La macchina di guerra di Putin mostra le crepe

Jacobin Italia - Monday, June 1, 2026

«So di non essere il primo a dirvelo. Ma qualcosa sta succedendo in Russia. Lo si percepisce nell’aria. Cammini per strada, prendi la metropolitana, ti siedi in un bar e ovunque la gente parla della stessa cosa».

Questo messaggio mi è stato inviato ieri da un compagno che vive ancora in Russia. È difficile misurare questi stati d’animo queste rilevazioni. Ma spesso questi ultimi colgono i primi segnali di cambiamento con maggiore precisione rispetto ai sondaggisti professionisti.

Dal 2024, il Cremlino è sicuro che la guerra della Russia in Ucraina si stesse avviando verso un’inevitabile vittoria. Mosca ha resistito alle sanzioni occidentali, dominato il campo di battaglia e la produzione militare, e mantenuto un netto vantaggio in termini di risorse. Il tempo sembrava essere dalla parte del presidente Vladimir Putin. La coalizione occidentale è apparsa frammentata, Donald Trump ha cercato un accordo con Mosca e l’Ucraina si è trovata a corto di denaro, armi e uomini.

Ma questa primavera, le aspettative di vittoria in Russia hanno cominciato a cedere il passo alla sensazione di una crisi imminente.

Stando ai dati ufficiali, il deficit del bilancio federale russo ha raggiunto la cifra sbalorditiva di 5.900 miliardi di rubli (circa il 2,5% del Pil) solo nei primi quattro mesi del 2026. Questa cifra supera il deficit dell’intero anno 2025 (5.600 miliardi di rubli), che ha destato preoccupazione tra gli economisti soltanto da poco. Per tutto il 2026, il governo aveva inizialmente previsto un deficit di soli 3.900 miliardi di rubli.

È ormai chiaro che, anche tenendo conto dell’aumento dei prezzi del petrolio dovuto alla guerra in Iran, i dati finali saranno probabilmente tra i più alti del secolo. A titolo di confronto, nel 2009, al culmine della crisi finanziaria, il deficit raggiunse circa il 6% del Pil, e nel primo anno della pandemia, il 2020, si attestò intorno al 4%.

Allo stesso tempo, lo stesso Putin ha riconosciuto che l’economia si è contratta dell’1,8% dall’inizio dell’anno. La svolta «keynesiana militare» avviata nel 2022, che ha alimentato una rapida crescita nel biennio 2023-2024, sembra aver esaurito il suo potenziale.

Eppure lo Stato continua ad aumentare le spese militari. Punta tutto sulla guerra. La domanda è: chi pagherà il conto?

L’economia russa assomiglia sempre più alla classica formula «armi anziché burro». L’imposta sul valore aggiunto (Iva) è stata aumentata per la seconda volta dall’inizio dell’invasione. Le bollette domestiche subiranno due aumenti nel 2026. La Banca centrale mantiene tassi di interesse proibitivi che rendono il credito quasi inaccessibile alle piccole e medie imprese, nello sforzo di sostenere un rublo forte.

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Una valuta forte è vitale per il settore militare, che dipende in modo consistente da componenti importati, soprattutto dalla Cina. Senza di essa, il Cremlino farebbe fatica a rifornirsi di droni, munizioni ed elettronica. Ma gli alti tassi di interesse e un rublo forte stanno soffocando l’economia civile. Le imprese faticano ad accedere al credito, mentre i produttori nazionali perdono competitività.

Il risultato è un’ondata di fallimenti e chiusure di piccole imprese. I lavoratori licenziati dal settore civile si stanno spostando dove i salari sono ancora stabili: negli stabilimenti della difesa finanziati direttamente dallo Stato. Il governo sta letteralmente trasferendo risorse umane e finanziarie dai consumi all’economia di guerra.

L’aumento vertiginoso del deficit ha imposto anche tagli alla spesa. I posti di lavoro nel settore pubblico vengono ridotti. I progetti di costruzione, infrastrutture e sviluppo urbano vengono ridimensionati. Ciò danneggia non solo i lavoratori, ma anche migliaia di funzionari, appaltatori, dirigenti e imprenditori dipendenti dallo Stato, i cui redditi si basavano sulla spesa pubblica.

Persino il leader del Partito comunista russo, fedele a Putin, ha recentemente avvertito che il collasso economico potrebbe provocare una rivoluzione come quella del 1917. «Non abbiamo il diritto di ripetere questo errore!», ha affermato.

Nel frattempo, le imprese stanno reagendo alla crescente pressione fiscale spostando le proprie attività nell’economia sommersa. Lo Stato ha risposto con controlli più severi sui bonifici bancari, restrizioni sulle criptovalute e sanzioni più severe per l’evasione fiscale. Qualunque sia il loro effetto pratico, queste misure ampliano significativamente i poteri di polizia, procura e servizi di sicurezza sulla vita economica.

Il Cremlino opera secondo un’unica logica: tutto per il fronte, tutto per la vittoria. Ma alimentare la macchina bellica sta erodendo la stessa base sociale del putinismo.

E i problemi si stanno accumulando anche al fronte.

Il ritmo dell’offensiva russa, che in qualche forma era proseguita per oltre due anni, ha subito un brusco rallentamento all’inizio del 2026. A febbraio, le forze ucraine avrebbero riconquistato più territorio di quanto ne avessero perso, per la prima volta dal 2023. Secondo blogger a favore della guerra, anche le perdite russe sarebbero aumentate.

Una grave battuta d’arresto si è verificata quando, secondo quanto si è appreso, l’accesso russo ai terminali Starlink è stato interrotto su richiesta dell’Ucraina. È apparso chiaro che la Russia non dispone di un sistema alternativo adeguato per le comunicazioni sul campo di battaglia.

L’Ucraina ha inoltre rafforzato la sua posizione nella guerra con i droni. Con l’assistenza europea, non solo ha aumentato il numero di droni in uso, ma ne ha anche ampliato il raggio d’azione e le capacità. Mentre in precedenza i droni venivano utilizzati principalmente in prima linea, in genere entro uno-due chilometri, le forze ucraine adesso possono colpire equipaggiamenti e personale a 20-30 chilometri di profondità dietro le linee russe. Ciò ha creato quella che alcuni osservatori definiscono un «muro di droni». La zona di fuoco dietro il fronte si è ampliata drasticamente, rendendo sempre più difficile per le forze russe manovrare o concentrare le riserve vicino alla linea di contatto. Di conseguenza, le perdite russe sono aumentate e uno dei principali vantaggi di Mosca – le sue risorse umane – si è ridotto significativamente.

Allo stesso tempo, un numero crescente di soldati stremati sta disertando, semplicemente non tornando dai permessi o dagli ospedali militari. Ricercatori indipendenti stimano che durante la guerra si siano verificati almeno 100.000-120.000 casi di diserzione o renitenza alla leva, più della metà dei quali concentrati nel solo ultimo anno.

La tendenza sembra peggiorare. Alla fine di aprile, le autorità hanno secretato i dati relativi ai crimini militari.

Allo stesso tempo, l’esercito russo sta incontrando maggiori difficoltà a compensare le perdite subite. Secondo le stime dell’economista Janis Kluge, basate sulla spesa regionale per i bonus di reclutamento, le nuove reclute sono diminuite di circa il 20% nei primi mesi del 2026. È possibile che le dimensioni complessive dell’esercito abbiano iniziato a ridursi per la prima volta dall’invasione.

Finora, il Cremlino ha gestito queste carenze attraverso metodi di mercato: si è limitato ad aumentare i bonus di assunzione. Per gli abitanti delle regioni più povere, questo sistema spesso ha funzionato. Ma l’aumento del deficit di bilancio rende più difficile continuare ad acquistare carne da cannone. Di conseguenza, lo Stato sta ricorrendo sempre più spesso alla coercizione.

Le autorità regionali fanno pressione sugli imprenditori, talvolta sotto la minaccia di procedimenti giudiziari, affinché reclutino dipendenti per l’esercito. Le università stanno trasformando l’arruolamento degli studenti in una priorità amministrativa.

Ma la coercizione non funziona sempre.

In una registrazione trapelata dalla Buriazia, un funzionario distrettuale rimprovera i direttori delle fabbriche per non aver raggiunto le quote di reclutamento. Loro rispondono: «Non possiamo obbligarli. Nessuno vuole andare». Quando il funzionario ordina agli imprenditori di arruolarsi, gli viene posta una semplice domanda: «Perché non ci vai tu?».

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Questo scambio di battute riassume il problema del Cremlino. Formalmente, il potere esecutivo appare onnipotente. In pratica, gli ordini restano sempre più spesso sospesi nell’aria senza risposta.

La carenza di uomini e attrezzature, le perdite crescenti, le false dichiarazioni dei funzionari militari e il venir meno della fiducia nella vittoria hanno esasperato non solo soldati e ufficiali, ma anche influenti blogger filo-bellici e attivisti ultranazionalisti. Queste forze, un tempo strumenti chiave di mobilitazione patriottica, ora criticano apertamente le autorità. Alcuni hanno persino iniziato a criticare Putin.

L’esercito russo, forte di circa 700.000 uomini, è sempre più attraversato da un diffuso malcontento. Questo sentimento trova ora voce nell’opinione pubblica attraverso commentatori ultrapatriottici sempre più veementi. Il Cremlino ha già visto a cosa possono portare dinamiche simili: nel 2023, l’ammutinamento di Evgenij Prigozín spinse brevemente il regime nella sua crisi più profonda dall’inizio della guerra.

Le autorità hanno reagito rafforzando il controllo su Internet.

Dapprima ci sono stati tentativi di bloccare Telegram, la principale piattaforma di comunicazione russa. Soldati, famiglie di militari in mobilitazione, funzionari, imprenditori e milioni di utenti comuni ne fanno uso. È lì che i blogger filo-bellici hanno costruito il loro pubblico e la loro influenza. Secondo alcune fonti, il Cremlino sperava di spingere gli utenti verso alternative controllate dallo Stato.

Invece, decine di milioni di persone hanno scaricato reti private virtuali (Vpn) e sono rimaste su Telegram. Poi la regolamentazione di Internet è stata affidata più direttamente alle agenzie di sicurezza. A marzo, Internet mobile è stato semplicemente disattivato in molte regioni, inclusa Mosca.

Le app bancarie hanno smesso di funzionare. I servizi di taxi e di consegna si sono bloccati. Milioni di persone hanno faticato a contattare i propri familiari, le piccole imprese hanno perso fatturato e, con persino gli uffici governativi in tilt, la rabbia pubblica si è diffusa ben oltre i soliti circoli dell’opposizione.

In questo contesto, personaggi pubblici un tempo fedeli al governo hanno iniziato a criticare le autorità. L’avvocato di spicco Ilya Remeslo ha attaccato pubblicamente Putin. La celebrità del mondo dello spettacolo Viktoria Bonya ha pubblicato un video che ha molto circolato in cui parla di paura, censura e di una lista sempre più lunga di problemi che il governo si rifiuta di riconoscere.

Molti analisti liberali interpretano questi episodi come segnali di divisione tra le élite. Ma la fonte della crisi potrebbe risiedere più in profondità.

Quando le persone non hanno il potere di ribellarsi apertamente, spesso resistono in modi più silenziosi, obbedendo a parole ma ostacolando le cose nella pratica. Ritardano, eludono, mentono, nascondono le risorse, simulano l’obbedienza, fuggono dal controllo e disertano. Queste sono quelle che potremmo definire le «armi dei deboli».

Questo è ciò che osserviamo sempre più spesso in Russia.

I soldati non rientrano dalle licenze. Gli operai rifiutano i contratti militari anche se ben pagati. Gli imprenditori eludono le richieste di mobilitazione. I funzionari locali falsificano i rapporti sui risultati da inviare ai superiori. Gli ufficiali nascondono perdite e carenze di personale.

La resistenza passiva dal basso rende gli ordini inapplicabili. Di conseguenza, questa epidemia di sottrazione si diffonde verso l’alto attraverso la piramide sociale. I ranghi inferiori passano le loro armi di deboli a quelli superiori. Gradualmente, l’apparato statale stesso inizia a funzionare come una macchina di sabotaggio.

Prima o poi questa crisi emergerà in forme più evidenti.

Le elezioni parlamentari previste per settembre potrebbero rappresentare un banco di prova in tal senso. È vero: in Russia le elezioni hanno perso da tempo il loro autentico significato politico, trasformandosi in rituali di fedeltà. I direttori di fabbrica che garantiscono blocchi elettorali controllati, insegnanti e dirigenti scolastici aiutano a gestire i seggi elettorali «difficili», e il controllo statale sui partiti di opposizione demoralizza i dissidenti: in questo modo il partito al governo può rivendicare vittorie schiaccianti a prescindere dal suo reale consenso.

Quel sistema è apparso stabile per anni, ma dipendeva anche dalla collaborazione di migliaia di intermediari. Oggi ogni componente di quel meccanismo è attraversata da demoralizzazione, risentimento e una silenziosa non cooperazione.

Putin potrebbe ancora essere in grado di imprigionare un singolo funzionario o uomo d’affari, ma non può facilmente sostituire un intero apparato. La questione è se i tentativi di reprimere con la forza il processo in atto nella società russa possano trasformare i disertori in ribelli e i sabotatori in rivoluzionari.

*Alexey Sakhnin è un attivista russo, è stato uno dei leader del movimento di protesta anti-Putin dal 2011 al 2013. È membro del Progressive International Council e di Socialists Against War. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

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