe anche ma nei fatti detesta: Elena è fisioterapista in un club di tennis esclusivo, detesta i suoi clienti ricchi e malandati ma assetati di vita, li detesta fisicamente eppure li deve toccare e manipolare. Elena è separata e si è dovuta trasferire alla periferia di Roma, e non riesce a perdonare l’ex marito per averle imposto questo cambiamento. La sua rabbia si estende al nuovo compagno Max, che sta ingrassando e che anche se contribuisce da tutti i punti di vista al ménage famigliare non è quello che Elena si era immaginato. Ma pure il mondo intero è insopportabile, così che Elena finisce per trovare sfogo, e un piacere perverso, nel rigare con le chiavi del motorino il Suv lussuoso e nuovissimo con cui si trova a condividere il traffico. Un unico rapporto sembra essere ancora carico di affetto e tenerezza, e non è quello con Lina. Elena ama Lina ma non riesce ad affrontarne la condizione speciale con naturalezza, sembra seguire con impazienza e insofferenza le indicazioni, immaginarie o reali, di psicologi e assistenti sociali. Il rapporto di affetto e tenerezza è quello con la madre pressoché immobilizzata, che riceve ogni giorno un enorme mazzo di rose rosse ma non vuole dire da chi, che ritrova il piacere di vivere solo nella sigaretta fumata alla finestra. Con lei Elena diventa contemporaneamente madre e figlia, condivide ricordi, confessa i suoi sogni, e si scioglie appena. E che dire di Carlotta, l’ex compagna di Max, giornalista colta e di successo di giorno, in cerca di sesso di notte. Un sesso sempre più estremo ma sempre asettico, sotto falso nome e falsi gusti. Carlotta arrabbiata per aver perso Max e per non riuscire a perdonarlo o a dimenticarlo. E Max? Max è quell’uomo che con Lina è dolce e gentile, paziente e protettivo. Che appena uscito di casa va a mangiarsi un panino con la porchetta. Che scriveva, ma ora passa le giornate a camminare perché non riesce più a scrivere. Che finisce per dedicarsi a insultare sui social Carlotta, ex amata abbandonata e rimpianta. Come se la sua parte oscura, cupa e terribile dovesse trovare una via d’uscita, non importa se devasterà tutto. Con quanta onestà e quanta crudezza Mauro Covacich ci mette di fronte alla realtà. Una realtà che preferiremmo non vedere: perché quand’è che il sesso è stato separato dall’amore in un modo così radicale da diventare un puro esercizio fisico o uno spazio di potere? Quand’è che il cibo non è più nutrimento e cura e piacere, ma un dovere faticoso, oggetto di contabilità ossessiva? Quando essere genitori è diventato una questione di precetti psicologici, formule meccaniche che hanno soppiantato l’affetto e la premura? Quando gli unici atti di libertà e di espressione sono diventati rigare un Suv di lusso o insultare sui social? Quando la classe media, quell’insieme eterogeneo di individui con una professione, una certa cultura, un reddito ragionevole, ha smesso di guardare il resto del mondo e si è chiusa nel suo scontento e nel suo magone? Dovremmo ripercorrere la storia, del nostro paese e degli altri paesi, quantomeno dell’Europa, e scomodare il turbocapitalismo, la globalizzazione, la polarizzazione degli interessi, le diseguaglianze estreme, lo sfaldamento delle piccole comunità a favore di una società liquida in cui ognuno è sempre più solo, unico responsabile dei propri errori o anche solo delle proprie insoddisfazioni. E sicuramente troveremmo profonde ragioni sociologiche e complesse. Oppure potremmo ascoltare Lina e quella sua risata canterina. Guardare Lina e vedere tutto come nuovo, e quindi interessante e sorprendente. Seguire Lina e darci delle possibilità. Lina, quel puntino luminoso che si muove tra le pagine, davvero potrebbe diventare la salvezza.     L'articolo Mauro Covacich / La disperazione della classe media proviene da Pulp Magazine.
March 2, 2026
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Sandra Petrignani / Lo sciamano dell’anima
«Io credo che le tue parole diventeranno sempre più chiare con il passare del tempo. Credo che l’essere umano avrà ancora più bisogno della psicoanalisi, non avendo più la religione né nessun’altra risposta alle sue eterne domande, né guide né maestri per capire chi è, per dare una spiegazione ai propri fantasmi». Un anziano Carl Gustav Jung in punto di morte discorrendo con l’assistente Aniela Jaffé che stava curando all’epoca la stesura di Ricordi, sogni, riflessioni, il suo libro più personale, si chiede se qualcuno capirà mai ciò che ha scritto, avendo sofferto dell’isolamento e dell’incomprensione per anni. Siamo all’inizio di giugno del 1961 ma siamo già al termine dell’ultimo romanzo di Sandra Petrignani, pubblicato da Neri Pozza e incentrato proprio sulla figura enigmatica e quanto mai affascinante dello psicologo, psichiatra, antropologo e filosofo svizzero. Di Jung è stato detto e scritto molto e quindi cosa aggiungere al materiale già esistente? Petrignani ci prova utilizzando proprio questa domanda come risposta e sviluppando la trama su Egle, una scrittrice a caccia di una storia ma non di una storia qualsiasi, una storia che riguardi la sua più recente ossessione: Jung. Lettrice vorace che ha provato sulla sua pelle l’efficacia della psicanalisi si trova ora a interfacciarsi con un dilemma enorme per la stesura del nuovo libro. Per aiutarla ad affrontare la situazione con occhi diversi e nuovi arriva in suo soccorso la vicina di casa Lorenza, ammaliata da tutte le curiosità che l’amica le propina durante i loro pomeriggi trascorsi insieme. Il confronto risulta interessante anche perché vede posizioni parzialmente opposte. Oltre a Emma Rauschenbach, la moglie, ci furono molte altre donne a gravitare nel mondo di Jung e con cui intrattenne una relazione sentimentale: la più famosa, Sabine Spielrein, sua giovane paziente russa a cui fu diagnosticata la schizofrenia e che divenne poi a sua volta psicoanalista nonché protagonista di trasposizioni cinematografiche (A dangerous method del 2011, Prendimi l’anima del 2002). Meno nota è invece l’americana Christiana Drummond Morgan, Lady Morgana nel romanzo di Petrignani. Donna tormentata e conturbante, per Egle figura da approfondire nell’universo-Jung: eccola la scintilla da cui partire con la sua storia in sospeso. Si immagina quindi uno scenario nostalgico in cui Christiana dopo essere stata sua paziente negli anni ’20 del Novecento, vuole rivedere per l’ultima volta l’uomo che l’ha guarita dalle sue paure già una volta e lo raggiunge a Zurigo, ritrovandolo immutato come nei suoi ricordi nonostante il tempo trascorso. I capitoli con i flashback sono abilmente intervallati a dettare il ritmo di una storia senza tempo, di un nome – quello di Gustav Jung – senza tempo, e di richiami e aneddoti senza tempo. La vita di quest’uomo è stata ricca in molti sensi, il lavoro nell’ospedale psichiatrico Burghölzli, la cattedra all’Università di Zurigo, i cinque figli, i viaggi in Kenya e Uganda, l’alchimia, le amicizie con personalità del calibro di Hermann Hesse, senza tralasciare il legame professionale con il collega austriaco Sigmund Freud. I dialoghi e le conversazioni tra i due sono l’occasione per Egle di analizzare nuovamente la sua vita, stavolta con una visione differente e distaccata, e un mezzo per comprendere e accettare le decisioni prese in passato. Sullo sfondo di una Roma letteraria ed eterea come solo lei sa essere, in concorrenza con un lago, quello di Zurigo sulle cui sponde sorge la Torre di Bollingen, rifugio senza comodità di Jung. Tentativo quello di Petrignani, già autrice di altre biografie romanzate come La Corsara, Marguerite e Addio a Roma, di dare lustro alla figura di colui che veniva considerato lo sciamano. Se la scelta fosse ricaduta su Sabine Spielrein forse l’epistolario sarebbe stato più curioso ma va anche sottolineato che della loro storia si è detto tutto il possibile quindi la scelta di una figura più in ombra era obbligata. Se ci si approccia conoscendo poco o nulla del mondo di Jung è invece da considerarsi un ottimo punto di partenza per ampliare la ricerca e approfondire la lettura della sua opera – in particolare Ricordi, sogni, riflessioni, e Il libro rosso.                                                                   L'articolo Sandra Petrignani / Lo sciamano dell’anima proviene da Pulp Magazine.
February 28, 2026
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Leonardo Colombati / Odissee di mare e di terra, naufragi, superstiti
Gli amanti della lettura, nonché gli appassionati dei romanzi di avventura, non potranno che essere felici di leggere Non vi sarà più notte, nuovo libro di Leonardo Colombati. Si tratta di quasi settecento pagine pirotecniche che attraversano mondi diversissimi tra loro, ma concentrati in un periodo relativamente breve e cruciale nella storia dell’uomo, a cavallo tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Con una sensibilità che in alcuni momenti sembra anticipare l’irriverenza tipica del postmoderno, l’autore costruisce diversi ambienti animati da atmosfere il cui unico tratto comune è lo svolgersi della vita del protagonista, Vasilij Kozlov che a diciotto anni parte da Pietroburgo – città che da sola già rappresenta un tuffo al cuore per chi abbia letto più di un romanzo russo dell’Ottocento – alla volta di Parigi, altra rivale europea per cultura, fascino e forza militare. Vasilij, detto Vaz, è un soldato, un capitano dell’esercito, ma soprattutto è un valente tennista (ricorda qualcosa, di questi tempi?) e nei grandi parchi di Bois de Boulogne deve misurarsi contro campioni di altre nazioni in confronti che gli uomini dell’epoca vivono come alternativa alla guerra, proprio in un momento in cui l’Europa e il mondo si trovano su una lastra di ghiaccio che scricchiola sotto i loro piedi. Qui, a partire dal viaggio in treno, è tutto un fiorire di divise, di gradi militari, di fanciulle seducenti e seduttrici, di piedini bianchi come il marmo che si fanno accarezzare dolcemente, ma di nascosto, di prodezze e di scelte coraggiose e avventate di gioventù. E così Vaz si innamora, ampiamente ricambiato, dell’immancabile infelice e deliziosa fanciulla francese, Cécile, già promessa sposa a un ufficiale tedesco. Ecco allora il secondo tempo: la fuga in nave per l’America. “La malattia che ogni ragazzo sognava di buscarsi”. E il set narrativo cambia radicalmente. Il capitano dell’esercito russo diventa un signor nessuno. Nella nave viene a contatto con diverse categorie di immigrati (gli italiani sono in terza classe con i capelli imbrillantinati, le loro donne vestite di nero, e protestano per la cattiva qualità del cibo che viene loro propinato). Quando sbarca, dopo la pausa a Ellis Island, vede come la propria storia e la propria identità vengano violentemente manomesse, storpiate o rimosse. In America basta il nome. Ci dimentichiamo i vini pregiati, le dispute filosofiche, i café parigini, le partite a scacchi, per addentrarci in bordelli newyorkesi, vivere di stenti, incontrare e/o evitare gangster provare a salvare bambini senza famiglia e, di nuovo, innamorarsi, questa volta di Elena, diventare padre e avere un figlio. Nella dimensione americana che rappresenta nel tempo il momento più importane nella formazione e nella crescita di Vaz, trovano spazio altri due ambienti, altri due contenitori, altri due “campi semantici” che bene si prestano a raccontare la storia, non solo del personaggio, ma degli Stati Uniti interi, almeno per quell’epoca. Il primo è il circo e più in generale il mondo dello spettacolo, il secondo è la galera, in particolare la prigione di Sing Sing, sulle rive del fiume Hudson, a nord di New York. In parte del romanzo, la narrazione si fa quasi surreale. I colpi di scena aumentano. Tra le miserie e le piccole cose della vita quotidiana, tra la violenza subita e le ingiustizie, emergono con più forza i sentimenti “veri”. Vaz lo leggiamo nella sua forma di “adulto”. I personaggi celebri come Isadora Duncan si incontrano e si intrattengono con eroi sconosciuti. Incontriamo Charlie Chaplin e Harry Houdini che sembrano “danzare” intorno alle vicende di Vaz. Insieme a loro maghi e fattucchiere, spie, politici e attori. La realtà storica e la cronaca si lasciano sedurre dalla fantasia letteraria per creare un mondo muovo e immaginario che però restituisce bene le atmosfere dell’epoca dove le categorie ottocentesche sono ormai in declino e un nuovo mondo sta per nascere senza che nessuno possa avere il sospetto che stia per esplodere una guerra mondiale. Anzi due. Chi è infine Vaz? Cosa rimane di lui? È forse qualcuno con cui ci immedesimiamo: Vaz è un eterno superstite. Assomiglia all’alieno di David Bowie. Nei passi narrati, la sarabanda di avventure e occasioni all’interno delle quali si muove l’ex capitano di un esercito ormai di un’altra dimensione, prosegue verso un’atmosfera sempre più surreale che assume quasi i toni del racconto di fantascienza alla ricerca di una soluzione esistenziale che possa salvarlo. Ritornano in campo i temi delle idee e dalla filosofia che già nella prima parte avevano avuto un ruolo sulla scena europea delle vicende del nostro protagonista. Ma mentre all’inizio appartenevano quasi alla dimensione del racconto da salotto, nella fase finale assumono un tono più diretto, amaro e polemico. Si afferma così un certo disprezzo delle idee nella convinzione che conducano sempre alla guerra e alle morti di centinaia di migliaia di persone. Dopo le guerre, solo chi vince può dimostrare al mondo che le proprie idee erano giuste.       L'articolo Leonardo Colombati / Odissee di mare e di terra, naufragi, superstiti proviene da Pulp Magazine.
February 20, 2026
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Mattia Insolia / Tempo, generazioni
Si può fare un bilancio della propria vita a soli ventotto anni? Si, se le condizioni lo impongono; quando il contesto lo favorisce e il momento della propria vita lo rende necessario. È quello che viene da pensare leggendo La vita Giovane, il nuovo libro di Mattia Insolia. Il protagonista è Matteo, Teo, coetaneo e in qualche modo alter ego dell’autore. Egli torna nel paese dove è nato e dove ha trascorso una parte significativa della propria esistenza, dopo una lontananza durata poco meno di un decennio. Una distanza fisica e geografica, certamente, ma soprattutto emotiva e “mentale”. Torna a casa Matteo, doverosamente, perché due amici di sempre, Giorgia e Matilde, si sposano. Potrebbe essere un gesto naturale, quasi banale, di “piacere”, di affetto. Ma non sarà solo così. L’impatto con il ritorno sarà ruvido, a volte violento. Fin dall’incipit, l’autore non ci risparmia la memoria di una giovinezza esagerata e sfrontata nei toni e nei comportamenti. Una giovinezza a volte selvaggia e forse addirittura disperata che “alla realtà preferiva il buio” dentro sé stessi. Da lì gli eccessi del bere vodka e gin tonic, delle canne e della musica ad alto volume. Della velocità di un’utilitaria lanciata sull’asfalto con dentro ben sei passeggeri tutti amici tra loro, compagni di scuola. Viaggia verso Sud Teo, per una tre giorni in cui, in fondo al suo cuore, spera di ritrovare persone e situazioni di quando era più giovane. Ma questa ingenua aspettativa inizia con una prima delusione, anche se non inaspettata: il sud d’Italia ormai è desertificato. La maggior parte delle persone sono andate via. La sua terra si ripopola solo per le vacanze estive e per un breve periodo. Ma non importa più di tanto. Ci sono i suoi più cari amici, alcuni dei quali non vede e non sente da tanto tempo. C’è la sua casa, i suoi genitori, la sua stanza, i suo i giochi da bambino e da ragazzo. E così il lettore trascorre la prima parte del libro, che corrisponde al primo giorno di permanenza di Teo nel paese di origine, conoscendo brevi tratti del suo passato, tra una giustificata nostalgia e un’ingenua e comunissima tenerezza per la propria infanzia. Poi ci sono finalmente gli amici: Sofia, Giorgio, Matilde, Marta e Tommaso. I ricordi gentili e affettuosi si mescolano con episodi dolorosi, i fatti enormi come l’attentato alle torri gemelle con le piccole storie quotidiane dei cartoni animati. Si arriva poi alla seconda parte che corrisponde al secondo giorno di permanenza quando il romanzo prende corpo nella sua modalità più vera e feroce, nella sua realtà più autentica, fortemente rivendicata. Qui la storia acquista vigore da subito con un incipit violento e angosciante, poi prosegue avvicinando lo sguardo alle dimensioni individuali e in parte anche collettive dei suoi amici seguendo un refrain che sembra un’ossessione: “che fine hanno fatto i sogni che sognavamo?” Lo troviamo ripetuto, quasi alla fine di ogni vicenda raccontata in presa diretta o ricostruita dal passato. Si tratta di una domanda giustificata dallo sguardo che si posa sulla maggior parte degli amici di Teo tutti a modo loro significativi per la sua crescita e la sua maturazione. Anche quelli che si sono persi nel mondo della droga o, peggio quelli che pensano solo al loro Suv ai soldi, alla palestra e a un mondo totalmente anaffettivo diviso tra vincitori e vinti. Poi, molto più banalmente c’è la ragazza che si è mantenuta casta per molti anni della sua vita, anche in presenza di relazioni affettive di rilievo, e che si è ritrovata su Only Fan dopo aver pensato di aver trovato il principe azzurro mentre era solo un umo che l’abusava. C’è il degrado più disperante e degradante di chi è diventato fascista, razzista e delira di sostituzione etnica. Insomma, c’è tutto il catalogo culturale e sociologico di una parte della società contemporanea del tutto priva di punti di riferimento, di etica e di sensibilità civili. Si distingue positivamente, ma solo in parte, Sofia che si è trasferita a Roma per studiare, e che prende contatto con l’attivismo di sostegno al destino drammatico dei palestinesi. Ma c’è un’altra domanda che più sobriamente fa capolino nel libro di Insolia e che viene formulata da uno dei suoi personaggi in un misto emotivo di speranza e di angoscia: “diventeremo come loro?” È una domanda che guarda al mondo degli adulti con spavento e con un certo disprezzo misto a una buona dose di moralismo. Scritto con una buona perizia, il libro di Insolia si muove affrontando tutto il “catalogo” delle vicende umane: dalla morte alla malattia, dai primi innamoramenti adolescenziali al dolore e alle semplici e forse felici bravate di un gruppo di liceali, dal suicidio alla dipendenza dalle sostanze fino al revenge porn e molto altro. In un romanzo che ha il pregio di non essere “a tesi” e che si muove abilmente fra i tempi del racconto e quelli della storia, vediamo una generazione, almeno una parte di essa, che non riesce a domandarsi nulla di sé stessa neanche quando si incontra davanti alla tomba dell’amico morto suicida. È capace di accennare solo timidamente a considerazioni del tipo “eravamo felici e non lo sapevamo” oppure ancora “siamo degli egocentrici!”. In fondo, veramente poco, troppo poco. Poi c’è la conclusione della vicenda, che certamente qui non è il caso di anticipare. E allora al lettore può sorgere un’altra domanda in risposta a quella principale dell’autore. Non tanto che fine hanno fatto i sogni, ma piuttosto che sogni quella generazione aveva coltivato: di quale natura erano fatti i loro sogni? E di che natura sono i sogni che facciamo ora?   L'articolo Mattia Insolia / Tempo, generazioni proviene da Pulp Magazine.
February 11, 2026
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Christian Raimo / Un romanzo personale e politico
Che bello, mi sono detta quando ho chiuso il libro. All’inizio, la scrittura un po’ dimessa e un po’ ricercata, con questi due registri mescolati, mi ha spiazzato. Ma poi mi è entrata nelle orecchie e nella testa, mi ci sono affezionata, mi è rimasta come un tratto peculiare. L’invenzione del colore, il romanzo appena uscito di Christian Raimo, se mi chiedessero di cosa parla, direi che parla del padre del narratore e della Technicolor, di una tecnica che è stata all’avanguardia e poi è stata rimpiazzata dal digitale, di un mondo che era pieno di una bellezza che ormai è scomparsa. Il padre del narratore, Raffaele Raimo, era un chimico che ha inventato, insieme a due colleghi, un procedimento particolare chiamato ENR (dalle iniziali dei tre inventori) per colorare la pellicola dei film con degli effetti particolarmente espressivi. Erano i tempi che le pellicole erano in bianco e nero e si coloravano poi, erano i tempi in cui i direttori della fotografia e i registi sceglievano dove aggiungere il colore per sottolineare delle emozioni, per comunicare stati d’animo e sensazioni agli spettatori. Il colore di Technicolor era diverso e speciale, e del resto ci ricordiamo tutti che c’era scritto “in Technicolor” sulle locandine e nei titoli di testa, e per tutti voleva dire qualcosa di speciale. Raffaele Raimo, morto piuttosto giovane di un tumore fulminante, quando lo troviamo nel romanzo occupa i sogni e poi le giornate del narratore, e diventa oggetto di una ricerca che è un po’ anche la ricerca di sé stesso, e di come cambia il mondo, come ci si adatta o non ci si adatta. I genitori, quando scompaiono, si rivelano dei totali sconosciuti, e ci lasciano delle domande a cui nessuno sa rispondere. In questo romanzo le domande sono tantissime, incalzano senza sosta. Sono relative al padre ma anche ai sentimenti, a come pensiamo, a perché siamo come siamo. Domande che avrebbero bisogno di una risposta, domande che non possono avere risposta e domande di cui in realtà la risposta la sappiamo già. Sono tre i grandi temi del racconto, tre volti di sé stesso che l’autore narratore sceglie di farci conoscere. C’è l’amore, la storia d’amore con Gadda, che comincia e finisce o forse no, che lascia molto dolore e le inevitabili domande. C’è la ricerca sul padre, quei sogni insistenti che aprono spazi inauditi; gli incontri con gli ex colleghi di lavoro della Technicolor, gli appunti incomprensibili, le carte lasciate in un ordine apparente che è disordine reale, e naturalmente i ricordi, quelli condivisi con la sorella (la scrittrice Veronica Raimo), quelli incerti, quelli inventati. C’è la scuola, il lavoro di insegnante e soprattutto un allievo, adolescente un po’ perso un po’ furbo, quasi un sostituto dei figli mancanti, con cui l’autore narratore ha un rapporto che no, come professore probabilmente non dovrebbe avere ma che sì, come uomo crede e desidera avere. E insieme ci sono Roma, Napoli, Pescara, l’Abruzzo. Un’Italia faticosa e scarsa di prospettive, in cui le periferie, i margini sono ancora laboratori di cambiamento e di lotta, ma anche loro un po’ stanchi e scarsi di prospettive. Non è un romanzo intimista, per quanto narrato in prima persona e incentrato sui rapporti personali e famigliari. È un romanzo direi proprio politico, soprattutto se visto alla luce di quello che sta succedendo ora, nella scuola, nelle piazze d’Italia. Un romanzo che lascia spazio alla necessità di agire, di farsi sentire e di partecipare, ma che ne coglie anche la fatica e i dubbi, le incertezze sulla strada da prendere. Se la compagna Gadda, che a un certo punto lo lascia ma che poi non si sa se davvero lo lascia, se Gadda sembra granitica nelle sue convinzioni che tutto è politica e solo l’impegno rende la vita significativa, per sé stessi oltre che per gli altri, l’autore narratore, che la segue a ogni assemblea e incontro e manifestazione, con slancio e interesse, è però meno convinto e molto più incline a lasciarsi andare a un personalismo molto, potremmo dire, molto borghese. Del resto, questa categoria, così rilevante e definitiva per una generazione, poi scomparsa dal linguaggio comune, sta riemergendo come parola in grado di definire non solo una condizione sociale ma anche un modo di comportarsi, scelte di vita, abbigliamento, riferimenti culturali. Una parola che ricompare insieme al concetto di classe sociale. Le classi sociali non sono scomparse, sono cambiate ma sono ancora reali e presenti. Ne è più che consapevole Christian Raimo, come si vede anche dai suoi post sulla scuola. Dunque ho trovato molto bello che tra le pagine del romanzo trovi posto una dimensione collettiva, sociale. Che però lascia spazio e tempo al racconto dell’esperienza personale. Sono commoventi le pagine finali, gli ultimi giorni del padre, quell’affetto profondo che esiste anche senza parole, quel legame che ci complica la vita ma ce la arricchisce come poche altre cose. L’invenzione del colore è un romanzo in bianco e nero, ma pieno di sfumature, in cui il nero può essere profondo come il buio interiore e inconoscibile, e il bianco quella luce che andiamo cercando in ogni nostro gesto. L'articolo Christian Raimo / Un romanzo personale e politico proviene da Pulp Magazine.
February 7, 2026
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Daniele Mencarelli / Altre anime, altre oscurità
I fan più radicali ed estremisti di Daniele Mencarelli (e ce ne sono tanti, tutti ampiamente giustificati) potranno rimanere sopresi e disorientati alla lettura della più recente novità dello scrittore romano, nomade ormai per mezza Italia. Prima di tutto, questo suo nuovo lavoro lo si trova negli scaffali delle librerie proposto da un altro editore, anche lui prestigioso e qualificato, come Sellerio. Con una identità editoriale rafforzata presso il grande pubblico dai gialli di Andrea Camilleri, con Montalbano, di Gianrico Carofiglio, con Guido Guerrieri e diversi altri protagonisti tra signore avvocati e carabinieri e non ultimo, di Antonio Manzini con il suo Rocco Schiavone. E allora perché Sellerio per Daniele Mencarelli? Perché il libro in uscita, dal titolo Quattro presunti familiari, è un vero e proprio giallo. Ambientata nella provincia di Latina, nel paesino di Norma, la vicenda ha come protagonisti il capitano Damasi e l’appuntato Circosta, con loro uno scheletro di donna ritrovato per caso nei boschi vicino al paese. Tutto potrebbe filare nella routine a volte banale dei gialli “facili” per i quali il modello indiscusso è stato per tutti Agatha Christie (e il titolo del libro potrebbe addirittura farlo presagire) ma per fortuna non è così. E i fan di Mencarelli ne possono facilmente uscire assai rinfrancati. I veri protagonisti per una gran parte del libro sono infatti gli abitanti del paesino, i quattro presunti parenti della vittima appunto, che Mencarelli sembra conoscere da sempre perché, fatti i dovuti distinguo, sono gli stessi personaggi di quella piccola borghesia ipocrita e piccina, ma anche così umana che egli ci ha raccontato in moltissime altre occasioni, in molti altri libri precedenti. Il punto di vista è quello “laterale” dell’appuntato Circosta, di cui anche il lettore si accorge con un certo ritardo, perché a menare i tempi delle indagini naturalmente è il suo capitano. Ma sembrano essere soprattutto le congetture che riguardano i quattro presunti familiari, i loro legami, i loro piccoli intrighi, i loro segreti e le loro cose meno note a segnare un filo conduttore che ci porta a percorrere tutta la narrazione insieme all’autore. In questo contesto si rilevano due importanti novità nella proposta narrativa di Mencarelli. La prima riguarda l’uso abbondante – ma necessario – dei dialoghi, serrati, fortemente aderenti ai contesti, che si sostituiscono efficacemente alla necessità della prosa. L’altra novità riguarda il ritmo della narrazione, mai così spedito e avvincente, pertinente con la scelta del modello narrativo. Tutto questo ha il pregio di rapire il lettore per una buona metà della storia. Dialoghi, ritmo, sorprese e eventi. Poi, nella seconda metà del libro, riemerge il Mencarelli più conosciuto che inizia a prendersi cura in un modo diverso dei suoi personaggi, rimasti parzialmente penalizzati nella prima parte che li aveva un po’ schiacciati sulle necessità della narrazione giallistica con i fatti che accadevano in rapida successione. Qui, con una virata, l’autore conferisce loro uno spessore forte e chiaro. Tutto viene riportato a una dimensione più umana. La narrazione si nutre delle piccolezze e delle miserie di ciascuno e il plot lascia spazio a una dimensione drammaturgica convincente e sempre di forte impatto etico e sociale. L’irritazione verso alcuni personaggi e alcune situazioni, che nel lettore non può mancare, si incontra e forse si scontra con una visione dolente della realtà che per molti aspetti invita a sospendere i giudizi facili per lasciare spazio a personalissime digressioni malinconiche e poetiche che ci allontanano dalle miserie del mondo e ci chiamano alla dolcezza dell’amore.   L'articolo Daniele Mencarelli / Altre anime, altre oscurità proviene da Pulp Magazine.
January 26, 2026
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Denise Pardo / Un turbinio di sabbie, fanciulle, prìncipi e rivoluzionari
Egitto, il Cairo, dal 1940 all’ascesa di Nasser, dalla Londra plumbea alla Corniche del Nilo con tutti i celebri profumi e spezie nel cuore della città, il chiarore del deserto e il contagio sottile che giunge dalle lingue frullate con gli idiomi tipici e l’insieme di yiddish ed ebraico. In tutto questo s’impastano le voglie e i propositi di Kate, giovane figlia di Jerome Lambert che, dopo la dichiarazione di guerra della Gran Bretagna alla Germania nazista che aveva invaso la Polonia, pensò bene di trasferirsi da Londra nella capitale egiziana. All’adolescente Kate che ambiva a diventare piratessa o domatrice di leoni tutto cambiò ritrovandosi nella dolcezza del Cairo – dove regnava il re Farouk – fra palme, eucalipti, gelsomini e una babele di donne e uomini in un mondo “esteso, frammentato eppure aggregato” che mai avrebbe potuto immaginare. Davanti alle sfumature polverose del deserto, pensava, il suo futuro era “quello di una beduina”. Sarah, la sua chaperon-domestica, veggente dall’occhio sbilenco, saprà seguirla e inseguirla fin dagli inizi quando il forte chiarore del Nilo brucia la pelle dell’inglesina e quando, poco tempo dopo, il cuore di Kate brucerà al fuoco degli interessi politici (lei poco avveduta e anche incapace di resistere alla propria curiosità) e della passione. Pensieri selvaggi e il loro contrario, mormorii notturni prima sconosciuti, e poi abbondantemente assorbiti, conversazioni pericolose e giochi politici che da lì in poi prenderanno il sopravvento, ecco a cosa deve badare Sarah affinché una ragazza inglese in terra straniera non venga sopraffatta. Ma la sopraffazione avviene. Narrata per quello che è in questo romanzo di Denise Pardo, impregnato del dialogo fra civiltà nel bel mezzo di un ’900 ricco e ambiguo, in luoghi dove all’ombra delle piramidi tutto e il contrario di tutto avveniva in un florilegio di politici, prìncipi, rivoluzionari, artisti, milionari di Hollywood, pasticceri italiani (Groppi, uno per tutti), spie, e deliziose fanciulle più o meno sposate. Ambienti ricchissimi di maschilismi e drogature, costellati di giardini favolosi ma circondati da un popolo di ambulanti, mendicanti, asini e scimmiette, e figure vestite di nero. Vita e avventura di Kate mutano profondamente quando incontra Hafez. Uomo sfuggente legato a sua insaputa a Gamal Abd El-Nasser che trama il rovesciamento del re Farouk. La Storia prende il sopravvento, nessuno ne è immune, soprattutto Kate divisa fra capacità di farsi largo fra i grandi eventi locali, la rivoluzione di Nasser e la lotta egiziana contro l’occupazione inglese, dalle cui traversie non potrà sfuggire essendo lei del tutto “inglese” (quindi nemica del nuovo regime) nonostante amicizie familiari e amorose con coloro che al Cairo erano più di lei avvertiti e avveduti. La capacità di Pardo nel descrivere territori e destini che mutano in pochi decenni, trasportando in blocco i lettori in una terra straniera iper-decorata e stracolma di dovizie architettoniche, lì dove luci e cibo e bevande diventano incandescenti, dove gli sguardi degli egiziani sono quasi sempre gratificati e minacciosi, è a dir poco memorabile. La storia dell’autrice ci aveva già raggiunti con il precedente La casa sul Nilo, un “Lessico famigliare” che in Tornare al Cairo s’arricchisce di altre storie, altri intarsi amorosi e politici dove diventa nitida un’epoca che non dovrebbe essere dimenticata, e imprescindibili un tempo e una geografia da cui non sfuggire, pena la catastrofe. Come risulta ben evidente oggi, nel nostro occidente corrotto in fase di smantellamento. L'articolo Denise Pardo / Un turbinio di sabbie, fanciulle, prìncipi e rivoluzionari proviene da Pulp Magazine.
January 25, 2026
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Vladimir Di Prima / Il gioco della commedia
Il grande paradosso dell’editoria italiana è questo: si stampano sempre più libri ma è sempre più difficile farsi pubblicare per un esordiente – a meno che non si ricorra a quelle case editrici che ti chiedono il contributo. Eppure c’è un gran numero di aspiranti scrittori che hanno un manoscritto, cioè in realtà un file di testo, da pubblicare – e può ben essere che proprio i personal computer abbiano a che fare con la proliferazione degli aspiranti. Si fa meno fatica a battere su una tastiera che a tracciare le lettere con una penna o una matita, c’è poco da fare. Vladimir Di Prima, classe 1977, nato e cresciuto nell’isola che ci ha dato tanti ma tanti scrittori straordinari, è riuscito nel suo precedente romanzo, Il buio delle tre (Arkadia 2023) a dipingere uno spassosissimo ritratto di uno di questi wannabe letterari, dal nome quasi pirandelliano di Pinuccio Badalà. Con una serie di episodi dalla comicità grottesca, ma non più assurdi delle vicende reali dell’editoria italiana, Di Prima ci ha fatto vedere di cosa è capace un pover’uomo che si è convinto di avere un futuro nelle patrie lettere – ha insomma scritto un’autentica commedia all’italiana, di quelle che una volta produceva il nostro cinema, prima di sprofondare nell’abisso dei tinelli. Come suggerisce il titolo, L’incoscienza di Badalà è a tutti gli effetti un sequel delle scombinate (dis)avventure dell’aspirante scrittore, ma Di Prima è riuscito a far sì che sia leggibile anche per chi non è passato per Il buio delle tre (consiglio comunque di leggerli entrambi, anche in disordine cronologico). Stavolta Pinuccio ha ormai passato i quaranta, e nonostante tutte le sue trovate non è ancora riuscito a farsi stampare da un editore di quelli veri, con tanto di ufficio stampa che funziona e distribuzione seria a livello nazionale. Comincia un po’ a rassegnarsi, consolandosi con le sue avventure erotiche altrettanto scombinate di quelle editoriali, e con le chiacchierate col suo sodale, il maestro Magazù, altro personaggio che pare uscito da un romanzo perduto di Vitaliano Brancati (quest’ultimo essendo dichiaratamente la stella polare di Vladimir, come attesta il suo romanzo La banda Brancati, del 2021). Ma la tranquilla vita provinciale di Pinuccio e suoi sodali viene scombussolata completamente quando piomba loro addosso il Covid, e poi, ancor più radicalmente – almeno per l’aspirante scrittore – quando riceva una chiamata da una non ben specificata casa editrice che lo convoca a Milano, spesandogli anche il viaggio… No, non è il caso di dire altro sulla trama, che riserva tutta una serie di sorprese, fino a una conclusione che rimette tutto in discussione. Quel che mi interessa è la contrapposizione tra la sonnolenta provincia catanese e la metropoli milanese, che per quanto facciano rima sono spaventosamente diverse. Badalà mi pare la versione aggiornata (e decisamente più scombinata) del protagonista di Don Giovanni in Sicilia, del summenzionato Brancati. Milano incarna tutto quel che il provincialissimo e sicilianissimo Pinuccio non è, e la raffigurazione fornitaci da Di Prima non è proprio in linea con la propaganda milanesista che gira ai tempi di Sala (e che mi pare sempre più appannata se non ossidata). Milano non è più solo un luogo alienato, come nelle pagine di Bianciardi: è decisamente aliena. E alla fine poco ci manca che risulti semplicemente letale. Ma se quella è la capitale dell’editoria, per uno scrittore come Pinuccio c’è ben poco da sperare: a parte le magagne del sistema editoriale, Milano sembra proiettare un modello di realtà nel quale la lingua stessa dei Badalà è fuori posto. “Bisognava scrivere di transgender, spolpare la lingua fino a renderla elementare come un tatuaggio stilizzato, animarsi di notte con frenetiche piste di coca e di alcol, uccidersi di sesso e convincersi che i sentimentalismi non prendevano più nemmeno le casalinghe, ormai avvezze a buttaniare su TikTok come scimmie ammaestrate”. Non sarà tutto così quel che si stampa in Italia, però questa sintesi copre una bella fetta della narrativa che gira oggi. Insomma, c’è una bella dose di satira in questa commedia animata da una non tanto sottile disperazione, esattamente come nel precedente Buio delle tre. Ma stavolta Di Prima ha premuto di più sul pedale dell’assurdo, del surreale, dell’onirico (e tutta la trasferta milanese alla fine sembra più un incubo che un’esperienza reale, anche se viene il dubbio che proprio la realtà ultimamente ha molto dell’incubo); incluso un incontro con qualcuno che ormai fa parte della storia milanese e nazionale. Ebbene sì, c’è anche un cameo post-mortem di Silvio, proprio lui; che, come nella canzone che i Bauhaus dedicarono a Bela Lugosi, è morto ma al tempo stesso è non-morto. Ultima considerazione, ma non in ordine di importanza: nonostante i momenti al limite del surreale, L’incoscienza di Badalà continua il gioco del romanzo precedente di alludere a personaggi reali e ben noti (potremmo anche dire tristemente noti) a chi bazzica l’editoria. Ulteriore motivo di divertimento per chi si avventurerà in questo romanzo che, a ben vedere, è pure a chiave. L'articolo Vladimir Di Prima / Il gioco della commedia proviene da Pulp Magazine.
January 3, 2026
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Aurelio Picca / Dove il Paradiso ha sapore di peccato
Non è un romanzo il nuovo libro di Aurelio Picca, Roma mia, non morirò più. È un’orazione vicino al corpo disteso, luminoso ma insieme sanguinante, di una delle città più belle del mondo, al contempo amata e fraintesa, nascosta da orde di turisti che si accontentano di cartoline che conoscono già (anzi le cercano) e fuggono via recitando le stesse litanie di una Roma inventata e mai veramente visitata e conosciuta. Ma allora la scrittura di Picca, romano dei castelli (“romani”, per l’appunto) diventa quasi rabbiosa e dolente, cerca con la forza della sua memoria, del suo passato personale, del suo amore pagano, di scartavetrare quelle cartoline e, come un archeologo che ha capito di trovarsi nel punto di una (ri)scoperta preziosa, raspa con le mani per riportare in luce la vita di Roma come era e come, egli stesso spera, sarà per sempre. Roma eterna è quello che ci dicono le guide, ma è anche quello che percepiamo dalle vestigia che la città quasi ci impone: i romani antichi quando costruivano un edificio lo costruivano pensando che dovesse essere “eterno”. L’attenzione per le “rovine” che hanno incantato artisti come Wenders, Fellini e Sorrentino è molto probabilmente la stessa attenzione che ha rapito la sensibilità di Daniele Mencarelli anche lui romano, poeta e scrittore come Aurelio Picca. La vita dei quartieri così diversi e con quella stessa anima in comune anche quando sono in conflitto e in competizione. L’alto e il basso, il molto ricco e il molto povero. La celebrità e l’oblio. Tutto questo sta insieme a Roma, gomito a gomito, a volta l’uno oscura l’altro. Nobili e coatti, preti e mignotte, romani acquisiti e romani “de’ Roma”. Non si sono mai persi di vista. Tutti li conosce Picca e tutti ce li presenta. In questo libro poetico e avvincente. Per far questo accetta, anzi lancia una sfida: scende sul terreno delle “cartoline”. Er Zagaja e la spiaggia di nudisti di Capocotta, come una cartolina degli anni Settanta. Poi una sorta di sarabanda tra Margherita Buy e il suo affascinante “perenne tremore”, l’omicidio di Diabolik, l’ultrà della Lazio coinvolto con le trame nere e la malavita organizzata. Continua con i papi, il sesso, le osterie, i centri sociali, il caffè Palombini, gli etruschi e i cavallari, i castelli romani e il divin amore, Franco Califano, Moravia e Sabrina Ferilli in un incontro di incanto e di tenerezza. Non manca il Tevere e sono sempre presenti il cielo azzurro con le nuvole barocche e il mare con la storia del mitico Kursaal ad Ostia. Ma questo Roma mia non morirò più non è un libro di cronache né di ricordi. Non è un libro nostalgico con il refrain tipo “Roma sparita”, è un racconto poetico. È una dedica e un omaggio a poeti come l’istriano Valentino Zeichen con la sua baracca a borghetto Flaminio mai sostituita con una casa “vera”. Lui, con lo spago che gli teneva i pantaloni. Lui che “non ha venduto e non ha comprato”, “non si è mai ammalato, non ha mai piagnucolato e non è stato mai remissivo”. Poi Elio Pecora, Caproni, Dario Bellezza, G. Gioacchino Belli e l’amatissima Amelia Rosselli che Picca frequentò per dieci anni. “Bella d’ossa e di capelli neri” con i suoi insegnamenti dolorosi che dalla guerra sono arrivati fino ai suoi ultimi giorni con una sensibilità rarissima che trasferisce sui corpi le sofferenze del mondo. Lo sguardo del poeta Picca sulla sua Roma e sugli abitanti che ha conosciuto e di cui mostra di sapere tutto o qualcosa di molto vicino a tutto, non si ferma alle biografie o agli incontri, ma si accompagna al rilievo dei piccoli particolari, quelli che suscitano sentimenti inaspettati e quasi incomprensibili. Arrivano allora gli odori e i colori dei luoghi, il sapore della loro memoria. Senza scomodare divagazioni proustiane, gli scorci romani di Picca sono flash che restituiscono colori nuovi alle “cartoline”. Così si può ripartire con la metropolitana, visitare il cimitero monumentale del Verano, avere notizie del quartiere di san Basilio, andare sul Gianicolo, incontrare artisti e personaggi del mondo del cinema, proseguire forse all’infinito. Forse verso l’infinito. E non è un caso che le ultime pagine siano dedicate all’idroscalo di Ostia e a Pier Paolo Pasolini. L'articolo Aurelio Picca / Dove il Paradiso ha sapore di peccato proviene da Pulp Magazine.
December 27, 2025
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Wu Ming 2 / Macchine, sortilegi, rituali
Dopo Timira (Einaudi, con Antar Mohamed), Il sentiero luminoso (Ediciclo) e Veglione Rosso (Panozzo), da poco in libreria Mensaleri, nuovo romanzo solista di Wu Ming 2, nom de plume di Giovanni Cattabriga. Parte del collettivo Luther Blisset e in seguito Wu Ming (ultima opera a sei mani UFO 78, sempre Einaudi), frontman e paroliere dell’esperienza poetico-musicale Wu Ming contingent, narratore camminatore, autore e interprete di teatro militante, l’autore raccoglie la somma di tutte le sue esperienze in questo romanzo unico in cui si incontrano il regno animale del molto piccolo, la natura naturans, l’uomo che rispetta e venera e l’”uomo industriale”. Mensaleri è un romanzo scritto nell’antropocene e in quanto tale porta l’attenzione sull’interrogativo più importante: è possibile un equilibrio tra i viventi? La risposta a questa domanda e le vie per arrivarci tuttavia non sono lineari. Forze arcane operano nelle catene causali delle trame e gli effetti spesso sono imprevisti, determinati da un destino iniziato altrove, come nel proverbiale effetto farfalla. Lo scenario è l’isola di Parpai, che, da luogo ameno e ricco di specie particolari diviene sede di una cartiera, creatura di Nazzaro Mensa, poi del figlio Celso e del nipote Alberto.  Quello che a un industriale può sembrare una tela bianca dove installare la propria impresa sembra solo una cosa a chi c’era da prima: casa propria e poco importa che a pensarla così siano miriadi di bruchi e farfalle o personaggi “poco raccomandabili”. L’isola che diventerà una cartiera con villaggio operaio annesso nasconde un antico segreto che ha legato spiritualmente e fisicamente intere generazioni di adepti. Come si dipana nei secoli questa relazione è l’argomento del romanzo. Il racconto si svolge su più piani temporali, dall’evento leggendario che rende l’isola speciale (1363) alla rinascita della fabbrica intorno agli anni 2000 passando per la storia della cartiera, del villaggio operaio e della famiglia Mensa, (“l’età dell’oro” 1868-1950 circa). Lo strumento per far incontrare queste anime dello stesso posto e della stessa comunità è il teatro che una combattiva regista “applica” alla situazione su mandato della stessa famiglia Mensa. Lo sguardo per certi versi esterno, ma in grado di far nascere con una sorta di maieutica la verità, è una meravigliosa metafora di come l’arte, la performance e la scrittura possano far emergere storie passate che hanno ricadute sul presente. Non sarebbe un libro dei Wu Ming se mancasse l’azione e infatti tra le pagine troviamo inseguimenti e movimenti, viaggi lisergici e trappole artigianali, cortei e piccoli furti…non ci si annoia proprio leggendo le quasi cinquecento pagine di questo libro. Tuttavia, ragionando per affinità c’è un solo lavoro a cui questo si può accostare ed è Il fungo alla fine del mondo di Anna Lowenhaupt Tsing (Keller). Se il libro dedicato all’incredibile matsutake (il fungo venduto a peso d’oro in Giappone) dimostra con dovizia di particolari la necessità di una simbiosi uomo-fungo-foresta (e attenzione la foresta è qui intesa come un luogo post-industriale) con le “armi” della saggistica, Mensaleri lo fa con il colpo d’ala della narrativa. L’esito è in entrambi i casi la consapevolezza di come l’infinitamente piccolo (bruchi e farfalle in un caso, funghi nell’altro), la natura (boschi, fiumi e foreste) e le comunità di umani con i loro sistemi simbolici, di produzione e riproduzione debbano trovare modi per cooperare per scongiurare l’estinzione. Un’ultima nota: su Wu Ming foundation si trovano materiali di approfondimento del libro, “titoli di coda” da abbinare alla lettura che tratteggiano le ispirazioni reali della vicenda immaginata nel romanzo. Cito solo una frase che aiuta a entrare nelle atmosfere “mensaleresi”: «Ci dicemmo che qualunque città ideale, edificata dal nulla, ha una doppia natura che la rende spaventevole: il volto dell’utopia e il corpo del carcere».         L'articolo Wu Ming 2 / Macchine, sortilegi, rituali proviene da Pulp Magazine.
December 26, 2025
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